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Karen pronti alla battaglia.Karen pronti alla battaglia.Ore decisive per la Birmania. Quello che avverrà poi, lo vedremo in seguito.
![]() Il mondo si accorge che esiste la Birmania. Uno dei meriti della protesta sacrosanta dei monaci della capitale e delle principali città del Myanmar è innanzitutto questo. L’attenzione del mondo si concentra su questo angolo del sud est asiatico, scosso dalla più imponente manifestazione degli ultimi venti anni. E per tutti gli attori, diventa così più difficile agire senza dare nell’occhio, senza scatenare reazioni nelle coscienze delle “pubbliche opinioni” delle nazioni democratiche. Fare pronostici su chi vincerà questo pericoloso braccio di ferro (i rigorosi monaci interpreti dell’esasperazione di un intero popolo o i paranoici gerontocrati in stellette rinchiusi nella finta capitale Naypidaw) è difficile. C’è chi sostiene che vinceranno i generali, soffocando la rivolta nel sangue, nella repressione di cui sono maestri, o semplicemente facendo valere il peso delle minacce nei confronti di gente che conosce la brutalità e la capillare efficienza della macchina poliziesca del regime. C’è chi è invece certo della vittoria dei manifestanti, forti appunto di una solidarietà ideale del resto del mondo e dello spettro di nuove sanzioni economiche prospettate dall’Occidente al regime. “Popoli” guarda con attenzione all’evolversi della situazione. E’ normale che chi si occupa da qualche anno di portare aiuti umanitari ad una etnia perseguitata dalla giunta militare speri che l’aggressore venga indebolito, messo in crisi, ridimensionato dalla dissidenza interna. A “Popoli” interessa innanzitutto la sicurezza e la libertà per i Karen, che in questo momento sono ancora negate dai generali birmani. Ma siamo consci del fatto che questa sfida, chiunque ne sia il vincitore, porterà probabilmente nuovi drammi per le orgogliose genti delle colline dell’est. Personalmente, e forse troppo ottimisticamente, ho la sensazione che il regime abbia il tempo contato. Ci sono due motivi per cui mi lascio andare a tale speranza (conscio però di poter essere smentito nelle prossime ore da qualche decisione forsennata dei vecchi di Naypidaw). Il primo è l’atteggiamento dell’esercito in questa fase della protesta. Straordinariamente pacato negli interventi. Cinque, dieci morti, forse venti e qualche centinaio di arresti dopo diversi giorni di agitazioni sono un bilancio incredibile, in un paese in cui quotidianamente le forze armate investono i villaggi dell’est incendiando, stuprando e uccidendo. La grande manifestazione del 1988, alla quale parteciparono soprattutto studenti universitari e lavoratori di Rangoon, venne stroncata immediatamente dai fucili dei soldati: allora non si sparò in aria per disperdere i manifestanti. Si mirò alle teste dei birmani che osavano chiedere maggiore libertà. Diverse centinaia di vittime, c’è chi parla addirittura di 3000 morti. L’ odierna cautela dell’esercito potrebbe essere il prezzo pattuito per un passaggio di potere che risulti indolore per i vecchi generali. L’altro elemento che mi fa sperare in un non lontano cambiamento ai vertici dello stato è la presa di posizione della Cina, principale e indispensabile angelo custode della giunta militare. Pechino ha auspicato una ragionevole soluzione della crisi, invitando di fatto il governo di Rangoon ad evitare eccessive violenze. Non credo che la raccomandazione sia scaturita dal fastidio della leadership cinese per la vista del sangue (chiedete ai tibetani o ai dissidenti interni), quanto dalla considerazione che la Birmania, rappresentando un buon partner commerciale e un alleato strategico importante, va resa “presentabile” agli occhi delle altre potenze, USA in testa, con cui Pechino ha interesse a dialogare. Non va scordato che le Olimpiadi sono alle porte, e che l’ormai capitalista Cina cura molto il “look”. Il business, credo, vincerà la sfida. India, Cina, Tailandia, Singapore, Israele, più alcune importanti multinazionali occidentali hanno grandi interessi nel “paese delle mille pagode”. Il rischio di incontrare ostacoli di carattere diplomatico, problemi di immagine e legali (sanzioni) è forte, d’ora in avanti. Prima della marcia dei monaci tutti facevano quel che volevano, all’ombra del potente “Tatmadaw”, l’esercito birmano. La Unocal (l’azienda californiana amica dei Talebani durante la guerra che le milizie filo pachistane, foraggiate dal Dipartimento di Stato USA, conducevano contro il comandante Massoud) è da molti anni socia dei generali birmani. Il gasdotto di Yadana, costruito in partnership con la Total, attraversa territori “ripuliti” dalla presenza dei legittimi abitanti (Karen e altre etnie) grazie a violente azioni dei soldati di Rangoon. Israele da circa venti anni vende armi e “servizi” a esercito e sbirri birmani: si vede che la solidarietà, tra massacratori di popoli originari, è d’obbligo. New Delhi sta riempiendo gli arsenali del Myanmar in cambio del gas birmano, di cui la frenetica economia indiana ha estremo bisogno. Singapore ha stipato le sue banche di narcodollari provenienti dalle tasche dei trafficanti birmani e dei loro protettori in divisa. E la Tailandia (fedele alleato degli Stati Uniti) firma con Rangoon accordi milionari per costruire dighe e impianti idroelettrici sui fiumi che attraversano le terre dei Karen, destinate ad essere sommerse dalle acque. Non è escluso quindi che tutte le componenti della ambigua economia birmana premano sul governo perché questo inizi a considerare la possibilità di un negoziato con le forze democratiche. Per evitare danni alle loro redditizie imprese. E per continuare, in regime liberale, a rapinare le ricchezze del Myanmar, questa volta con altri complici. Infatti, i monaci stanno forse porgendo (più o meno inconsciamente) su di un piatto d’argento il Paese alle fameliche oligarchie britanniche, statunitensi e apolidi. C’è un forte legame che unisce la principale figura della dissidenza, Aung San Suu Kyi, alla Gran Bretagna. I circoli influenti, quelli della “esportazione della democrazia” a tutti i costi, sono particolarmente eccitati, in queste ore. E anche questo ci piace poco. Non ci pare infatti che le democrazie occidentali siano istituzioni particolarmente attente alle istanze fondamentali dei popoli che desiderano vivere preservando la propria specificità culturale. Se la piazza dovesse vincere, se il regime si dichiarasse disponibile a trattare con l’opposizione, se si preparasse un graduale cambiamento degli assetti politici, probabilmente nel giro di alcuni mesi verrebbe disegnata una “road map” verso la democrazia. Immaginiamo folle di “esperti” occidentali indaffarati a ristrutturare il sistema giudiziario, legislativo, economico del Paese. Sarebbero molto probabilmente ex dipendenti della Unocal e della Total, ex funzionari dell’antidroga statunitense impiegati per molti anni in Birmania in finte campagne di distruzione dell’oppio. O magari vecchi importatori svizzeri di rubini color “sangue di piccione”. Cosa succederebbe ai Karen in cerca di autonomia ? Verrebbero forse bloccati i progetti milionari che violentano la loro terra ? Verrebbero forse chiuse le fabbriche di eroina e di anfetamine contro le quali si sono così coraggiosamente battuti per tanti anni ? Verrebbe riconosciuto loro il diritto di chiamarsi “nazione” ? Temo che se dovessero continuare ad avanzare le loro legittime rivendicazioni, rifiutandosi magari di deporre le armi, da “combattenti della libertà”, come vengono ora definiti poiché si oppongono ad una dittatura, diventerebbero, per il baraccone mediatico internazionale governato dai soliti sovrani senza patria ne’ etica, dei “signori della guerra”, ovvero elementi terroristici che incomprensibilmente rifiutano le allettanti promesse della democrazia. Autodeterminazione, identità, tradizione: cosa sono per i freddi burocrati del parlamentarismo d’assalto ? Ma lasciamo la dimensione dei pronostici fantasiosi e torniamo ad oggi. I Karen, dimostrando ancora una volta una indole saggia e poco incline allo sciacallaggio, sono fermi, nella giungla, in attesa dello sviluppo della situazione. Agire subito con le armi avrebbe significato provocare i generali, costringere il regime ad una risposta violenta, avrebbe esposto i manifestanti al rischio di un bagno di sangue. Hanno invece fatto sapere che sono pronti (l’ordine è già arrivato ai comandanti operativi del KNLA), assieme alle truppe di altri gruppi etnici, a scatenare una grande offensiva contro il Tatmadaw in caso di repressione violenta della protesta dei monaci, nelle prossime ore. Non resta, per il momento, che attendere. Da parte nostra auspicando intanto la fine di una casta di macellai, trafficanti di droga, avidi affaristi senza scrupoli che ha affamato il suo popolo. La democrazia non c’entra. Vi sono stati nella storia regimi non democratici che hanno goduto del reale consenso popolare. Che hanno creato stati etici. Che hanno messo al primo posto il bene della nazione. Che hanno sfidato e combattuto le oligarchie criminali. Non è certo il caso della giunta birmana. Ne’ delle nazioni che in queste ore alla giunta stanno facendo la ramanzina, fingendo di non vedere quanto in fondo le assomiglino. Quel che verrà poi, è un’altra pagina di storia. Che “Popoli” spera verrà scritta dai Karen con lo stesso rigore, la stessa onestà e chiarezza di ideali che hanno accompagnato durante gli ultimi sessant’anni la loro lotta per la libertà.
Franco Nerozzi (Comunità Solidarista Popoli) Birmania, un po' di chiarezza
Le cose, però, non stanno proprio in questo modo. Intanto va detto che un governo militare è al potere dal 1962 quando la Birmania era sconvolta da feroci lotte etniche interne, una vera guerra civile alimentata anche dalle fazioni comuniste che cercavano di conquistare quel territorio. Il governo militare portò pace, ordine e benessere economico mostrando anche ottime capacità amministrative debellando una corruzione storica figlia anche del lungo periodo coloniale trascorso. La Birmania divenne uno Stato socialista e come tale sopravvisse anche alla vicinanza geografica con il comunismo di Cambogia e Vietnam. In 45 anni queste qualità sono andate però perdendosi mentre è progressivamente emersa la faccia peggiore di un governo sempre meno capace ed espressione di una casta sempre più lontana dal popolo. La Birmania è stata comunque a lungo dimenticata dalla “comunità internazionale”, in fondo contenta di quel governo che arginava il comunismo e garantiva equidistanza dagli imperi comunisti di Urss e Cina. La Birmania, però, è da sempre attraversata dalla via che unisce la Cina all’Indocina e seppure il Paese è poverissimo ricopre un importante ruolo geopolitica. Non sono certo il tek delle foreste birmane o le miniere di piombo e di argento né, tantomeno, le colture di riso gli obiettivi di coloro che oggi vogliono cambiare le cose nel Myanmar, quanto piuttosto i nuovi rapporti che Yangon (un tempo Rangoon) intrattiene con Mosca, Pechino e Nuova Delhi ed il ruolo che potrebbe assumere nella regione molto presto. L’arancione delle tonache dei monaci buddisti assomiglia così un po’ troppo all’arancione della falsa rivoluzione in Ucraina e la democrazia tanto auspicata in occidente assomiglia troppo ad un liberismo sfrenato che aprirebbe le porte al dominio del Nuovo Ordine Mondiale. Non dubitiamo dell’onestà di sentimenti di quei “santi uomini”, ma dietro sentiamo il puzzo dei dollari di chi muove le fila organizzative. Il popolo birmano ha ragione di protestare perché la povertà lo minaccia, ma un futuro da colonia, “democratizzata” naturalmente, porterebbe miseria ancor peggiore, come sanno bene gli abitanti di tante repubbliche ex comuniste, passate dalla padella alla brace. Myanmar ha bisogno di un governo diverso, che sappia ritrovare gli antichi ideali socialisti e la volontà di difendere l’unità nazionale, non certo un governo fantoccio che apra la porta a mille secessioni (si stanno moltiplicando in questo senso le iniziative, non certo spontanee, delle tante etnie che abitano la Birmania) e trasformi il Paese in una terra di fast food dove delocalizzare produzioni a basso costo. Insomma, non appoggiamo il governo di Yangon, ma è doveroso andarci coi piedi di piombo su questa opposizione troppo made in Usa; non a caso l’altro giorno anche Bush ha scoperto che Myanmar ha un governo non democratico (dopo 45 anni se ne è accorto) e forse già è pronta una missione di pace per portare la democrazia export e difendere la rivoluzione… arancione. Ecco cui di seguito il splendido discorso di Ahmadinejad cha Allah lo aiuti .Ecco cui di seguito il splendido discorso di Ahmadinejad cha Allah lo aiuti .
In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso
Illustri Capi di Stato, Spettabili Rappresentanti Eccellenze, Signore e Signori,
ringrazio Dio, il Saggio, l'Invincibile ed il Misericordioso per avere concesso al presente l'occasione di divulgare un'altra volta il messaggio del grande popolo dell'Iran. Altresì, ringrazio il Signore per il crescente risveglio dei popoli e la loro coraggiosa presenza sulla scena internazionale che dà a loro la possibilità di esprimere le proprie opinioni in merito alle questioni d'interesse globale. La
voglia di giustizia, la voglia di verità, la ricerca del Divino ed il
sostegno della dignità umana sono oggi le richieste gridate dai popoli
del mondo. Il rigetto della prepotenza, la difesa degli oppressi e la
voglia di pace, sono le caratteristiche del pensiero dei popoli e
soprattutto sono il volere delle giovani generazioni che aspirano ad un
mondo privo di inquinamento, prepotenza ed ingiustizia; un mondo che
sia invece ricolmo di amore ed affetto. I
giovani ed i giovanissimi hanno il diritto di chiedere giustizia e
verità ed hanno il diritto di costruire il proprio futuro con l'amore,
la pace e l'affetto.
Io ringrazio Dio anche per questo.
Spettabili Signore, Egregi Signori
quel che oggi l'umanità sopporta non è degno della dignità umana; Dio non ha creato l'uomo affinché alcuni gruppi di uomini impongano ingiustizia ad altri gruppi. (Dio non ha creato l'uomo/ndr). Affinché un gruppo creando guerra e violenza riesca a derubare la risorse, arricchirsi ed espandere il proprio dominio mentre l'altro gruppo sia costretto a sopportare la povertà e le disgrazie che ne provengono. O (Dio non ha creato l'uomo/ndr). Affinché un gruppo forte delle sue armi e delle sue minacce comandi il mondo mentre altri siano costretti a rimanere sempre sotto l'ombra della minaccia e dell'insicurezza. Certuni
si spingono a migliaia di chilometri di distanza dal proprio paese ed
occupano la terra altrui per controllarne il petrolio o le altre
risorse; altri ogni giorno devono assistere alla distruzione delle loro
case ed alla morte dei loro bambini nella loro stessa terra.
Questi comportamenti non sono all'altezza della dignità umana e si rivelano contrari alla verità ed alla giustizia. La domanda ora è questa: in simili circostanze gli oppressi del mondo dove devono rivolgersi? Quale persona o quale organizzazione difende i diritti degli oppressi e punisce gli oppressori? Dove si trova la corte della giustizia mondiale? Ricordando qualche esempio ed effettuando un ripasso delle questioni mondiali di maggiore rilievo intendo chiarire i pensieri espressi. Primo: la proliferazione inarrestabile delle armi nucleari, microbiche e chimiche
Alcune potenze vantano la produzione di armi nucleari della seconda e della terza generazione. A cosa servono queste armi? La produzione di queste armi micidiali e riempire i depositi di queste servirà forse alla diffusione della pace e della democrazia? Oppure queste armi serviranno a minacciare i governi ed i popoli? Fino a quando i popoli del mondo dovranno vivere minacciati dalle bombe nucleari, batteriche e chimiche? Le potenze produttrici di queste armi quali responsabilità hanno e come vengono chiamate a rispondere delle proprie azioni dinanzi alla comunità internazionale? Mi chiedo se i popoli di questi paesi siano d'accordo sul fatto che la loro ricchezza venga impiegata per la costruzione di queste armi distruttrici. Invece di appoggiarsi alle armi micidiali ed alle bombe, non si potrebbe contare sulla giustizia, l'etica e la ragione?
Quale dei due sono più vicini alla pace, le bombe o la ragione? Se ci fosse ragione, etica e giustizia, le radici dell'oppressione andrebbero bruciate e le minacce distrutte. Non rimarrebbe nulla in grado di causare conflitti dato che la maggior parte dei conflitti nel mondo sono causati dalla mancanza di giustizia e dall'ambizione. Tutti i popoli amano la giustizia, la accolgono a braccia aperte e sono disposti a fare sacrifici per difenderne l'esistenza. Se le potenze mondiali innalzassero la bandiera della reale giustizia, della pace e dell'affetto non sarebbero più amate del loro oggi, dedicato invece alla produzione ed alla diffusione di armi chimiche e nucleari? L'esperienza purtroppo esiste già e le conseguenze delle minacce e dell'uso delle armi le abbiamo già viste in passato. L'uso delle armi quale altro esito ha avuto se non quello di diffondere l'odio e la vendetta tra i popoli? Secondo: l'occupazione dei paesi e l'aumento dei conflitti
Come era successo ad altri paesi, anche l'Iraq è stato occupato e sono 3 anni che l'occupazione continua. Non passa giorno senza che in Iraq gente innocente venga uccisa a sangue freddo. Le forze che occupano il paese non sono in grado di garantire la sicurezza. Nonostante la formazione del governo e del parlamento regolare, mani nascoste lavorano per istigare le divergenze esistenti nella società iraqena e creare una guerra civile. Non esistono elementi che possano testimoniare un serio interesse delle forze di occupazione alla lotta contro l'insicurezza. Infatti, un numero elevato di terroristi sono stati arrestati dalle forze irachene ma per ragioni sconosciute le forze di occupazione hanno disposto la liberazione di questi individui. Appare
che la fomentazione delle violenze ed il terrorismo costituiscano una
giustificazione per la presenza delle forze straniere in Iraq. In
simili circostanze, a chi si deve rivolgere il popolo iraqeno? Dove deve sporgere denuncia il governo iraqeno?
Chi è garante della sicurezza dell'Iraq? L'insicurezza in Iraq influenza negativamente l'intera regione. Il consiglio di sicurezza è in grado di fare qualcosa per per l'instaurazione della pace e della sicurezza in Iraq mentre le potenze che lo occupano sono a loro volta membri permanenti del consiglio di sicurezza? Il consiglio di sicurezza è in grado di prendere decisioni imparziali su questo tema? Osservate la Palestina.
La radice dei problemi di questa terra va trovata nella storia della seconda guerra mondiale. Con la scusa di sostenere parte dei reduci del conflitto, la terra palestinese è stata occupata e milioni di autoctoni della zona sono stati costretti alla fuga. Le terre occupate sono state regalate ad un numero ridotto di reduci del secondo conflitto mondiale e poi gente proveniente da tutto il mondo che non aveva avuto nulla in comune con la guerra è stata radunata in Palestina dove è stato fondato un governo. Un governo creato in una terra che non era sua e con una popolazione che non apparteneva a quella terra e che proveniva dalle diverse parti del mondo; e questa fondazione (è avvenuta/ndr) a costo di sottrarre la terra a milioni di persone. Questa è una grande tragedia che non ha precedenti nella storia umana. Ancora oggi i profughi vivono nei campi ed alcuni di loro hanno detto addio alla vita senza vedere avverato il sogno di ritornare nella loro terra d'origine. Esiste
una qualsiasi forma di ragione o legge in grado di definire legale una
simile azione? Esiste tra i membri delle Nazioni Unite, un paese che
accetterebbe che al suo paese venisse riservato un trattamento simile?
Il pretesto per la fondazione del regime che occupa la Palestina è talmente mediocre che alle persone non viene nemmeno dato il permesso di parlarne; altrimenti, con il chiarimento della questione, inizierebbe a mancare una filosofia per l'esistenza del regime sionista; ed infatti oggi questa filosofia non esiste più. Ma la tragedia non si conclude con la fondazione di un regime nella terra di un'altro popolo. Purtroppo dal primo giorno della fondazione, questo regime è stato usato dalle potenze come uno strumento per la creazione di instabilità, guerre, violenze e come un freno allo sviluppo dei paesi della regione. È probabile che alcuni dei sostenitori di questo regime si offendano ma queste sono le verità, non si tratta di leggende. La storia è dinanzi ai nostri occhi. Ma
ancor più importante di quanto detto, vi è il sostegno illegale a
questo regime. Osservate la terra palestinese. La gente viene
bombardata nelle proprie case. I loro bambini vengono uccisi nelle vie
e nelle strade e nessuno è in grado di difenderli, nemmeno il consiglio
di sicurezza. Perchè?
Dall'altra parte un governo viene eletto direttamente dal popolo in una piccola parte della Palestina ma invece di essere sostenuto da coloro che si dichiarano i difensori della democrazia, viene decimato; i suoi membri, i suoi ministri, i suoi deputati vengono arrestati sotto gli occhi del mondo. Quale consiglio o organizzazione ha sostenuto questo governo oppresso? Perchè il consiglio di sicurezza non può alzare nemmeno un dito? Proprio ora voglio parlare del Libano: Per
33 giorni il popolo libanese viene bombardato ed un 1 milione e mezzo
di persone rimangono senza tetto. Alcuni membri del consiglio di
sicurezza di fatto si muovono in maniera tale da permettere
all'aggressore del Libano di realizzare i suoi obbiettivi militari e
per questo nei primi giorni il consiglio di sicurezza non può far nulla
per stabilire un cessate il fuoco. Il consiglio di sicurezza rimane ad osservare la scena tragica delle aggressioni ed i crimini di Qana si ripetono. Perchè?
In tutti questi casi la risposta della domanda è ovvia. Fino a quando la causa del conflitto è all'interno del consiglio di sicurezza, questo consiglio non può assolvere ai propri doveri. Terzo: il mancato rispetto dei diritti dei membri delle organizzazioni internazionali
Eccellenze, ora voglio ricordare alcuni dei soprusi che sono stati fatti al popolo iraniano: La Repubblica Islamica dell'Iran è membro dell'agenzia internazionale per l'energia atomica e firmatario del trattato NPT. Il nostro programma nucleare è trasparente, pacifico e si sviluppa sotto l'occhio attento degli ispettori dell'Aiea. Perchè a noi vengono negati i diritti riconosciutici esplicitamente dalle leggi internazionali? Quali sono i governi che ostacolano la nostra attività? Sono i governi che possiedono il ciclo di produzione di combustibile. Alcuni di questi paesi hanno usato la scienza nucleare a scopi non-pacifici come la fabbricazione di bombe nucleari ed hanno persino nel loro passato il demerito di averle usate contro gli esseri umani. Quale
organizzazione o quale consiglio deve occuparsi di questa ingiustizia?
Il consiglio di sicurezza è nelle condizioni di farlo? Può impedire che
il diritto dei paesi non venga negato loro e che alcune potenze non
impediscano lo sviluppo degli altri paesi?
L'uso del consiglio di sicurezza come uno strumento per la minaccia è molto preoccupante. Alcuni dei membri del consiglio di sicurezza che sono molte volte una delle parti in causa in una contesa internazionale, usano facilmente il consiglio per condannare la parte alla quale si oppongono e si sentono anche fieri di questo. La domanda è questa: ma che senso ha la strumentalizzazione del consiglio di sicurezza; quest'uso non mette in pericolo la credibilità del consiglio? Questo comportamento non influenza la vera capacità di questo consiglio nel creare la sicurezza? Eccellenze,
la riflessione sulle verità citate ci guida in direzione di un'amara conclusione: la giustizia è stata sacrificata a favore della prepotenza. Le relazioni internazionali, sotto la pressioni dei potenti, oggi sono anomale, ingiuste e discriminatorie. La minaccia nucleare delle potenze ha preso il posto del rispetto reciproco e della pace. La difesa dei diritti umani e della democrazia da parte delle potenze avviene solo quando questa difesa può essere strumentalizzata per fare pressioni sugli altri popoli ed umiliarli. Ma se sono in gioco gli interessi delle potenze, concetti come la democrazia, il diritto dei popoli all'indipendenza, il rispetto dei diritti delle persone ed il rispetto dei diritti internazionali non hanno più alcun valore. L'esempio è il comportamento riservato al governo eletto della Palestina e quello riservato al regime sionista. Se in Palestina le persone vengono uccise, vengono costrette a lasciare le loro case, se vengono imprigionate senza motivo o vengono assediate nelle loro case e città, ciò non ha importanza ed in questo caso i diritti umani non vengono danneggiati minimamente. I
paesi non sono giudicati in base alle leggi esistenti ed
internazionalmente accettate; il fatto che un paese possa usufruire dei
suoi diritti legittimi dipende dal volere delle grandi potenze.
Apparentemente, il consiglio di sicurezza è solamente utile come
garante degli interessi di alcune grandi potenze, ma se gli innocenti
muoiono a migliaia sotto le bombe, il consiglio di sicurezza deve fare
silenzio e non approvare il cessate il fuoco. Ma per il consiglio di
sicurezza, che dovrebbe garantire la sicurezza nel mondo, questa non è
forse una tragedia storica?
Il sistema dominante oggi è tale da elevare al di sopra della volontà di 180 nazioni, quella di un'unica nazione che si autodichiara pari al volere della comunità internazionale. Questo paese si sente padrone del globo e ritiene di seconda classe le altre popolazioni. Eccellenze,
la domanda è questa: se il governo statunitense e quello inglese che sono membri permanenti del consiglio di sicurezza violano la legge internazionale quale ente dell'Onu è in grado di giudicarli? Un consiglio di cui loro stessi fanno parte ed in cui hanno un potere speciale può condannare i loro crimini? È mai successa una cosa del genere? Ma al contrario abbiamo visto che quando loro hanno un problema con un governo o un popolo lo trascinano al cospetto del consiglio di sicurezza ed assumono sia il ruolo di pubblico ministero, sia il ruolo di giudice e sia il ruolo di colui che mette in atto il verdetto della corte. Questo sistema è realmente giusto? Ma esiste una discriminazione o un'ingiustizia più palese di questa?
Purtroppo l'insistenza adoperata da alcuni paesi imperialisti per imporre le loro politiche alle organizzazioni internazionali, tra cui il consiglio di sicurezza, ha screditato l'Onu dinanzi all'opinione pubblica mondiale ed ha messo in discussione l'efficienza ed il prestigio di questa organizzazione. Eccellenze,
fino a quando questa condizione è sopportabile? Osservate che il comportamento di alcune potenze, è oggi il più grande problema delle Nazioni Unite e degli enti collegati ad essa come il consiglio di sicurezza. La struttura e la metodica del consiglio di sicurezza non può soddisfare le necessità della generazione attuale e le necessità dell'uomo di oggi. Questa struttura è una struttura che risale ai tempi del secondo conflitto mondiale. Oggi nessuno può negare che il consiglio di sicurezza dell'Onu ha una grande necessità di credibilità e di efficienza. E bisogna ammettere che fino a quando questo ente non potrà rappresentare la comunità internazionale in maniera chiara, equa e democratica, non sarà ne credibile ne efficiente. Inoltre oggi è più che chiara la relazione diretta che esiste tra il diritto di veto e la perdita di credibilità del consiglio di sicurezza. Fino a quando questa struttura non verrà modificata, non si può pretendere che il mondo venga ripulito dall'ingiustizia e dall'oppressione. Ma la popolazione mondiale oggi merita di essere governata con le leggi di 60 anni fa? Le nuove generazioni non hanno il diritto di decidere per il mondo in cui hanno intenzione di vivere?
Oggi la riforma all'interno delle Nazioni Unite è necessaria più che mai. La giustizia e la democrazia ordina di rispettare il ruolo dell'assemblea generale dell'Onu come il principale organo di decisione di questa organizzazione ed è proprio il compito di questa assemblea salvare il consiglio di sicurezza dalla sua condizione attuale. Altrimenti almeno il movimento dei non-allineati, l'organizzazione dei paesi islamici e il continente africano devono avere ognuno un seggio permanente al consiglio di sicurezza con il diritto di veto in modo da bilanciare le forze all'interno del consiglio ed impedire l'oppressione dei paesi meno potenti. Spettabile Direzione, Eccellenze
d'altro canto, reputo necessario che l'etica ritorni a svolgere il ruolo che deve avere. Senza etica e senza tenere in considerazione gli insegnamenti dei profeti del Signore, non si possono garantire la giustizia, la libertà ed i diritti umani. La chiave dei problemi dell'uomo di oggi è la religione e l'etica. Se il rispetto dei diritti umani sarà veramente un valore, non ci sarà spazio per l'ingiustizia, la violenza e la guerra. Gli uomini sono stati creati tutti da Dio e tutti hanno dignità e tutti sono degni di rispetto. Nessuno
è superiore. Una persona o un governo non può riservarsi un trattamento
speciale e nessun governo deve ignorare i diritti degli altri governi.
Non è giusto che un governo cerchi di dominare le organizzazioni
internazionali e si contrapponga dinanzi alla volontà della comunità
internazionale. I cittadini europei, africani, asiatici ed americani
sono tutti uguali. Siamo più di 6 miliardi e siamo tutti uguali.
La giustizia e la difesa della dignità sono le colonne sulla quale si può costruire l'edificio della pace e della sicurezza mondiale. Per tale motivo il nostro messaggio al mondo è questo:
La pace e la sicurezza duratura nel mondo è possibile solo se prima si crea la giustizia, si da spazio all'etica, si rispetta la dignità umana e si impara ad amare. La pace, il progresso e la sicurezza è un diritto di tutti i popoli e tutti i governi. Tutti noi siamo membri della comunità internazionale e abbiamo il diritto di creare un mondo pieno di amore, affetto e giustizia. Tutti
i rispettabili membri delle Nazioni Unite sono influenzati dai fatti
dolci o amari del mondo. Noi possiamo rendere migliore la vita di
questa generazione e di quella che dovrà venire con decisioni
ragionevoli e decise.
Noi aiutandoci, possiamo distruggere alle radici le cause dei mali che ci circondano e rendere dolce per le nostre popolazioni la vita. In base al loro istinto, i popoli sono alla ricerca del bene, della perfezione e della bellezza. Noi, appoggiandoci ai nostri popoli saremo in grado di fare grandi passi per cambiare il mondo e spianare la strada per il progresso dell'umanità. Che ciò sia gradito o no da noi, primo o poi per volere del Signore la terra verrà dominata dal bene e dalla pace. L'importante è assumere un ruolo e dare un contributo a ciò che primo o poi si avvererà. Il Signore, l'Onnipotente, il Clemente, che è il creatore dell'Universo è anche il possessore di questo mondo. Lui
ci ordina di essere giusti; Lui chiede ai Suoi servi di operare il bene
e di non commettere ingiustizie. Egli chiede ai Suoi servi di
incoraggiarsi a vicenda nelle opere di bene e di sconsigliarsi a
vicenda le opere ingiuste. Tutti i profeti del Signore, Adamo(la pace
sia con lui), Mosé (la pace sia con lui), Gesù(la pace sia con lui) ed
infine Mohammad (la pace sia con lui) hanno invitato l'uomo ad adorare
l'Unico Dio, alla giustizia, alla fratellanza, all'amore ed
all'affetto. In base al monoteismo e a valori come la giustizia,
l'amore e il rispetto dell'uomo non si può costruire un mondo migliore
e trasformare l'odio in amicizia?
Io
dichiaro ad alta voce che oggi il mondo ha bisogno più che mai di
uomini giusti che amino la libertà e l'uomo e soprattutto dichiaro che
il mondo aspetto veramente il Salvatore che tutte le religioni
attendono. O Dio, gli uomini sono Tuoi servi e a Te è affidata la loro guida e la loro felicità. Dona all'umanità il Salvatore atteso, e collocaci tra coloro che spianano la strada per il Suo arrivo. Intervista: Alì Daghmoush, responsabile Esteri di Hizbollah
Modello chavista in Europa: fabbrica autogestita da sostenere!!Modello chavista in Europa: fabbrica autogestita da sostenere!! Hamburg/Nordhausen, 19 settembre 2007: I lavoratori della fabbrica occupata di biciclette a Nordhausen riprendono la produzione in autogestione I lavoratori e le lavoratrici della fabbrica occupata di biciclette a Nordhausen, nello stato di Turingia, ha ripreso la produzione in autogestione. I 135 operai e operaie della Bike Systems GmbH a Nordhausen, che dal 10 luglio 2007 occupano la fabbrica, hanno deciso di riprendere la produzione di biciclette in autogestione. Perché il progetto abbia successo, devono raccogliere 1.800 ordini per biciclette entro il 2 ottobre. Gli oeprai e le operai stanno lavorando insieme al sindacato anarcosindacalista FAU (Freie Arbeiterinnen- und Arbeiter-Union, "sindacato libero delle lavoratrici e dei lavoratori") , che ha lanciato una campagna tramite il sito webwww.strike-bike. de. Da oltre due mesi, il personale di questa fabbrica nel sud delle montagne dell'Harz lavora in tre turni. Vogliono impedire la chiusura definitiva e lo smantellamento e la svendita della fabbrica. Il 10 agosto 2007, l'azienda [di proprietà statunitense della texana Lone Star] ha presentato l'istanza di fallimento: la fabbrica è sfruttata e in brutte condizioni, i locali sono stati svuotati ad eccezione di una parte. Il personale riceve il sussidio di disoccupazione ma spera di poter continuare a lavorarvi. "Strike-Bike" - la bicicletta della solidarietà di Nordhausen Durante l'occupazione ed in seguito alle discussioni durante le visite che abbiamo ricevuto da persone che offrono la loro solidarietà, noi operaie e operai della fabbrica abbiamo pensato di riprendere per qualche tempo la produzione. Dal momento che non miriamo soltanto ad evitare lo sgombero della fabbrica e un eventuale arrivo di un nuovo investitore, l'idea della "Strike-Bike" sta incontrando sempre più risposte positive. Ora sorge l'opportunità di dimostrare la capacità dei lavoratori e delle lavoratrici di sviluppare i propri concetti con successo e di autogestire la produzione e la distribuzione. Se riusciamo nel nostro obiettivo di raccogliere ordini per 1.800 biciclette prodotte in autogestione, aiuteremo a diffondere le idee di solidarietà e daremo un sostegno morale ai nostri compagni e compagne che si trovano in situazioni simili che lottano, come noi, per evitare la "ristrutturazione zero". Da chiunque! Abbiamo trovato l'aiuto della Freie Arbeiterinnen- und Arbeiter-Union (FAU) che si sta attivando in tutta la Germania per meglio pubblicizzare la nostra lotta e la vendita della "Strike-Bike" . Per ulteriori informazioni: www.strike-bike. de Per la storia dell'occupazione: www.labournet. de/branchen/ sonstige/ fahrzeug/ bikesystems. html Per contatti con il personale e per ordini:: "Bikes in Nordhausen e.V." c/o. André Kegel, Bruno-Kunze- Str. 39 99734 Nordhausen Telefono: 03631-622.124 e 03631-403.591 Fax: 03631 - 622 170 E-mail: fahrradwerk@ gmx.de Per ulteriori informazioni sulla campagna della FAU Strike-Bike Solidarity Group: contatta il portavoce: Folkert Mohrhof Cell. 0179-4863252 Dal lunedì al venerdì tra le ore 10 e le ore 15, anche al +49.40-20.90. 68.96 presse (ät) strike-bike. de HizballahIntervista
ad Ali Fayad, membro dell'ufficio politico di Hezbollah, di Chris Den
Hond, Mireille Court e Nicolas Qualander. Tradotto dell'Arabo da Adnane
Ben Youssef (fonte vox-nr, trad. dal francese di G.P.) Nell'agosto 2007, esattamente un anno dopo la vittoria della resistenza libanese sull'esercito israeliano, abbiamo incontrato Ali Fayad, membro dell'ufficio politico di Hezbollah e presidente del centro di studi e di ricerca, legato ad Hezbollah. Questo centro è situato a Beyrouth sud, sobborgo shiita. Ali Fayad è anche professore alla facoltà libanese di scienze politiche. Segue da vicino le evoluzioni del movimento alter mondialista. - Quale è la principale conseguenza della vostra vittoria sull'esercito israeliano? La
conseguenza immediata della vittoria della nostra resistenza
sull'esercito israeliano, è stata l’aborto dei progetti americani in
Medio Oriente. Condoleeza Rice che diceva che l'attacco israeliano
avrebbe condotto ad un nuovo Medio Oriente, ha dovuto rivedere il suo
copione. La vittoria di Hezbollah apre un'era nuova, non soltanto in
Libano ma anche nella regione. Ciò che è emerso è un modello per quelli
che rifiutano questa supremazia americana, l'occupazione israeliana e
la sovranità delle istituzioni internazionali come l'ONU. È anche un
rifiuto della propaganda americana che dice che la guerra americana
contro di noi è una guerra per la difesa della libertà e della
democrazia. Questo non è vero. La nostra vittoria è la vittoria di
tutti i dannati della terra, dal Venezuela, all’ America Latina, al
mondo arabo, alla Palestina, all’Iraq, al Libano, a tutti questi si
dice: "i popoli sono capaci di vincere le grandi potenze, anche se
armate fino ai denti." - Hezbollah, è una resistenza religiosa? Quale è la vostra identità? Innanzitutto,
ci si considera come un movimento di liberazione nazionale e si agisce
per liberare le nostre terre occupate da Israele. Siamo un movimento di
liberazione che prova a difendere il Libano delle aggressioni
israeliane per le quali soffriamo da oltre 50 anni. Siamo un movimento
di liberazione e di resistenza nazionale con una dimensione iniziale
umanista e in seguito nazionalistica ed islamica. Facciamo parte di
questa grande "ouma islamica" e vengono considerati i dolori di questo
mondo islamico oppresso. Facciamo parte del mondo arabo che soffre per
gli effetti dell'occupazione israeliana. Dunque in primis, siamo un
movimento di liberazione nazionale, umanista, arabo ed islamico. In
secondo luogo, aspiriamo a creare uno Stato libanese liberato dai
calcoli e dalle appartenenze comunitaristiche. Uno Stato nel quale i
cittadini sono uguali dinanzi alla legge, indipendentemente dalla loro
religione o dalla loro Comunità o dalla loro appartenenza politica.
Vogliamo uno Stato democratico, uno Stato di diritto ed istituzionale,
uno Stato di giustizia sociale e uno Stato che è capace di difendere la
sovranità del suo territorio e la vita dei cittadini. Non cerchiamo di
creare un governo religioso. Il Libano è una società diversa, ci sono
cristiani e musulmani. I musulmani ed i cristiani si dividono in molte
correnti. Contiamo 18 Comunità in Libano, è una società plurale.
Abbiamo bisogno di un Libano che sia un modello per il nostro mondo
islamico. Vogliamo mostrare che si è capaci di vivere insieme con
Comunità diverse. - Quale relazione mantenete con la sinistra? I
marxisti qui in Libano sono i nostri alleati. La parte comunista
libanese e la sinistra in generale sono i nostri alleati. Abbiamo una
differenza ideologica, noi abbiamo le nostre convinzioni e così loro.
Si diverge su questo punto ma date le attuali vicende del nostro paese,
si tratta di una divergenza che non è importante. Per noi, la questione
principale è oggi: sei pro o contro gli americani? Sei con gli oppressi
del mondo o no? Rifiuti la dominazione del mondo e l'aumento della
breccia tra ricchi e poveri o no? Rifiutiamo che la divisione odierna
sia una divisione ideologica o religiosa, che l'opposizione sia
realizzata tra cristiani e musulmani, o tra marxisti e credenti. La
questione oggi è di sapere chi è con il dominio americano e chi è
contro, chi è con la resistenza e chi è contro, chi è con l'occupazione
e chi è contro, chi rifiuta la mondializzazione selvaggia e chi
l’approva. In piena onestà, dico: i marxisti resistenti si trovano
nella nostra stessa trincea ed i musulmani non resistenti come i
takfiristes o quelli che si alleano con le potenze mondiali sono invece
molto lontani da noi. Abbiamo una specificità shiita soltanto in
termini di composizione sociale. Questa composizione ha le sue ragioni
religiose ed è legata alla storia del paese. Ma la nostra resistenza
non è religiosa, è nazionale. Il nostro progetto politico è un progetto
nazionale patriottico per eccellenza. Non si fa differenza tra una
regione o un'altra, che sia sunnita o shiita. Economicamente, abbiamo
riserve sulle politiche della privatizzazione e chiediamo studi più
approfonditi per evitare un aumento dei prezzi. Siamo per un ruolo
forte dello Stato nella gestione dell'economia del Libano. Ripeto e
ridico che il nostro programma politico ed economico è un progetto
anti-neoliberale. Ho letto il programma del partito comunista ed ho
osservato che non ci sono grandi differenze tra la loro visione
politica e la nostra. Non posso chiamare il nostro programma politico
un programma marxista o socialista. Secondo i criteri occidentali, si
può dire che la nostra visione del mondo è vicina a quella della
socialdemocrazia, dunque per un regime capitalista libero, ma con un
ruolo forte dello Stato come regolatore dell'equilibrio con il mercato.
Rifiutiamo le privatizzazioni e la riduzione del ruolo dello Stato. - Quale è la relazione tra lo Hezbollah e l'Iran? Inizialmente,
non abbiamo raccolto istanze da alcun partito al di fuori del Libano,
ma ciò non ci impedisce di essere alleati dell'Iran. L'Iran è in una
posizione guida nello scontro con il colonialismo mondiale per la
dominazione del mondo. Gli iraniani con il popolo libanese da 25 anni.
Quando gli Israeliani distruggono le nostre case, le nostre fabbriche,
le nostre regioni, sono gli iraniani che ci aiutano a ricostruirli. Se
vai nel sud Libano ora, vedrai come gli iraniani contribuiscono a
ricostruire i ponti, le strade, gli ospedali. Osservate gli Usa.
Sostengono gli Israeliani con qualsiasi tipo di armi e gli aiuti
militari americani per Israele quest'anno hanno superato i 3 miliardi
di dollari. Perché dunque la nostra alleanza con l'Iran sarebbe
negativa quando l'Iran ci dà aiuti sociali, economici ed educativi e di
sviluppo? L'Iran è un amico del Libano, è un amico di tutto il popolo
libanese e di Hezbollah. Ma ciò non è in contraddizione con il fatto
che siamo un partito indipendente. Decidiamo noi la nostra politica.
Gli interessi nazionali libanesi guidano le nostre decisioni. - Quale è l'importanza della Tv Al Manar per la vostra lotta? Al
Manar è un'istituzione civile di sostegno alla resistenza. Nella nostra
società, non occorre mai sottovalutare l'importanza ed il valore dei
mass media. Al Manar è diventata in quest'ultimi anni la seconda rete
araba. Da questo punto di vista, Al Manar contribuisce alla nostra
lotta e svolge un ruolo importante e basilare per difendere la
resistenza. Questo spiega probabilmente le decisioni nord americane di
classificare Al Manar come un'istituzione terroristica. - Quale è la vostra posizione sulla Palestina? Penso
che la geografia palestinese e le possibilità economiche per la
Palestina facciano in modo che una stabilità non sia possibile secondo
il modello di una soluzione a due stati. Crediamo che ci debba essere
un solo Stato per tutti i palestinesi di varie Comunità che siano
ebrei, musulmani o cristiani. I palestinesi hanno il diritto di tornare
per vivere in questo Stato. Sono loro che devono scegliere la forma del
regime politico e poi questo Stato dovrà decidere tutto ciò che è
legato alla sua sicurezza ed al futuro di quelli che vivono all'interno
di questo Stato. Secondo noi, la stabilità in Palestina è legata alla
creazione di un solo Stato nel quale tutti i cittadini saranno uguali
dinanzi al diritto, indipendentemente dal fatto che siano ebrei,
musulmani o cristiani. - C'è un legame particolare tra Hugo Chavez, presidente del Venezuela ed Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah? Quando
ha parlato di Chavez sulla tribuna dinanzi ad uno milione di persone,
Hassan Nasrallah ha chiamato il presidente del Venezuela "brother
Chavez". Sentiamo che quest'uomo sia molto vicino a noi, che sia un
compagno di strada. Come se ci fosse tra noi e lui una lunga storia di
lotta comune, come se il suo fucile fosse nostro. Lo gradiamo e lo
rispettiamo e pensiamo che ci siano mezzi per sviluppare le nostre
relazioni in modo che questo diventi un modello di relazione tra ciò
che è di sinistra e ciò che è islamista. - Il generale Aoun, della Comunità cristiana, mantiene un'alleanza con Hezbollah. Come giudicate quest'alleanza? Tra
noi ed il generale Aoun, c'è un'alleanza e quest'alleanza è il futuro
della stabilità in Libano. È un'alleanza tra le due forze politicamente
più popolari in Libano. Dal nostro punto di vista, questi due
movimenti, Hezbollah e la corrente patriottica libera di Aoun, sono
capaci di creare uno Stato reale, uno Stato di diritto. Dal nostro
punto di vista, Aoun è il personaggio politico libanese più adeguato
per essere presidente. È un uomo che si batte per una vera indipendenza
e per una vera sovranità, capace di svolgere un ruolo importante al
servizio di tutto il Libano.Intervista a Chavez !!!Hasta siempre Comandante Autarchia, socialismo, nazionalismo. Intervista a Hugo Chavez MARACAIBO - "Spari la sua prima domanda". Hugo Chavez Frias, il presidente, il caudillo, il dittatore, l'ex colonnello dei parà, il nuovo Simon Bolivar del Venezuela o più direttamente il Comandante, come ama invocarlo lo stuolo di camicie rosse assiepate sotto questo enorme tendone bianco, abbassa gli occhi, si stringe nelle spalle, si contrae come si preparasse davvero a ricevere una fucilata. Il presidente del Venezuela non ama farsi intervistare. Ama semmai far pesare la propria assenza. Come quando annuncia che ha deciso di disertare, unico capo di Stato, l'assemblea generale delle Nazioni Unite: "Ho troppi impegni qui fra la mia gente, manderò il ministro degli esteri". Il ministro leggerà in suo nome a New York un durissimo discorso anti Bush, lui invece resta qui in questa pianura, arsa da una temperatura che sfiora i 50 gradi. Davanti a ministri, ambasciatori, osservatori, e cento tra operai, impiegati, dirigenti della "Pequiven", la più grande industria petrolchimica del paese. Presidente, gran parte del mondo si chiede il senso della nuova riforma della Costituzione. Essa prevede, tra l'altro, la sua rielezione a tempo indeterminato, il controllo da parte del governo della Banca centrale, forti limiti alla libertà di stampa. Sono cambi che alterano la democrazia. "Lo spiego da due anni, lo spiegherò ancora. La nostra Costituzione compie 8 anni. E' una buona Magna Carta. Sicuramente migliore di quella che ha regolato il paese per 38 anni. Ha fatto compiere enormi progressi alla rivoluzione bolivariana. Ma, come tutte le Costituzioni, ha bisogno di essere riadattata alle esigenze di una società in evoluzione". Perché la necessità di tante modifiche, così vicine nel tempo? "Prima, ai tempi delle grandi oligarchie, non si sapeva neanche cosa contenesse la Costituzione. Oggi, l'abbiamo spiegata a tutto il paese distribuendo 24 milioni di libretti. E' accessibile a tutti. Il popolo la conosce a memoria, ne parla per strada, la sera in casa, negli uffici, nelle fabbriche, nei piccoli villaggi della giungla. I governi precedenti hanno preferito dividersi il potere, mascherandosi dietro un'apparente alternanza frutto di un accordo fatto a tavolino". Il Venezuela ha avuto momenti di grande sviluppo. E' un paese ricco, c'è il petrolio. "Sì, certo, c'era il petrolio, un ottimo petrolio, e questo bastava a arricchire le tasche dei pochi, a scapito dei tanti. La massa restava chiusa nelle baracche, privata dell'istruzione, analfabeta, slegata da ogni decisione del potere. Era trattata con fastidio, in modo razzista, perché indigena, creola, negra. Erano nati poveri e tali dovevano rimanere. Ho proposto di cambiare la Costituzione, che verrà sottoposta a tre referendum, per rafforzare il potere popolare. Per far trionfare la rivoluzione". L'opposizione grida alla dittatura. Vive con crescente allarme lo stretto legame con Cuba. Non c'è il rischio di un isolamento? "I nostri amici e compagni di Cuba ci hanno aiutato inviando migliaia di medici. Sono arrivati qui insegnare a curare la gente. Hanno tamponato le falle di un sistema sanitario pubblico, mai realizzato dai vecchi regimi più sensibili alle esigenze delle cliniche private, veri templi della chirurgia estetica, che al diritto alla salute. Hanno dato un contributo vitale al popolo venezuelano. Oggi sono tornati a casa, anche se il rapporto con l'Avana rimane intenso e stretto su molti altri settori". Fra due giorni, riceverà qui il presidente iraniano Ahmadinejad. Quali tipi di rapporti avete con Teheran? "Rapporti economici e scientifici. I dirigenti della repubblica islamica dell'Iran sono interessati a studiare il nostro sistema di produzione del polietilene. Ci forniscono la tecnologia. Ma sono sicuro che qualcuno speculerà anche su questa visita. Lo vede quel silos? Servirà ad aumentare l'estrazione del gas e alla sua trasformazione. Ebbene: diranno che si tratta della bomba nucleare, che stiamo complottando con l'Iran per minacciare il mondo". Chi lo dirà, signor presidente? "Lo dirà il Male, quello che regge l'Impero, il Vampiro che protegge gli oligarchi. Non serve fare nomi. Tutti sanno chi è il vero nemico della pace nel mondo". Ma proprio la comunità internazionale resta perplessa davanti alla sua rivoluzione bolivariana. Sembra di essere tornati al passato. "La rivoluzione socialista e bolivariana dà fastidio a molti. E' l'alternativa al neoliberalismo che ha dominato gli ultimi vent'anni. E' la dimostrazione che esiste un'alternativa, più umana, meno crudele. Noi, non vogliamo convincere nessuno. Siamo aperti a tutti. Abbiamo rapporti con Russia, Bielorussia, Cina. Ma anche con Bolivia, Brasile, Argentina. Abbiamo lavorato con Chirac, adesso inizieremo con Sarkozy". E con l'Italia? "Abbiamo fatto delle proposte alla vostra Eni, abbiamo avuto incontri con il governo Berlusconi". Cosa è accaduto? "C'è un paradosso che mi fa male. Riusciamo ad avere scambi e rapporti con governi di destra, che non ci sono certo amici, mentre quelli di sinistra ci evitano e ci guardano con sospetto". Colpa delle menzogne diffuse dai vostri media? "I giornali e le tv del paese mi attaccano ogni giorno. Io non li ho certo chiusi, continuano a pubblicare. Questa è democrazia, non dittatura". Come giudica la revoca delle concessioni a Rctv, la più antica televisione del paese? "Erano scadute. Oggi è ben visibile su altre frequenze. Un presidente deve essere sensibile ai messaggi che passano attraverso il video: assistere a programmi spinti, volgari, non fa parte della nostra cultura. Noi vogliamo la crescita del nostro popolo, non il suo declino". Il presidente si alza, ci precede dentro un grande tendone bianco dove c'è una vera esposizione di oggetti comuni che mostrerà nella sua trasmissione "Alò presidente". Il suo programma, costruito come momento di dialogo con la popolazione. Afferra degli occhiali da lavoro. "Plastica", indica, "Questi oggetti, oggi, sono fatti dalla nostra industria. Possono essere utilizzati nelle campagne, nelle coltivazioni, per i fertilizzanti. Ma anche nelle costruzioni. E che dire della sanità? Siringhe, strumenti, provette, contenitori. Per anni le oligarchie che dominavano il paese li importavano, li compravano a prezzi esorbitanti. Ma questi stessi oggetti potevano essere prodotti in casa. Invece c'era chi preferiva succhiare il petrolio, venderlo sotto costo, e lasciare morire il popolo per una setticemia, ignaro perfino dell'esistenza dei medici". E oggi? "Oggi è il paese intero che decide e programmna". Senza l'opposizione. "L'opposizione ha fatto le sue scelte. E' un dialogo impossibile. Siamo diversi: noi siamo disposti a morire per il paese. In loro cova l'odio, la rabbia per i privilegi che hanno perduto. Non sopportano vedere un indio, un negro, il "mono", la scimmia, che guida il paese". Come pensa di conciliare il suo modello con i mercati internazionali? "E' un dilemma antico, costante. Pianificazione e mercati. L'America Latina è ricca di gas, petrolio e materie prime: abbiamo creato l'Alba, il nuovo mercato comune, per soddisfare le necessità del nostro Continente. Ci riusciremo nel giro di pochi anni.". C'era bisogno di un golpe per prendere il potere? "Il paese era al collasso. Ho evitato un bagno di sangue, mi sono arreso, ho fatto un anno di carcere, sono stato espulso dall'esercito. Ma ho dato una scossa e il paese ha risposto nelle elezioni del 1998. Non ha pagato invece chi ha fatto il golpe nel 2002. L'ex presidente della Confindustria assieme alla Centrale dei sindacati, che tutto era tranne un sindacato dei lavoratori. La nostra Repubblica bolivariana è uscita dalle urne. Una maggioranza schiacciante. E' l'oligarchia che non accetta questa realtà democratica". Quanto pesa il ruolo dei militari nel futuro del Venezuela? "Su questo sono stato chiarissimo. Niente partiti e niente militanza politica per chi indossa una divisa". Paura di un golpe? "Ce ne sono stati tanti, troppi. Oggi il popolo vuole solo vivere in pace e con dignità". Tratto da http://www.noreporter.org/ I RAPPORTI TRA IL FASCISMO E IL MONDO I RAPPORTI TRA IL FASCISMO E IL MONDO ARABO - ISLAMICO Home | Arte e Cultura | Immigrazione | Islam | Notizie | Cucina | Aziende | Giustizia | Suggerimenti | Note Legali | E - Mail Se ci accontentassimo degli schemi preconcetti condizionati dalle dicotomie assurte nel secondo dopoguerra a valore di dogma - destra/sinistra, razzismo/antirazzismo, colonialismo/terzomondismo eccetera - faticheremmo davvero non poco a darci ragione di un complesso rapporto, tra luci ed ombre, spesso contraddittorio, talvolta entusiasta e sincero, che vide protagonisti personaggi e situazioni che animarono una tempèrie per la quale, col senno di poi, è stata coniata da storici forse più interessati a fornire materiale utile alla cronaca mediorientale che al servizio della Verità, l'ingenerosa espressione di "filofascismo arabo". Indubbiamente, sia la parte fascista che quella arabo-musulmana - da considerare nella loro complessità e da non ridurre quindi a blocchi monolitici - perseguivano obiettivi di fondo differenti, ma è sulla via del loro raggiungimento che si trovarono a percorrere in compagnia alcuni tratti di strada. Se le delusioni generate dai diktat della Conferenza della pace di Versailles (19 gennaio-28 giugno 1919) egemonizzata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia - che per l'Italia si tradussero nello smacco della cosiddetta "vittoria mutilata" e per il mondo arabo-islamico sancirono il tradimento delle aspirazioni all'indipendenza all'insegna dell'arabismo e dell'Islàm - avevano già creato un primo terreno d'incontro tra due realtà emergenti, fino a tutti gli anni Venti la politica estera del fascismo è estremamente prudente, ma è a partire dai primi anni del decennio successivo e specialmente dopo la guerra d'Etiopia del 1935-36 (presentata ai musulmani come un riscatto dalle vessazioni perpetrate ai loro danni dal Negus) che una strategia mediterranea apertamente filo-islamica e perciò anti-francese e anti-inglese (non si dimentichi che all'epoca sia il Maghreb che il Mashreq arabi erano, secondo modalità differenti, sotto il controllo anglo-francese) viene adottata con sempre maggiore audacia: si dà un maggior impulso agli studi arabi e d'islamologia, s'intensificano le iniziative di penetrazione culturale e ideologica (la Fiera del Levante dal 1930, i Convegni a Roma degli studenti asiatici del 1933 e del 1934, le pubblicazioni bilingue italiano-arabo come Italia Musulmana, Mondo Arabo e L'Avvenire Arabo, le trasmissioni in lingua araba di Radio Bari dal 1934) e si diffondono movimenti ed organizzazioni arabe, " L'Avvenire arabo " giornale di propaganda fascista soprattutto giovanili, fra cui ricordiamo il Partito Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ) di Ahmad Husayn e le Falangi Libanesi (al-Katâ'ib al-Lubnâniyya) di Pierre Jumayyûl tra i primi, le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ') e Le Camicie Azzurre (al-Qumsân az-Zarqâ'), entrambe egiziane, nonché varie associazioni scoutistiche (al-Jawwâla), tra le seconde, che guardano, magari confusamente, al fascismo come modello. In altri casi, invece, il motivo ispiratore era costituito dal nazionalsocialismo: citiamo il Partito Nazionale Sociale Siriano (al-Hizb al-Qawmî as-Sûrî al-Ijtimâ'î) di Antwân Sa'âda, le Camicie di Ferro (al-Qumsân al-Hadîdiyya) a Damasco e ad Aleppo, l'irachena al-Futuwwa, la cui etica traeva origine da quella degli ordini cavallereschi del medioevo islamico. Ma è con gli ambienti delle corti delle entità statali allora indipendenti (spesso solo formalmente) e non con fazioni minoritarie ed estremiste che il fascismo, realisticamente, preferisce intessere relazioni che in special modo sul piano commerciale determinano posizioni di tutto rispetto: lo Yemen dell'imâm Yahyà è un protettorato italiano di fatto (il Trattato d'amicizia e di relazioni economiche del 1926 è rinnovato nel 1937) e buoni rapporti vengono stabiliti sia con Re Fu'âd d'Egitto che con il sovrano dell'Iraq Faysal Ibn Husayn, mentre a riprova dell'importanza degli apporti sanitario e tecnico-scientifico italiani nel mondo arabo basti rammentare la missione medica permanente presso l'imâm dello Yemen, l'Ospedale Italiano di 'Ammân, l'ambulatorio di Jedda e l'assistenza aeronautica fornita ad Ibn Sa'ûd per tutti gli anni Trenta. Sul finire del decennio e con la guerra poi - quando a tutte queste ottime relazioni gli Alleati impongono ricatti e pressioni - il filo-islamismo del regime mussoliniano, fin lì improntato ad una buona dose di pragmatismo, si fa, per così dire, ideologico (il fascismo come "Islàm del XX secolo" è uno degli slogans coniati in quel clima), ma è solo in sporadiche occasioni (ad esempio la fallita rivoluzione irachena di Rashîd 'Âlî Al-Gaylânî e degli ufficiali del "Quadrato d'Oro" appoggiata dall'Asse nell'aprile-maggio 1941) e comunque con scarsa convinzione, che il fascismo e alcuni settori del mondo arabo-musulmano desiderosi di liberarsi dal controllo franco-inglese riescono ad intraprendere iniziative di un certo rilievo. Tra gli interlocutori arabi di spicco che privilegiarono l'alleanza (più pragmatica che ideologica) tra il fascismo e l'Islàm - mal riponendo tra l'altro le loro speranze in un altrettanto netto rifiuto dell'entità sionista che lentamente ma inesorabilmente andava costituendosi in Palestina - ricordiamo innanzitutto il Gran muftî di Gerusalemme Hâjj Amîn al-Husaynî (1893-1974), fautore di un'impostazione arabo-islamica - e non strettamente nazionale - della lotta di liberazione del Dâr al-Islàm dalle ingerenze straniere, l'emiro druso Shakîb Arslân (1869-1946), uno dei principali esponenti della corrente riformista della salafiyya che a Ginevra dirigeva La Nation Arabe, Muhammad Iqbâl (1877-1938), il padre spirituale del Pakistan, che ebbe parole d'elogio per l'apertura nei confronti dell'Asia suggellata dal Duce con il discorso del 18 marzo 1934 sull'espansione pacifica dell'Italia in Oriente. Sbaglierebbe poi chi - astraendo dal contesto storico di questa vicenda - individuasse nell'antisemitismo il collante di queste pur vaghe simpatie reciproche: esso non è mai stato proprio né di arabi né di musulmani e per il fascismo, fu il tardivo, minoritario e strumentale frutto dell'alleanza politica con la Germania hitleriana, mentre è spesso taciuto l'atteggiamento ostile che già dal '36 le principali organizzazioni ebraiche dimostrarono nei confronti dell'Italia fascista ed è altresì da ricordare che le comunità ebraiche tradizionalmente residenti in Palestina convivevano pacificamente da tempo immemorabile sia con la maggioranza araba musulmana che con la minoranza araba cristiana. Che si trattasse di un filo-islamismo ondivago e contraddittorio lo dimostra inoltre la "politica islamica" perseguita dal fascismo in Libia, dove i nodi di quella che spesso appare una strategia volta più che altro a contrastare l'egemonia franco-inglese nel Mediterraneo e a gestire le popolazioni musulmane delle colonie (Libia, Eritrea, Dodecaneso, poi Etiopia e infine Albania) vengono al pettine. Qui l'Islàm è sì incoraggiato - fino al punto da rendere difficile la vita a chi scorse l'occasione di una nuova evangelizzazione dell'Africa del Nord - con iniziative volte al sostegno della vita religiosa locale (restauri e costruzioni di moschee e di scuole coraniche, assistenza per i pellegrini alla Mecca, apertura della Scuola Superiore di Cultura Islamica a Tripoli), ma è soprattutto uno strumento d'ordine, progressivamente costretto alla sfera privata in ottemperanza a quel "date a Cesare" che poco si adatta all'intima essenza dell'Islàm. Anche il fascismo quindi - tra i cui elementi costitutivi è da annoverarsi l'avversione a molti dei principi dell'Illuminismo e ad un certo "progressismo" - in Colonia finì per appiattirsi nella riproduzione della retorica del progresso (dello "sviluppo" diremmo oggi) allestendo la versione in camicia nera della "missione di civiltà", compreso l'imprescindibile bagaglio di "buone intenzioni" insito in ogni impresa d'oltremare. Il viaggio di Mussolini in Libia nel marzo 1937 - un "premio" per un popolo che con i contingenti di ascari aveva dato un contribuito fondamentale alla conquista dell'Impero -, culminato con la consegna al Duce della "spada dell'Islàm", aprì in realtà una nuova e più massiccia fase d'insediamento di coloni italiani sulla "Quarta sponda" ("i Ventimila" del 1938), evento che non poteva non preoccupare i fautori dell'integrità etnica e culturale della Patria araba (al-watan al-'arabî), in primis i contigui nazionalisti tunisini del Neo-Dustûr di Habîb Burghîba, saltuariamente accostatisi al fascismo. Un giudizio complessivo quindi, deve rilevare che l'azione filo-musulmana del fascismo (o "filo-araba", quando l'elemento "razza" cominciò a pesare di più in seguito all'avvicinamento alla Germania) si risolse soprattutto in un'attività di propaganda e di disturbo (persino l'insurrezione palestinese del 1937-39 non venne sostenuta con particolare entusiasmo) volta ad accaparrarsi la simpatia delle popolazioni musulmane del Mediterraneo, centro di gravità del "rinnovato Impero di Roma", le quali tuttavia - deluse da chi si era mangiato tutte le promesse fatte a suo tempo - scorsero in questi proclami la possibilità di riuscire a condurre a buon fine la lotta di liberazione anticoloniale, poi proseguita nel secondo dopoguerra dai campioni dei panarabismo (Jamâl 'abdel-Nâser ed i suoi epigoni), tacciati di volta in volta - non a caso - dalla propaganda dei loro avversari di "fascismo", se non addirittura additati a nuovi "Hitler". Ad ogni modo, leggendo i non pochi scritti editi nell'Italia tra le due guerre mondiali nel clima della ricerca di un'"intesa con l'Islàm", si può evincere quanto i toni della polemica (che è bene che ci sia, per carità) sull'odierna presenza islamica in Italia e i timori instillati da chi ha interesse ad agitare ad ogni piè sospinto lo spauracchio dell'"integralismo islamico" siano lontani dall'impostazione data all'epoca alla delicata e fondamentale questione dei rapporti tra l'Italia (e l'Europa quindi) e l'Islàm, tra l'Occidente e l'Oriente. La copertina del libro di Enrico Galoppini Per approfondimenti: Enrico Galoppini, Il fascismo e l'Islàm, Edizioni All'Insegna del Veltro, Parma 2001. pp. 166, € 12,91. Viale Osacca, 13 - 43100 Parma - Tel./ fax: 0521 290880; E-Mail: insegnadelveltro1@tin.it Home | Arte e Cultura | Immigrazione | Islam | Notizie | Cucina | Aziende | Giustizia | Suggerimenti | Note Legali | E - Mail ![]() Mussolini e la Spada dell'Islam Mussolini e la Spada dell'Islam In uno scritto sull'”espansionismo islamico” pubblicato su un periodico del cattolicesimo integralista abbiamo letto quanto segue: "Una menzione a parte merita la moschea di Roma, la cui prima richiesta di edificazione pervenne a Mussolini dallo Scià di Persia di allora. Si ama ripetere la risposta di Mussolini per cui sarebbe bastata l'autorizzazione a costruire una chiesa alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell'Islam getta molta acqua su questa leggenda. Sembra invece che il personaggio non si fosse punto opposto all'edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso intervento di Pio XII, rimasto 'costernato' alla notizia, avesse fatto naufragare simili velleità". L'informazione, desunta da un articolo del Turkish Daily News del 25 ottobre 2000 (che viene citato in nota), concorda in sostanza con quanto ci ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro Islamico Culturale d'Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce gli avrebbe dichiarato che l'idea di erigere una moschea a Roma lo trovava entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo insormontabile. (Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell'epoca si era dichiarato contrario all'edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).
Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui
rapporti del Fascismo con l’Islam, l'interesse di Mussolini per l'Islam
potrebbe avere "le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri
pagine di elogio dell'Islam vergate da Nietzsche" (1). L'ipotesi di
Cardini ci richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in
cui è attestato il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e
per l'Islam. Nell'aprile del 1913 infatti il direttore dell'Avanti!
rispondeva a un invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli
dicendole che tra breve le avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero
letto "Nietzsche e il Corano" (2). Leda Rafanelli (Pistoia 1880 –
Genova 1971), come ricorda anche Renzo De Felice, era "una scrittrice
libertaria seguace della religione
musulmana" (3), la quale si era convertita all'Islam durante una
permanenza in Egitto, più o meno nello stesso periodo in cui operava al
Cairo un altro ex anarchico entrato a sua volta in Islam: quell'Enrico
Insabato che diventerà consulente del governo fascista per le questioni
islamiche. Fu dunque la Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di
Mussolini pubblicate da quest'ultima dopo la guerra, la prima fonte
informata e attendibile da cui Mussolini attinse le sue conoscenze in
fatto di Islam. Un'altra donna, ben più autorevole della Rafanelli,
vent'anni più tardi parlerà anch'essa dell'Islam con Mussolini. Sarà la
"Sceriffa di Massaua", Haleuia el-Morgani, discendente dell'Imam Alì e
maestra (shaykha) di una confraternita iniziatica dell'Islam, la Tarîqa katmiyya.
Dopo essere stata ricevuta dal Duce assieme ad altri dignitari
musulmani, la "Sceriffa di Massaua", autorità islamica di primo piano
dell'Africa Orientale, dichiarerà pubblicamente: "Da quando Allah ha
voluto che il Duce assumesse la protezione e la difesa dell'Islam,
anche la Tarîqa ha assunto importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell'Impero. Nessuno è stato con la mia religione
e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce. Egli si è
detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sharîfa discendente del
Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e lo conservi. Il Duce è nel
cuore dei Musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso,
deciso e perché difende la loro fede".Fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l'intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell'Italia coi paesi musulmani, e non solo con quelli dell'area mediterranea e dell'Africa orientale. Già nell'ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno (4), la quale avrebbe dovuto studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre nell'orbita fascista l'emiro riformatore Amânullâh, restio a rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici. Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di svolgere una "politica islamica" pienamente autonoma, per la semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei paesi musulmani dipendeva dall'andamento dei rapporti dell'Italia con la Gran Bretagna. Inoltre la "riconquista" della Libia, in corso in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell'Italia nei confronti del mondo musulmano. Infine, l'influenza degli ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti più dinamici.
Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell'Italia assunse
un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930 fu
inaugurata a Bari la Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934 furono
organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni degli
studenti asiatici. Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a
trasmettere in lingua araba. Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva
detto: "Gli obiettivi storici dell'Italia hanno due nomi: Asia ed
Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la
volontà e l'interesse degli Italiani (...) Questi nostri obiettivi
hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di tutte
le grandi potenze occidentali d'Europa, la più vicina all'Africa e
all'Asia è l'Italia. Nessuno fraintenda la portata di questo compito
secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani.
Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti,
vicini e lontani, ma di un'espansione naturale, che deve condurre alla
collaborazione fra l'Italia e le nazioni dell'Oriente mediato e
immediato (...) L'Italia può far questo. Il suo posto nel Mediterraneo,
mare che sta riprendendo la sua funzione storica di collegamento fra
l'Oriente e l'Occidente, le dà questo diritto e le impone questo
dovere. Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e
vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non
si industrino a bloccare da ogni parte l'espansione spirituale,
politica, economica dell'Italia fascista". Nel contesto di questa nuova
politica estera si inserisce la creazione, nel giugno 1935 al Cairo,
dell'Agenzia d'Egitto e d'Oriente, la quale, oltre ad avere le
ordinarie funzioni di un'agenzia di stampa, svolgeva attività di
penetrazione nel mondo dell'informazione araba, sovvenzionando giornali
e giornalisti. Anche la nascita dell'Istituto per l'Oriente "si
inserisce nel dibattito che attraversò quei settori
dell'intellettualità nazionale interessata alle questioni orientali o
più precisamente coloniali" (5).La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel 1937, l'anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende omaggio alla tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada dell'Islam (6), riceve gli elogi delle autorità islamiche (7) e nel discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua: "L'Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell'Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all'Islam ed ai Musulmani del mondo intero". Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, "negli intenti di Mussolini e di Ciano la carta araba" continuava ad essere considerata "moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un'effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull'onda delle speranze suscitate dalla conclusione degli 'accordi di Pasqua', Roma bloccò immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari" (8).
Dopo l'entrata in guerra, la politica islamica dell'Italia assumerà
nella strategia mussoliniana "un valore permanente e non meramente
strumentale" (9), caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in
relazione al Medio Oriente, poiché nel Nordafrica la condotta italiana
sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del Fascismo, quella che
Hitler ha deprecato nel suo testamento politico nei termini seguenti:
"L'alleato italiano (...) ci ha impedito di condurre una politica
rivoluzionaria nell'Africa del Nord (...) perché i nostri amici
islamici d'un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o
involontari, dei loro oppressori" (10).E' dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il Fascismo e l'Islam si consolida notevolmente. La pubblicistica fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da ragioni geopolitiche fino all'affermazione di una affinità dottrinale tra Fascismo e Islam. A tale proposito, accanto ad alcuni fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in Palestina) assegna all'Italia una funzione mediterranea di "potenza islamica"(11), vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam. Sulla rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad Bey, secondo cui "il Fascismo può, in un certo senso, essere chiamato l'Islam del secolo ventesimo" (12), e aggiunge: "l'offerta della Spada dell'Islam al Duce è il documento più probatorio che l'Islam vede nel Fascismo un qualcosa d'assomigliante, un certo punto conclusivo con le proprie vedute. (...) Il Fascismo ha orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi, costumi. (...) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la simpatia e l'attenzione di tutto il mondo islamico (...) L'Islam s'indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio dell'anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi" (13). Con Fascismo e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella ripropone la stessa tesi. E nel settembre del 1938, nel messaggio da lui rivolto all' "Internazionale fascista" di Erfurt, il presidente dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l'altro alla "saggezza del Corano" in opposizione alle "nefaste dottrine che propongono l'assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla tirannia di un'unica razza sottomessa alle prescrizioni del Talmud"(14). Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli anni trenta, i richiami ad una "costruttiva collaborazione fra due inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l'Islamismo" (15). Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi: Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle. Il primo era stato direttore della rivista italo-araba Il Convito - An-Nâdî, uscita al Cairo dal 1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr (16), l'iniziatore di René Guénon al Sufismo. Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l'Italia e il mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo all'Islam. Nell'aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della rivista Albania si conclude con queste parole: "L'Islam albanese (...) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che l'Italia (...) ha saputo, col fascino della titanica figura di Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione". Una sua opera, pubblicata a Roma l'anno seguente, reca questo titolo significativo: L'Islam vivente nel nuovo ordine mondiale.
Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel 1892
da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria alla
Regia Università di Roma, consulente neurologo dell'ONB, ex ufficiale
medico, "fu uno dei più efficienti contatti segreti italiani che
operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e del mondo
islamico" (17). I rapporti del governo fascista con i nazionalisti
siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col segretario
generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn Tabatabai e col
Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano stati curati
inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto collaboratore, il
musulmano indiano Iqbal Shedai.Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti furono ampiamente ricambiate da parte musulmana. Il maggior poeta dell'India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto un discorso all'Accademia d'Italia, vede nel Fascismo una forza in lotta contro gli stessi nemici dell'Islam e dedica una poesia a Benito Mussolini, che "ha messo a nudo senza pietà i segreti della politica europea". Parlando della rigenerazione dell'Italia all'insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice: "La nazione erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata, giovane. Nello spirito dell'Islam vibra oggi la medesima ansia". Nel 1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista "entro le mura antiche della grande Roma" e celebra la ricomparsa dell'Impero: "Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale di Cesare". Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un'azione solidale dell'Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La celebre fotografia che lo ritrae in visita al "Covo" di Via Paolo da Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un'attività culminata con la proclamazione del gihàd e con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell'Italia e della Germania (18). Claudio Mutti NOTE 1. F. Cardini, Introduzione a: E. Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2001, p. 5. Sulla presenza dell’Islam nell’opera di Nietzsche, cfr. C. Mutti, Avium voces, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 43-66. 2. L. Ravanelli, Una donna e Mussolini, Rizzoli, Milano 1946, p. 24. 3. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Einaudi, Torino 1965, p. 136 nota. 4. La missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall'ing. Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della legazione italiana di Kabul, mentre sul gruppo degli italiani si riversò l'indignazione popolare. 5. M. Giro, L'Istituto per l'Oriente dalla fondazione alla seconda guerra mondiale, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986, p. 1139. 6. Alle domande che alcuni si sono poste circa la sorte della Spada dell'Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna Rachele in un'intervista pubblicata postuma tre anni fa: la Spada dell'Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l'assenza dei Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli antifascisti. "Hanno portato via tutto (...) perfino la culla di Romano" (L. Romersa, Benito e Rachele Mussolini nella tragedia, in “Storia Verità”, a. III, n. 17, sett.-ott. 1994, pp. 2-8). 7. Il Cadi di Apollonia tenne questo discorso: "Sia lodato Iddio, Che ha infuso il segreto del genio negli uomini di Sua elezione, affinché in loro si manifesti la Sua grandezza, superiore ad ogni concezione umana, e affinché attraverso questa manifestazione si possa arrivare a glorificare la Divinità. O Duce, la tua fama ha raggiunto tutto e tutti e le tue virtù vengono cantate dai vicini e dai lontani. La tua visita al sepolcro di questo Compagno del Profeta, su di lui benedizione e pace, verso cui sono protesi in atto di venerazione i cuori di tutti i Musulmani, raddoppia la nostra gratitudine per te e ci rivela un altro lato della tua grandezza, quella cioè che ti congiunge con gli spiriti dei grandi di tutte le epoche. Al Grande Creatore che ti ha rivelato il segreto di guidare l'Italia sul cammino della potenza e della gloria e che ti ha ispirato i sentimenti di affetto e di bene verso i Musulmani, nonché il rispetto delle loro tradizioni religiose, rivolgiamo le nostre preghiere nell'umile raccoglimento di chi sente tutta la Sua potenza e fervidamente crede nella Sua infinita misericordia, perché ti protegga, ti conservi e ti conceda di spiegare sul mondo intero lo stendardo della pace e dell'amicizia". E il Cadi di Bengasi: "Benvenuto, o Duce, in questa città fedele e in questo antico tempio. I Musulmani di questo paese, che hanno seguito con profonda ammirazione le tappe del cammino trionfale percorso dall'Italia fascista sotto la tua guida e che hanno servito ai tuoi ordini con lealtà e con devozione, ti sono sinceramente grati per questa fausta visita che conferma la tua simpatia verso i Libici e il rispetto per la loro religione. Mi sento veramente fiero di rinnovarti a nome di tutti, sulla soglia di questo sacro luogo, la promessa assoluta di fedeltà, invocando il Signore Onnipotente e Generoso perché ti assista nel guidare l'Italia sulla via di una sempre maggiore grandezza. Egli ti conceda di vedere realizzata la tua volontà di portare il paese ad un livello superiore in tutti i campi, sì da offrire al mondo l'esempio di quanto l'Italia può fare per il bene dei popoli che essa accoglie nel suo grembo sotto il segno del Littorio, simbolo di giustizia e di umanità". 8. R. De Felice, Il Fascismo e l'Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, Il Mulino, Bologna 1988, p. 21. 9. R. De Felice, Op. cit., ibidem. 10. Le testament politique de Hitler, a cura di H.R. Trevor-Roper, Paris 1959, p. 61. Cfr. C. Mutti, Il nazismo e l'Islam, Barbarossa, Saluzzo 1986 e S. Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1988. 11. G. Pesenti, In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande Guerra, Milano 1932, p. 12. 12. Essad Bey, Maometto, Firenze 1935, p. V. 13. G. Tucci, Il Fascismo e l'Islam, in “La Vita Italiana”, maggio 1937, pp. 597-601. 14. R. De Felice, Op. cit., p. 20, nota 12. Sui CAUR e i congressi di Erfurt cfr. M. Ledeen, L'internazionale fascista, Laterza, Bari 1973 e I. Motza, Corrispondenza col Welt-Dienst, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1996. 15. P. Balbis, rec. di G. Caniglia, La Tarica Katmia, in “Bibliografia fascista”, 1939, p. 194. 16. Biografia in: Michel Vâlsan, L'Islam e la funzione di René Guénon, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1985, pp. 87-93. 17. L. Goglia, Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986., p. 1237, nota 39. 18. Sull'impegno militante del Muftì, si vedano i nostri articoli: Una vita per la Terrasanta, in “Storia del XX secolo”, 7, nov. 1995 e Il sangue contro l'oro, ibidem, 10, febbraio 1996. PAGINA PRINCIPALE - HOME PAGE STORIA CONTEMPORANEA LIBRI DI STORIA CONTEMPORANEA Mercato e politica alleati per sopravviverehttp://www.movimentozero.org/mz/
Politica : Pentimento viennese di Benedetto e italico sorriso di ProdiPolitica : Pentimento viennese di Benedetto e italico
sorriso di Prodi
PENTIMENTO VIENNESE DI BENEDETTO E ITALICO
SORRISO DI PRODI.
Di kiriosomega Strana cosa l’avventura umana, ti giri e ti rigiri come intere generazioni prima di te, agisci, ti adopri, t’inventi ciò che puoi, e poi scopri che tutto quello che hai fatto non è servito a niente perché qualche contestatario è sempre pronto a smentire e condannare le tue azioni. Parole amare? Si, quando sono rivolte all’opera di un singolo uomo. No, perché veritiere, quando si riferiscono all’opera creata della chiesa cattolica. Questa, infatti, dopo che ha condannato, massacrato, rubato, pedofilato [è per una questione di rima]… sperando di costruirsi una verginità scova un papa re che, per opportunità politica, invia qui e là a chiedere scusa dei misfatti in cui lui personalmente non ha responsabilità giacché avvenuti in epoche antecedenti, e, molti, ammirati, stanno lì ad ascoltarne le parole. Ma che senso ha questo comportamento? Oltre che sconveniente per la storia e cultura dell’istituzione clericale, l’uomo intelligente comprende che il gesto ha un unico orrido significato, quello di condannare il proprio passato ed i “comandanti” precedenti che l’hanno creato. Comandanti che, però, erano “infallibili”, infatti, Urbano II creò il dogma dell’infallibilità della chiesa nell’anno 1076, invece Pio IX diede origine al dogma dell’infallibilità papale nell’anno 1870. La notizia. E’ di poche ore addietro l’annuncio Reuters secondo cui la chiesa cattolica, a Vienna, attraverso le parole del benedetto teologo pappa re esterna il suo pentimento ed offre le proprie scuse per ciò che accadde, nel secolo scorso, al popolo giudeo durante il governo hitleriano, e questa cosa sappiamo che ormai s’impone per dogma di legge! Dunque, questa è una condanna precisa che l’attuale regnante cattolico sentenzia per una pregressa connivenza della chiesa cattolica con il nazifascismo, infatti, implicitamente ammette che con Pio XII con tutta la sua corte dei miracoli corteggiò il Duce ed il Fhurer “amandoli”, salvo abbandonare, specialmente il primo in mano ai rossi, ed il secondo, perdente la guerra, in mano alle verità proferite da Stalin e dagli Alleati. [La considerazione è bonaria ed incompleta, perché c’è ben altro da commentare]. Se questo mio dire non sarebbe la giusta interpretazione delle parole di Josiph (o Joseph) vuol dire che la logica è divenuta un’avventura, infatti, più onesto è affermare: “Anche in passato abbiamo sempre agito secondo scienza e coscienza, e, nei confronti di quel tempo che non rinneghiamo oggi vogliamo cambiare atteggiamento per mutati interessi”. Le parole di scusa proferite oggi a Vienna, dove il benedetto permarrà tre giorni, sono però l’ultimo atto di una serie d’eventi durante i quali il re ed i principi ecclesiali hanno affermato che l’istituzione che rappresentano deve pietire il perdono per le offese che hanno arrecato ai “fratelli giudei”. Ma già il re polacco li aveva preceduti per una somma di motivi suoi, indicando quella gente come“fratelli maggiori. Un inciso, questo teologo tedesco dalla tendenza postconciliare, ora vestito di bianco come le brocche del biancospino, ha ripristinato l’uso della messa in latino, quella tridentina, ma cosa imbonirà ai fedeli allorché in questo rito dovranno recitare le preghiere “pro perfidis judaeis”? Certo che una strategia in proposito è già costruita, perché anche lui ha fatto suo il concetto di radici religiose giudeo cristiane tanto care all’Europa globalizzante. [Però, nella chiesa cattolica, ci sono molti credenti che rifiutano tale giudizio. Cosa avverrà? Forse un nuovo scisma con un nuovo Lefebvre come condottiero della FSSPX?]. Benedetto, dichiara la stampa austriaca, visiterà anche un monumento nella Judenplatz di Vienna dove commemorerà i giudei caduti durante la seconda guerra mondiale, consequenziale, è, perciò, il desiderio della chiesa cattolica d’essere tenuta in considerazione dal nuovo potente per eventuali prosiegui economici comunitari, ma anche di forza per il controllo dei territori considerati di pertinenza. Sintetizzando, traiamo due diverse considerazioni dalla logica in cui muovono le scuse viennesi: 1) Sfacciataggine e dabbenaggine che condanna i propri predecessori che erano coglioni che agirono in modo pazzesco nonostante l’infallibilità. 2) Esaltazione del sé da parte dell’attuale
papa re, in quanto onnipotente portatore di pace e di nuovo. Alla faccia della
modestia tanto predicata e decantata. Dunque, ancora una volta per la mancanza di dignità della politica ecclesiale anche oggi dimostrata a Vienna, dove l’unto del signore è in missione, si comprende che l’intera azione si svolge alla luce della sola egoistica necessità temporale. Esigenza che, ripetiamo, condusse, e conduce, a soddisfare la brama di volere continuare a detenere il potere acquisito per le pregresse azioni criminali svolte nei confronti di un antico avversario, però contendente che oggi è divenuto forte e per questo pericoloso. Ma questi ultimi due giorni ci portano altre golose notizie stampa che danno l’impressione d’essere state concordate tra diplomazia governativa italiana e vaticana; infatti, quasi a rendere più incisive le parole del teologo tedesco, in Italia è giunto il giudeo sionista Simon Peres che afferma: “…Il governo Prodi si sta dimostrando il miglior periodo per le relazioni italo/israeliane…" [Peres in visita a Roma- dal Corriere della Sera del 06 settembre c.a. pag 16], mentre il poco pacifico Pacifici, quello delle turbative teramane e le offese gravi a Faurisson e Moffa, sostiene: "Con Berlusconi sarebbe stato meglio” [Governo amico di Israele ma con Berlusconi di più". Corriere della Sera del 07 settembre c.a. pag 9]. Chi sa se Anubis, il dio semita dalla testa di sciacallo, e tali sono anche i giudei, quando peserà i cuori dei due campioni italioti scorgendo la similitudine con le sue forme apprezzerà più l’uno o l’altro che tanto poco amano il proprio Paese, e che tanto, invece, apprezzano Israel/Usa. Essi amano a tal segno la stelladiDavidastelleestrisce da inviare i nostri militari a combattere le guerre che quei paesi creano, e non si comprende per quale logica e necessità. E non finisce qui, soleva pronunciare l’indimenticato Corrado televisivo. Difatti, saputo che jet militari giudei hanno più volte invaso lo spazio aereo siriano, secondo l’italico Corriere il poco valente Prodi ha commentato: “…L’Italia è pronta a facilitare l’instaurazione di regolari relazioni tra Damasco e Beirut. Però, solo se la Siria riconosce il Libano. Essa sarebbe perciò meno emarginata…" Ora, che la politica è divenuta l’arte della moltiplicazione dei pani e dei pesci senza nemmeno avere un pane ed un pesce ormai lo sanno tutti, però, che uno Stato sovrano leso nei suoi diritti deve chiedere scusa all’aggressore è troppo grossa. E’ tanto grossa che nemmeno i miracoli del dio giudeo/cristiano riusciranno a tanto, anche perché dall’altra parte c’è il battagliero Allah che non è disposto a cedere. Mala tempora currunt, mala tempora! Si avvicina l'8 settembre...
8 Settembre 1943: NON FU ARMISTIZIO, FU TRADIMENTO8 Settembre
1943: NON FU ARMISTIZIO, FU TRADIMENTO
di Gianfredo
Ruggiero
Il 1943 fu l’anno delle illusioni. Si illusero i congiurati del Gran Consiglio di salvare il fascismo sacrificando Mussolini; si illusero il Re e Badoglio di tradire l’alleato senza pagare dazio; si illusero i ragazzi di Salò di difendere l’onore d’Italia ma finirono col combattere i propri fratelli; infine i partigiani che si illusero di sostituire la dittatura fascista con quella del proletariato e si ritrovarono a sostenere la monarchia. Tutto ebbe inizio il 25 luglio. Caduta l’ultima illusione di vincere la guerra, arrestato Mussolini, dissolto il regime, allo sbando l’esercito, il timone tornò nelle mani del Re il quale, con l’assenso dei partiti democratici in via di riorganizzazione e l’apporto dei vecchi notabili nel frattempo riesumati, affidò al Maresciallo Badoglio le sorti del nostro Paese. Il nuovo governo si affrettò a rassicurare l’alleato tedesco circa la fedeltà dell’Italia e nel contempo avviò segreti contatti con gli angloamericani per passare armi e bagagli dalla parte del nemico, nella patetica illusione di uscire indenni da una guerra che volgeva al peggio. L’8 settembre con i tedeschi in casa e senza preoccuparsi della sorte che sarebbe toccata ai nostri soldati, fino a quel momento impegnati a fianco dei tedeschi su tutti i fronti di guerra e su cui si sarebbe abbattuta l’ira di Hitler, arrivò l’annuncio di Badoglio che chiamò armistizio quello che in realtà fu tradimento: nel volgere di 24 ore i camerati divennero nemici e gli invasori alleati. Questo atto scellerato non mutò le sorti del conflitto, non servì a lenire le sofferenze della popolazione civile che invece continuò a lungo a morire sotto i bombardamenti terroristici dell’aviazione angloamericana: servì solo a scatenare la furia vendicativa di Hitler, in quel momento padrone assoluto del nostro Paese, e a creare le premesse di quella guerra nella guerra le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi. Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi (“Soldati a Salò” ed. Rizzoli, Milano 1995) in seicentomila, frenò i propositi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che avrebbero rifiutato l’arruolamento nella Wehrmacht e chissà cos’altro. Le motivazione che spinsero tanti giovani ad arruolarsi nel neo costituito esercito fascista repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l’intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo. Vi aderirono anche fior di criminali, ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l’onore perduto e per sottrarre l’Italia dalla vendetta hitleriana. Purtroppo tra i due eserciti, quello tedesco affiancato dalle divisioni della Repubblica Sociale al nord, e quello anglo americano con le truppe di Badoglio al sud, si frapposero i partigiani. E fu guerra civile.
Gianfredo Ruggiero, Presidente del Circolo culturale Excalibur http://excaliburita lia.spaces. live.com/
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Sito web: http://excaliburita lia.spaces. live.comATTENTI ALLE BUFALEATTENTI ALLE BUFALE Gianluca Freda (07/09/2007 - 00:03) http://blogghete. blog.dada. net/archivi/ 2007-09-07 Per i ricercatori del web che ripudiano la versione ufficiale sull'11 settembre è venuto il momento di tenere gli occhi aperti e di guardarsi dalle bufale. Da un po' di tempo il web pullula di notizie improbabili riguardanti un attacco all'Iran o un nuovo attentato in stile 11 settembre che il governo americano avrebbe in cantiere per i prossimi mesi. Per quanto queste cose possano sembrare verosimili, esse sono probabilmente non vere. Si tratta di notizie fasulle messe in rete da chi ha interesse a screditare il movimento per la verità sull'11 settembre, facendolo abboccare ad una truffa che si rivela tale a chiunque abbia cura di verificare le notizie che legge. Per esempio, è stato diffuso in rete pochi giorni fa il documento chiamato "Avviso di Kennebunkport" , in cui alcuni noti avversatori della verità ufficiale metterebbero sull'avviso gli utenti del web riguardo a un possibile attentato false-flag in programma per i prossimi mesi. Nel documento si legge, tra l'altro: "Siamo a conoscenza di pesanti indizi che suggeriscono come i sostenitori, i controllori, e gli alleati del Vice-Presidente Dick Cheney abbiano intenzione di imbastire e mettere in atto un nuovo evento terroristico come l'11 settembre, e/o una nuova provocazione bellica, simile al Golfo del Tonchino, nelle prossime settimane o nei mesi a venire. Tali eventi verrebbero usati dall'amministrazion e Bush come pretesto per scatenare una guerra di aggressione contro l'Iran, molto probabilmente con armi nucleari, e per imporre un regime di legge marziale qui negli Stati Uniti". Per quanto uno scenario del genere non appaia affatto inverosimile, il documento è un falso. Lo si può scoprire visitando il sito internet di una delle "firmatarie" , Dahlia S. Wasfi, dove si legge: "Durante il rally di Kennebunkport, tenutosi il 25 agosto 2007, tutti noi siamo stati avvicinati e invitati a firmare una petizione per l'impeachment immediato del vicepresidente Dick Cheney. Dopodiché la petizione è stata modificata e postata su internet, facendo sembrare che noi si abbia la prova che l'amministrazione stia per attuare un nuovo "attentato terroristico false-flag". Nessuno di noi ha prove di questo genere e di conseguenza nessuno di noi ha firmato l'avviso che dichiara il contrario. Auguriamo agli autori del documento buona fortuna nelle indispensabili indagini su tutti gli aspetti dell'11/9. Firmato: Jamilla El-Shafei, Cindy Sheehan, Dahlia Wasfi, Ann Wright Occhio dunque alle trappole. Il movimento per la verità sull'11/9 ha acquisito ormai ampia visibilità e credibilità e c'è chi sta affilando le armi – ricorrendo ad argomenti veramente squallidi e che potrebbero facilmente essergli ritorti contro - per privarlo dei risultati ottenuti. Evitiamo di cascarci, please. Aggiunta: apprendo ora dal sito Luogocomune. net che l'attendibilità del documento è controversa. Webster G. Tarpley ne conferma l'autenticità , benché essa sia negata, come dicevo, da alcuni firmatari. Io, nel mio piccolo, pur tenendo le dita incrociate e accettando il rischio di essere smentito dai fatti da qui a breve, continuo a non credere all'eventualità di un nuovo attentato false- flag o di un attacco all'Iran. Almeno non a breve scadenza. Comunque, Tarpley farebbe bene a dirci al più presto quali sono esattamente le prove in suo possesso che lo hanno spinto a diffondere una petizione del genere. Buon 8 SettembreBuon 8 Settembre a Fini Iscariota
1° Aprile 1994. In un’intervista alla “Stampa”, Gianfranco Fini Iscariota dichiara: ”..Mussolini è il più grande statista del secolo..” 28 Maggio 1994. Fini Iscariota propone di riconoscere ai combattenti di “Salò” la pensione di guerra. 25 Gennaio 1995. Nelle tesi congressuali a Fiuggi, si legge :”..L’antifascismo fu il momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il Fascismo aveva conculcato…. La destra politica non è figlia del Fascismo…” Dicembre 1997. A “ Moby Dick”, la trasmissione di Michele Santoro, Fini Iscariota dichiara: “..il Fascismo è stato un regime totalitario, noi abbiamo condannato il totalitarismo e questa condanna non può non estendersi alla parte finale del Fascismo: la Repubblica Sociale di Salò…. L’antifascismo è stato importante per riportare in Italia i diritti conculcati dal fascismo…” Continua ……. Ogni commento a dichiarazioni come quelle sopra citate sono inutili e non farebbero che confondere il giudizio e la condanna che balzano evidenti da sole alla semplice lettura. Volevamo solo riportare all’attenzione dei lettori la figura di quel figuro di Fini Iscariota che si pone, da solo, ad essere indegno persino di essere nostro avversario: “Minus quam …..” Ogni tanto un “ripasso” fa bene, per non dimenticare i tradimenti, i traditori ed il loro sciocco gregge. “ ..Guai! Viene il tempo dell’uomo giunto all’estremo della sua spregevolezza, che non saprà neanche disprezzarsi. .” ( F. Nietzsche ) Alessandro Mezzano Intervista a Stefano Delle Chiaie
"No, il golpe Borghese, lo ribadisco, se c'è stato è stato una cosa importante: sta agli storici stabilire la sua fondatezza. Io ho detto anche altre cose: che il giorno che si dovesse stabilire che il reato contro lo Stato venga amnistiato, si potrà allora ricostruire la storia, perchè nel caso ci fosse stato il golpe Borghese e venisse accertato, anche se io ed altri siamo stati assolti, altri sarebbero processati… quindi, parlando di quell'avvenimento, e parlandone in modo serio, bisognerebbe citare uomini e persone e se, per cui altri verrebbero coinvolti, e, dato che non va in prescrizione il reato, verrebbero accusati del reato di golpe." Fin quì il "Caccola". Andiamo al dunque. La teoria del"caccola" si basa su una corrente interpretazione del Codice Penale.Infatti, secondo l'art. 157 del Codice Penale, il tempo necessario a prescrivere un reato varia in considerazione della pena stabilita. I reati per i quali è prevista la pena dell'ergastolo non sono prescrittibili.L'art. 157 del codice penale, modificato dalla legge 5 dicembre 2005 n. 251, prevede che la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge. Sono comunque necessari come minimo sei anni per i delitti e quattro anni per le contravvenzioni, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria." E siccome alcuni imputati del processo per il golpe Borghese erano accusati di "insurrezione armata" che prevede la pena dell'ergastolo, quindi si tratta di un reato che non cade in prescrizione. Ma il "caccola" è un cattivo matematico perchè...sono trascorsi 37 anni da quell'8 dicembre 1970...!! Chi di quei protagonisti è ancora vivo o in età per varcare la soglia del carcere, ammesso che il "nostro" sia depositario della verità? Suvvia, Stefanino, smetti di fare il cattedratico e scendi a livello di sottoscala, nel tuo habitat naturale, e parla in nome della verità, per la prima volta en tu puñetera vida...O è la tua solita collaudata tattica di far capire senza dire nulla di compromettente...? Parla e PROVA con chi parlavi, da casa mia, la notte del 7 dicembre '70...Provare e non..ah, ah, ah sono lontani i tempi quando pretendevi di essere creduto sulla parola, la parola di un "prussiano" (del meridione d'Italia!)...Anche la "parola d'onore" di un "fascista" che ripetutamente la impegnavi anche per andare a pisciare!!Come quando arrivasti a Barcelona dicendomi che venivi a passare le vacanze estive ,tu e Leda ,e che il mio imndirizzo lo avevi avuto dal Consolato Italiano...Altro che vacanze estive! Con la tua fotografia di ricercato per un mandato di cattura affisso in tutti gli uffici di polizia e dei carabinieri...Tutta scena in quanto eri un potente, protetto da servizi e politici che contavano e...Diciamo che la bugia, la menzogna, fanno parte del tuo DNA, un caso patologico... E ciò poco importa e non può essere detto meglio di come lo scrisse G. Orwell in 1984://La menzogna diventa fatto storico, quindi vero. “Chi controlla il passato”, diceva lo slogan del Partito, “controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato"//...Il tuo slogan, "caccola"...Ma con Borghese ti sei sbagliato... Continua il "Caccola" nella sua recente intervista. "Possiamo così chiudere affermando ancora che se c'è stato è stato una cosa seria, non è stato una provocazione, e sfido chiunque a provare le sciocchezze che vengono dette. Nè è vero quanto dice qualche soggetto psichicamente non stabile, che dichiara che il comandante Borghese aveva detto che lui non sapeva, non voleva, ecc...Comunque, è poco importante questo. " Che
io fossi un soggetto psichicamente non stabile non lo sapevo...Grazie
Stefanino...Sei il solito amico ( e camerata) che sa intervenire al momento
giusto....Adesso sarò costretto a rivedere tutte le mie posizioni...Ha parlato
il "Caccola"....! Borghese? Un quaquaraquà...Un pagliaccio da opera buffa che se
fosse stato vivo Leoncavallo..altro che il classico ridi pagliaccio... Un
"caporale", il buon Borghese, che non è stato capace di compiere un "golpe"
avendo a disposizione i guerrieri di Avanguardia Nazionale comandati dal
"Caccola" (guarda, guarda, da te..), come pure gli arditi del Colonnello Berti
del corpo delle guardie forestali...Insomma, che "cagone" sto Borghese...E non
parliamo poi di Borghese falso e bugiardo che dice a me, a un soggetto
psichicamente non stabile, che lui con il golpe non ha nulla a che vedere...Ma
tanto, tu dici,questo è poco importante...Quel che conta è la "parola
d'onore di fascista" del Caccola...Stefanino, sei contento per essermi
coperto il capo di cenere e fatto ammenda dei miei peccati? Soprattutto il più
grande di tutti i peccati: aver dubitato della tua lealtà, della tua onestà, del
tuo essere fascista...Continua. Come la lotta.
Angelo Maledetto ProgressoMaledetto Progresso di Massimo Fini da Libero Fonte: www.libero-news. it/ 28.08.07 Noi non siamo solo stufi di pagare le tasse. Siamo stufi di lavorare. Di essere, nella stragrande maggioranza, degli "schiavi salariati", per dirla con Nietzsche, costretti a produrre per consumare. Stufi di essere dei tubi digerenti, dei lavandini, dei water attraverso i quali deve passare il più velocemente possibile ciò che altrettanto velocemente produciamo. Adesso siamo arrivati addirittura all'estremo paradosso per cui non produciamo più nemmeno per consumare, ma dobbiamo consumare per produrre («Bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione», vero?). Dobbiamo cacare in continuazione, come scimmie, ingoiare la nostra merda e dire anche che ne siamo felici. Siamo la "variabile dipendente" del meccanismo economico, il "terminale uomo". Anzi non siamo più nemmeno uomini, siamo stati degradati, appunto, a "consumatori" . Non c'è cosa più beffarda, concretamente e linguisticamente, del cosiddetto "tempo libero". È anch'esso un tempo obbligato, da consumare per nutrire l'onnipotente meccanismo che ci sovrasta. Se un gruppo consistente di italiani, poniamo, decidesse di botto di non far più le vacanze crollerebbe il sistema e arriverebbero gli sbirri ad arrestare i renitenti per boicottaggio. Non è che a noi umani non piaccia lavorare in assoluto. Qualche volta ci piace anche. Certamente l'artigiano e il contadino dell'ancien régime traevano soddisfazione dal proprio mestiere (che, per altro, è un concetto diverso da quello di lavoro), perché era creativo, personale (oggi si direbbe "personalizzato" , ed è già tutto un programma) e dalla loro abilità dipendeva la loro sopravvivenza, soddisfazioni che dubito riguardino l'operaio industriale, l'operatore del terziario, i ragazzi del "call center" e infinite altre categorie di lavoratori. Noi siamo stufi di lavorare come muli, come bestie da soma, per un modello insensato e di essere tosati come pecore della cui lana non si sa poi che fare. Siamo stufi di lavorare per permettere a Bill Gates (o chi per lui) di accumulare enormi ricchezze delle quali, arrivato a cinquant'anni, comprende che potrà utilizzarne solo una minima parte e che mette in una qualche Fondazione pur di liberarsene. O perché Silvio Berlusconi possa comprarsi sempre nuove ville che nemmeno se vivesse cent'anni (cosa a cui costui aspira, povero vecchio, illuso "puer aeternus") potrebbe mai abitare. O perché individui totalmente decerebrati facciano finta di divertirsi al "Billionaire" . I ricchi depressi fra alcol e droga. Poveri ricchi. Fan pena. È fra di loro che si riscontrano le più alte percentuali di nevrosi, di depressione, di consumo di psicofarmaci, di alcol, di droga. Per trarre dal loro membro sempre più floscio una goccia di godimento, per provare un'emozione, devono farsi inchiappettare da un travesta e farsi ficcare il Rolex nel culo (che è un atto altamente simbolico: è come dire che i ricchi gadget che bramiamo e di cui ossessivamente ci circondiamo, per avere i quali lavoriamo, produciamo e ci consumiamo, non valgono nulla e devono far la fine che si meritano). Questo modello di sviluppo è riuscito nell'impresa, veramente miracolosa, di far star male anche chi sta bene. E poveri politici, mosche cocchiere che si illudono di governare una macchina che non risponde più a nessun comando, tantomeno ai loro, e che da tempo va per conto suo, autopotenziandosi e aumentando costantemente, a causa della propria e ineludibile dinamica interna, la sua velocità. Finché andrà trionfalmente a sbattere da qualche parte. Costoro o sono dei truffatori - perché sono consapevoli di essere impotenti - o sono dei coglioni. Ma, forse, sono truffatori e coglioni insieme. Liberté, egalité, fraternité era il motto della Rivoluzione francese nata da quell'evento epocale, decisivo, che è stata la rivoluzione industriale, da cui inizia la Modernità, e che ha partorito le ideologie e i modelli conseguenti: l'industrial- capitalismo e l'industrial- marxismo che non è che una variante, inefficiente, del primo. È stato un fallimento su tutta la linea. Completo. Clamoroso. A parte il fatto che appena inalberata quella bandiera egualitaria e libertaria le democrazie occidentali si sono messe a schiavizzare gli altri popoli (il colonialismo sistematico è dell'Ottocento) , da allora le disuguaglianze nei paesi industrializzati non han fatto che aumentare, così come è aumentata enormemente la disuguaglianza fra Primo e Terzo mondo, non solo in senso relativo, cioè rispetto a noi, ma assoluto: quei popoli sono più poveri, e più miserabili, di quanto lo siano mai stati in passato. Fraternité, vale a dire solidarietà, può esistere solo fra vicini, perché, come spiega Esiodo ne "Le opere e i giorni", nasce dalla necessità di una mutua assistenza. Noi non conosciamo nemmeno chi abita nel nostro stesso palazzo e se, incontrandolo, lo saluti, risponde, sorpreso, con un grugnito. Del resto, anche se non se n'è accorto, è già stato trasformato in un maiale da quella Circe moderna che è il meccanismo produzione- consumo- produzione, come per i porci di lui si sfrutta tutto, anche il codino. La solidarietà non è una cosa astratta, che può essere imposta per diktat, religioso o politico. Non è solidarietà quella delle "due Simone", delle Cantoni e altri simili protagonisti del volontariato esotico, è solo la pruriginosa ricerca di ritagliarsi qualche emozione fuori ordinanza sulle disgrazie, vere o presunte, altrui - sgozzatele pure - che, oltretutto, sono state quasi sempre causate proprio dagli Stati cui appartengono queste "anime belle", queste cugine delle cugine di Garlasco. Né è solidarietà la bontà sanguinaria di Madre Teresa di Calcutta che si pasceva, da vera necrofora, del dolore («La sofferenza degli altri ci appaga, questa è la dura sentenza» scrive Nietzsche) e che per decenni ha rotto i santissimi con l'amor di Dio e non ci credeva e lo bestemmiava. Liberté. Le libertà sono state abolite. Da quelle di dettaglio (non si può più fumare, non si può più bere, non si può nemmeno pisciare di notte sui copertoni della propria macchina - cosa che dà, ammettiamolo, una certa soddisfazione - a 50 metri da una puttana senza che un vigile solerte fotografi il tutto e lo spedisca alla tua "compagna" - ma chi te lo dice, stronzo, che quella è la mia compagna? - non si può dare una pedata a un cane senza essere inseguiti da orde di animalisti, eccetera) a quella decisiva: disporre come ci pare del tempo che, come diceva Benjamin Franklin, è «il tessuto della vita» e di cui siamo stati espropriati. L'unica libertà che resta, sempre più illimitata, globale e oppressiva, è quella economica, cioè proprio quell'infernale meccanismo («Produci, consuma,crepa» per dirla con i Cccp) che ci sta strangolando tutti, poveri e ricchi. Questo è il Progresso, bellezza. AL DANNO SI E’ AGGIUNTA LA BEFFA.INOLTRO UNA MAIL ARRIVATAMI:
AL DANNO SI E’ AGGIUNTA LA BEFFA. INFATTI, DA QUEL GOVERNO E' STATO INIZIALMENTE RIFERITO CHE, CHI HA PERSO TUTTO, SARA’ RISARCITO CON € 3.000 PER LE COSE MATERIALI, E CON € 10000 NEL CASO DELLA PERDITA DI CONGIUNTI. SUCCESSIVAMENTE E’ STATO ANNUNCIATO CHE L'AMBIENTE DISTRUTTO SAREBBE STATO RICOSTRUITO A SPESE DELLO STATO, MA CON QUALI SOLDI NON SI SA POICHE' LA MISERIA ECONOMICA GRECA E' GRANDE. I POLITICI, SIMILMENTE AI NOSTRI LESTOFANTI DEI PALAZZI ROMANI, SI TENGA PRESENTE CHE IL 16 SETTEMBRE SI SVOLGERANNO LE ELEZIONI, HANNO ANCHE PROMESSO PRESTITI STATALI SENZA INTERESSI PER LA RICOSTRUZIONE DELLE ABITAZIONI, ED HANNO PROVVEDUTO AD ACCENDERE UN CONTO CORRENTE PRESSO LA BANCA NAZIONALE GRECA [IBAN GR 980100023000000] PER CHI VOLESSE CONTRIBUIRE PER AIUTARE GLI SFORTUNATI. MA UDITE UDITE CON DECRETO SPECIALE IL GOVERNO GRECO HA REGALATO 65000 MQ DI TERRENO AL CASINO’ DEL MONTE PARNITHA CHE E' DI PROPRIETA’ DI UNA MULTINAZIONALE, E, STRANAMENTE, E' PROPRIO QUESTO IL LUOGO IN CUI SI SVILUPPO' QUELLO CHE POSSIAMO DEFINIRE IL “BALLO” DEGLI INCENDI. MA GIA' E' EMERSO ATTRAVERSO LA STAMPA CHE GRAN PARTE DEI TERRENI BRUCIATI SARA' VENDUTA! COSI' E' GIUNTA NEL PELOPONNESO UNA FROTTA D'INVESTITORI PER “SPECULARE” SU QUEI TERRENI. QUESTA BEFFA HA L'UNICO SIGNIFICATO CHE IL GOVERNO, TRADENDO I CITTADINI, STA SVENDENDO, AD INTERESSI STRANIERI, TERRENI DEL DEMANIO, E DUNQUE PRECEDENTEMENTE PUBBLICI. VI CHIEDO: FIRMIAMO LA PETIZIONE PER LA NON COSTRUZIONE DI QUALSIASI TIPO DI EDIFICIO SUI TERRENI BOSCHIVI O COLTIVABILI BRUCIATI, SI FACCIA IL RIMBOSCHIMENTO CHE E' UTILE ALL'INTERO GLOBO TERRESTRE. ALLEGO LINK DEL SITO PER LA PETIZIONE http://www.petition online.com/ fires07/petition .html CORDIALI SALUTI Carlo Boccadifuoco/ kiriosomega |
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