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    Dizionario della crisi globale (di Steve Brady)

    Dizionario della crisi globale (di Steve Brady)

    http://www.cpeurasia.org/

    A – Accentramento del credito nelle mani dello Stato
    Si tratterebbe della prima mossa da compiere, togliendo così il potere finanziario dalle mani dei banchieri privati, principali responsabili (ma non unici) della crisi globale che ha investito il pianeta (nonostante le trasmissioni di Lerner cerchino di presentarceli come dei benefattori).
    Curiosamente, questa A coincide anche con antiamericanismo (altro incubo del buon Lerner …), posizione politica legittima che, se adottata coerentemente, avrebbe potuto far guadagnare notevoli consensi a qualsiasi movimento di opposizione (che in Italia però non esiste).
    B – Berlusconi
    Ancora una volta un protagonista, nel bene e nel male.
    Prima consiglia quali azioni comprare in borsa (ENI ed ENEL sono effettivamente le uniche aziende con una discreta partecipazione statalee godono di una buona posizione sul mercato russo), poi “licenzia” il Fondo Monetario Internazionale, dichiarandone terminata l’utilità e accusandolo di avere sbagliato tutte le previsioni, infine accenna ad una posizione eurasiatista, condannando l’allargamento della NATO ad Est, lo scudo spaziale statunitense e l’indipendenza del Kosovo. Tutto, per ora, finisce in una bolla di sapone ma ancora una volta l’Italia dimostra la sua vocazione badogliana e si prepara a stare dalla parte del futuro schieramento vincente.
    L’ambasciata di Via Veneto è avvisata.
    C – Crisi finanziaria
    Per salvarsi le banche non prestano più denaro alle imprese, che in breve falliscono, facendo sprofondare l’economia in una recessione profonda.
    C, infatti, significa anche consumismo, il perno del sistema liberalcapitalista, ma quando non si hanno più soldi da spendere non si consuma più.
    Dopo le belle parole pronunciate contro gli speculatori, gli Stati occidentali utilizzano le loro riserve per salvare le banche, le quali, a loro volta, si guardano bene dal salvare le imprese dal fallimento ed a pagare il conto saranno i lavoratori.
    Fanno eccezione, per ora, Russia e Cina; la prima sta approfittando dei crolli di borsa per erodere agli oligarchi privati ulteriori posizioni e far guadagnare peso specifico all’economia statale, il che consentirà al Cremlino di aumentare pensioni e sussidi di disoccupazione, la seconda ha varato una manovra pari a 1/6 del PIL a favore di investimenti produttivi ed ecologici, perché a Pechino comanda il Partito Comunista e non il generale Clark.
    Si chiama, è vero, Capitalismo di Stato, ma costituisce l’antidoto immediato alla dittatura del capitale finanziario, che negli Stati Uniti approfitta della crisi per ingigantire ulteriormente il proprio monopolio.
    D - Dodici mesi decisivi
    Sono quelli che ci attendono ed i vari nodi verranno al pettine.
    Dalla continuazione della guerra strategica per il controllo delle risorse mondiali, che gli Stati Uniti dichiararono nel 2001 ma che in realtà iniziarono nel 1989, fino all’assordante propaganda che i vari mass media propineranno al mondo per convincerci che non esiste alternativa al sistema liberista e che quello guidato dall’Occidente rimane il migliore dei mondi possibili.
    Le “libertà personali” continueranno ad essere fortemente a rischio e la controinformazione su internet diverrà il primo bersaglio della “polizia del pensiero”.
    E – Eurasia
    Unica alternativa geopolitica al sistema unipolare del terrore orchestrato dagli Stati Uniti e incubo dei pensatori strategici riuniti intorno alla Casa Bianca, si basa attualmente solo sulla comprensione russa verso un’Europa imbelle e sulla determinazione cinese a diventare la prima potenza in Asia (questa storica concorrenza per il controllo del mercato dell’Oriente pone Pechino e Washington in rotta di collisione e per questo motivo gli Stati Uniti mantengono l’embargo sulle forniture militari alla Cina).
    Euro e Organizzazione per la Cooperazione di Shangai potrebbero rimanere quali unici punti fermi per iniziare la costruzione dell’Eurasia, la dinamica degli avvenimenti dovrebbe produrre il resto ma l’Unione Europea costituisce la più grande incognita della partita.
    F – Fondo Monetario Internazionale
    Doveva essere il grande sconfitto della crisi ma il suo legame con il Ministero del Tesoro statunitense lo rende indispensabile al rilancio delle ambizioni globali dell’imperialismo nordamericano e ha ripreso ad elargire prestiti a tutti (Islanda, Ucraina, Pakistan, solo per citare gli esempi di questi giorni).
    La recente riunione del G20 ha confermato come tutto debba cambiare perché nulla cambi … gli appelli lanciati da più parti per un rinnovamento del sistema finanziario mondiale sono stati vanificati dalla paura delle rappresaglie di Bush jr. (che rimarrà in carica ancora per alcuni mesi …) e il solo presidente russo Medvedev ha avuto l’ardire di indicare negli Stati Uniti i veri responsabili della crisi.
    F anche come Forza, i cui rapporti, ancora una volta, stabiliscono la reale gerarchia tra le nazioni del pianeta (e come sottolineato dal Cremlino dopo la guerra contro la Georgia: “La Russia non ha paura di niente … il tempo della ritirata è finito”).
    G – Guerra globale
    Come risposta alla crisi della Globalizzazione liberalcapitalista, inevitabile strada che anche l’attuale Amministrazione nordamericana si troverà costretta ad imboccare, dopo aver constatato che le sue ricette economiche volte a risolvere l’attuale dissesto non servono a nulla.
    Pakistan ed Iran ne costituiscono i bersagli immediati ma vista la tendenza “ideologica” dell’attuale presidenza non si escludono puntate contro Sudan, Zimbabwe e Myanmar, a suon di “bombardamenti umanitari”, “rivoluzioni colorate” ed “esportazione della democrazia” stile ONG.
    Russia e Cina sarebbero i veri obiettivi, ma nonostante il poderoso potenziale militare ancora a disposizione, nemmeno gli Stati Uniti osano sfidarle apertamente.
    H – Helsinki
    Nella capitale finlandese fu firmata la dichiarazione sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, i quali si trovano ad essere sempre più ostaggi dei giochi geopolitici intrapresi dalle grandi potenze. Così come avvenne per il famoso “proletariato” di Marx, i “popoli” costituiscono l’ultima illusione su un possibile soggetto rivoluzionario contro la tirannide mondialista, dimenticando che senza il sostegno di attori internazionali intenzionati a cambiare le regole del gioco, le resistenze popolari non possono determinare nessun reale cambiamento nella distribuzione del potere complessivo, se non a brevissimo termine.
    Gli Stati resteranno, ancora per diverso tempo, i protagonisti delle relazioni internazionali.
    I – Immigrati
    Vittime della globalizzazione liberalcapitalista, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello della propaganda che li ha indotti a spostarsi in un altro Paese alla ricerca del “benessere”, pagheranno duramente la crisi ma hanno dimostrato di non poter costituire quel soggetto rivoluzionario capace di scardinare il sistema.
    Già lo si era visto con la mitica classe operaia negli anni Sessanta, gli immigrati (come gli operai allora) sognano una vita “borghese” e non certo “paradisi senza classi”.
    Le stesse rivolte nelle periferie parigine scaturiscono dalla comprensione di non essersi integrati nel sistema consumistico occidentale, in quanto la piena accettazione nelle “mitiche” democrazie occidentali avviene solo sulla base del censo (“Sei un ricco sceicco arabo? Ti stendo il tappeto rosso. Sei uno straccione marocchino? Torna a casa tua …”).
    Quello che si rischia, invece, è una guerra tra poveri, che in Paesi senza coesione sociale come l’Italia può accompagnarsi ad una sorta di guerra civile; in ogni caso, il sistema resterebbe in piedi, mantenendo intatte le proprie forze repressive.
    L – Liberismo e liberalismo
    Sono le parole d’ordine che nascondono un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura.
    Nei prossimi mesi sentiremo ribadire sempre di più questi concetti, che servono a giustificare conflitti ed aggressioni scatenati per il profitto di pochi, ma mascherati come indispensabili per difendere la libertà di molti …
    Non è un caso che l’ipocrisia degli attuali padroni del mondo costituisca uno degli aspetti più ripugnanti della loro egemonia e uno dei principali motivi per combatterla.
    Incredibile come si voglia negare il fallimento totale di un sistema antieconomico, antisociale e antiumano, pure di fronte alle evidenze di questi giorni.
    Sono bastati meno di 20 anni dalla caduta del regime sovietico, che aveva avuto il grande merito di impedire il dilagare della mondializzazione e l’abbassarsi degli standard sociali nello stesso Occidente, per assistere al crollo del capitalismo.
    “Economisti” ed “intellettuali” che ancora ne negano l’evidenza, lo fanno perché timorosi di non potersi riciclare al di fuori delle leggi del “libero mercato”, che nel mondo reale equivalgono invece all’appoggio di lobby senza scrupoli.
    M – Marx
    Aveva in parte ragione, come dimostrato dalla lettera A e dal fatto che l’unica seria risposta alla crisi consisterebbe nella socializzazione dei mezzi di produzione.
    Tutte le banche e le imprese che chiedono finanziamenti allo Stato dovrebbero, coerentemente, seguire questa sorte.
    Socializzare diritti e doveri permetterebbe anche di porre fine all’orrenda diseguaglianza classista delle società moderne, nelle quali la differenza tra un lavoratore precario ed un calciatore è molto più profonda di quella che nel Medioevo esisteva tra un sovrano ed un contadino.
    Per non parlare, ovviamente, di continenti come l’Africa, autosufficienti dal punto di vista alimentare fino all’arrivo delle multinazionali.
    In questa situazione geostrategica, il lusso di un’eventuale socializzazione è consentito solo agli Stati sovrani, ovverosia a quelli che sfuggono all’influenza/dominazione yankee.
    Sarebbe interessante se i movimenti che si richiamano al marxismo si ricordassero di queste lezioni ma la maggior parte dei comunisti, in Italia, è troppo impegnata a tifare per la vittoria di Luxuria sull’ “Isola dei famosi” …
    N – NATO
    Il gendarme globale, strumento militare per la realizzazione del Nuovo Ordine Mondiale e mezzo di pressione su quei governi che non vogliono adeguarsi al dogma liberista ed alla globalizzazione Made in USA.
    Soprattutto in quelle nazioni come l’Italia, occupate da oltre 100 basi militari atlantiste, il cambiamento politico passa necessariamente attraverso una sovranità ancora tutta da conquistare.
    I vari agenti dello spionaggio militare e civile dell’Alleanza Atlantica, più che funzioni militari, svolgono proprio il ruolo di addomesticare e reprimere le tendenze indipendentiste che potrebbero svilupparsi nei paesi colonizzati.
    Insieme ad Inghilterra ed Israele, la NATO rimane il migliore amico di Washington.
    O – Obama
    Rappresenta una vera novità, da un certo punto di vista.
    Naturalmente tutti sappiamo che non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo senza lo spropositato appoggio ottenuto dalle lobby finanziarie (cioè dalle principali responsabili della crisi che il neo inquilino della Casa Bianca dovrebbe risolvere …).
    Nessun analista razionale, però, avrebbe potuto prevederne l’elezione in un Paese profondamente classista e razzista, come sono ancora oggi gli Stati Uniti d’America, se l’imperialismo di Washington non si trovasse in un momento storico drammatico.
    Obama è quindi il candidato scelto dall’establishment per l’Europa, “la testa di ponte essenziale dell’America per il controllo strategico dell’Eurasia”, l’uomo volto a rilanciare il ruolo dominante del colosso a stelle e strisce dopo i disastri provocati da Bush.
    Senza l’appoggio europeo, infatti, gli Stati Uniti non sarebbero più in grado di intervenire efficacemente nei molteplici teatri geopolitici ai quali sono interessati e le terribili scelte che la nuova Amministrazione nordamericana si trova costretta ad intraprendere per mantenere l’altissimo tenore di vita delle proprie classi dirigenti, hanno imposto un radicale cambio d’immagine.
    Su questo punto, le nomine della signora Clinton, di Rubin e della Albright non lasciano dubbi in proposito; un paese disperato, con un terribile potenziale militare, non ha altra via d’uscita se non quella dell’avventurismo bellico: prepariamoci al peggio.
    P – Protezionismo
    Dovrebbe essere la parola d’ordine per qualsiasi persona sana di mente, in un momento in cui la globalizzazione consente di importare solo disastri.
    Certo, non sarebbe la panacea di tutti i mali, però consentirebbe di far rifiatare le produzioni nazionali e ridistribuire poi la ricchezza creata.
    Si continua invece a prospettare un sistema basato sulle regole del libero mercato, quelle stesse norme che vengono sistematicamente violate dai propri estensori, ben consci che un “mercato libero” non è mai esistito, non esiste e mai esisterà.
    Il loro unico problema consiste nell’evitare l’intromissione dello Stato e il conseguente primato della politica sull’economia, che metterebbe fine alla divisione internazionale del lavoro (e allo sfruttamento della maggior parte della popolazione mondiale per mano delle multinazionali …).
    Q – Quarantenni
    Se è vero che i nostri ventenni, con le loro proteste per la riforma scolastica ed universitaria hanno dimostrato una certa vitalità, esiste tuttavia in Italia un’intera generazione di quarantenni che non hanno più nulla da perdere (e sono quindi liberi di fare qualsiasi cosa).
    Molti di loro, infatti, non nutrono alcuna illusione sul futuro, al contrario di quei ventenni la cui “esuberanza” è attenuata dai sogni tipici dell’età giovanile.
    Questi quarantenni, spesso appartenenti al sottoproletariato intellettuale (nel senso di aver conseguito titoli di studio, anche prestigiosi, che in ambito lavorativo non gli hanno però portato alcun vantaggio), sono stati i primi ad aver sperimentato la precarietà dell’esistenza postmoderna (lavorativa, affettiva, comunicativa ecc. ecc.) e ne hanno le palle piene.
    Incapaci di conformarsi o di fare carriera, perché non ruffiani o non interessati a partecipare alle riunioni di loggia, se a quindici anni erano curiosi, a venti idealisti e a trenta furiosi, a quaranta si sentono disperati e costituiscono probabilmente il miglior serbatoio dal quale attingere per un reale cambiamento del sistema.
    R – Responsabilità della crisi
    Dopo qualche scatto iniziale (ricordiamo un clamoroso titolo di “Repubblica”, “L’Europa accusa gli USA”), il poderoso apparato mediatico controllato dalle lobbies d’Oltreoceano ci ha fatto quasi dimenticare a chi vanno attribuite per intero i “meriti” dell’attuale situazione.
    L’elezione di Obama va inquadrata anch’essa in questo gioco di prestigio, nel quale eliminato Bush jr. (cioè il responsabile di tutte le disgrazie arrecate al mondo negli ultimi anni dagli Stati Uniti), la politica di Washington torna ad essere il baricentro ed il faro dell’umanità.
    Dimenticando che gli Stati Uniti hanno dimostrato una coerenza di fondo, in tutta la loro storia, che dura almeno da duecento anni: dal genocidio dei nativi americani agli auto-attentati per avere il pretesto di entrare in guerra, allo sganciamento di due bombe atomiche sulla popolazione giapponese, fino all’uccisione di oltre trenta milioni di civili durante la “guerra fredda” (il periodo di maggior pace dell’umanità, stando agli occidentalisti …), il tutto condito con embarghi, torture, spiate e tradimenti nei confronti sia degli “amici” che dei “nemici” ma senza essere in grado di governare il mondo nemmeno dopo il crollo dell’URSS e la miriade di conflitti scatenati negli ultimi 20 anni.
    Una sapiente capacità di calcolo unita ad una fredda e razionale spietatezza, elementi tipici di quanti sono abituati a vivere alle spalle degli altri, prima con il sistema imposto a Bretton Woods, poi con gli aggiustamenti in corsa operati da Nixon nel 1971.
    Eppure, ancora, c’è chi dubita sulla loro pericolosità e sul loro parassitismo.
    S – Soros
    L’agente dei Rotschild per la conquista dell’Europa Orientale, ritiene che l’attuale crisi finanziaria sia andata aldilà delle sue previsioni (non delle nostre però …).
    Negli anni scorsi, il noto speculatore nonché finanziatore delle varie “rivoluzioni colorate” e della “sinistra new global”, ci aveva lanciato vari segnali che, ovviamente, erano stati interessatamente interpretati.
    In questi giorni, Soros è tornato a parlare della necessità di una gestione internazionale dell’economia e di “governare” l’inevitabile processo di globalizzazione.
    Questo maestro del “soft power” statunitense è il principale sostenitore di quel concetto popperiano di “società aperta”, che dietro ad innocue ed accattivanti parole nasconde la volontà di liberare l’individuo da qualsiasi legame e dovere sociale, in nome di un comportamento egoistico funzionale solo all’apparato di riproduzione capitalistico.
    Per lui, “democrazia” significa esportazione del libero mercato e neutralizzazione di quegli Stati che ancora non si sono arresi all’ingranaggio totalizzante del Made in USA.
    T – Tremonti
    Molto simpatico con quel suo modo di fare un po’ strafottente, il Mourinho della politica si è però trovato di fronte alla scelta fatidica che il buon Shakespeare ci aveva ricordato: “Essere o non essere? Questo è il problema”.
    Allora, dopo tanti bei proclami: “la crisi finanziaria è colpa degli Stati Uniti”, “i banchieri che hanno sbagliato o vanno a casa o vanno in galera”, “la globalizzazione è fallita” … ha rispolverato come soluzione l’immancabile triade “Dio, patria e famiglia”, ricordandosi soprattutto di tenere quest’ultima (come dicono a Napoli).
    Meglio non rischiare troppo: Mattei, Moro, Craxi ed una ventina di testimoni sull’incidente di Ustica insegnano.
    U – Unione Sovietica
    Molti nell’Est Europa ora la rimpiangono, ricordandosi di quando istruzione, sanità e lavoro erano servizi gratuiti garantiti dallo Stato.
    Ma soprattutto, l’URSS, dovrebbero rimpiangerla i cittadini dell’Occidente, perché il Muro di Berlino impedì per decenni all’Europa di conoscere il vero volto del capitalismo, sperimentandone solo una sua variante, tutt’altro che disprezzabile, rivestita da stato sociale e protezionismo economico.
    I costi della tensione tra le due superpotenze furono fatti pagare agli altri, all’Africa, all’Asia, all’America Latina, continenti che dopo il crollo del comunismo, infatti, non si aspettano nulla di buono dall’Occidente.
    Finita la concorrenza sovietica, i Fukujama de no’antri si sono sbizzarriti nel farci “apprezzare” le meraviglie del “migliore dei mondi possibili”, se non fosse che adesso il sogno americano si è trasformato in un incubo.
    V – Verità
    Fa male, lo sai …
    Z – Zarathustra
    Così parlò: “Eccoli lì, ridono: non mi comprendono, io non sono una bocca adatta per orecchi. Sarà prima necessario spezzar loro gli orecchi, perché imparino ad udire con gli occhi?”.


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    Dresda

    Il bombardamento incendiario di Dresda



    UNA TESTIMONIANZA OCULARE[1]

    Poiché i fatti dei raid congiunti, dell’aviazione americana e inglese, su Dresda sono noti, soprattutto grazie al romanzo Mattatoio n°5 di Kurt Vonnegut, è nata una grande controversia sul perché questi raid spaventosi furono considerati necessari.

    La città non aveva obbiettivi militari che valesse la pena colpire, e si sapeva che era colma di profughi civili provenienti da est. Ecco una testimonianza oculare fornita da Lothar (fotografato qui con sua sorella), che all’epoca aveva solo nove anni, e che riuscì a sopravvivere.

    Era Febbraio. Il 13, del 1945. Vivevo con mia madre e le mie sorelle (di 13 e 5 anni, e due gemelle di 5 mesi) a Dresda, e non vedevo l’ora di festeggiare il mio decimo compleanno il 16 Febbraio. Mio padre, che era un falegname, era partito come soldato nel 1939, e ricevemmo la sua ultima lettera nell’Agosto del 1944. Mia madre era molto triste nel vedere che le sue lettere tornavano indietro con la dicitura: “Introvabile”. Vivevamo in un appartamento di tre stanze al quarto piano in una zona popolare della nostra città. Ricordo che festeggiammo il martedì grasso (il 13 Febbraio) insieme ad altri bambini. Le operazioni belliche ad est diventavano sempre più vicine. Molti soldati andavano verso est e molti profughi andavano ad ovest passando per la nostra città o vi si fermavano, anche durante la notte del raid aereo tra il 13 e il 14 Febbraio.

    Verso le 21.30 venne dato l’allarme. Noi bambini conoscevamo quel suono e ci alzammo e vestimmo velocemente, per correre giù nelle nostre cantine, che usavamo come rifugio antiaereo. La mia sorella maggiore ed io portavamo le nostre due sorelline gemelle, mia madre portava una piccola valigia e le bottiglie con il latte per le nostre piccole. Alla radio ascoltammo con orrore le notizie: “Attenzione, un grande raid aereo arriverà nella nostra città!”. Non dimenticherò mai quel notiziario.

    Qualche minuto dopo udimmo un rumore tremendo – i bombardieri. C’erano esplosioni continue. La nostra cantina si riempì di fuoco e di fumo e venne danneggiata, la luce andò via e i feriti urlavano di terrore. Terrorizzati, lottammo per uscire dalla cantina. Mia madre e la mia sorella maggiore portavano il grande canestro in cui stavano le gemelline. Con una mano afferrai la mia sorella minore e con l’altra presi il cappotto di mia madre.

    Non riconoscevamo più la nostra strada. Fuoco, solo fuoco, dovunque guardassimo. Il quarto piano non esisteva più. Le rovine della nostra casa stavano bruciando. Per le strade c’erano macchine che bruciavano e carretti con rifugiati, persone, cavalli, e tutti gridavano e urlavano per la paura di morire. Vidi donne ferite, bambini, vecchi, che cercavano di farsi strada tra le fiamme e le rovine.

    Ci rifugiammo in un’altra cantina sovraffollata con uomini, donne e bambini feriti e sconvolti, che gridavano, piangevano e pregavano. Niente luce, tranne qualche torcia elettrica. Poi improvvisamente iniziò il secondo raid. Anche questo rifugio venne colpito, e così fuggimmo, una cantina dopo l’altra. Tanta, tantissima gente disperata arrivava dalle strade. Non è possibile descrivere la cosa! Un’esplosione dopo l’altra. Oltre ogni immaginazione, peggiore dell’incubo più spaventoso. Tantissime persone erano orribilmente bruciate e ferite. Respirare divenne sempre più difficile. Era buio, e tutti noi cercammo di lasciare la cantina con una paura inimmaginabile. Morti e moribondi venivano calpestati, le borse venivano abbandonate o strappate via dalle nostre mani dai fuggiaschi. Il canestro con le gemelline, coperto con vestiti bagnati, venne strappato via dalle mani di mia madre e fummo spinti fuori dalle persone dietro di noi. Vedemmo la strada che bruciava,, le rovine cadenti e la terribile tempesta di fuoco. Mia madre ci coprì con coperte e cappotti bagnati che aveva trovato in una tinozza.

    Vedemmo cose orribili: adulti bruciati ridotti alle dimensioni di bambini piccoli, pezzi di braccia e di gambe, cadaveri, intere famiglie bruciate a morte, persone in fiamme che correvano avanti e indietro, pullman bruciati pieni di gente, fuggiaschi e soldati morti, molti che chiamavano e cercavano i loro bambini e le loro famiglie, e fuoco ovunque, ovunque, e sempre il vento rovente della tempesta di fuoco che ricacciava le persone dentro le case in fiamme da cui cercavano di fuggire.

    Non posso dimenticare questi dettagli orribili. Non li dimenticherò mai.

    A mia madre ora rimaneva solo una piccola borsa con le nostre carte d’identità. Il canestro con le gemelline era scomparso e anche la mia sorella maggiore era sparita. Sebbene mia madre la cercasse immediatamente, fu inutile. Le ultime ore della notte trovammo rifugio nello scantinato di un ospedale vicino, circondati da persone che piangevano e morivano. Il giorno dopo cercammo mia sorella e le gemelline ma senza successo. La casa dove vivevamo era ridotta a una rovina in fiamme. Nella casa dove erano rimaste le gemelline non potevamo entrare. I soldati dissero che erano tutti morti bruciati e non vedemmo mai più le mie sorelline.

    Totalmente sfiniti, con i capelli bruciati, e seriamente ustionati e feriti dal fuoco, andammo verso il ponte di Loschwitz, dove trovammo brave persone che ci permisero di lavarci, di mangiare e di dormire. Ma solo per poco, perché improvvisamente iniziò il secondo raid (era ormai il 14 di Febbraio) e anche questa casa venne bombardata e le nostre carte d’identità rimasero bruciate. Completamente sfiniti ci precipitammo oltre il ponte (sopra il fiume Elba) insieme a molti altri senzatetto e trovammo un’altra famiglia pronta ad aiutarci, perché in qualche modo la loro casa era scampata a quest’orrore.

    In tutta questa tragedia avevo completamente dimenticato il mio decimo compleanno. Ma il giorno dopo mia madre mi sorprese con un pezzo di salsiccia che aveva chiesto alla Croce Rossa. Questo fu il mio regalo di compleanno.

    I giorni e le settimane seguenti cercammo la mia sorella maggiore, ma invano. Scrivemmo il nostro nuovo indirizzo sugli ultimi muri della nostra casa danneggiata. Alla metà di Marzo venimmo sfollati in un piccolo villaggio vicino Oschatz e il 31 Marzo ricevemmo una lettera da mia sorella. Era viva! In quella notte disastrosa ci aveva perduto e con altri bambini dispersi venne portata in un villaggio vicino. In seguito trovò il nostro indirizzo sui muri della nostra casa e all’inizio di Aprile mia madre la portò nella nostra nuova casa.

    Potete stare certi che le orribili esperienze di questa notte di Dresda provocarono sogni confusi, notti insonni e sconvolsero le nostre anime, la mia e quella dei miei familiari. Anni dopo pensai intensamente alla questione, alle cause e al contesto politico di quella notte. Questo divenne molto importante per tutta la mia vita e per le mie decisioni ulteriori.
    [1] http://www.timewitnesses.org/english/~lothar.html


    Pubblicato da Andrea Carancini

    http://andreacarancini.blogspot.com/

    C'è un' altra sinistra

    C'è un'altra sinistraSi può essere comunisti e obiettivi, come dimostra quest'articolo. Non è obbligatorio riconoscersi nei mistificatori







    Premessa: credo che Curzio Maltese abbia raccontato ciò che ha visto. Credo nella sua versione dei fatti. E proprio per questo, sarebbe opportuno che si apra un'inchiesta su chi erano gli attempati studenti anche più grandi di lui che "dicevano di essere del Blocco Studentesco", visto che il più vecchio là in mezzo ha 23 anni.
    Premesso questo, e dopo aver ascoltato tutto e tutti, stavolta parlo io sui fatti di piazza Navona. Io so. So perchè alcuni dei ragazzi del Blocco Studentesco li conosco di persona, e so come sono fatti. Se una persona di 130 Kg va da uno di loro dicendo "ti spacco la faccia se non sparisci", non solo non scappano, ma pur sapendo di essere in inferiorità fisica, si arrotolano le maniche e dicono "avanti!". Questi sono i ragazzi del blocco. Magari sanno di prenderle, ma non si tirano indietro. Ma qualunque video o foto che li scagioni, loro saranno sempre dalla parte perdente, in questa Italia, perchè si dichiarano i fascisti del terzo millennio, e in qualità di fascisti sono sporchi brutti e cattivi, e vanno puniti. Poco conta se manifestano senza simboli o mani tese o inni, anzi urlando "siamo tutti quanti studenti". Poco conta perchè loro sono e saranno sempre neo fascisti, quindi sporchi brutti e cattivi. Anche se hanno ragione, il solo fatto di essere fascisti, vuol dire che sono bastardi e vigliacchi. Anche se aspettano con coraggio (in trenta) un gruppo armato di almeno 300 persone che gli va incontro non certo per farsi una partitina a carte. Loro aspettano l'aggressione a volto scoperto, con sguardo fiero, in posizione militare. Tutti a difendere il proprio diritto di manifestare. Ma loro non sanno che in realtà non possono manifestare. Non posso sempre per lo stesso motivo: perchè sono sporchi, brutti e cattivi. Voglio raccontare un incrocio di video, oggi. Una cosa che forse è passato casualmente sotto banco. L'ingresso nella "scena del crimine" di un'ambulanza. Non un'ambulanza che doveva soccorrere qualcuno, perchè non c'era nessuna sirena, nessuna emergenza. Un'ambulanza che era lì, casualmente, per una passeggiata a Piazza Navona, evidentemente. Bene, questa ambulanza è presente in un video. Fa allontanare i ragazzi del Blocco spingendoli in un angolo, e subito dopo, qualche attimo dopo (ma la vita è fatta di attimi, sono preziosissimi, quindi), entrano nella piazza oltre 300 persone, armate che hanno il tempo di fare la sfilata per tutta la piazza senza che nessuno li fermi. Queste persone, erano arrivate partendo da tutt'altra zona di Roma, bastoni alla mano, hanno attraversato tutta la città senza che nessuno li fermasse, sono state bloccate poco prima della piazza dalle forze dell'ordine, e a un certo punto, un uomo della sicurezza autorizza l'ingresso. Fermi gli uni (300) davanti agli altri (30), sono stati così pochissimo tempo, venti metri la distanza che li separava. Gli agenti a guardare il tutto. Mancava solo la musica di Morricone, perchè il film era una storia vecchia, già vista. Dopo le prime bottiglie volate, i ragazzi del blocco erano ancora fermi. Un giornalista su rai news 24, dice che non è importante chi inizia, la cosa che conta è che non si deve usare violenza. Quindi il messaggio è: anche se hanno iniziato i ragazzi (non studenti) dei centri sociali, voi dovevate stare lì e prenderle, oppure andarvene. Sapete perchè? Perchè siete sporchi, brutti e cattivi. Ora, tralasciamo i gossip dei vari giornali e le bufale di Beppe Grillo, che volevano attribuire a un ragazzo di venti anni il ruolo di infiltrato della polizia. Un ragazzo che da quattro anni milita dentro Casa Pound, l'isola dei pirati della destra, una bufala poi smentita da Repubblica. E tralasciamo anche dettagli come quello del ragazzo 35enne arrestato di Rifondazione, la cui difesa è che era lì perchè l'ha chiamato la polizia. Questi sono fatti di cui parleranno i giornali autorizzati. A noi interessava solo sapere come mai un'ambulanza dentro piazza Navona che non ci passa mai, neanche quando c'è un'emergenza, entra tranquilla per passeggiare durante una manifestazione. In una piazza dove fino a poco tempo prima si cantava e ballava sulle note di Rino Gaetano. Tralasciamo tutti gli altri dettagli come l'associazione forzata del Blocco Studentesco a Forza Nuova, due entità lontane anni luce tra loro, ma sempre sulla bocca dei giornalisti e dei politici che sanno la verità e mentono sapendo di mentire. Non importa, in fondo, perchè chiunque abbia voluto creare lo scontro, la colpa è di... indovinate? Proprio così, di quelli sporchi, brutti e cattivi. E quelli che beneficeranno dello scontro? Puntiamo il dito su di loro. E sicuramente non sono studenti. In una realtà come quella attuale, se sei onesto ma fascista, è peggio che essere ladro assassino ma democristiano dentro. Non c'è niente da fare, Cossiga è sempre Cossiga.
    la previsione/maledizione di Pasolini
    "Che vi vengano figli fascisti - questa la nuova maledizione - figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l'odio nato dal vostro odio"
    Pier Paolo Pasolini
       

    Vittorio Veneto

    http://tulanepadova.pbwiki.com/f/milite-ignoto.jpghttp://www.zap16.com/images/tricolore.jpg
       

    Comunicato del CPE sulla “riforma” della scuola e dell’università

    30.10.2008 - Comunicato del CPE sulla “riforma” della scuola e dell’università

    La posizione del Coordinamento Progetto Eurasia sulla "riforma" della scuola e dell'università. Orientamenti generali.


    Il Coordinamento Progetto Eurasia, senza entrare nel merito dei singoli dettagli della “riforma” della scuola e dell’università, ribadisce alcuni princîpi di carattere generale.

    Alla scuola e all'università, in tutte le loro componenti, dev’essere restituita autorevolezza, in quanto luoghi deputati allo studio e perciò alla formazione della persona umana, in sé e in quanto facente parte di una comunità.
    Tutto il contrario del diplomificio-parcheggio attuale, salvo poche e lodevoli eccezioni.
    Tutto il contrario delle moderne "educazione" e "pedagogia" sessantottine e cattoliche.
    Quindi, no alla scuola delle "tre I" (“inglese, internet, impresa”), sì a una scuola che formi cittadini consapevoli e che avvii sia al lavoro (vero, non quello "precario") sia all'università, a prescindere dal censo, per la reale formazione di cittadini preparati e, in particolare, la creazione di una élite finalmente "giovane", sulla base del principio secondo cui l’ignoranza significa esclusione dalla partecipazione.
    Soldi pubblici a scuola e università pubbliche, quindi, mentre le scuole private - che hanno il diritto di esistere - devono finanziarsi da sole.

    Quanto alle manifestazioni di protesta contro il “decreto Gelmini”, il Coordinamento Progetto Eurasia invita a non “scambiare il dito per la luna”. Se questa “riforma”, al di là di singoli aspetti coi quali si può essere d’accordo o meno, sancisce un arretramento del “pubblico” rispetto al “privato” nell’ambito della scuola e dell’istruzione, è bene, prima di prendersela col ministro di turno, individuare nella mancanza di sovranità nazionale dell’Italia la radice del problema.

    L’Italia, infatti, è una colonia degli Stati Uniti, i quali la occupano con oltre 100 installazioni militari e ne condizionano pesantemente la politica, l’economia e la cultura. Gli Stati Uniti fanno e disfanno i governi “italiani”, fanno e disfanno i partiti “italiani”, impongono questo o quel ministro “italiano”. Le “riforme” da essi dettate sono quelle che rafforzano loro e indeboliscono noi. Ecco perché la nostra università non deve funzionare e la nostra scuola deve andare allo sfascio! Il resto lo fanno dei nani politici che, incarnando ataviche tare degli italiani, pensano di fare l’“interesse nazionale” servendo l’America.

    Il Coordinamento Progetto Eurasia approva perciò tutte quelle “proteste” di carattere propositivo che accolgano i suddetti, sintetici principi di carattere generale. Non approva invece il “ribellismo” fine a se stesso e le strumentalizzazioni di gruppi di “politicizzati”, “di destra” e “di sinistra”, che inscenando scontri fuori dalla storia svolgono il classico ruolo degli “utili idioti” ipermediatizzati da giornali e tv. Si auspica perciò che dal seno della scuola e dell’università emergano personalità che, rifiutando lo status di colonia imposto all’Italia dal 1945, elaborino idee e proposte che sanciscano una definitiva rottura con un modello di scuola e d’università estraneo alla natura, alla cultura e alla storia del popolo italiano.

    http://www.cpeurasia.org/?read=14795

    http://www.cpeurasia.org/

    Scuola e dintorni...

    Talking Cosa succede tra gli studenti italiani?

    http://notizie.tiscali.it/media/contro_gelmini.jpg_871977061.jpg

    I protagonisti di questa storia sono Tizio e Caio.Entrambi si conoscono da una vita,sono vicini di casa,stessa età,stesso corso di studi.La loro unica differenza sta nella fede politica:Tizio è si sinistra mentre Caio è di Destra.

    Tizio:"Ciao Caio,hai sentito la notizia?"
    Caio:"Quale?"
    Tizio:"Tutti gli studenti italiani protestano contro la riforma Gelmini"
    Caio:"Ah si,ma non c'ho capito niente.In che consiste sta riforma?"
    Tizio:"Non lo so neanche io.Andiamo a chiedere spiegazioni al Rettore!"
    Caio:"Si,buona idea".

    Il Rettore è un uomo allegro,rispettato e amato da tutti.Non importa che sia cresciuto in un'ambiente di sinistra:nel PCI quando ancora era uno studente,poi nei DS,per finire ora nel PD.Tutti,comunque,lo ritengono una persona affidabile e super partes.

    Rettore:"Entrate pure"
    Tizio e Caio: "Buongiorno"
    Rettore:"Buongiorno,ditemi pure,prego"
    Tizio:"Abbiamo sentito la notizia delle proteste"
    Caio:"Contro la riforma del governo"
    Rettore:"Purtroppo è vero ragazzi.Il governo vuole privatizzare l'università!Ci taglia i fondi per i nostri corsi di laurea e presto ci affiderà a organizzazioni private"
    Caio:"E' assurdo! Come si può svendere l'università così,dandola al miglior offerente?"
    Rettore:"E per di più senza interpellarci!"
    Tizio:"Si,bisogna che protestiamo anche noi.Raduno subito i membri della mia organizzazione di sinistra per studiare cosa fare"
    Caio:"Si,anche io convincerò la mia associazione di destra a manifestare contro il governo,e se occorre pure ad occupare l'Ateneo!"
    Rettore:"Si,bravi ragazzi,organizzatevi.Sappiate che io e la maggior parte dei docenti vi sosteniamo.Abbiamo fatto il '68!Sappiamo come aiutarvi"
    Tizio e Caio:"Grazie del supporto che ci fornite,magnifico Rettore.Arrivederci"
    Rettore:"Arrivederci"

    Il giorno dopo Tizio e Caio si rincontrano,con tutti i membri delle rispettive associazioni studentesche...

    Caio:"Hai visto 'Matrix' ieri sera?"
    Tizio:"No,ho visto 'Porta a Porta'.Hanno detto che destra e sinistra manifestano insieme.Non ci sono più divisioni ideologiche,compagni e camerati uniti nella lotta!"
    Caio:"Sei sicuro che non stavi vedendo Canale 5?"
    Tizio:"No,mediaset non la guado mai"
    Caio:"Vabbè"

    Così,gli studenti occupano l'ateneo e si organizza la manifestazione...

    Tutti:"LA GELMINI NON LA VOGLIAMO!!!"
    Caio:"Si,è pure racchia!"
    Tizio:"Ah,perchè è una donna?Tutti parlano di 'Riforma Gelmini',ma nessuno ha detto ancora che è una donna!"
    Caio:"Si,dice che si chiama MariaStar"
    Tizio:E che razza di nome è?
    Sempronio:"Guardate che la riforma Gelmini non parla mica dell'Università!"
    Tutti (guardando Sempronio):"Come no?"
    Sempronio:"E no. E' nella legge del bilancio finanziario,la133/2008,che si parla di tagli all'Università e alla Ricerca"
    Caio:"Ah già.E' pure più logica la cosa"
    Tizio:"E chi l'ha fa sta finanziaria?"
    Sempronio:"Beh,principalmente se ne occupa il ministro dell'Economia e delle Finanze,ma non solo..."
    Tizio:"E chi è?"
    Caio:"Tremonti! Cazzo,mi stava pure simpatico!"
    Tizio:"Eh vabbè,non è successo niente.Vorrà dire che cambieremo i cori!"
    Tutti:"NOI TREMONTI NON LO VOGLIAMO!"
    Sempronio:"Comunque la finanziari è stata fatta ad Agosto ed è già legge.E se devo dirla tutta,i tagli non li ha fatti solo questo governo,ma anche quello precedente e quelli prima pure"
    Tizio:"Non ci sto capendo più nulla.Lasciamo perdere i tagli dei fondi.Cantiamo contro i Baroni!"
    Caio:"Chi sono i Baroni?"
    Tizio:"Quelli che comandano l'Università al posto dello Stato"
    Caio:"Ma non dicevano che l'Università doveva essere privatizzata da Berlusconi?Adesso questi Baroni che comanandano,da dove sono usciti?Tu li conosci?
    Tizio:"Non ho mai visto un nobile in vita mia"
    Sempronio:"Il nostro Barone è il magnifico Rettore!"
    Caio:"Non può essere.Sta manifestando con noi!"
    Tizio:"Si,contro i Baroni"
    Sempronio:"Più Barone di quello non c'è nessuno.Prende uno stipendio enorme.Ha fatto carriera col partito e ora ha sistemato dentro l'Università moglie,figli e parenti"
    Tizio:"Allora lasciamo perdere i Baroni.Protestiamo contro la privatizzazione"
    Caio:"Ma se l'Università è del Barone,vuol dire che è già privatizzata!"
    Tizio."No,scemo...Privatizzare significa dare l'Università Pubblica alle Banche e alle Assicurazioni!"
    Sempronio:"Allora siamo già in mano ai privati"
    Tizio:"Perchè?"
    Sempronio:"Perchè praticamente paghiamo le tasse alla banca...Quando ti danno il bollettino con cui pagare le tasse,cosa vedi per prima cosa?"
    Caio:"Il simbolo dell' 'UNICREDIT'"
    Sempronio:"Esatto"
    Tizio:"Ma allora e vero.Vabbè,lasciamo perdere anche la privatizzazione.Protestiamo contro Berlusconi,così andiamo sul sicuro!"
    Caio:"Mi sta venendo un dubbio,non è che ci stanno fregando?"
    Sempronio:"Finalmente l'avete capito!...Come si dice? Meglio tardi che mai!"

    JAK BANK!

    Un'idea: JAK Bank!

    Cos'è la Jak Bank? Ecco di seguito alcune notizie tratte da alcuni siti. Questo sito si propone come "Divulgatore di notizie e Promotore italiano dell'iniziativa" per costituire anche da noi in Italia una JAK Bank! Uniamoci in questo ambizioso progetto: lo sforzo di molti sarà il successo di tutti!

    Si tratta di un circuito di banche che agiscono per una economia libera dall'interesse.

    Il sistema JAK si basa sul fatto che una persona in periodi diversi della propria vita può trovarsi ad essere sia risparmiatore che bisognoso di prestiti, e che se si riesce a bilanciare il flusso nel tempo tra debiti e crediti di ogni risparmiatore si può creare un sistema in cui chi oggi deposita i risparmi potrà domani ricevere un prestito.

    In pratica, chi deposita i propri risparmi presso la banca JAK ha un interesse nullo sul proprio conto ma acquisisce dei punti in base alla quantità e alla durata del suo prestito.

    Quando sarà lui ad avere bisogno di soldi, in base ai punti accumulati, potrà chiedere un prestito a condizioni vantaggiose.

    Il costo per la gestione dei prestiti corrisponde ad un interesse che serve a pagare le spese di struttura della banca. La banca cooperativa JAK svedese conta oggi su 35.000 soci con una raccolta di risparmi vicina ai 100 milioni di Euro.

    Il giornalista televisivo Giorgio Simonetti ci racconta come funziona questa rivoluzionaria implementazione dell'idea di banca etica:

    "Un gruppo di 35.000 persone immagina una società libera dal concetto di interesse. Il ragionamento che hanno fatto è questo: se mettiamo dei soldi in banca, parliamo di persone con redditi medio bassi, cioè la maggior parte di noi, gli interessi che percepisco servono si e no a pagare le spese. Però se chiedo un prestito mi spennano. Allora perchè non mettere il nostro denaro insieme e farlo circolare?"

    Il sito del sistema bancario svedese JAK è disponibile all'indirizzo www.jak.se, ove è possibile consultare anche le versioni in lingua inglese, francese, spagnola e tedesca.

    Della banca etica JAK si occupa anche WIKIPEDIA, che - giustamente - la definisce "banca cooperativa". Riportiamo di seguito la descrizione che di questa interessante esperienza fornisce l'Enciclopedia libera:

    La banca etica JAK (JAK Medlemsbank) è una banca cooperativa con sede a Skovde, Svezia. Una banca realmente posseduta dai suoi soci: ciascuno detiene 1 sola azione e ha lo stesso peso decisionale nell'annuale votazione del consiglio direttivo. JAK è un acronimo che sta per Jord Arbete Kapital, in svedese Terra Lavoro Capitale. Per Terra si intendono le risorse della natura, per Lavoro la risorsa data dal lavoro umano, per Capitale le infrastrutture create dall'uomo che permettono di potenziarne l'efficienza. Sono i 3 principi chiave dell'economia reale. Su queste 3 fondamenta si basa JAK, una banca che cerca di proporre un'alternativa concreta, in alcuni segmenti di mercato, all'economia speculativa contemporanea. Per speculazione si intende una rendita parassitaria derivante dalla matematica moltiplicazione del denaro grazie al meccanismo dell'interesse, scollegando quindi l'arricchimento dai concetti di Terra-Lavoro-Capitale. JAK propone in alternativa un modello finanziario e un servizio di risparmio e prestito libero dal concetto di interesse speculativo, raccogliendo 35.000 soci distribuiti su tutto il territorio svedese che si prestano denaro tra di loro bypassando il sistema bancario tradizionale. Attualmente i soci hanno risparmiato 97 milioni di euro dei quali 86 milioni sono dati in prestito a chi ne ha fatto richiesta (dati aggiornati al 2008). Obiettivo della banca è di non trarre profitto dal suo servizio.

    Come le Banche Islamiche la banca JAK non carica o paga interessi sui suoi prestiti/rispami (considerati Usura nell'accezione primigenia del termine). Tutte le attività della banca avvengono fuori dal mercato finanziario poichè i suoi prestiti sono finanziati solamente dai risparmi dei soci. I costi amministrativi e di sviluppo sono pagati dalla quota associativa e dalla tassa sul prestito, che è pari ad un Indice Sintetico di Costo (tasso annuo effettivo di interesse che comprende tutte le spese accessorie) mediamente del 2,5% fisso. Il meccanismo del prestito è basato sul concetto dei punti di risparmio, punti che vengono accumulati nei periodi di risparmio e consumati nei periodi in cui si accede al prestito. L'idea di base che rende sostenibile l'intero sistema è che i punti di risparmio guadagnati debbano per forza eguagliare i punti di risparmio spesi. Per realizzare questo equilibrio, se all'accensione del mutuo i punti di risparmio consumati sono maggiori di quelli accumulati, bisogna obbligatoriamente continuare a risparmiare durante il periodo di ripagamento del prestito, così da continuare ad accumulare punti di risparmio. Alla fine del periodo di ripagamento del mutuo, quando i punti di risparmio presi in prestito eguaglieranno quelli guadagnati, si potrà riprelevare la somma totale dei risparmi "obbligatori" versati, che nel frattempo sono stati prestati ad altri soci.

    L'associazione cooperativa Jord Arbejde Kapital è stata fondata in Danimarca durante la Grande Depressione nel 1931. L'associazione mise in circolazione una Valuta locale che è stata successivamente dichiarata fuori legge dal governo Danese nel 1933. Nel 1934 la JAK danese fondò un sistema di risparmio e prestito senza interesse e un sistema locale di commercio e scambio di beni (LETS). Sebbene entrambi i sistemi furono costretti a chiudere, il sistema di prestito e risparmio riemerse nel 1944. L'esperimento della banca JAK Danese ispirò un gruppo in Svezia che fondò un' associazione no-profit chiamata Jord Arbete Kapital - Riksf–rening f–r Ekonomisk Frig–relse (Associazione Nazionale per l'Emancipazione Economica) nel 1965, che sviluppò il sistema matematico basato sui punti di risparmio chiamato "sistema di risparmio bilanciato". L'associazione crebbe lentamente all'inizio e ricevette la licenza bancaria dall'Autorità di Vigilanza Finanziaria Svedese solo alla fine del 1997.

    In accordo con la filosofia JAK, l'instabilità economica è la diretta conseguenza di un'economia basata sulla rendita da interesse. JAK opera in base alle seguenti premesse:

    • - La rendita da interesse è nemica di un'economia stabile
    • - L'interesse causa disoccupazione, inflazione e distruzione dell'ambiente
    • - L'interesse sposta matematicamente denaro dai poveri verso i ricchi
    • - L'interesse favorisce progetti che tendono a raggiungere alti profitti in poco tempo

    Il fine ultimo di JAK è l'abolizione dell'interesse speculativo e la creazione di una società interest-free.

    Nell'attuale sistema l'interesse è sostituito da un sistema di pagamento del servizio del prestito, con lo scopo di creare uno strumento finanziario vantaggioso per i propri soci, sostenibile per l'ambiente e al servizio delle economie locali. Il marketing di JAK è fatto principalmente dai volontari mediante il passaparola. Circa 550 soci organizzati in 28 circoscrizioni locali prestano servizio volontario per promuovere l'idea finanziaria di JAK e per trovare nuovi soci. I depositi e i prestiti sono fatti in Corone Svedesi (SEK).

    Ipoteche o garanzie personali possono essere date solo se la proprietà o il garante è Svedese. Per essere socio JAK bisogna risiedere in Svezia. I risparmi dei soci sono coperti dalla garanzia di deposito del sistema bancario Svedese.http://www.jakbankitalia.it/presentazione/index.html

    DA SOSTENERE!!!!

    Inno nazional-rivoluzionario!

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    Tu sei cattivo con me
    perché ti piace sognare
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    Tu sei cattivo con me
    perché mi lasci da sola
    e ti guardi quei film
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    Ma quando viene sera
    tu mi parli d’amore
    e guardandomi negli occhi
    mi fai sentire davvero
    una donna un po’ porno

     

    USURAIcolpevoli della crisi!

    Alle origini della grande truffa




     

    Il Debito pubblico non esiste




     

    Crisi...

    Elementi di politica monetaria e commerciale del Terzo Reich

    DI ELLEN BROWN
    webofdebt

    Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta [collegata all’] oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti... ci viene da ridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della banca di stato”.</EM>
    (Adolf Hitler, citato in “Hitler’s Monetary System”, www.rense.com, che cita C. C. Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949)

    Quello di Guernsey non fu l’unico governo a risolvere i propri problemi infrastrutturali stampando da solo la propria moneta. (Vedi E. Brown, "Waking Up on a Minnesota Bridge," www.webofdebt.com/articles/infrastructure-crisis.php, del 4 agosto 2007).

    Un modello assai più noto si può trovarlo nella Germania uscita dalla Prima Guerra Mondiale. Quando Hitler arrivò al potere, il paese era completamente, disperatamente in rovina. Il Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti che lo avevano distrutto, con i quali si intendeva rimborsare i costi sostenuti nella partecipazione alla guerra per tutti i paesi belligeranti. Costi che ammontavano al triplo del valore di tutte le proprietà esistenti nel paese. La speculazione sul marco tedesco aveva provocato il suo crollo, affrettando l’avvento di uno dei fenomeni d’inflazione più rovinosi della modernità.

    Al suo apice, una carriola piena di banconote, per l’equivalente di 100 miliardi di marchi, non bastava a comprare nemmeno un tozzo di pane. Le casse dello stato erano vuote ed enormi quantità di case e di fattorie erano state sequestrate dalle banche e dagli speculatori. La gente viveva nelle baracche e moriva di fame. Nulla di simile era mai accaduto in precedenza: la totale distruzione di una moneta nazionale, che aveva spazzato via i risparmi della gente, le loro attività e l’economia in generale. A peggiorare le cose arrivò, alla fine del decennio, la depressione globale. La Germania non poteva far altro che soccombere alla schiavitù del debito e agli strozzini internazionali.

    O almeno così sembrava. Hitler e i Nazional Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta. In questo presero esempio da Abraham Lincoln, che aveva finanziato la Guerra Civile Americana con banconote stampate dallo stato, che venivano chiamate “Greenbacks”. Hitler iniziò il suo programma di credito nazionale elaborando un piano di lavori pubblici. I progetti destinati a essere finanziati comprendevano le infrastrutture contro gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali. Il costo di tutti questi progetti fu fissato a un miliardo di unità della valuta nazionale. Un miliardo di biglietti di cambio non inflazionati, chiamati Certificati Lavorativi del Tesoro. Questa moneta stampata dal governo non aveva come riferimento l’oro, ma tutto ciò che possedeva un valore concreto. Essenzialmente si trattava di una ricevuta rilasciata in cambio del lavoro e delle opere che venivano consegnate al governo. Hitler diceva: “Per ogni marco che viene stampato, noi abbiamo richiesto l’equivalente di un marco di lavoro svolto o di beni prodotti”. I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e servizi, creando lavoro per altre persone.

    Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato risolto e il paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza. La Germania riuscì anche a ripristinare i suoi commerci con l’estero, nonostante le banche estere le negassero credito e dovesse fronteggiare un boicottaggio economico internazionale. Ci riuscì utilizzando il sistema del baratto: beni e servizi venivano scambiati direttamente con gli altri paesi, aggirando le banche internazionali. Questo sistema di scambio diretto avveniva senza creare debito né deficit commerciale. L’esperimento economico della Germania, proprio come quello di Lincoln, ebbe vita breve; ma lasciò alcuni durevoli monumenti al suo successo, come la famosa Autobahn, la prima rete del mondo di autostrade a larga estensione (1).

    Di Hjalmar Schacht, che era all’epoca a capo della banca centrale tedesca, viene spesso citato un motto che riassume la versione tedesca del miracolo del “Greenback”. Un banchiere americano gli aveva detto: “Dottor Schacht, lei dovrebbe venire in America. Lì abbiamo un sacco di denaro ed è questo il vero modo di gestire un sistema bancario”. Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario” (2).

    Benché Hitler sia giustamente citato con infamia nei libri di storia, egli fu piuttosto popolare presso il popolo tedesco, almeno nei primi tempi. Stephen Zarlenga, in The Lost Science of Money, afferma che ciò era dovuto al fatto che egli salvò temporaneamente la Germania dalle teorie economiche inglesi. Le teorie secondo le quali il denaro deve essere scambiato sulla base delle riserve aurifere in possesso di un cartello di banche private piuttosto che stampato direttamente dal governo (3). Secondo il ricercatore canadese Henry Makow, questo fu probabilmente il motivo principale per cui Hitler doveva essere fermato; egli era riuscito a scavalcare i banchieri internazionali e a creare una propria moneta. Makow cita un interrogatorio del 1938 di C. G. Rakovsky, uno dei fondatori del bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sotto processo nell’URSS di Stalin. Secondo Rakovsky, l’ascesa di Hitler era stata in realtà finanziata dai banchieri internazionali, attraverso il loro agente Hjalmar Schacht, allo scopo di tenere sotto controllo Stalin, che aveva usurpato il potere al loro agente Trotzky. Ma Hitler era poi diventato una minaccia anche maggiore di quella rappresentata da Stalin quando aveva compiuto l’audace passo di iniziare a stampare moneta propria. Rakovsky affermava:

    “[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo al lavoro per il bene dello stato... se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri stati... potete ben immaginarne le implicazioni controrivoluzionarie” (4).

    L’economista Henry C. K. Liu ha scritto sull’incredibile trasformazione tedesca:

    “I nazisti arrivarono al potere in Germania nel 1933, in un momento in cui l’economia era al collasso totale, con rovinosi obblighi di risarcimento postbellico e zero prospettive per il credito e gli investimenti stranieri. Eppure, attraverso una politica di sovranità monetaria indipendente e un programma di lavori pubblici che garantiva la piena occupazione, il Terzo Reich riuscì a trasformare una Germania in bancarotta, privata perfino di colonie da poter sfruttare, nell’economia più forte d’Europa, in soli quattro anni, ancor prima che iniziassero le spese per gli armamenti” (5).

    In Billions for the Bankers, Debts for the People [Miliardi per le Banche, Debito per i Popoli], (1984), Sheldon Emry commenta:

    “Dal 1935 in poi, la Germania iniziò a stampare una moneta libera dal debito e dagli interessi, ed è questo che spiega la sua travolgente ascesa dalla depressione alla condizione di potenza mondiale in soli 5 anni. La Germania finanziò il proprio governo e tutte le operazioni belliche, dal 1935 al 1945, senza aver bisogno di oro né di debito, e fu necessaria l’unione di tutto il mondo capitalista e comunista per distruggere il potere della Germania sull’Europa e riportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri. Questa vicenda monetaria non compare oggi più neanche nei testi delle scuole pubbliche”.

    UN ALTRO SGUARDO ALL’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR

    Nei testi moderni si parla della disastrosa inflazione che colpì nel 1923 la Repubblica di Weimar (nome con cui è conosciuta la repubblica che governò la Germania dal 1919 al 1933). La radicale svalutazione del marco tedesco è citata nei testi come esempio di ciò che può accadere quando ai governi viene conferito il potere incontrollato di stampare da soli la propria moneta. Questo è il motivo per cui viene citata, ma nel complesso mondo dell’economia le cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbe inizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal Trattato di Versailles. Schacht, che all’epoca era il responsabile della zecca della repubblica, si lamentava:

    “Il Trattato di Versailles è un ingegnoso sistema di provvedimenti che hanno per fine la distruzione economica della Germania... Il Reich non è riuscito a trovare un sistema per tenersi a galla diverso dall’espediente inflazionistico di continuare a stampare banconote”.

    Questo era ciò che egli dichiarava all’inizio. Ma Zarlenga scrive che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, decise “di tirar fuori la verità, scrivendo in lingua tedesca alcune notevoli rivelazioni che fanno a pezzi la “saggezza comune” propagandata dalla comunità finanziaria riguardo all’iperinflazione tedesca”(6). Schacht rivelò che era la Banca del Reich, posseduta da privati, e non il governo tedesco che pompava nuova valuta nell’economia. Come la Federal Reserve americana, la Banca del Reich agiva sì sotto la supervisione di ufficiali del governo, ma operava per fini di profitto privato. Ciò che trasformò l’inflazione della guerra in iperinflazione fu la speculazione degli investitori stranieri, che vendevano marchi a breve termine scommettendo sulla loro perdita di valore. Nel meccanismo finanziario conosciuto come vendita a breve termine, gli speculatori prendono in prestito qualcosa che non possiedono, la vendono e poi “coprono” le spese ricomprandola a prezzo inferiore. La speculazione sul marco tedesco fu resa possibile dal fatto che la Banca del Reich rendeva disponibili massicce quantità di denaro liquido per i prestiti, marchi che venivano creati dal nulla annotando entrate sui registri bancari e poi prestati ad interessi vantaggiosi. Quando la Banca del Reich non riuscì più a far fronte alla vorace richiesta di marchi, ad altre banche private fu permesso di crearli dal nulla e di prestarli, a loro volta, a interesse (7).

    Secondo Schacht, quindi, non solo non fu il governo a provocare l’iperinflazione di Weimar, ma fu proprio il governo che la tenne sotto controllo. Alla Banca del Reich furono imposti severi regolamenti governativi e vennero prese immediate misure correttive per bloccare le speculazioni straniere, eliminando le possibilità di facile accesso ai prestiti del denaro fabbricato dalle banche. Hitler poi rimise in sesto il paese con i suoi Certificati del Tesoro, stampati dal governo su modello del Greenback americano.

    Schacht disapprovava l’emissione di moneta da parte del governo e fu rimosso dal suo incarico alla Banca del Reich quando si rifiutò di sostenerlo (cosa che probabilmente lo salvò al Processo di Norimberga). Ma nelle sue memorie più tarde, egli dovette riconoscere che consentire al governo di stampare la moneta di cui aveva bisogno non aveva prodotto affatto l’inflazione prevista dalla teoria economica classica. Teorizzò che essa fosse dovuta al fatto che le fattorie erano ancora inoperose e la gente senza lavoro. In questo si trovò d’accordo con John Maynard Keynes: quando le risorse per incrementare la produzione furono disponibili, aggiungere liquidità all’economia non provocò affatto l’aumento dei prezzi; provocò invece la crescita di beni e di servizi. Offerta e domanda crebbero di pari passo, lasciando i prezzi inalterati.


    1 - Matt Koehl, "The Good Society?", www.rense.com (13 gennaio 2005); Stephen Zarlenga, The Lost Science of Money (Valatie, New York: American Monetary Institute, 2002), pagine 590-600.
    2 - John Weitz, Hitler's Banker (Inghilterra: Warner Books, 1999).
    3 - S. Zarlenga, op. cit.
    4 - Henry Makow, "Hitler Did Not Want War," www.savethemales.com (21 marzo 2004).
    5 - Henry C. K. Liu, "Nazism and the German Economic Miracle," Asia Times (24 maggio 2005).
    6 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation: A 'Private' Affair," Barnes Review (Luglio-Agosto 1999); David Kidd, "How Money Is Created in ," http://dkd.net/davekidd/politics/money.html (2001).
    7 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation", op. cit.


    Versione originale:

    Ellen Brown
    Fonte: http://www.webofdebt.com
    Link: http://www.webofdebt.com/articles/bankrupt-germany.php
    09.08.2007

    Versione italiana:

    Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
    Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2007-08
    16.08.07

    Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA
    da: www.comedonchisciotte.org
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    Fine Del Capitalismo

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    il Fondo
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    Contrariamente alle previsioni e alle dichiarazioni governative di appena due giorni fa, ieri, la Federal Reserve ha nazionalizzato, con una trasfusione salvavita, la più grande compagnia assicurativa del mondo: l’American International Group (Agi). L’investimento è di 85 miliardi di dollari ed è il più grande effettuato nella storia dalla Banca centrale Usa.
    Il piano di nazionalizzazione di intraprese private non finirà qui: l’effetto domino, avviato con i mutui subprime, sta facendo venire giù, uno dopo l’altro, tutti i muri e tutte le colonne portanti di Wall Street e zone collegate…

    Si prevede che, a breve, le speculazioni al ribasso già in atto, metteranno il governo americano nella condizione di nazionalizzare altri due mostri della sua, ormai ex, economia capitalista: la Morgan Stanley (che già a marzo aveva ricevuto in soccorso 35 miliardi di dollari) e la famigerata (anche qui da noi per i noti esponenti politici che risultano esserle affiliati…) Goldman Sachs. Qualora avvenisse ciò, La Federal Reserve non si potrebbe più esimere da intervenire a salvataggio di tutte le banche che si dovessero trovare in analoghe situazioni…

    Anzi, e meglio: il Governo Usa ha già pronto il piano per la nazionalizzazione di tutti gli istituti di credito e di finanza ancor prima che entrino nella zona rossa di pericolo fallimento. Qualcuno ha già paragonato questo maxi-trust ad una “Iri” (di italica memoria) «elevata alla ennesima potenza…».

    Di fatto, è la dichiarazione di fallimento del capitalismo liberista, così come il pianeta Terra lo ha fin qui conosciuto. Perché, una cosa è certa: non si tratta di una crisi fisiologica e tutta interna al sistema americano ma, piuttosto, di una “tempesta” che, proprio a causa della globalizzazione del sistema finanziario, si farà sentire sopra e sotto la linea equatoriale, al di là e al di qua del meridiano zero…

    I dati in negativo registrati in questi giorni in tutte le borse del mondo sono lì a dimostrarlo…

    E non servirà a niente, al fine di uscire dall’occhio del ciclone, il ricorso a esperienze di crisi pregresse: è ormai chiaro che sta accadendo qualcosa che il mondo capitalista non ha mai dovuto affrontare prima… Non è detto, infatti, che il piano di nazionalizzazioni, in corso in America, dia i risultati (da loro…) sperati… Perché quel piano ha dei costi enormi per l’Erario, ovvero: per il contribuente che, inevitabilmente, porterà ad una regressione della produzione e dei consumi la cui gestibilità è tutta da verificare…

    Tanto per fare l’esempio a noi più prossimo e quindi per essere più chiari: di fronte a questa situazione, il ministro dell’Economia italiana, Giulio Tremonti, ha già dovuto ammettere che il previsto piano governativo di “tagli alle tasse” non potrà essere perseguito. E, almeno stavolta, non si tratta del solito escamotage per non tenere fede alle promesse elettorali. Quel “taglio”, nella attuale congiuntura, per di più in un paese a “crescita zero” come è il nostro, porterebbe al fallimento, più che probabile: certo, lo stato…

    Più che il taglio delle tasse (inoperabile), sono personalmente convinto che un qualche beneficio al mercato europeo lo apporterebbe il “taglio dei tassi” d’interesse sul costo del denaro… Ma sono almeno assai dubbioso che il signor Trichet, in nome e per conto della Banca centrale europea, voglia operare in tale direzione. Lui, di fronte al mostro incombente del crollo di tutto, è attestato sulla misera trincea di difesa dai pericoli dell’inflazione. Come dire: ho il cancro ma preferisco curarmi l’unghia incarnita (ammesso e non concesso che la sua ricetta serva a curarsi l’unghia…).

    miro renzaglia

    Hitler, Mussolini e Stalin

    JUNG CARL GUSTAV

    Hitler, Mussolini e Stalin



    - Che cosa succederebbe se Hitler, Mussolini e Stalin venissero rinchiusi insieme in una stanza, con un pezzo di pane e una brocca d'acqua bastanti per una settimana? Chi si accaparrerebbe tutto il cibo e tutta l'acqua? O forse se li dividerebbero?

    Dubito se li dividerebbero. Hitler, essendo il tipo dello sciamano, probabilmente si terrebbe sdegnosamente in disparte senza partecipare alla mischia. Senza il suo popolo tedesco, sarebbe impotente. Mussolini e Stalin, essendo entrambi il tipo del capovillaggio o del guerriero, probabilmente si disputerebbero il possesso di pane e acqua, e Stalin, essendo il più duro e prepotente, alla fine si accaparrerebbe tutto.
    Nella società primitiva c'erano due tipi di uomini potenti. Uno era il capovillaggio, fisicamente possente, più forte di tutti i suoi rivali; e l'altro era lo stregone, che non era forte per se stesso, bensì in “ragione del potere che il popolo proiettava su di lui”. Allo stesso modo da noi c'erano l'imperatore e il capo della comunità religiosa. L'imperatore comandava, disponeva di forza “fisica”, attraverso il suo esercito; il veggente, come lo stregone, possedeva scarsa o nessuna forza fisica, ma la sua potenza effettiva superava a volte quella dell'imperatore, perché per consenso popolare gli erano attribuiti poteri magici: vale a dire, capacità sovrannaturali. Poteva, per esempio, facilitare od ostacolare il passaggio alla beatitudine dopo la morte, porre al bando un membro della comunità, la comunità stessa o un'intera nazione, e provocare al popolo con la sua scomunica gravi danni e sciagure.
    Orbene, Mussolini è l'uomo della forza “fisica”. Lo si avverte immediatamente appena lo si guarda. La sua corporatura dà un'idea di muscoli robusti. È il capo in ragione del fatto che individualmente è più forte di ciascuno dei suoi avversari. E la sua mentalità corrisponde oggettivamente a questa classificazione: ha la psicologia del capovillaggio.
    Alla stessa categoria appartiene Stalin. Stalin tuttavia non è un creatore. Lenin lo era stato, ma Stalin sta divorando la creatura di Lenin. Stalin è un predatore; non ha fatto altro che prendersi quello che Lenin aveva creato per affondarvi i denti e divorarlo. Neppure nella distruzione è creativo. Lenin lo era, invece: abbatté l'intera struttura della società feudale e borghese della Russia sostituendola con un sistema di sua creazione, che ora Stalin sta distruggendo.
    Dal punto di vista psicologico, Stalin non è interessante come Mussolini, che pure gli somiglia nello schema di base della personalità, e non è neppure lontanamente interessante come lo stregone, il mito, come Hitler.

    Chiunque assuma il comando di centosettanta milioni di individui, come ha fatto Stalin, non può non essere interessante, che piaccia o meno.

    No, Stalin è solo un bruto, un contadino furbo, una belva istintiva e possente, di gran lunga il più potente, questo è vero, di tutti i dittatori. Con quel collo taurino, i baffoni spioventi, e il sorriso di un gatto che ha appena rubato la panna, fa venire in mente una tigre siberiana dalle zanne a sciabola. Gengis Khan, diciamo, potrebbe essere considerato uno Stalin “ante litteram”. Non mi stupirei se si facesse acclamare zar.
    Hitler è tutt'altra cosa. La sua costituzione fisica non dà un'idea di forza. La caratteristica più evidente della sua fisionomia è lo sguardo sognante. È questo che mi ha colpito più di tutto nel vedere le fotografie scattate durante la crisi cecoslovacca: nei suoi occhi c'era lo sguardo del veggente.
    Non c'è dubbio che Hitler rientri nella categoria dello sciamano. Come ebbe a osservare qualcuno durante l'ultimo congresso del partito a Norimberga, non si è visto niente di simile dai tempi di Maometto.
    La caratteristica segnatamente mistica di Hitler è ciò che lo spinge a fare cose che “a noi” sembrano illogiche, inesplicabili, stravaganti e irragionevoli. Ma riflettiamo: persino la terminologia dei nazisti è chiaramente mistica. Prendiamo il nome stesso dello Stato nazista. Lo chiamano il Terzo Reich. Perché?

    — Perché il Primo Reich fu il Sacro Romano Impero, il secondo quello fondato da Bismarck e quello di Hitler è il terzo.

    Certo. Ma c'è un significato più profondo. Nessuno chiamò il regno di Carlo Magno il Primo Reich, né quello di Guglielmo il Secondo Reich. Solo i nazisti chiamano il proprio Stato il Terzo Reich. Perché ha un profondo significato “mistico”: nell'inconscio di ogni tedesco l'espressione “Terzo Reich” risveglia echi della gerarchia biblica. Perciò Hitler, che per parte sua ha più di una volta lasciato intendere di essere conscio della propria missione mistica, appare ai devoti del Terzo Reich qualcosa di più di un semplice uomo.
    E, ancora, prendiamo la diffusa reviviscenza del culto di Wotan nel Terzo Reich. Chi era Wotan? Il dio del vento. Prendiamo la denominazione “Sturmabteilung”, milizia della tempesta. La tempesta, capisce: il vento. Alla stessa stregua, la svastica è una ruota che forma un vortice ruotante incessantemente verso sinistra: il che nella simbologia buddhista ha un significato appunto sinistro, infausto, diretto verso l'inconscio.
    E tutti questi simboli di un Terzo Reich guidato dal suo profeta sotto le insegne del vento e della tempesta e del vortice incessante alludono a un movimento di massa che, in un uragano di emotività irrazionale, trascinerà il popolo tedesco sempre più verso un destino che nessuno può predire, tranne il veggente, il profeta, il Führer, e forse neppure lui.

    — Come mai, allora, Hitler, che fa cadere in adorazione ai suoi piedi ogni tedesco, sembra così insignificante a qualunque straniero?

    Appunto. Negli stranieri non provoca la minima risposta emotiva, mentre in Germania sì, in ogni tedesco, a quanto pare. Perché Hitler è lo specchio dell'inconscio di ogni tedesco, ma, com'è naturale, a chi non è tedesco non rimanda alcuna immagine. Hitler è il primo uomo a dire a ciascun tedesco ciò che questi ha sempre pensato e sentito nel suo inconscio circa il destino della Germania, soprattutto dopo la sconfitta nella guerra mondiale, e il tratto che più di ogni altro colora ogni anima tedesca è il tipico complesso d'inferiorità di questo popolo: il complesso del fratello minore, di quello che arriva sempre un po' in ritardo alla festa. Il potere di Hitler non è politico: è “magico”.

    — Che cosa intende per “magico”?

    Per capirlo bisogna capire che cosa è l'inconscio. L'inconscio è quella parte della nostra organizzazione psichica sulla quale abbiamo scarso controllo e in cui sono accumulate ogni sorta di impressioni e sensazioni; che contiene pensieri e persino conclusioni di cui non siamo consapevoli.
    Accanto alle impressioni che riceviamo consciamente, vi sono impressioni di ogni sorta, che invadono costantemente i nostri organi di senso, delle quali non siamo consapevoli perché sono troppo deboli per attirare la nostra attenzione cosciente. Infatti giacciono “sotto” la soglia della coscienza; ma tutte queste impressioni subliminali vengono registrate: nulla va perduto.
    Supponiamo che, mentre noi conversiamo, qualcuno nella stanza accanto parli con voce appena percettibile. Noi non ci badiamo, ma la conversazione nella stanza accanto viene registrata nel nostro inconscio con la stessa precisione di un nastro magnetico. Mentre lei siede qui, di fronte a me, il mio inconscio assorbe una quantità di impressioni su di lei, benché io non me ne accorga; anzi, lei rimarrebbe stupito se le dovessi dire tutte le cose che ho già inconsciamente imparato su di lei in questo breve lasso di tempo.
    Ebbene, il segreto di Hitler non è che egli abbia un inconscio con dentro più cose del suo o del mio. Il segreto di Hitler è duplice: primo, in lui l'inconscio ha accesso in maniera eccezionale alla coscienza, e, secondo, egli se ne lascia dirigere. Possiamo paragonare Hitler a un uomo che ascolta attentamente il torrente di consigli che gli vengono sussurrati da una fonte misteriosa e che poi “li mette in pratica”. Noi invece, anche se di tanto in tanto il nostro inconscio riesce a raggiungerci, per esempio attraverso i sogni, siamo troppo razionali, troppo cerebrali per ubbidirgli. Così è certamente nel caso di Chamberlain; Hitler invece ascolta e ubbidisce. La vera guida è sempre “guidata”.
    In Hitler questo si vede chiaramente. Lui stesso ha fatto riferimento alla sua Voce. La sua Voce altro non è che il suo inconscio, sul quale il popolo tedesco ha proiettato il proprio essere; vale a dire, è l'inconscio di settantotto milioni di tedeschi. È questo che lo rende potente. Senza il popolo tedesco, Hitler non sarebbe quello che ora ci appare.
    E dice la verità, alla lettera, quando afferma di essere in grado di fare quello che fa soltanto perché ha alle spalle il popolo tedesco, ovvero, come dice talvolta, perché egli è la Germania. Perciò, con un inconscio che è il ricettacolo delle anime di settantotto milioni di tedeschi, Hitler è potente, e, grazie alla sua “percezione inconscia” del vero equilibrio delle forze politiche in patria e nel mondo, egli è sempre stato, finora, infallibile.
    Questo spiega perché i suoi giudizi politici risultino spesso antitetici rispetto a quelli di tutti i suoi consiglieri e rispetto a quelli di tutti gli osservatori stranieri. Quando questo avviene, significa semplicemente che le informazioni raccolte dal suo inconscio, che grazie al suo talento particolare raggiungono la coscienza, sono sempre state molto più corrette di quelle di tutti gli altri, tedeschi o stranieri, che hanno cercato di valutare la situazione e sono arrivati a conclusioni diverse dalle sue. E significa anche, beninteso, che, avendo queste informazioni a disposizione, Hitler è disposto ad “agire” in base a esse.

    — Immagino si riferisca alle tre più cruciali decisioni prese da Hitler, ciascuna delle quali comportava immediato pericolo di guerra: la marcia sulla Renania nel marzo del 1936, l'annessione dell'Austria nel marzo del 1938 e quando con la sua mobilitazione costrinse gli Alleati ad abbandonare la Cecoslovacchia. Infatti sappiamo che, in ognuno di questi tre casi, molti dei più alti consiglieri militari di Hitler cercarono di dissuaderlo, convinti che gli Alleati avrebbero opposto resistenza e che, in caso di guerra, la Germania sarebbe sicuramente uscita sconfitta.

    Esattamente! Il fatto è che Hitler seppe giudicare i suoi avversari meglio di chiunque altro, e che, sebbene lo scontro apparisse inevitabile, “egli sapeva” che i suoi avversari avrebbero ceduto senza combattere. Deve averlo capito soprattutto quando Chamberlain andò a Berchtesgaden. Fu allora che per la prima volta Hitler incontrò di persona l'anziano statista inglese.
    Come Chamberlain stesso dimostrò in seguito a Godesberg, ci era andato per dire a Hitler, tra le altre cose, di non tirare troppo la corda, altrimenti la Gran Bretagna avrebbe reagito con la forza. Ma l'occhio inconscio di Hitler, che fino a quel momento non gli era mai vento meno, seppe leggere così a fondo nel carattere del Primo Ministro inglese che tutti i successivi ultimatum e avvertimenti non gli fecero la minima impressione: l'inconscio di Hitler sapeva (non è che lo deducesse o lo sentisse, “lo sapeva”) che l'Inghilterra non avrebbe rischiato una guerra. Eppure, il discorso di Hitler al Palazzo dello sport, quando egli giurò solennemente davanti al mondo che il 1° ottobre avrebbe invaso la Cecoslovacchia, con o senza il consenso della Gran Bretagna e della Francia, lasciò per la prima e unica volta capire che l'uomo Hitler, in quel momento decisivo e supremo, aveva paura di seguire il profeta Hitler.
    La sua Voce gli diceva di andare avanti, che tutto sarebbe andato bene. Ma la sua umana ragione gli diceva che i pericoli erano enormi e forse schiaccianti. Di conseguenza, per la prima volta, a Hitler tremò la voce e venne meno il respiro. Quel discorso mancava di forma, e si trascinò incerto. Ma quale essere umano “non” avrebbe avuto paura in un momento simile? A fare quel discorso, in cui si decideva del destino di centinaia di milioni di esseri umani, era un uomo che si accingeva a un atto di cui aveva un terrore mortale, ma che pure si costringeva a compiere perché così gli ordinava la sua Voce.

    — E quella Voce ebbe ragione. Ebbene, chi ci dice che non possa continuare ad avere ragione? In tal caso, sarà molto interessante osservare la storia dei prossimi anni, perché, come Hitler stesso ebbe a dire subito dopo la vittoria in Cecoslovacchia, la Germania si trova oggi sulla soglia del suo futuro. Il che significa che questo è solo l'inizio, e se la sua Voce gli dice che il popolo tedesco è destinato a diventare il dominatore dell'Europa e forse del mondo, e se quella Voce continuerà ad avere ragione, allora ci aspetta un periodo estremamente interessante, non trova?

    Sì. Si direbbe che il popolo tedesco sia oggi convinto di avere trovato il suo Messia.
    In un certo senso, la posizione dei tedeschi è molto simile a quella degli ebrei nell'antichità. Da quando sono stati sconfitti nella guerra mondiale, i tedeschi non hanno fatto che attendere un Messia, un Redentore. Questo è tipico dei popoli con un complesso di inferiorità. Quello degli ebrei derivava da fattori geografici e politici: la parte del mondo in cui vivevano fu sempre teatro di conquiste da Oriente e da Occidente, e dopo il ritorno dalla prima cattività babilonese, minacciati di estinzione dai romani, inventarono la consolante idea di un Messia che avrebbe nuovamente riunito tutti gli ebrei in un'unica nazione e li avrebbe salvati.
    Il complesso di inferiorità dei tedeschi nasce da cause analoghe. I tedeschi emersero dalla valle del Danubio troppo tardi, e posero le fondamenta di uno Stato nazionale quando questo si era da tempo affermato in Francia e in Inghilterra. Arrivarono tardi anche alla corsa delle colonie e ancora tardi per la fondazione di un impero. E quando finalmente riescono a formare uno Stato unitario, ecco che, guardandosi intorno, vedono che gli inglesi, i francesi e altri popoli hanno ricche colonie e tutte le strutture di una nazione adulta; allora sono presi dalla gelosia e dal risentimento, come il figlio minore, i cui fratelli maggiori si sono accaparrati la parte del leone dell'eredità.
    Questa fu l'“origine” del complesso d'inferiorità dei tedeschi, che ha determinato una parte così notevole del loro pensiero politico e della loro prassi politica, e che è certamente determinante per la loro politica attuale. Come vede, è impossibile parlare di Hitler senza parlare del popolo tedesco, perché Hitler non è altro che il popolo tedesco.
    Durante il mio ultimo viaggio in America, mi venne fatto di pensare che si potrebbe stabilire un'interessante analogia geografica con la Germania. In America ho notato che in certe zone dell'East Coast esiste una classe di persone che vengono chiamate poor white trash, “povera spazzatura bianca”, di cui ho appreso che sono in gran parte i discendenti dei primi coloni, alcuni dei quali provenienti da ottime famiglie inglesi. Questi “poveri bianchi” furono lasciati indietro quando altri, uomini pieni di energia e di spirito di iniziativa, salirono sui carri dei pionieri e mossero alla conquista del West.
    Poi, nel Middle West, si incontra una popolazione che io considero la più stabile d'America; intendo la più equilibrata psicologicamente. Mentre, un poco più a Ovest, si trovano alcune delle popolazioni meno equilibrate.
    Ora, mi pare che, considerando l'Europa come un'unità e includendovi le isole britanniche, nell'Irlanda e nel Galles abbiamo l'equivalente della vostra West Coast. I celti, infatti, posseggono facoltà immaginative fin troppo ricche. Quindi, corrispondenti al vostro austero Middle West, abbiamo in Europa gli inglesi e i francesi, entrambi popoli psicologicamente stabili. Ma poi si arriva alla Germania, e subito al di là della Germania ci sono gli slavi, i mugichi, la povera spazzatura bianca d'Europa.
    I mugichi sono gente che non riesce ad alzarsi la mattina, che dorme tutto il giorno. E i tedeschi, i loro vicini di casa, sono un popolo che è riuscito, sì, a svegliarsi, ma l'ha fatto troppo tardi. Ha presente come i tedeschi rappresentano ancor oggi la Germania nelle loro vignette umoristiche?
    Sì, come “schlafmütziger deutscher Michel”, Michele il Dormiglione, un tipo alto e magro, in camicia e berretta da notte.
    Appunto. Michele il Dormiglione dormiva durante la spartizione del mondo in imperi coloniali, e di lì nacque il complesso d'inferiorità dei tedeschi, che li ha spinti a provocare la guerra mondiale; e naturalmente, quando persero la guerra, il complesso si aggravò, e fece nascere in loro il desiderio di un Messia, e adesso hanno Hitler. Se pure non è il vero Messia, Hitler assomiglia però a un profeta del Vecchio Testamento: la sua missione è di unificare la sua gente e di condurla alla Terra Promessa. Questo spiega perché i nazisti devono combattere ogni forma di religione che non sia la loro particolare versione idolatra. Sono sicuro che la campagna contro le Chiese cattolica e protestante sarà portata avanti con instancabile e irriducibile vigore, per l'ottima ragione, dal punto di vista dei nazisti, che vogliono sostituirvi la nuova fede dell'hitlerismo.
    Ritiene possibile che l'hitlerismo diventi per la Germania la religione stabile del futuro, come l'islamismo per i maomettani?
    Lo ritengo altamente probabile. La “religione” di Hitler è la più vicina all'islamismo, è realistica, terrena, promette la massima ricompensa in questa vita, con un Walhalla tipo paradiso maomettano, a cui saranno ammessi i tedeschi degni di questo nome per continuare a gustare i piaceri dell'esistenza. Come l'islamismo, essa predica la virtù della spada. La prima idea di Hitler è di rendere potente il suo popolo perché lo spirito del tedesco ariano merita di essere sostenuto dalla possanza, dai muscoli, dall'acciaio.
    Beninteso, non è una religione spirituale, nel senso che siamo soliti dare a questa espressione. Non dimentichiamo però che nei primi tempi del cristianesimo anche la Chiesa ambiva al potere assoluto, sia spirituale sia temporale! Oggi la Chiesa non avanza più questa pretesa, che peraltro è stata fatta propria dagli Stati totalitari, i quali vogliono, oltre al potere temporale, anche il potere spirituale.
    Incidentalmente, mi viene in mente ora che il carattere “religioso” dell'hitlerismo è sottolineato anche dal fatto che è stato adottato dalle comunità tedesche di tutto il mondo, anche le più lontane dal potere politico di Berlino: basta pensare alle comunità tedesche del Sudamerica, soprattutto del Cile.

    — (Mi aveva sorpreso che in questa analisi dei dittatori non si accennasse all'influenza del padre e della madre. Il dottor Jung non assegnava un ruolo di rilievo ai genitori).

    È un grave errore credere che un dittatore diventi tale per motivi personali, per esempio l'ostilità provata da bambino contro il padre. Milioni di uomini si sono ribellati al padre tanto quanto, poniamo, Mussolini, o Hitler o Stalin, e tuttavia non sono mai diventati neppure lontanamente dei dittatori.
    La legge da non dimenticare riguardo ai dittatori è la seguente: “È il perseguitato che diventa persecutore”. I dittatori devono aver sofferto in condizioni adatte a produrre la dittatura. Mussolini arrivò nel momento in cui il suo paese era nel caos, la classe operaia era incontrollabile e la minaccia del bolscevismo seminava il terrore tra la gente.
    Hitler comparve quando la crisi economica aveva paurosamente ridotto il tenore di vita della Germania e fatto salire a livelli intollerabili la disoccupazione, e dopo la grande inflazione che, nonostante la successiva stabilizzazione, aveva impoverito l'intera classe media. Sia Hitler sia Mussolini ricevettero il potere dal popolo e quel potere non può essergli tolto. È interessante notare come il potere di entrambi poggi soprattutto sulla piccola borghesia, gli artigiani e i piccoli coltivatori.
    Ma, per tornare alle condizioni in cui i dittatori arrivano al potere: Stalin prese il potere quando la morte di Lenin, creatore unico del bolscevismo, aveva lasciato il partito e il popolo senza guida e il paese incerto sul suo futuro. Dunque i dittatori sono fatti di un materiale umano che soffre sotto il peso di bisogni soverchianti. I tre dittatori d'Europa sono enormemente diversi l'uno dall'altro, ma la differenza non è tanto tra loro, quanto tra i popoli sui quali dominano.
    Confrontiamo il modo in cui i tedeschi considerano Hitler con il modo in cui gli italiani considerano Mussolini: i tedeschi sono estremamente impressionabili, spingono sempre le cose agli estremi; sono sempre un po' squilibrati. Sono cosmopoliti, cittadini del mondo; perdono facilmente la loro identità nazionale, vorrebbero imitare le altre nazioni. Il sogno di ogni tedesco è di vestire come un gentleman inglese.

    Tranne Hitler. Hitler si è sempre vestito a modo suo, e nessuno potrebbe accusarlo di voler far credere che si comperi i vestiti in Savile Row.

    Appunto. Perché Hitler sta dicendo ai tedeschi: “E adesso, bei Gott, incominciate a essere tedeschi!”.
    I tedeschi sono straordinariamente sensibili alle nuove idee, e quando ne trovano una che a loro piace tendono ad assorbirla acriticamente e a lasciarsene dominare completamente per un certo periodo; ma dopo un po' sono portati a disfarsene altrettanto impetuosamente, per abbracciarne una più nuova, che con ogni probabilità è esattamente l'opposto di quella di prima. Questo è il modo in cui hanno sempre gestito la loro vita politica.
    Gli italiani sono più stabili. La loro psiche non conosce le oscillazioni, gli abissi, le vertigini e le estasi peregrine che costituiscono l'esercizio quotidiano di quella tedesca. Perciò in Italia troviamo uno spirito di equilibrio che manca in Germania. Quando in Italia i fascisti presero il potere, Mussolini non si preoccupò neppure di spodestare il re. Mussolini non si affidò alle estasi dello spirito, ma diede mano al martello, e con quello prese a plasmare l'Italia nella foggia che voleva, non diversamente da come suo padre, che faceva il maniscalco, ferrava i cavalli.
    Il temperamento equilibrato di Mussolini e degli italiani trova conferma nel trattamento degli ebrei da parte dei fascisti. All'inizio non li perseguitarono affatto, e anche ora che, per varie ragioni, hanno dato inizio a una campagna antisemita, essa è mantenuta entro proporzioni modeste. Immagino che la ragione principale della conversione di Mussolini all'antisemitismo sia da ricercare nel suo essersi convinto che il giudaismo internazionale costituisce una forza irriducibile ed efficace contro il fascismo (ha contato l'esempio di Léon Blum in Francia, credo), e inoltre nella sua volontà di rinsaldare i legami con Hitler.
    Come vede, dunque, mentre Hitler è uno sciamano, una sorta di vaso spirituale, un semidio, o, ancor meglio, un mito, Mussolini è un uomo, e di conseguenza tutto nell'Italia fascista ha un aspetto più umano che non nella Germania nazista, dove la vita è gestita per mezzo della rivelazione. Hitler come uomo praticamente non esiste. O comunque scompare dietro il suo ruolo. Mussolini, al contrario, non si lascia mai cancellare dal suo ruolo. È il ruolo che scompare dietro Mussolini.
    Ebbi modo di vedere il Duce e il Führer insieme a Berlino, in occasione della visita ufficiale di Mussolini; per un caso fortunato mi trovavo a pochi metri da loro e ho potuto studiarli per bene. È stato divertente osservare l'espressione di Mussolini quando vide le truppe fare il passo dell'oca. Se non avessi visto la sua faccia, avrei creduto anch'io, come tutti, che l'adozione del passo dell'oca tedesco anche per l'esercito italiano fosse una scimmiottatura di Hitler. E ne sarei rimasto deluso. Perché mi era parso di scorgere nella condotta di Mussolini un certo stile, la tipologia di un uomo dotato di originalità e di un certo buon gusto in talune cose.
    Voglio dire, per esempio, che è stato indice di buon gusto da parte del Duce lasciare al suo posto il re. Anche la scelta del suo titolo, “Duce” — non Doge, come nell'antica Repubblica di Venezia, e neppure Duca, bensì Duce, il termine italiano normale per dire “leader” —, è originale e a mio avviso dimostra buon gusto.
    Ebbene, guardando Mussolini assistere per la prima volta al passo dell'oca, mi resi conto che si stava godendo lo spettacolo con l'entusiasmo di un bambino al circo. E ancora di più gli piacque il numero in cui fa il suo ingresso la cavalleria e il tamburino a cavallo galoppa davanti a tutti e si mette in posizione su un lato della strada, mentre la banda si dispone sul lato opposto. Per fare questo, il tamburino deve galoppare tutt'attorno alla banda fino al suo posto senza mai toccare le redini, guidando il cavallo esclusivamente con la pressione delle ginocchia, dato che le mani sono occupate a battere sul tamburo.
    In quella occasione il numero fu eseguito in maniera superba e a Mussolini piacque talmente che scoppiò a ridere e si mise a battere le mani. Tornato a Roma, introdusse il passo dell'oca, e io sono convinto che lo fece esclusivamente per il suo piacere estetico. Bisogna ammettere che il passo dell'oca è un passo quanto mai suggestivo.
    A paragone di Mussolini, Hitler mi diede l'impressione di un manichino di legno ricoperto da un telo, di un automa con la maschera, di un robot, o la maschera di un robot. Durante tutta la cerimonia non fece mai un sorriso; sembrava imbronciato, di cattivo umore.
    Non diede mai un segno di umanità. Aveva un'espressione di inumana univocità di intenti, senza il minimo senso dell'umorismo. Sembrava la controfigura di una persona vera, come se l'uomo Hitler si fosse nascosto dentro il robot, come un accessorio, e nascosto deliberatamente, per non intralciare il meccanismo.
    Tra Hitler e Mussolini non potrebbe esistere differenza più grande! Io non ho potuto fare a meno di provare simpatia per Mussolini. L'energia scattante del suo fisico ha un che di caldo, di umano e di contagioso: con Mussolini hai la confortevole sensazione di trovarti davanti a un essere umano. Con Hitler, ti viene paura: sai che non riuscirai mai a rivolgere la parola a quell'uomo, perché non c'è nessun uomo là sotto. Hitler non è un uomo, è qualcosa di collettivo. Non è un individuo; è una nazione intera.
    A mio avviso è vero in senso letterale che non ha amici personali. Come si può parlare di cose intime con una nazione? È impossibile spiegare Hitler partendo dalla sua personalità, così come è impossibile spiegare una grande opera d'arte analizzando la personalità dell'artista. Una grande opera d'arte è il prodotto dell'epoca e del mondo in cui vive l'artista, e dei milioni di persone che lo circondano, e delle migliaia di correnti di pensiero e degli infiniti flussi di attività che scorrono attorno a lui.
    Perciò per Mussolini, che è soltanto un uomo, sarebbe più facile trovare un successore che non per Hitler. Con un po' di fortuna, credo che Mussolini potrebbe trovare qualcuno a cui passare le consegne, mentre nel caso di Hitler non vedo come sarebbe possibile.

    — E se Hitler si sposasse?

    Non può sposarsi. Se lo facesse, non sarebbe Hitler a sposarsi. Cesserebbe di essere Hitler. Ma non è pensabile che lo faccia. Non mi stupirei se si venisse a sapere che ha sacrificato la sua sessualità interamente alla Causa.
    Non è una cosa insolita, soprattutto per un capo di tipo sciamanico, benché lo sia meno per il tipo del capovillaggio. Mussolini e Stalin sembrano avere una vita sessuale del tutto normale. La vera passione di Hitler, naturalmente, è la Germania. Si potrebbe dire che Hitler ha un terribile complesso materno, il che significa che tenderà a essere dominato o da una donna o da un'idea.
    L'idea è sempre femminile. La psiche è femminile, perché la testa, il cervello, possiede la facoltà di creare; perciò è come l'utero, è femminile. L'inconscio di un uomo è sempre rappresentato da una donna; e quello della donna da un uomo.

    Che ruolo svolge ciò che chiamiamo l'ambizione personale nella costituzione dei nostri tre dittatori?

    Direi che in Hitler svolge un ruolo insignificante. Non credo che Hitler abbia ambizioni personali che vadano oltre quelle dell'uomo medio. Mussolini ha un'ambizione superiore alla media, ma questo non basta a spiegare la sua forza: è convinto anche di corrispondere ai bisogni della nazione. Per parte sua, Hitler non governa la Germania. È semplicemente l'esponente della tendenza delle cose. È questo che lo rende misterioso e psicologicamente affascinante. Mussolini governa sull'Italia, fino a un certo punto, ma per il resto è uno strumento del popolo italiano.
    Con Stalin le cose sono diverse. La sua caratteristica dominante è una straripante ambizione “personale”. Non si identifica con la Russia. Comanda sulla Russia come un qualsiasi zar. Non dimentichiamo che, per l'appunto, è georgiano.

    Come spiega allora che Stalin abbia imboccato la strada che ha imboccato? A me pare che, lungi dall'essere poco interessante, Stalin sia a sua volta un enigma. Ecco un uomo che ha vissuto la maggior parte della sua vita da bolscevico rivoluzionario. Il padre, un ciabattino, e la madre, donna molto pia, lo mandarono in seminario. Ancora giovanissimo divenne un rivoluzionario e da quel momento in poi non fece altro che combattere contro lo zar e contro la polizia zarista. Fu cacciato in prigione una dozzina di volte, e tutte le volte si liberò. Ebbene, come spiega che un uomo, che per tutta la vita si è battuto contro la tirannia dello zar, ora tutto a un tratto diventi a sua volta una specie di zar?

    Non è così strano. Si diventa sempre la cosa che più si combatte. Che cosa indebolì il potere militare di Roma? Il cristianesimo. Perché, quando i romani conquistarono il Vicino Oriente, furono conquistati dalla sua religione.
    Quando si combatte, si è costretti ad andarle molto vicino, ed è facile rimanerne contagiati. Devi conoscere lo zarismo molto bene se vuoi sconfiggerlo. Poi, quando hai cacciato lo zar, ecco che diventi tu stesso uno zar, esattamente come un cacciatore di bestie feroci può diventare a sua volta bestiale. So di un tale che, dopo aver praticato per anni la caccia grossa in modo corretto e sportivo, dovette essere arrestato perché usava la mitragliatrice per uccidere gli animali. Quell'uomo era diventato assetato di sangue come le pantere e i leoni che era solito cacciare.
    Stalin combatté per tanto tempo contro la sanguinosa oppressione zarista, che ha finito per fare esattamente come lo zar. Secondo me, non esiste alcuna differenza tra Stalin e Ivan il Terribile.

    Come spiega allora il fatto, riferito da molti e da me personalmente osservato, che il tenore di vita dell'Unione Sovietica è notevolmente aumentato e continua ad aumentare dopo il livello bassissimo della carestia del 1933?

    È naturale. Niente impedisce a Stalin di essere un buon amministratore, oltre che un despota. Sarebbe del resto stupefacente che qualcuno potesse impedire a un paese così ricco di risorse naturali come la Russia di essere prospero. Ma Stalin non ha nessuna originalità, ed è tipico del suo cattivo gusto che si dia da fare per diventare uno zar in modo così rozzo, pubblicamente, senza neppure cercare di salvare le apparenze. Davvero da “proletario”.

    Però ancora non mi ha spiegato in che modo Stalin, il leale uomo del partito, che ha lavorato nella clandestinità per quello che era allora un ideale altamente altruistico, possa essersi trasformato in un arrivista avido di potere.

    A mio avviso il cambiamento avvenne in Stalin già nel 1918, durante la rivoluzione. Fino a quel momento aveva faticato, forse altruisticamente, per il bene della Causa, e probabilmente non aveva mai pensato di conquistare un potere personale, per l'ottima ragione che non gli si era mai presentata neppure l'ombra dell'occasione di poter aspirare a qualcosa di simile. Il problema per lui non si poneva nemmeno. Ma, durante la rivoluzione, Stalin vide per la prima volta come si fa ad acquisire il potere. Sono sicuro che deve essersi detto con stupore: “Ma allora è facile!”. Deve aver osservato Lenin e gli altri raggiungere tutti i gangli del potere assoluto, ed essersi detto: “Dunque è così che si fa! Ebbene, io posso batterli tutti. Basta eliminare quello che ti sta davanti”.
    E avrebbe certamente eliminato Lenin, se Lenin non fosse morto prima. Niente lo avrebbe potuto fermare, così come niente lo può fermare ora. È naturale che voglia che il suo paese sia prospero. Quanto più il suo paese è prospero e grande, tanto più grande è la sua persona. Ma non potrà dedicare tutte le energie al benessere del paese finché la sua “personale” voglia di potere non sarà soddisfatta.

    Eppure ormai ha tutto il potere che può desiderare.

    Sì, ma deve mantenerlo. È circondato da un branco di lupi; deve stare costantemente all'erta. Devo dire che secondo me dovremmo essere grati a Stalin!

    Perché?

    Per avere dato al mondo una meravigliosa dimostrazione della verità assiomatica che il comunismo conduce sempre alla dittatura.
    Ma accantoniamo questa questione, e mi lasci spiegare qual è la terapia che suggerisco. Come medico, ho il dovere non solo di analizzare e di fare la diagnosi, ma anche di proporre una terapia.
    Abbiamo parlato quasi esclusivamente di Hitler e dei tedeschi perché nel momento attuale essi costituiscono l'espressione di gran lunga più importante del fenomeno della dittatura. Per questo caso, dunque, devo proporre una terapia. È molto difficile affrontare questo tipo di fenomeno, perché è estremamente pericoloso; voglio dire il tipo di caso in cui una persona agisce sotto coazione.
    Ebbene, quando ho a che fare con un paziente che agisce secondo i dettami di una potenza superiore, una potenza che è dentro di lui, come la Voce di Hitler, non mi azzardo a dirgli di disubbidire alla sua Voce. Se gli dico così, non seguirà il mio consiglio. Sarà anzi ancor più determinato che se non gli avessi suggerito nulla. Io posso solo cercare, “interpretando” la Voce, di indurre il paziente a comportarsi in un modo che risulti meno nocivo a lui stesso e alla società che non se ubbidisse alla Voce direttamente, senza la mia interpretazione.
    Perciò, in questa situazione, io dico: l'unico modo per salvare la democrazia in Occidente (e per Occidente intendo anche l'America) non consiste nel cercare di fermare Hitler. Si potrà cercare di distrarlo, ma fermarlo è impossibile senza scatenare la grande catastrofe per tutti. La sua Voce gli dice di unificare il popolo tedesco e di condurlo verso un futuro migliore, verso un posto più ampio nel mondo, verso una posizione di gloria e di ricchezza. Non si può impedirgli di cercare di raggiungere questi scopi; si può solo sperare di influire sulla direzione della sua espansione.
    Perciò dico: lasciamo che vada alla conquista dell'Est. Distogliamo la sua attenzione dell'Occidente, o, meglio, incoraggiamolo a mantenerla fissata altrove. Che vada in Russia. È questa la “cura” logica per Hitler.
    Non credo che alla Germania possa bastare un pezzo di Africa, grande o piccolo che sia. La Germania guarda all'Inghilterra e alla Francia, con i loro grandiosi imperi coloniali, e persino all'Italia, con la sua Libia e la sua Etiopia, e paragona le proprie dimensioni con le loro: settantotto milioni di tedeschi contro quarantacinque milioni di sudditi britannici e quarantadue milioni di francesi e quarantadue milioni di italiani; è inevitabile che pensi che le spetterebbe un posto al mondo non semplicemente pari a quello occupato da una qualunque delle altre tre grandi potenze occidentali, ma “molto più vasto”. E come potrebbe procurarselo, in Occidente, se non annientando uno o più nazioni che ora lo occupano? Rimane un unico campo di operazioni per la Germania, ed è la Russia.

    Omicidio Matteotti

    intervista al figlio di Giacomo Matteotti, Matteo...




    Nel Suo saggio apporta novità soprattutto in relazione al delitto Matteotti...


    «Oggi, esattamente a ottant’anni dal rapimento e dal barbaro assassinio di Giacomo Matteotti, ogni rievocazione mass-mediatica continua a voler accreditare un falso storico. Ovvero il fatto che il mandante fu Benito Mussolini. Mentre fu Vittorio Emanuele III: a sostenerlo non fu una persona qualsiasi, ma il figlio del martire, Matteo Matteotti. In un’intervista che ottenni da lui grazie a Renzo De Felice, pubblicata nel novembre 1985 su ''Storia Illustrata'' allora diretta da Giordano Bruno Guerri, mi dichiarò infatti ''che non fu un delitto politico, ma affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere. Sotto c’era uno scandalo di petrolio e la ‘longa manus’ della corona'' per impedire che venissero alla luce documenti assai compromettenti per il re.

    Precisava, Matteo Matteotti: ''Nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia duca d’Aosta raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra [del viaggio riferirono i giornali dell’epoca] dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla Loggia ‘The Unicorn and the Lion’. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel ‘register’ degli azionisti senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (‘covered’) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico''».



    E quei documenti Matteotti li aveva con sé al momento del rapimento. È così?


    «Al momento del rapimento, lo sostiene sempre il figlio Matteo, Giacomo Matteotti aveva con sé in una borsa le prove di questa ''complicità'' del sovrano per il mancato sfruttamento del petrolio libico (la cui presenza era nota all’Anglo Persian Oil fin dal 1909, due anni prima della nostra conquista della Tripolitania), in modo da consentire alla Sinclair anche la vendita del proprio petrolio all’Italia. Queste carte dovevano sparire, anche per salvaguardare altri interessi. Quelli di persone vicinissime a Mussolini: Emilio De Bono, comandante della Pubblica Sicurezza e della Milizia; il sottosegretario agli Interni Aldo Finzi (destinato a morire alle Fosse Ardeatine); il segretario amministrativo del PNF Giovanni Marinelli (finirà fucilato il 13 gennaio 1944 a Verona con gli altri ''traditori'' del 25 luglio 1943); il capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio Cesare Rossi; il giornalista Filippo Filippelli, direttore del ''Corriere italiano'' (controllato da Finzi). Tutta gente che, assieme al re, percepiva ''tangenti'' dalla Sinclair.

    A questo punto, dichiarò Matteo Matteotti, ''De Bono volò da Vittorio Emanuele III a raccontargli quanto Matteotti aveva scoperto, e i due si accordarono sulla necessità di ucciderlo anziché bastonarlo soltanto e di asportare dalla sua borsa i famigerati documenti. L’8 giugno De Bono convinse Dumini ad eseguire tutto ciò, mediante una somma di denaro''. Due giorni dopo Matteotti fu rapito in Roma sul Lungotevere Arnaldo da Brescia dalla banda di squadristi composta dallo stesso Amerigo Dumini, Giuseppe Viola, Augusto Malacria, Albino Volpi e Amleto Poveromo. ''Mio padre venne ucciso – precisò Matteo Matteotti - in modo premeditato con tre colpi di lima da Amleto Poveromo. Me lo confessò, piangente e pentito, Poveromo in persona nel carcere di Parma dov’ero andato a trovarlo nel gennaio 1951, poco prima della morte di lui. Mio padre aveva con sé quei documenti, che sparirono nel nulla''».




    Ma De Felice sostiene che riaffiorarono, per poi nuovamente sparire nel ’45...

    «Prima, come indicò proprio Renzo De Felice, in quel 1924 tali documenti finirono però nelle mani di De Bono. E, prevedibilmente, del re. Secondo una testimonianza del giornalista Alessandro Minardi, lo stesso De Bono ne portò con sé copia nel ’43 a Verona dopo essere stato arrestato, allo scopo di consegnarli a Mussolini nella speranza, vana, dì evitare la fucilazione. Si trattava dei due fascicoli intestati a Giacomo Matteotti che, scrisse De Felice, ''Mussolini nell’aprile 1945 portò con sé nella fuga verso la Svizzera e che caddero nelle mani dei partigiani che lo catturarono. La prefettura di Milano consegnò tutti i documenti [esistono le foto dei verbali di consegna ] – inclusi i due fascicoli in questione – al governo italiano. I due fascicoli non sono però stati versati, come gli altri che aveva con sé, all’Archivio centrale dello Stato. Senza esito sono riuscite le ricerche da noi [cioè De Felice] compiute al Ministero degli Interni per rintracciarli''. Quali sono i motivi del loro perdurante occultamento che quasi equivale, per il duce, a un ''mandato di non colpevolezza''? Ipotizzando che tali carte contenessero elementi di condanna nei suoi confronti perché allora non sono mai saltate fuori? È ben vero che per i colpevoli ci fu un processo-farsa. Però al fatto che il mandante fosse Mussolini, prima di quell’orrendo delitto propenso a un nuovo governo con socialisti e popolari con grave danno per la ''banda'' di De Bono, non credette del resto Benedetto Croce né, in seguito, lo stesso De Felice: eppure alle tesi di Matteo Matteotti c’è oggi chi si ostina a non voler dare credito».




    http://www.oggi7.info/dettaglio.asp?...Art_Tema=Libri

    Nietzsche

    Nietzsche, Sul socialismo

    In questa lettura Nietzsche considera il socialismo come il “fratello minore” del dispotismo. Esso è contro l’individuo, quindi statalista e reazionario; e si prepara a dominare col terrore.

     

    F. Nietzsche, Umano, troppo umano

     

    Il socialismo con riguardo ai suoi mezzi. Il socialismo è il fantastico fratello minore del quasi spento dispotismo, di cui vuole raccogliere l’eredità; le sue aspirazioni sono quindi nel senso piú profondo reazionarie. Giacché esso ambisce a una pienezza di potere statale, quale solo qualche volta il dispotismo ha avuta, anzi esso supera di gran lunga ogni forma analoga del passato, perché aspira espressamente all’annientamento dell’individuo: che gli appare come un ingiustificato lusso della natura e che dovrà essere trasformato dal socialismo in un appropriato organo dalla comunità. A causa della sua parentela, esso appare sempre in vicinanza di tutti gli eccessivi spiegamenti di potenza, come l’antico, tipico socialista Platone alla corte del tiranno siciliano; desidera (e in certe circostanze favorisce) lo Stato dittatoriale cesareo di questo secolo, perché, come si è detto, ne vorrebbe diventare l’erede. Ma neanche una tale eredità basterebbe per i suoi fini, esso ha bisogno della piú servile soggezione di tutti i cittadini di fronte allo Stato assoluto, qualcosa di cui non è mai esistito l’uguale; e dato che non può neanche piú contare sulla vecchia pietà religiosa verso lo Stato, ed è destinato anzi a lavorare costantemente, senza volerlo, all’eliminazione di essa – in quanto cioè lavora all’eliminazione di tutti gli Stati esistenti – può qua e là sperare di esistere solo per brevi periodi, grazie al piú violento terrorismo. Perciò si prepara segretamente a dominare col terrore e caccia in testa come un chiodo alle masse semicolte la parola “giustizia”, per privarle completamente del loro intelletto (dopo che questo intelletto ha già molto sofferto a causa della mezza cultura) e per creare in loro una buona coscienza per il cattivo giuoco che devono giocare. Il socialismo può servire a insegnare in modo assai brutale e incalzante i pericoli di tutte le accumulazioni di potere statale, e in questo senso a ispirare diffidenza contro lo stesso Stato. Quando, la sua rauca voce romperà nel grido di guerra: “Quanto piú Stato è possibile”, in un primo momento questo grido diverrà cosí piú fragoroso che mai: ma tosto proromperà, con forza tanto maggiore, anche l’altro grido opposto: “Quanto meno Stato è possibile”.

     

    F. Nietzsche, Umano, troppo umano, Mondadori, Milano, 1970, vol. I, pagg. 246-247


    http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaN/NIETZSCHE_%20SUL%20SOCIALISMO.htm

     

    Più vasellina..... (dal "il Fondo")

    Più vaselina per tutti…


    Anche gli “scemi” si ammalano, ma siamo sicuri che le “medicine” non siano una cura peggiore del male?



    FOGLIO ILLUSTRATIVO



    Presentazione del prodotto: La VasellaCratica e il VaselloNazionale, sono politicamente corretti, in quanto hanno superati tutti i test d’uso nel mondo occidentale. Creati in Inghilterra con la rivoluzione industriale, essi non trovano mercato in quei popoli che vogliono conservare, la propria ristretta visione della vita. Essi hanno consentito la “penetrazione” del liberismo, nella nostra società, favorendo una progressiva assuefazione allo sfruttamento ed al dominio economico dei produttori, sui consumatori.



    Esse pur con “etichette diverse”, hanno la stessa funzione, ma soprattutto vengono prodotte dalla stessa industria del consenso e della libertà. La famosa industria ideologica “Democrazia Liberale”



    Nota storica: Prodotti per la prima volta in Inghilterra, i nostri prodotti vennero testati sia in “camera” alta e bassa. Se la democrazia liberale e l’unico sistema di potere che permette il sovvertimento del potere, senza spargimenti di sangue, altresì bisogna dire dopo tante guerre, sterminii e bombe atomiche, che la democrazia liberale è l’eccezione che conferma se stessa. Capendo questo, essa con le merci prodotte su larga scala è stata capace di sviluppare l’unico sistema d’oppressione, che offre se stesso come alternativa radicale. Tale invenzione è stata ovviamente registrata e brevettata.



    Preparazione. Strangolamento delle economie indipendenti o non liberiste, guerra di liberazione (avvenuta sempre per ragioni “ideali”), sottrazione dell’autonomia decisionale dei popoli sconfitti, asservimento militare, discredito della memoria storica ed identitaria, sottrazione e gestione delle risorse umane e territoriali.



    Applicazione. Non si capisce come, ma dopo l’uso del prodotto le condizioni del popolo si posizionano in un perfetto 69.



    Composizione. ¼ di signoraggio monetario e usura, ¼ d’ inserimento in circuiti economici tali da rendere i popoli mai autosufficienti (monocultura-wto) , ¼ di condizionamento sociale e culturale (armi di distrazione di massa). ¼ di minaccia militare



    Eccipienti.



    Il prodotto di “destra” permette un costante abbandono di valori d’appartenenze alle comunità intermedie, una continua presa di distanze da una concezione della vita aristocratica e lo smarrimento di valori tradizionali. Esso per la maggior parte degli utenti, deve essere spalmato con Forza.



    “Italia” è una sottomarca, molto pubblicizzata, che spopola fra chi crede negli uomini che “si fanno da se”. Il più famoso piazzista di tale sottomarca, quando spiegherà quante volte ha truffato gli italiani, sarà ricordato non per il pentimento, ma per la memoria.



    Il prodotto di “sinistra” ha consentito l’abbandono della verginità politica, con molta facilità. Favorendo un rapporto consensuale fra sfruttati e sfruttatori. In tale modo, anche ai secondi è consentito il godersi la vita. Con l’uso del prodotto, scivola piano, in secondo piano, il fatto incontestabile che le differenze sociali ed economiche, si aggravano di giorno in giorno. Lo slogan che ha reso il prodotto di “sinistra” di largo consumo è stato “L’uso prolungato, allarga la vostra visione del mondo e agevola lo sfondamento dei vostri pregiudizi. Con esso non verrete mai colti in fallo”



    Effetti collaterali. E’ incontestabile che da quando l’uso del prodotto è divenuto indispensabile alla nostra vita politica, i politici, si fanno sempre più belli, più piacenti e sembrano sempre molto disponibili. Resta anche incontestabile, che se loro, sono “costretti” a riposizionarsi a 360°, a noi chiedono solo ¼ dello sforzo.



    [IMG]file:///C:/DOCUME~1/Admin/IMPOST~1/Temp/moz-screenshot-5.jpg[/IMG][IMG]file:///C:/DOCUME~1/Admin/IMPOST~1/Temp/moz-screenshot-6.jpg[/IMG]



    Offerte. A differenza di altri prodotti merceologici, esso viene offerto in confezioni speciali, non a Natale o a Pasqua, ma durante le campagne elettorali. In tali eventi, conoscendo la bontà del prodotto, molti politici si accapigliano per contendersi la distribuzione su scala nazionale e aumentare le proprie provvigioni.



    Come per altri prodotti di successo, anche in questo caso ci sono i “cultori” e gli esperti. Gli intellettuali ti spiegano benissimo come godere del prodotto e se poi non godi, ti spiegano benissimo perché non hai goduto. In sintesi però, la mancata felicità è dovuta, quasi sempre a un non “correct” posizionamento politico dell’utente. Per gli esperti invece è tutto più semplice. Godi, quando sei felice, sei felice quando hai i soldi e per fare soldi ci vuole culo.



    Avvertenze. L’unica avvertenza è che il mancato uso di tali prodotti, crea un forte dolore democratico, che potrebbe far rendere conto l’utente, dei “mali” reali della nostra società.



    Sviluppi. L’evoluzione del prodotto avviene mediante sperimentazione genetica. La sua naturale evoluzione è nella creazione dell’uomo che non soffra di mancanza di dignità e libertà e che goda della semplice felicità del suo padrone ad usarlo.



    Posologia. Si consiglia più che di “scendere in campo”, di scendere dal letto è svegliarvi.



    Controindicazioni. Anche se con molto dispiacere, i nostri ricercatori devono ammettere che il prodotto non crea assuefazione, per tanto esso deve essere sostenuto nelle vendite da una costante pressione psicologica e culturale. Si sconsiglia la sospensione dell’uso, in quanto la vita in libertà è sempre avventurosa, lunga e rigida. E va goduta!



    Nando Dicè
    Lo Scemo del Villaggio Globale
    fonte: www.mirorenzaglia

    Comunicato su indipendenza di Ossezia del sud e Abkhazia - www.cpeurasia.org -

    http://www.oc.unito.it/img/Mappa%20Caucaso.jpg

    Il Coordinamento Progetto Eurasia, pur sostenendo il programma di integrazione continentale eurasiatica, appoggia la scelta del Presidente della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev , di sostenere l’indipendenza delle Repubbliche di Abkhazia ed Ossezia del Sud, vittime dell’azione criminale del governo georgiano sostenuto dalla NATO e da numerosi Stati dell’Unione Europea.


    Questa scelta rappresenta una necessità oltre che umanitaria anche strategica, per ostacolare l’accerchiamento militare, politico ed economico a cui la Federazione Russa è sottoposta.

    La flotta navale della NATO presente nel Mar Nero, assieme alla presenza di governi ostili al Cremlino, e sostenuti dagli Stati Uniti, è una costante minaccia alla sicurezza e alla sovranità della Russia.

    La NATO tenta da tempo di infrangere le limitazioni al transito marittimo nel Mar Nero, previste dalla Convenzione di Montreaux del 1936, con l’evidente intento di destabilizzare la zona, coinvolgendo anche la Turchia che rappresenta, in questo caso, un garante per il mantenimento delle regole previste.

    Il Governo russo, per voce del Gen. Anatolij Nogovitsyn, ha inoltre denunciato la presenza di «almeno 100 missili Tomahawk armati con testate nucleari» all’interno delle navi americane presenti lungo la costa georgiana, che apparentemente dovrebbero portare aiuti umanitari in Georgia.

    Il Coordinamento Progetto Eurasia rilancia le denuncie dei vertici politici e militari russi e auspica il completo ritiro delle forze militari americane dal Mar Nero e, in seguito, da tutto il continente eurasiatico, in linea con il nostro indirizzo geopolitico per la costruzione di un mondo multipolare, in cui l’Eurasia possa esercitare la propria indipendenza e la propria sovranità politica, economica e militare.


    Gabriele Adinolfi - La pace nel Caucaso? Iniziamo a costruirla dai Balcani

    Cominciamo dal Kosovo
    La pace nel Caucaso? Iniziamo a costruirla dai Balcani
    http://www.templaricavalieri.it/images/russia_bandiera_01.gif
    Il riconoscimento da parte russa delle repubbliche di Abkazia e Ossezia del sud, dettato dalla necessità d'impedire la pulizia etnica intrapresa dai georgiani che fu la causa scatenante del conflitto dell'8 agosto, mette la UE alle prese con la sua fragilità interna. Gli atlantisti spingono per un secco no al proclama moscovita e dettano in qualche modo la presa di posizione ufficiale euroccidentale. Posizione tutt'altro che univoca od omogenea perché mentre l'Inghilterra alza i toni, la Francia parla di errore, l'Italia richiama alla prudenza e la Germania dice che ci vuole dialogo. Una posizione più ferma, che tenendo conto degli interessi europei, del buon senso e della giustizia tout court, non potrebbe che essere nettamente filo-russa, è ostacolata dalla necessità di contenere il variegato fronte americanista. Questo si compone di Paesi letteralmente acquistati e sostanzialmente servili (Polonia e Repubblica Ceca), dell'alleato storico di Wall Street (Londra) con codazzo di area nordico/protestante Wasp e delle ex repubbliche sovietiche. Tuttavia il fornte atlantista è a sua volta fragile e poco coeso. L'Inghilterra, ad esempio, è in rotta su tutta la linea (geopolitica di droga e petrolio, finanza) e sempre più attratta dall'orbita europea. I Paesi baltici sono spinti da un revanscismo antirusso che, però, è più dettato dal timore di perdere l'indipendenza che altro. L'Ucraina sta alzando il tiro; ma, di fatto, è il suo Presidente Yushenko che getta benzina sul fuoco nella speranza avventata e sventurata di uscire dalla sua crisi (i sondaggi gli hanno attribuito una popolarità di appena 7%) scatenando una crisi generalizzata. Gli ucraini si dimostrano molto più prudenti di lui e anche la premier Tymoshenko dà segni di ponderazione. Chiamata a prendere posizione tra due fuochi (non dimentichiamo che è stata Washington a far precipitare la crisi prima con le sue dichiarazioni esaltate ed assurde e poi con l'invio di una flotta da guerra nel Mar Nero), la UE non sa che pesci prendere. Si parla di un incontro internazionale in ottobre per proporre la pace nel Caucaso; ma è ben difficile riuscire a convincere i russi a parteciparvi se si continua a prendere una posizione pubblica unilaterale e dettata dalla mala fede, come tutti gli addetti ai lavori ben sanno. Allora, come atto preliminare, non sarebbe il caso di disconoscere l'indipendenza unilaterale del Kosovo che ci siamo affrettati ad accettare senza riflettere, e richiedere la sua restituzione alla Serbia? Partendo dai Balcani (ove l'attacco americano all'Europa e alla Russia è iniziato) la diplomazia potrebbe estendersi al Caucaso e provare a trovare una soluzione condivisa e stabile.

    link http://www.noreporter.org/dettaglioA...o.asp?id=11620

    Geopolitica dell'Eros.

    Geopolitica dell'Eros.

    Libro scandalo: le francesi si gettarono nelle braccia dei nazisti. Furono i soldati di Adolf Hitler a scatenare negli anni dell’occupazione la rivoluzione sessuale in Francia e le francesi, affascinate dai biondi e prestanti tedeschi, fecero quasi a gara per gettarsi nelle loro braccia. Ha scatenato furiose polemiche il libro di Patrick Buisson “1940–1945: Gli anni erotici”, che smonta uno dei miti francesi più tenaci, quello dell’eroica resistenza della popolazione contro l’occupante nazista, al quale si sarebbero rifiutate perfino le prostitute dei bordelli. Il quotidiano Le Monde ha sferrato un durissimo attacco all’autore, un politologo diventato lo scorso anno consigliere di Nicolas Sarkozy, accusandolo di aver «colpito sotto la cintura» ed aver trasformato l’occupazione nazista «in una gigantesca orgia».

    Ma le cifre del libro sono difficilmente contestabili e mettono in evidenza una verità amara, riconosciuta recentemente anche dal ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, che in una conferenza all’università Humboldt di Berlino ha chiesto di rendere giustizia agli oltre 200 mila «enfants de boches», i figli dei crucchi, ancora oggi umiliati a causa della loro origine, chiedendo di «trasformare in una realtà positiva la loro identità franco-tedesca». Nel suo libro Buisson mette in evidenza che, a dispetto dei 92 mila soldati francesi caduti nella disperata resistenza contro l’aggressore nazista e dei due milioni di uomini deportati in Germania dopo la disfatta del giugno 1940, in Francia ci fu uno spettacolare boom delle nascite, al quale non è stato estraneo il contributo della virilità dei “boches”.
    Un altro choc i parigini lo hanno subito qualche mese fa, in occasione della mostra fotografica “Parigi sotto l’occupazione”, in cui sono state esposte le immagini scoperte dopo la morte del fotografo André Zucca, da cui emerge che all’ombra della croce uncinata i francesi, una volta assuefatti all’occupazione, hanno continuato a spassarsela allegramente. Da più parti era stato chiesto di chiudere la mostra, ma il sindaco socialista Bertrand Delanoë ha tenuto duro, con il risultato che mai un’esposizione degli ultimi 140 anni ha avuto un’affluenza così massiccia. Nel suo libro, che sta scatenando ancora più polemiche di quello di Jonathan Littell, “Le Benevole”, incentrato sulla figura di un mostruoso ufficiale delle SS dalle tendenze omosessuali, Buisson cita a sostegno della sua tesi anche Simone de Beauvoir, che in quegli anni rimase affascinata dalla «cultura del corpo» dei soldati tedeschi, scoprendo «la spontanea gentilezza» degli occupanti e «il vero significato della parola party», mentre il suo compagno e filosofo Jean-Paul Sartre non ebbe difficoltà ad ammettere che «non siamo mai stati così liberi come sotto l’occupazione». «È irritante apprendere che mentre gli ebrei venivano deportati, i francesi si dedicavano alle avventure sessuali, ma questa è la verità», sostiene Buisson, il quale rincara la dose affermando che l’argomento del suo libro «rompe un tabù, con una storia che nessuno vuole ascoltare. Anche se ferisce il nostro orgoglio nazionale, la realtà è che la gente si era adattata all’occupazione». Nel libro di 571 pagine, edito da Albin Michel, l’autore scrive che la schiacciante supremazia dell’esercito tedesco aveva prodotto sulle donne «uno choc erotico, la cultura nordica del corpo aveva scardinato la visione morale francese. I tedeschi si mostravano costantemente a petto nudo, quando si lavavano alle fontane dei villaggi o pulivano le loro armi. I corpi dei soldati della Wehrmacht scatenarono un terribile scompiglio in Francia, poiché in fin dei conti erano alti, ben curati e ben fatti», mentre di fronte alla loro virilità gli uomini francesi rimasti in patria apparivano «stanchi masturbatori».

    L’umiliante disfatta dell’esercito francese nel giro di poche settimane viene assimilata nel libro a un fiasco della virilità gallica mentre, emancipate sessualmente dai soldati di Hitler, le donne scoprivano la scarsa forza erotica dei loro uomini. Se «le donne serbano il loro cuore per i vinti», come vantava un famoso detto del tempo, era però ai vincitori che facevano spesso dono dei loro corpi ovunque capitasse, anche al cinema, che secondo l’autore «per pochi franchi era meno costoso di una stanza d’albergo, era oscuro e offriva anonimità, un posto ideale per le espansioni amorose». Distrutto anche il mito del rifiuto all’occupante delle prostitute, creato sul modello della protagonista del racconto “Boule de suif”, palla di sego, di Guy de Maupassant, ambientato all’indomani di un’altra disastrosa disfatta francese, quella contro i prussiani nel 1870. Buisson rivela che i tedeschi erano i benvenuti nelle migliori “maison”, con un terzo dei locali riservato agli ufficiali di Hitler, mentre «altre 100 mila parigine si trasformavano in prostitute occasionali», ammaliate dal fascino teutonico o semplicemente per sopravvivere meglio e ottenere qualche vantaggio e comodità. All’indomani della disfatta nazista, queste francesi colpevoli di aver amato un tedesco vennero sottoposte al terribile supplizio di essere rapate a zero e fatte sfilare per le vie di città e villaggi tra lo scherno feroce dei loro concittadini. A rimanere vittima del fascino teutonico era stata anche la celebre attrice Arletty, che però con francese strafottenza aveva ribattuto a chi l’accusava che “mes fesses n’ont pas de patrie”, le mie chiappe non hanno patria.
    IL SECOLO XIX

    Ma la Russia mena

    Ma la Russia mena

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    L'offensiva diplomatica, terroristica e militare scatenata dagli Usa e Israele, tramite il valvassino georgiano, contro la Russia, rischia di ritorcersi in modo davvero pesante sui guerrafondai. Dapprima i russi hanno spazzato via gli aggressori e sono penetrati con estrema facilità fino alla periferia della loro capitale, poi la UE, malgrado le frasi di circostanza, ha dato sostanzialmente ragione a Mosca. Washington, apparsa meno prudente di Tel Aviv, ha allora provato a spezzare il fronte europeo, e soprattutto ad aizzare la Nato contro la Russia.
    Scudo antimissile in Polonia e inserimento della Georgia nella Nato (contro le solenni promesse fatte in merito al Cremlino da Bush e Clinton) sono le risposte alla risposta russa all'aggressione subita. Non è un mistero per nessuno che gli Usa, in enorme difficoltà sullo scacchiere mondiale e preda di una crisi finanziaria senza precedenti, accarezzino l'ipotesi di una guerra generalizzata e gettino benzina sul fuoco che essi stessi hanno acceso e che alimentano con particolare applicazione da nove anni in qua. Eppure le ulteriori risposte alle loro manovre bellicose rischiano di non essere proprio quelle che Casa Bianca e Pentagono si attendevano. Al loro proclama “congeleremo i rapporti con la Russia”, il ministro degli Esteri moscovita, Serghei Lavrov, ha ricordato che “è la Nato ad aver più bisogno della Russia che non il contrario. Specialmente in Afghanistan dove si gioca il futuro dell'Alleanza”. Ovvero, se gli Usa non faranno marcia indietro, il territorio russo non sarà più utilizzabile per i rifornimenti della forza multinazionale che veglia sulla lottizzazione tra le potenze industriali delle coltivazioni d'oppio e delle rotte delle pipelines, lottizzazione che ha un'importanza cruciale nel dominio mondiale. A questo primo diretto in faccia, che i russi avvertono che potranno tirare a chi li sta provocando con ostinazione e sfrontatezza, si aggiunge una minaccia almeno da knock down se non proprio da ko. Il 28 agosto, ovvero all'indomani della probabile ufficializzazione del'indipendenza di Abkazia e Ossezia del sud, è previsto un vertice dell'Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco) cui partecipano oltre a Russia e Cina le repubbliche centroasiatiche che fanno parte della zona cruciale per il dominio planetario secondo Brzezinski (ideologo della Trilateral, massimo esponente attuale della dottrina estera americana, consigliere, oggi, di Obama). La Russia è riuscita in questi anni a far sì che la penetrazione americana nell'area sia stata contrata e progressivamente rintuzzata. Dopo la cacciata degli americani dall'Uzbekistan questi ultimi conservano la base Nato in Kyrghizistan, una base dal valore strategico incommensurabile. Mosca lascia trapelare che la Sco potrebbe spingere per la sua chiusura; un eventualità che definire disastrosa per Washington sarebbe molto più che un eufemismo. E c'è di più. L'intero programma satellitare americano è a rischio. La Nasa ha programmato di rimuovere la flotta Shuttle e di sostituirla con le nuove navicelle Orione; ma serve un interregno di almeno un quinquennio, periodo durante il quale dovrebbe utilizzare, da accordo con Mosca, le Soyuz russe. Il “congelamento” renderebbe questa strada impraticabile. E solo il ricorso ai satelliti cinesi potrebbe, forse, togliere gli americani d'impaccio: ma, interessi economici a parte, non è affatto certo che Pechino sia disponibile per questa soluzione. Inoltre Mosca ha fatto sapere che è disposta a dotare la Siria di SS 20. Questo preoccupa Israele che già parla di una missione diplomatica distensiva al Cremlino. Morale della favola: nulla ancora è deciso, i giochi non sono certo fatti ma stavolta potrebbe finire proprio come la favola dei pifferai di montagna, che vennero per suonare ma furono suonati.

    Gabriele Adinolfi