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I Fascisti di Sinistra Nazionale: Stanis Ruinas

Entry for August 29, 2007 magnify
I Fascisti di Sinistra Nazionale: Stanis Ruinas

Stanis è vivo e lotta insieme a noi

Filippo Ronchi

Dissidenti

Dopo la conquista del potere, il fascismo fu caratterizzato da un dissenso interno plateale, che si manifestò in una forte componente «movimentistica». Essa non riuscì ad affermarsi, ma si battè, tollerata (se non tacitamente appoggiata) dallo stesso Mussolini che in fondo non dimenticò mai le sue origini socialiste. La natura eterogenea dell'ideologia dei fasci, il valore strumentale e contingente attribuito ai «princìpi», la spregiudicata tattica politica erano stati, prima della marcia su Roma, i punti di forza del PNF. Successivamente si rivelarono elementi di debolezza. La «rivoluzione fascista» non ci fu. Allo scontro frontale con la liberaldemocrazia si sostituirono il compromesso governativo e il processo di inserimento nelle tradizionali strutture statali. Ma molti militanti che provenivano dalle esperienze del sindacalismo, dell'estrema sinistra, dell'arditismo, del legionarismo fiumano durarono fatica a rendersi conto ed a convincersi di quel che stava accadendo; alcuni anzi non accettarono mai l'involuzione. Fra questi il sardo Stanis Ruinas, al secolo Antonio de Rosas (1899-1984). Repubblicano, antiborghese e anticapitalista intransigente, egli rimase fedele alle sue idee durante il Ventennio, nel periodo della RSI ed anche nel secondo dopoguerra.



Nel Ventennio

Formatosi alla scuola del mazzinianesimo e del socialismo di Pisacane, Ruinas considerò Mussolini come colui che aveva inteso portare a compimento quella «rivoluzione nazionale» e popolare avviata dai democratici del Risorgimento, ma subito riassorbita dalla borghesia liberale e moderata post-unitaria. Così anche nel corso del Ventennio la borghesia che continua a condizionare pesantemente l'azione del fascismo originario, i gerarchi corrotti ed inetti, la monarchia e la Chiesa cattolica costituiranno -per Ruinas- nemici da battere, in nome della realizzazione del programma di San Sepolcro, espressione del «fascismo autentico» fautore di una rivoluzione antiborghese. Gli attacchi che Ruinas rivolge dai numerosi quotidiani di cui è collaboratore ("L'Impero", "Il Popolo d'Italia", "Il Resto del Carlino") o direttore ("Popolo Apuano", "Corriere Emiliano") all'establishment attirano i sospetti e le ire degli apparati del regime. Egli viene sospeso, reintegrato, radiato «per indisciplina e scarsa fede» dal PNF, sottoposto a vigilanza speciale, fino alla riconciliazione avvenuta alla vigilia della Seconda guerra mondiale grazie al libro "Viaggio per le città di Mussolini" (1939). E proprio aderendo alla guerra mussoliniana, Ruinas ritroverà le ragioni dello scontro supremo con le forze «plutocratiche» e «trustistiche» inglesi e statunitensi, nelle quali per lui si concretizza il sistema capitalistico, «che è il nemico numero uno del proletariato e della rivoluzione». La guerra fascista è interpretata, dunque, come strumento per sconfiggere prima le «demoplutocrazie occidentali» e poi, forti di quella vittoria, rovesciare il predominio del capitalismo interno e di quello internazionale.



Nella RSI

All'indomani dell'8 settembre, Stanis Ruinas si trasferisce a Venezia, per ricoprire l'incarico di capo ufficio stampa della segreteria del suo amico Vìncenzo Lai, nominato dal governo di Salò commissario della BNL. Nella RSI, Ruinas vede finalmente incarnarsi il fascismo delle origini e la possibilità di realizzare quella rivoluzione per la quale si era sempre battuto. La Socializzazione e la ricerca di un accordo con gli antifascisti per impedire la guerra civile diventano i cardini attorno ai quali ruota la sua azione. Ma anche a Salò prevarranno i vecchi gerarchi, appoggiati dai tedeschi. Uno stuolo di parenti, di profittatori irresponsabili e feroci lascerà il segno sulla breve avventura della RSI. Eppure Ruinas respingerà sempre l'accusa secondo cui il fascismo repubblicano sarebbe stato l'espressione estrema della reazione capitalista anzi ribalterà l'accusa sui comunisti italiani, colpevoli di collusione con la borghesia per aver scelto di partecipare al governo Bonomi e di aver accettato l'alleanza con l'Inghilterra di Churchill, «conservatore nel midollo, duca e ricco a starelli» e gli USA di Roosevelt, «portavoce dei miliardari americani».



Pensiero Nazionale

Concluso un breve periodo di detenzione a Venezia nel '45, Ruinas fu assolto in istruttoria da una Corte d'Assise Straordinaria. La rivista "Pensiero Nazionale" venne da lui fondata a Roma nel '47 ed uscì fino al '77, sostenuta dai finanziamenti dei commerciante Oscar T'accetta, dopo l'aiuto iniziale fornito da Vincenzo Lai, rimasto successivamente al crollo della RSI alto funzionario della BNL. Altri finanziamenti di modesta entità giunsero nei primi anni Cinquanta anche dal PCI e successivamente perfino da Aldo Moro, nel periodo in cui il leader democristiano -con la strategia del «compromesso storico»- stava sviluppando il massimo di iniziativa politica autonoma dalle direttive statunitensi all'epoca possibile. Sostegni economici affluirono poi da alcuni paesi arabi: probabilmente dall'Egitto di Nasser e, negli anni Settanta, dalla Libia. "Pensiero Nazionale" non superò mai le 15.000 copie, ma riuscì ad essere presente in tutti i capoluoghi di provincia. Tra la fine del '51 e l'inizio del '52, i Gruppi di "Pensiero Nazionale", che facevano capo alla rivista, si costituirono in un movimento politico, il quale riuscì a raccogliere circa 20.000 iscritti. La formazione, benché di dimensioni modeste, svolse un ruolo non trascurabile nel '53, quando contribuì -in occasione delle elezioni politiche- ad impedire che scattasse il meccanismo della legge maggioritaria (la cosiddetta legge-truffa) confluendo nelle liste di Alleanza Democratica Nazionale e rivelandosi determinante per la sua affermazione.



Fascisti e comunisti

Venuta meno, nel clima della guerra fredda, l'unità dei partiti antifascisti con l'esclusione della sinistra dal governo, il PCI si ritrovò nettamente contrapposto -sul piano interno- alla DC e agli altri partiti moderati, così come -su quello internazionale- decisamente schierato con l'URSS stalinista contro gli USA. La situazione risultava propizia per attuare quell'avvicinamento di formazioni antagoniste al sistema capitalistico che Stanis Ruinas da tempo auspicava. Lo stalinismo gli si presentava appiattito sul materialismo e sull'internazionalismo marxisti, cioè su strumenti non in grado di realizzare la sintesi di socialismo e nazione da lui preconizzata. Tuttavia tra capitalismo e comunismo, fra USA-Inghilterra e URSS, i Gruppi di "Pensiero Nazionale" non avevano dubbi: il loro sovversivismo populistico e totalitario li portava a simpatizzare per Stalin. Contemporaneamente, una strategia di recupero nei loro confronti venne elaborata dal PCI. L'apertura verso coloro che erano stati i nemici di ieri, nell'ambito del quale si collocò nel periodo '47-'53 il rapporto tra il PCI e "Pensiero Nazionale", fu preparata, seppure dietro le quinte, dallo stesso Togliatti. L'operazione venne, poi, condotta da personalità di primo piano del partito, come Giancarlo Pajetta, Luigi Longo, Franco Rodano, Ambrogio Donini, Enrico Berlinguer, Ugo Pecchioli. Gli incontri con Ruinas e con altri collaboratori della sua rivista furono numerosi, ma non diedero risultati significativi, anche perché il PCI ostacolò la nascita di un partito indipendente della Sinistra Nazionale, seppure alleato e contiguo. Forse pesò su quest'evoluzione il graduale ammorbidimento dell'opposizione comunista nell'era della «coesistenza pacifica» seguita all'ascesa di Krusciov. I Gruppi di "Pensiero Nazionale" si orientarono, allora, verso la costituzione di una forza anti-sistema autonoma tanto dal PCI quanto dal MSI. Nel '56 venne effettuato il tentativo più consistente di costituire un Movimento di Sinistra Nazionale, area di aggregazione per uno schieramento antagonista. L'operazione si rivelò effimera, tuttavia nella seconda metà degli anni Cinquanta Ruinas riuscì a consolidare un rapporto con il presidente dell'ENI Enrico Mattei, il quale divenne un importante finanziatore di "Pensiero Nazionale", che a sua volta sostenne le scelte in materia di politica energetica compiute dall'intraprendente imprenditore pubblico, avvicinandosi alle posizioni sia dei paesi arabi produttori di petrolio, interlocutori direttì di Mattei, sia, più in generale, ai paesi non allineati e del Terzo Mondo, di cui denunciò lo sfruttamento capitalistico.



Ciò che resta di Stanis

La vicenda dei «fascisti rossi» che attorno a "Pensiero Nazionale" si raccolsero, rappresenta un segmento pressoché ignoto della storia italiana del secondo dopoguerra, non tanto, a nostro avviso, per le modeste dimensioni numeriche del fenomeno, quanto perché la semplice presenza di un simile soggetto politico fa saltare letture troppo schematiche di determinati avvenimenti. Su temi quali il fascismo e l'antifascismo, la resistenza, la «destra» e la «sinistra», le analisi del periodico romano si situano, infatti, al di fuori di quei parametri interpretativi che proprio negli anni dell'immediato dopoguerra furono elaborati per segnare i caratteri dell'ideologia e della mitologia su cui a tutt'oggi si fonda la legittimazione della liberaldemocrazia italiana. Sul piano ideologico e politico l'elaborazione di Stanis Ruinas e dei suoi collaboratori, che provenivano in massima parte dalla RSI, li collocò fuori dall'orbita del parlamentarismo, in una dimensione assolutamente singolare. Considerato ormai chiuso e non riproponibile il passato del ventennio e di Salò, respinte con forza le posizioni nostalgiche del Movimento Sociale, erede del «fascismo borghese» con cui non intendevano essere confusi, Ruinas e i suoi diedero vita ad una linea fatta di ideali repubblicani e socialisti, di populismo nazionalistico ed anticapitalistico, di inequivocabile ostilità verso la NATO, gli USA, le «democrazie plutocratiche» occidentali che avevano colonizzato l'Italia dopo il '45. Di qui i durissimi attacchi nei confronti di De Gasperi, Scelba, della DC in genere e del Vaticano, nonché del MSI, che ormai si configurava come un partito pienamente conservatore. Al tempo stesso, i «fascisti rossi» lodavano i partigiani rivoluzionari, mentre condannavano la Resistenza borghese quale ennesima espressione trasformistica di quei settori sociali che, dopo essersi assestati con il regime fascista traendone cospicui vantaggi, lo avevano abbandonato nel momento in cui questo aveva lanciato la sua sfida mondiale al sistema capitalista. Alla contrapposizione tra fascismo e antifascismo, "Pensiero Nazionale" propose, dunque, di sostituire quella tra una sinistra composta dalle forze antiborghesi, anticapitalistiche, antiamericane e una destra «plutocratica», clericale, filo-atlantica. Venne delineata così, per la prima volta un'unità di intenti tra militanti marxisti e «sovversivi» che si richiamavano all'esperienza del primo e dell'ultimo fascismo (San Sepolcro e Manifesto di Verona). Un'impostazione di questo genere forniva, però, una lettura tanto del movimento dei fasci quanto della Repubblica di Salò assai diversa da quella divulgata dal PCI e dalla borghesia antifascista, che interpretavano l'uno e l'altra come il «braccio armato» del grande capitale industriale e agrario. Contro queste forze, i «fascisti rossi» ripetevano di essersi sempre scontrati, nel ventennio e nella RSI. Riconoscevano di esserne usciti nettamente sconfitti, ma aggiungevano che non era destino fin dal 1919 che gerarchi e borghesia prevalessero. E concludevano affermando di essere stati battuti da quelle stesse forze capitalistiche che, in sostanza, avevano finito con l'esercitare la loro egemonia anche nell'Italia postbellica, neutralizzando la carica rivoluzionaria delle formazioni partigiane legate al PCI, dopo aver soffocato gli analoghi sentimenti e propositi del «fascismo autentico».



Una lezione da ricordare

Le note fin qui sviluppate non hanno la pretesa di costituire un'indagine storica (per la quale si rimanda al particolareggiato e documentato saggio di Paolo Buchignani, "I «fascisti rossi» da Mussolini a Togliatti", apparso sul numero di gennaio-febbraio '98 della rivista "Nuova Storia Contemporanea"). Attraverso esse si voleva soltanto riepilogare rapidamente una vicenda che resta a tutt'oggi significativa, per giungere ad alcune brevi conclusioni collegate all'attualità. La fase storica è dominata da un Pensiero Unico che si trasmette democraticamente attraverso l'esaltazione del «mercato». Nell'ambito di questo contesto mondiale, anche in Italia la politica sembra essere diventata di plastica, con l'alternativa rappresentata dal confronto tra la «Cosa» di sinistra nata a Firenze auspice D' Alema e la «Cosa» di destra partorita a Verona da Fini. Entrambi gli schieramenti amano definirsi nazionali (ma, per carità, giammai nazionalisti), liberali e liberisti civilmente temperati, sociali sicuramente e tuttavia lontani da ogni statalismo assistenzialista, eccetera. Le loro frange estreme (Rifondazione Comunista o gli ultrà liberisti di Forza Italia all'Antonio Martino) non contano, contribuiscono soltanto a rendere più variegato il panorama interno al sistema capitalista. Se questa è la realtà, le forze antagoniste in quanto -prima di ogni altra considerazione- anticapitaliste non possono rimanere ancora inchiavardate alle due contrapposizioni frontali che hanno segnato un secolo ormai finito, comunismo-anticomunismo e fascismo-antifascismo. Al contrario, lasciarsele alle spalle è condizione necessaria, anche se di per sé non sufficiente, per restituire slancio e prospettiva all'opposizione non riconciliata e non disposta ad accettare le «oggettive ragioni» del modo di produzione capitalistico nell'epoca della globalizzazione. È in questo senso che la lezione di "Pensiero Nazionale" conferma tutta la sua validità. Appare evidente, infine come "Aurora" ed il Movimento Antagonista - Sinistra Nazionale possano considerarsi eredi di quell'esperienza, che con il passare del tempo non ha perso, ma al contrario ha sempre più acquistato interesse, rivelandosi per certi aspetti quasi profetica.



Oltre la barriera

Si tratta ancora oggi, insomma, di elaborare un'idea operativa nuova di opposizione in rapporto al nemico principale, la liberaldemocrazia capitalista, ricordando come anche i fascismi storici, nati all'interno delle società democratico-liberali, si contrapposero in primo luogo ad esse e costituirono, almeno inizialmente, un fenomeno radicalmente originale, animato da un profondo progetto innovatore. In questo senso, non possono essere ridotti ad una semplice risposta al bolscevismo, essendosi sviluppati da radici culturali proprie, con un processo anteriore e parallelo a quello della rivoluzione comunista, che svolse semmai il ruolo di catalizzatore della rivoluzione fascista e non quello di sua causa. Alla luce di tutto ciò, i riti della «religione dell'antifascismo» celebrati da forze di presunta opposizione antagonista quali Rifondazione Comunista, si mostrano per quello che sono: un armamentario che legittima «lo stato di cose presente». Il continuare a descrivere il fascismo come una sorta di metafisica espressone del Male (sopruso, dittatura, ignoranza, inefficienza); negare l'esistenza di filoni che mantennero all'interno di esso integra tutta la loro carica rivoluzionaria; ignorare l'attenzione posta dal PCI degli anni Cinquanta verso i reduci della RSI, insistere sempre e comunque in un atteggiamento di chiusura escludendo perfino l'ipotesi della possibilità di un superamento delle barriere artificialmente tenute in piedi che dividono le forze anti-sistema significa svolgere un ruolo di oggettivo supporto al modello di sviluppo liberista. Quel che oggi si può opporre a tale modello in fatto di alternativa economica, concezione statutaria, giustizia sociale ha i propri fondamenti storici, infatti, nel movimento rivoluzionario che soffiò forte nel bolscevismo e nel fascismo delle origini, portatori di istanze capaci di fronteggiare il modello demo-liberale capitalista. La pregiudiziale antifascista, alle soglie del XXI secolo, trasforma i sedicenti comunisti occidentali in oggettivi fiancheggiatori della globalizzazione. In Italia, la triste involuzione di Rifondazione Comunista sta a dimostrarlo.

Filippo Ronchi

FIRMA PER LA LIBERAZIONE DI SAMI AL-HAJJ

FIRMA PER LA LIBERAZIONE DI SAMI AL-HAJJ

 http://sindibad.fr/IMG/cache-190x151/Sami_al_Hajj-190x151.jpg

 

Sami al-Hajj è un operatore video di Aljazeera catturato dall'esercito Usa in Pakistan nel dic. 2001, e da quell'epoca detenuto nel campo di concentramento di Guantanamo: http://www.prisoner345.net/

 

In Italia la questione non è nota poiché viene presentato come "libertà di stampa" solo quel che fa comodo ai detentori di un potere mediatico filo-americano particolarmente odioso e, diciamolo, totalitario, refrattario ad ogni vero confronto.

 

Seguire Aljazeera (www.aljazeera.net) è come scoprire un altro mondo: tutto quello che i 'nostri' canali televisivi non raccontano sui Paesi arabo-musulmani e non solo.

 

Aljazeera ha subito numerosi e gravi atti di censura, ma pochi, in Italia, ne sono informati.

Si va dall'omicidio (che non è stato l'unico) di Tariq Ayyub, ammazzato all'ingresso delle truppe Usa a Baghdad, al fermo (l'ultimo, ieri, a Kabul, del direttore del locale ufficio), passando per l'arresto (ad es. di Taysir 'Alluni, grande firma dell'emittente, 'reo' d'aver intervistato Bin Laden: roba da premio Pulitzer!). Altri atti di censura Aljazeera li ha subiti anche da vari Stati arabi, alcuni dei quali hanno proibito l'ingresso dei suoi giornalisti, ma le prepotenze più gravi sono state commesse dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

 

Dunque è "normale" che il nome di Sami al-Hajj non dica nulla praticamente a nessuno, almeno in Italia.

 

La petizione promossa dal giornale algerino al-Shurûq (http://www.ech-chorouk.com/), che fa seguito ad un convegno sul tema, punta a raccogliere un milione di firme in favore dell'operatore video detenuto a Guantanamo per dare, come minimo, un segnale di non ottundimento delle coscienze. La petizione pare rivolta solo agli algerini, tuttavia sarebbe importante che anche dai Paesi non arabofoni arrivassero numerose adesioni.

 

Qui c'è il testo della petizione, e, a seguire le firme (nome, cognome, professione).

http://www.ech-chorouk.com/modules.php?name=News&file=article&sid=10131

 

Il testo è in arabo, perciò ne proponiamo una traduzione:

 

Un milione di firme per la liberazione del giornalista Sami al-Hajj

15 agosto 2007


"Il Comitato arabo per la difesa dei giornalisti e la Campagna internazionale in difesa del giornalista Sami al-Hajj, in collaborazione col quotidiano algerino "al-Shuruq", lanciano la campagna "Un milione di firme" per la liberazione di tutti i giornalisti detenuti ingiustamente ed illegalmente, in pace e in guerra, e in particolare per il giornalista Sami al-Hajj, detenuto a Guantanamo da più di sei anni.

 

Noi sottoscritti firmatari, desiderosi di libertà e giustizia, disapproviamo questi comportamenti immorali estranei al diritto internazionale, e con la nostra firma che sarà inoltrata alle differenti organizzazioni regionali ed internazionali diciamo "NO" agli arresti, "SÌ" alla libertà d'opinione; "NO" alla persecuzione dei giornalisti, "SÌ" alla loro libertà, "SÌ" alla liberazione di Sami al-Hajj, "NO" ai maltrattamenti e agli arresti illegali".

 

Per inviare la vostra adesione, scrivete a sami.elhadj@ech-chorouk.com 

(meglio se in francese, tuttavia l'indirizzo e-mail è stato creato per l'adesione alla petizione, quindi basta scrivere nome, cognome e professione, magari anche il Paese; la professione può essere tradotta qua: http://www.dizionario-francese.com/).

BANDITI!

BANDITI!

IN ITALIA ANCHE L'EX PRESIDENTE COSSIGA SI SCHIERA CONTRO LE VERITA' UFFICIALI PROCLAMATE DALLA CASA BIANCA SUI FATTI DEL TRASCORSO 11 SETTEMBRE. -VEDI: "http://patriotsquestion911.com/"-

 

STATI UNITI: FUNZIONARI DI GOVERNO, UFFICIALI SUPERIORI, UOMINI DEI SERVIZI SEGRETI, MAGISTRATI
RICHIEDONO LA REVISIONE DEL RAPPORTO UFFICIALE SUGLI AVVENIMENTI DEL 9 SETTEMBRE.

TUTTI ESPRIMONO UNA SIGNIFICATIVA CRITICA CHE TENDE A PORTARE IN GIUDIZIO L'ATTUALE AMMINISTRAZIONE STATUNITENSE PERCHE' COMPROMESSA CON LA  PUBBLICA COMUNICAZIONE DI UNA VERITA' INTERESSATA E FALSA SUGLI AVVENIMENTI DEI DIROTTAMENTI AEREI CHE CONDUSSERO AL CROLLO DELLE TORRI GEMELLE ED AI DANNI PATITI DAL PENTAGONO.

Attenti a Delle Chiaie...e a tutti i "caccola"

Ai giovani d'area: leggete e meditate...Il "Caccola" ancora vive e forse pieno di progetti politici,  credendo ancora che
possa ripetere le gesta degli anni 60,70 e 80...Quanto segue l'ho trovato su internet per caso, per una ricerca storica...Ricordate tutti i nomi quivi riportati: molti ancora circolano nell'area...
www.confederazionec ulta.org
italia-repubblica- socializzazione

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III CAPITOLO

I fascisti

 

La crisi del fascismo squadrista

    Nella primavera 1968 il neofascismo romano è in crisi, battuto proprio nel suo feudo tradizionale: I'Università. Il 15 marzo, nella facoltà di Lettere occupata, l'assemblea permanente del Movimento Studentesco discute il programma per l'indomani, che prevede un incontro con le delegazioni di altre sedi universitarie, gli studenti medi e alcuni rappresentanti della UNEF parigina, dell'SDS tedesco e del Black Power americano. A qualche centinaio di metri anche la facoltà di Legge è occupata, ma dagli studenti fascisti di Caravella e pacciardiani di Primula Goliardica. Anche lì si discute di "lotte contro il sistema", di "nuove strategie rivoluzionarie" . Nel pomeriggio un vicequestore, responsabile dell'ordine nella città universitaria, si presenta per avvertirli che "i comunisti stanno preparando un attacco per domani". Gli studenti neofascisti non lo stanno nemmeno ad ascoltare, lo scherniscono. Lo stesso succede a Stefano Delle Chiaie che più tardi cerca di convincerli dell'assalto imminente dei "rossi". Qualcuno addirittura lo insulta, lui, il capo riconosciuto dell'estrema destra extraparlamentare, gridandogli "servo dei padroni" e "cane da guardia del capitale". Durante la notte nello scantinato della facoltà scoppia una bomba che distrugge il locale delle caldaie e provoca un incendio. Ma neppure questo attentato serve a creare la psicosi dell'attacco comunista tra i giovani di Caravella e Primula Goliardica. Chi si aspettava una loro reazione, chi ha bisogno di incidenti tra gli "opposti estremismi" per spazzare via la marea nascente della contestazione studentesca di sinistra, non ha tenuto conto della profonda crisi che travaglia anche i seguaci del "Credere, Obbedire, Combattere".
    A provocare i necessari incidenti provvederanno, allora. gli squadristi di pelo vecchio. Il giorno dopo una colonna di circa 200 uomini guidati da Giorgio Almirante, Giulio Caradonna e Luigi Turchi marciano verso il piazzale della Minerva già affollato da migliaia di militanti del movimento studentesco. Caradonna ha fatto le cose in grande: per l'occasione le sue squadre di picchiatori sono arrivate da tutte le parti d'ltalia e sono armate di spranghe di ferro, bastoni e catene. (1) Lungo la strada la colonna fa una sosta alla facoltà di Legge per cacciare fuori gli studenti irresoluti, i camerati rammolliti, e convincerli a partecipare alla azione. Ma sono pochi quelli che si accodano.
    Lo scontro nel piazzale della Minerva è violentissimo. Superato il momento della sorpresa il Movimento Studentesco reagisce, caccia e insegue i fascisti che per la ritirata hanno scelto la facoltà di legge. Assediati da qualche migliaio di studenti esasperati, gli uomini di Caradonna lanciano dalle finestre tutto quanto hanno sotto mano, persino delle scrivanie, e feriscono molti degli assedianti. Nonostante i lanci le porte stanno per cedere e i fascisti farebbero la fine che si meritano se non intervenisse provvidenzialmente la polizia a disperdere gli studenti. (2) I fascisti fermati, che vengono scortati uno a uno dagli agenti sino ai cellulari, sono 162. Fra essi ci sono anche Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e una decina di bulgari reclutati al campo profughi di Latina, i quali non saranno portati in questura: la polizia li lascia andare in una zona tranquilla lontana dall'università . All'onta di essere stati sconfitti e salvati dalla polizia i fascisti devono aggiungere l'amara sorpresa di avere visto tra gli studenti che li assediavano molti dei "camerati" di Legge che essi erano venuti a "salvare dai rossi".
    Battuto militarmente, isolato politicamente, con una base giovanile profondamente disorientata, per il fascismo romano è arrivato il momento di elaborare una nuova strategia, sia per sopravvivere, sia per continuare a fornire i servizi richiesti da chi lo paga.

Vita e opere di Stefano delle Chiaie

    Sino alla primavera del 1968, e a partire grosso modo dagli inizi degli anni Sessanta, le caratteristiche del fascismo romano, il più importante e organizzato a livello nazionale, erano state ben diverse. E' possibile, e utile, ripercorrere le tappe fondamentali della sua storia seguendo la vita e l'opera di uno dei più importanti leader, Stefano Delle Chiaie, detto il Caccola (che a Roma vuol dire basso di statura), 34 anni. studente fallito di scienze politiche, ufficialmente di professione assicuratore. Ex segretario della sezione missina del quartiere Appio dal '56 al '58, quell'anno il Caccola aderisce all'organizzazione neonazista Ordine Nuovo il cui fondatore a Roma è un giornalista del quotidiano Il Tempo. Pino Rauti, noto per aver coniato la definizione "la democrazia è un'infezione dello spirito". Nato ufficialmente su posizioni di dissenso dalla linea parlamentaristica del Movimento Sociale, Ordine Nuovo - come del resto tutti gli altri gruppi e gruppetti frazionisti dal MSI - ha in realtàˆ il doppio compito di ancorare ideologicamente i fascisti "puri" e più scatenati al controllo indiretto del partito e nello stesso tempo di assicurare al MSI la copertura necessaria per le sue attività a livello propagandistico- squadrista (3) Ma questo tipo di servizi non è necessario solo al Movimento Sociale. Quando nel 1960 Stefano Delle Chiaie fonda i GAR (Gruppi di Azione Rivoluzionaria) , viene contattato, per tramite di un deputato missino, da un funzionario del ministero degli Interni: siamo ai giorni del governo Tambroni che si regge in parlamento sui voti dell'estrema destra ed è utile che i GAR, i quali sino ad allora si sono limitati ad azioni squadristiche all'interno delle università, programmino un'attività clandestina di appoggio allo stesso governo e alle forze politiche ed economiche che lo sostengono, in previsione dei mesi caldi e dei violenti scontri di piazza che stanno per arrivare. Nel luglio Tambroni è costretto a dimettersi ma la breve esperienza ha convinto molti dell'importante funzione che possono svolgere le squadre fasciste organizzate nei prevedibili, futuri momenti di tensione sociale e di tentativi reazionari.

Avanguardia nazionale

    Nel 1962 Stefano Delle Chiaie fonda Avanguardia Nazionale, forse il più importante dopo Ordine Nuovo dei gruppi dell'estrema destra extraparlamentare degli anni Sessanta. I reclutati provengono per la maggior parte dalla piccola e media borghesia, sono i figli del ceto impiegatizio tradizionalmente nostalgico, dei commercianti e dei nuovi imprenditori nati col boom economico, più alcune frange di sottoproletari di borgata. I personaggi di maggior rilievo sono i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, i fratelli Cataldo e Attilio Strippoli, i fratelli Coltellacci, Flavio Campo e l'allora giovanissimo Mario Merlino.
    I finanziamenti son consistenti: 300.000 lire al mese sono assicurate da un noto cementiere lombardo, altri soldi arrivano da alcuni notabili della capitale, e da ex gerarchi del regime fascista. In pochi mesi Avanguardia Nazionale apre sezioni in via Michele Amari, via del Pantheon, via delle Muratte, Via Gallia e al Quadraro, che diventa il covo principale dei picchiatori.
    L'organizzazione di Delle Chiaie svolge bene i compiti per i quali è stata creata, e che sono di tipo assai diverso. Nonostante sia ufficialmente in polemica col Movimento Sociale, per le elezioni comunali del 1962 Avanguardia Nazionale viene "affittata" dal candidato missino Ernesto Brivio meglio noto come "l'ultima raffica di Salò", ex brigatista nero ed ex uomo di fiducia del dittatore cubano Fulgencio Batista. L'anno seguente il gruppo fascista entra in contatto coi monarchici che stanno organizzando l'associazione paramilitare delle Camicie Azzurre. Durante il congresso nazionale del MSI, che vede lo scontro tra i "duri" di Giorgio Almirante, l'ex direttore della Difesa della Razza, e i "molli" del rag. Arturo Michelini, Avanguardia Nazionale si schiera coi primi, che dispongono di notevoli mezzi finanziari  (4) e nel corso della campagna elettorale per le "politiche" si mettono a disposizione di Pino Romualdi, Luigi Turchi e Giulio Caradonna. Ma per capire chi sta dietro ad Avanguardia Nazionale, oltre ai missini e ai soldi della Confindustria, succede, sempre nel 1963, un altro episodio significativo. A Roma, in visita al papa, arriva Ciombè, I'assassino di Patrice Lumumba, e a caricare gli studenti di sinistra che manifestano la loro protesta in piazza Colonna, ci sono, a fianco dei poliziotti e delle S.S. (le Squadre Speciali di agenti in borghese agli ordini del commissario Santillo), i fascisti di Avanguardia Nazionale che per l'occasione sono armati degli stessi manganelli neri usati dalla polizia. Presente anche stavolta Mario Merlino che con il suo capo Stefano Delle Chiaieè attivissimo nell'indicare agli agenti quali sono gli studenti più in vista da inseguire e picchiare. (5)

I precedenti del luglio '64

    Agli inizi del 1964 Delle Chiaie ricomincia a teorizzare, come ha già fatto nel 1960, la necessità di organizzarsi clandestinamente. Vanta certi contatti con ufficiali del SIFAR, sostiene che sta per succedere qualcosa di grosso e che bisogna prepararsi. (6) In primavera, in diverse sezioni di Avanguardia Nazionale, si svolgono dei corsi teorico-pratici sulla tecnica di fabbricazione degli ordigni esplosivi a miccia e a tempo. Le lezioni sono impartite dallo "scienziato" , uno studente d'ingegneria meridionale che è anche l'autore dei manifesti del gruppo. Vi prendono parte un po' tutti i fedelissimi di Delle Chiaie, e in più Saverio Ghiacci, Paolo Pecorella e Pio D'Auria Non manca, naturalmente, Mario Merlino.

Testimonianza n. 8

"Mario Merlino mi disse che lui, Delle Chiaie e altri due erano stati avvicinati da un ufficiale dei carabinieri e da un sottufficiale, tale Pizzichemi o Pizzichemini, non ricordo bene il nome, i quali gli avevano proposto di nascondere dell'esplosivo in alcune sezioni del PCI. che loro poi avrebbero provveduto a far perquisire. aggiunse che gli suggerirono, come obiettivi ideali per degli attentati, la sede romana della DC, quella della Confindustria in piazza Venezia e quella della RAI".
    La provocazione contro il PCI non riesce perché i tre fascisti che avevano cercato di infiltrarsi in una sezione comunista vengono riconosciuti e cacciati. Ma le bombe alla RAI e alla sede della Democrazia Cristiana scoppiano davvero. Per questi attentati vengono arrestati e condannati i fratelli Strippoli, Nerio Leonori, Antonio Insàbato e Carmelo Palladino, tutti di Avanguardia Nazionale. Quando dopo qualche mese escono di prigione, i cinque accusano Stefano Delle Chiaie di averli traditi perché gli aveva garantito una "copertura" che in realtà non c'è stata.
    Nonostante abbiano molto da fare, i fascisti di Avanguardia Nazionale non trascurano quello che resta il loro territorio di caccia preferito, cioè l'ambiente universitario. Il 25 aprile 1964, durante le celebrazioni della Resistenza, assaltano gli studenti di sinistra sotto gli occhi dei poliziotti impassibili, e la notte del 26, guidati da Serafino Di Luia, irrompono nella Casa dello studente per farsi consegnare tre "sinistri", ne feriscono gravemente due e se ne vanno indisturbati cantando in faccia ai poliziotti che non sono intervenuti "Il 25 aprile è nata una puttana e gli hanno messo nome repubblica italiana". Il mattino dopo occupano la sede delI'ORUR, l'organismo rappresentativo studentesco, ed espongono una bandiera con la svastica. Qualcuno protesta e i fascisti fanno una sortita, colpiscono a colpi di martello degli studenti tra i quali c'è il figlio del professor Pasquale Saraceno, che riporta delle fratture guaribili in due mesi. La polizia si rifiuta sempre di intervenire, così come il rettore Ugo Papi al quale si sono rivolti alcuni docenti democratici. Gli studenti aggrediti ormai non sporgono neppure denuncia, anche perché chi si decide a farlo viene minacciato personalmente di più gravi rappresaglie. E' in questo clima che il gruppo universitario fascista Caravella ottiene la maggioranza assoluta nelle elezioni universitarie. 
    All'inizio del 1965 Avanguardia Nazionale accorre sollecita al richiamo di Giorgio Almirante che si appresta a scatenare un'altra offensiva contro la gestione "molle" del segretario Arturo Michelini al congresso del MSI di Pescara. I lavori si trasformano in una gigantesca rissa. Dopo essersi scannati in pubblico Michelini e Almirante si accordano in privato: il primo conserverà la segreteria del partito, al secondo andrà la carica di presidente del gruppo parlamentare missino alla Camera. Alcuni delegati del congresso scrivono delusi: "Il MSI è un porcaio in cui alcune migliaia di imbecilli fanno la coda per avere l'onore di riempire la greppia a quattro ruminanti".
    Ma Stefano Delle Chiaie non si scandalizza. Promuove l'unità dei gruppi universitari di destra, sempre divisi sul problema del controllo dei fondi dell'organismo rappresentativo. Avanguardia Nazionale, Caravella, Ordine Nuovo, i pacciardiani di Primula Goliardica, uniti, danno il via a una nuova serie di violenze. Il 12 aprile 1965 arrivano al punto di interrompere la lezione che Ferruccio Parri sta tenendo all'istituto di Storia Moderna. Inneggiano al fascismo, lanciano candelotti lacrimogeni nell'aula, picchiano degli studenti e insultano e prendono a spintoni lo stesso Parri (7). Il rettore Papi non interviene. La Polizia ferma ed identifica gli studenti aggrediti, lascia che gli aggressori si allontanino indisturbati. Sono gli stessi che in quei giorni, aizzati da una campagna di stampa razzista condotta dal Tempo e dal Messaggero. danno la caccia ai "capelloni" di piazza di Spagna.
    Alla vigilia del congresso nazionale del PCI, nell'inverno del '65, appaiono sui muri di Roma migliaia di falsi manifesti stalinisti volti a fomentare la scissione del partito: tra i vari "committenti" di Avanguardiaˆ Nazionale non potevano mancare i Comitati Civici. (8)

L'entrismo

    Improvvisamente, nel 1966, Avanguardia Nazionale si scioglie per rendere operativa la nuova politica "entrista" che Stefano Delle Chiaie ha elaborato. Il programma si articola grosso modo su questi tre punti:
1) I camerati più "duri" come Flavio Campo, Serafino Di Luia, Saverio Ghiacci, devono scomparire per qualche tempo dalla circolazione onde rifarsi una verginità politica in previsione di nuovi e più impegnativi compiti;
2) Altri cameratiri entrano nel MSI per occuparvi posti chiave. Cataldo Strippoli diventa dirigente nazionale giovanile, suo fratello Attilio segretario provinciale del partito. Coltellacci, Perri, Di Giovanni e altri entrano nel gruppo universitario Caravella. Mario Merlino, grazie ai suoi buoni rapporti con Giulio Caradonna, sarà il nuovo segretario provinciale della Giovane Italia che raggruppa gli studenti medi;
3) Stefano Delle Chiaie, il capo, resta invece nell'ombra con funzioni di coordinatore. Gli rimangono al fianco Nerio Leonori e Carmelo Palladino, noti "bombaroli".
    Si tratta in realtà di una scissione simulata perché il gruppo di Avanguardia Nazionale continuerà a frequentarsi. Anche la sua sede più importante, quella di Via del Pantheon, rimane aperta.
    In quel periodo Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino si fanno vedere spesso in giro con un certo Jean, un francese dell'OAS che essi presentano ai camerati come istruttore militare ed esperto in esplosivi. Assieme al francese, secondo quanto dirà un giorno Merlino, depongono una notte un ordigno esplosivo presso l'ambasciata del Vietnam del Sud, "per far ricadere la responsabilità sulla sinistra". I contatti di Avanguardia Nazionale con elementi dell'estrema destra internazionale non sono nuovi. Uomini dell'OAS entrati clandestinamente in Italia sono stati aiutati da loro, uno è stato ospite per diverso tempo nella casa di Serafino Di Luia in via Gallipoli. Stefano Delle Chiaie compie frequenti viaggi in Spagna, Austria, Germania, e nel 1962 ha partecipato, a Londra. al congresso per la costituzione dell'lnternazionale Nera promosso da Colin Jordan, il capo del partito nazionalsocialista inglese.

La morte di Paolo Rossi

    Tuttavia i tempi stanno per cambiare e in senso sfavorevole, per il neofascismo romano. Il 27 aprile 1966, durante gli scontri violentissimi provocati dai picchiatori di Delle Chiaie davanti alla facoltà di Lettere, muore lo studente socialista Paolo Rossi. Un incidente, dirà la polizia: il ragazzo si è sentito male ed è precipitato dalla scalinata. Invece ci sono molti testimoni a dichiarare che PaoloRossi è stato picchiato e per questo è caduto sul piazzale (9). Anche le foto parlano chiaro, dimostrando le violenze dei fascisti che si accaniscono su studenti isolati, mentre i poliziotti stanno a guardare. Riconoscibilissimi sono Serafino Di Luia, Flavio Campo, Saverio Ghiacci, Adriano Mulas-Palomba, Alberto Questa, Loris Facchinetti e Mario Merlino.
    La morte di Paolo Rossi risveglia le coscienze, mobilita i giovani della nuova sinistra. Alcune facoltà vengono occupate. La notte tra il 28 e il 29 gli squadristi di Delle Chiaie aggrediscono nuovamente alcuni studenti isolati, bloccano l'auto su cui viaggia la figlia del deputato comunista Pietro Ingrao assieme a due amici assistenti universitari, a uno dei quali un colpo di coltello asporta la falange di un dito. Tra i denunciati per il vile episodio c'è Serafino Di Luia ed un certo Angrillo, un militare dell'Aeronautica. Il 2 maggio tutta l'universitàˆ romana è occupata. Tremila studenti riuniti in assemblea e 51 docenti titolari di cattedra denunciano in una lettera inviata al presidente della Repubblica "la situazione di violenza e illegalità che regna nella città universitaria dove un'infima minoranza di teppisti che hanno fatto propri i simboli del nazismo, del fascismo, delle SS e dei campi di sterminio possono impunemente aggredire studenti e professori che non condividono metodi e idee appartenenti al più vergognoso passato e condannati dalle leggi di tutti i paesi civili". E concludono: "Di fronte a questo stato di cose, anche noi ci sentiamo responsabili della morte di Paolo Rossi perché abbiamo tollerato tutto ciòsino ad oggi". Il giorno precedente un corteo di centinaia di operai si era recato alla Città Universitaria per portare la propria solidarietà agli studenti occupanti. Il ministro della pubblica Istruzione, a scanso di guai ulteriori, costringe alle dimissioni chi, più degli studenti e dei professori democratici, è stato responsabile per anni della situazione che ha portato alla morte di Paolo Rossi: il rettore Ugo Papi. In una intervista rilasciata al giornale Rome Daily American l'ex fascista Papi dichiara: "L'unico mio tortoè stato quello quello di aver sempre cercato di ostacolare i professori di sinistra". Eppure i fascisti attaccano ancora. Il 2 maggio 300 squadristi guidati da Caradonna e Delfino danno l'assalto alla facoltà di Legge: ma ormai gli studenti sono in grado di reagire e di battersi e anche la polizia interviene (10).
    In realtà, la presenza dei fascisti si era rivelata utilissima per la creazione nell'Università di quel clima di terrorismo e di rissa latente su cui il vecchio corpo accademico, incolto e clientelare, fonda le sue tradizionali fortune. Impossibilitati a sviluppare la dialettica delle idee, gli studenti di sinistra stentavano a mettere a fuoco gli obiettivi di lotta avanzati e restavano prigionieri della logica anacronistica - anche se legittimata da esigenze di conservazione fisica - della battaglia antifascista. Dall'esperienza di quegli anni il corpo accademico e, più in generale, le forze interne all'apparato statale. trarranno utili indicazioni per il futuro: in quel momento, l'applicazione di alcuni elementari principi costituzionali nell'ambito universitario nasce più dalla paura della reazione studentesca che da una, sia pur tardiva, resipiscenza democratica delle autorità.

La morte di Antonino Aliotti

    Esclusi per il momento, ma non ancora definitivamente, dall'università , i fascisti dell'ex-Avanguardia Nazionale si mettono a disposizione per attività esterne. Ma nel gruppo c'è qualche segno di crisi. Stefano delle Chiaie non ha ancora risposto alle accuse che gli erano state mosse dai suoi fedeli finiti in galera per l'attentato dinamitardo alla RAI di via Teulada. Li abbia o no traditi, è un fatto che solo lui fra tutti riesce sempre a cavarsela, a non avere noie con la polizia. Questo aumenta la sua fama di intoccabile, di individuo potente e pericoloso ma nello stesso tempo lo espone anche a certe critiche da parte di chi crede nella "rivoluzione nazionale". Come, per esempio, Antonino Aliotti.
    Aliotti è figlio di comunisti ma è anche uno sbandato che è finito giovanissimo negli ambienti della estrema destra. In poco tempo è diventato uno dei più noti picchiatori fascisti del gruppo di Delle Chiaie, ha partecipato all'aggressione contro la figlia di Pietro Ingrao. Si sente un "puro". Ma non è un irrecuperabile. Parte soldato e entra in crisi, ritorna a Roma e comincia ad accusare il Caccola di averlo ingannato, di non essere un "rivoluzionario" che lotta contro il sistema, bensì  un mazziere al servizio del sistema.
    Dopo qualche giorno Antonio Aliotti riceve il primo avvertimento. Viene fermato dalla polizia che gli perquisisce l'automobile: nel cofano vengono trovati degli esplosivi che lui giura di non aver messo. E deve essere vero visto che. processato, è assolto per insufficienza di prove A questo punto Antonino Aliotti si è chiarito le idee sino in fondo. Affronta Stefano Delle Chiaie e lo minaccia di rivelare pubblicamente i rapporti che lui, il Caccola, mantiene col Ministero degli Interni. Passano pochi giorni, il mattino del 25 febbraio 1967 Antonino Aliotti, ragazzo sbandato, viene trovato morto a bordo della sua auto che ancora una volta è carica di armi ed esplosivo. Suicidio, dice subito l'inchiesta di polizia. La sera prima di morire Aliotti aveva cercato disperatamente di mettersi in contatto con alcuni amici, anch'essi tutti dissidenti dal Caccola. Si scopre che sulla sua mano destra, quella con cui si sarebbe sparato, c'è un graffio. Qualcuno si rivolge ai carabinieri, racconta che Antonino Aliotti negli ultimi giorni era spaventato, diceva di aver ricevuto delle minacce. I carabinieri filmano tutte le persone che partecipano al suo funerale e poi interrogano quanti riescono a identificare. Ma non si verrà mai a sapere se l'inchiesta ha portato a qualche risultato.
    Quasi nello stesso periodo Stefano Delle Chiaie conosce un'altra persona destinata a una morte misteriosa: Armando Calzolari. Verso la fine del 1967 lui e il gruppo della, ufficialmente disciolta, Avanguardia Nazionale frequentano assiduamente la sede del Circolo dei Selvatici, in via deil'Anima 55. Il circolo è la copertura culturale del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Mescolati tra generali in pensione, ex combattenti di Salò, ufficiali dell'esercito e carabinieri in servizio e congedati, i mazzieri di Avanguardia Nazionale assistono alle conferenze tenute da alcuni stimati intellettuali dell'estrema destra, quali ad esempio il giornalista Giano Accame, collaboratore del pacciardiano La Folla, del Borghese, del Fiorino e corrispondente dall`ltalia del bollettino dell'NPD, il partito neonazista tedesco di Adolfo von Thadden. (11)

La nuova tattica: infiltrazione e nazimaoismo

    In questo periodo di forzata stasi, tra la fine del '67 e i primi del '68, Stefano Delle Chiaie stringe nuovi legami con gli amici di Junio Valerio Borghese, consolida quelli già esistenti con Giulio Caradonna, Luigi Turchi e Pino Rauti, giornalista del Tempo di Roma. E' con lui che, nella primavera del 1968, organizza il viaggio in Grecia per la quarantina di fedelissimi amici dei colonnelli tra i quali c'è Mario Merlino. Ed è al ritorno da questo viaggio che ha inizio la vasta operazione di infiltrazione negli ambienti di sinistra e di creazione di nuovi gruppi fascisti mascherati sotto etichette che riecheggiano vagamente la terminologia marxista. (12) Mario Merlino, di cui abbiamo già raccontato la storia, è un esempio macroscopico ma è solo uno fra i tanti. Alcuni altri sono questi.
    Serafino Di Luia. assieme a un gruppo di fedelissimi viene incaricato di tenere sotto controllo i fermenti eterodossi della base neofascista che nella facoltà di Legge ha il suo punto di maggior forza. (Basta pensare a come si sono comportati questi "ribelli" dell'estrema destra in occasione dell'assalto delle squadre di Giulio Caradonna contro il movimento studentesco) . Di Luia svolge egregiamente il suo compito, riuscendo via via a emarginare dal Movimento Studentesco di Giurisprudenza (così si sono autodefiniti i fascisti "ribelli") tutti quegli elementi che sono entrati in crisi quando la mitologia fascista nella quale avevano creduto è crollata sotto l'incalzare delle lotte del movimento studentesco. Con quelli che gli rimangono, fascisti autentici, Serafino Di Luia organizza il Movimento Studentesco Operaio d'Avanguardia e, più tardi, il gruppo Lotta di Popolo. I cosiddetti nazi-maoisti si presentano nelle assemblee del movimento studentesco gridando slogan tipo "Hitler e Mao uniti nella lotta" e "Viva la dittatura fascista del proletariato" , e provocando spesso gratuiti scontri con la polizia. Inoltre Lotta di Popolo rilascia numerosi comunicati stampa che, mascherati da una fraseologia pseudorivoluzionari a, danno un taglio nettamente qualunquistico e provocatorio alla critica svolta dal movimento studentesco contro i sindacati e i partiti revisionisti e condannano l'aggressione israeliana in Medio Oriente in termini razzisti e antiebraici. Questi comunicati vengono ampiamente ripresi dai giornali del centro e della destra che,. gridando allo scandalo, li spacciano agli occhi dei lettori come rappresentativi della ideologia e della politica del movimento studentesco. Dopo gli attentati del 12 dicembre 1969 la maggior parte di questi seguaci di Serafino Di Luia sono rientrati nel MSI o hanno ridato vita, sempre sotto la guida di Stefano delle Chiaie, alla vecchia Avanguardia Nazionale ritornando ai metodi squadristici di attacco frontale contro i "rossi" che usavano una volta.
    Attilio Strippoli. Sulla falsariga di Mario Merlino fonda il sedicente anarchico Gruppo Primavera mettendo insieme una decina di studenti medi della Giovane Italia. Il gruppo - come del resto il 22 Marzo di Merlino - ha una vita brevissima: dopo aver tentato inutilmente di prendere contatti con i trotzkisti di Iniziativa Operaia, si scioglie e i suoi aderenti tornano a militare nella Giovane Italia. Tentativi analoghi a quelli sopra descritti avvengono, oltre che a Roma, anche a Milano, Napoli, Palermo, Reggio Emilia e altre città. E' curiosa la "versione rurale" di queste iniziative: a Cave, un paese a una sessantina di chilometri da Roma, feudo elettorale di Giulio Caradonna e situato vicino a Artena, dove Junio Valerio Borghese ha un castello e una tenuta, viene costituita la locale sezione del Fronte Nazionale. La propaganda svolta tra i contadini, molti dei quali sono iscritti al PCI, avviene con la diffusione del libretto rosso di Mao Tse Tung e con argomentazioni prese a prestito dai giornali dei gruppi marxisti-leninisti. Promotore dell'iniziativa è un certo Lippariti, intimo amico di Caradonna c di Borghese (13).
    Domenico Pilolli  (14) (Ordine Nuovo) e Alfredo Sestili (Avanguardia Nazionale) entrano nel Partito Comunista d'ltalia marxista-leninista. Ambedue vengono scoperti e allontanati come provocatori. Domenico Pilolli è molto amico della contessa F., moglie di un colonnello del ministero degli Interni, che diffonde a Roma il bollettino del partito neonazista tedesco NPD. Alfredo Sestili, che ha partecipato al viaggio in Grecia con Mario Merlino, ha proposto spesse volte a vari militanti del PC d'l di compiere attentati dinamitardi. Tre mesi dopo l'espulsione dal partito marxista-leninista, il 15 ottobre 1968 è stato arrestato assieme ad altri quattro fedelissimi di Stefano Delle Chiaie per detenzione di esplosivi e per aver organizzato attentati alla sezione comunista del Quadraro e a un cinema dove si proiettava il film sui fratelli Cervi. (15)
    Marco Marchetti. (16) Tornato dal viaggio in Grecia, lascia Ordine Nuovo e entra nel comitato di base del movimento studentesco del liceo Vivona. Scoperto e allontanato, rientra ad Ordine Nuovo e partecipa alla ricostruzione di Avanguardia Nazionale. E l'elenco potrebbe continuare. In generale la tattica usata è sempre la stessa: una volta infiltrati i fascisli svolgono il doppio ruolo di informatori (a favore dei loro stessi camerati che sono rimasti all'esterno, o della polizia, o di agenzie di stampa di destra) e di provocatori. proponendo attentati e cercando di causare scontri con la polizia. Ma anche quando non c'è infiltrazione, i fascisti tentano in tutti i modi di confondere le acque: basta pensare al gruppo di Stefano Delle Chiaie che si presenta alla manifestazione contro la visita di Nixon a Roma con i bracciali delle guardie rosse. Un altro personaggio assiduo ai cortei organizzati dai giovani di sinistra, il cosiddetto "Lupo di Monteverde", alias Buffa, ex legionario e istruttore dell'associazione paramilitare Europa Civiltà, alternava la tuta mimetica dei paracadutisti all'eskimo verde con il distintivo di Mao.

(1) All'assalto partecipa anche Ugo Venturini il capo dei volontari del MSI di Genova che hanno risposto all'appello di Caradonna. Ugo Venturini è "l'operaio di 32 anni. padre di due figli" che. ferito nello scontro tra fascisti e antifascisti che cercavano di impedire un comizio dell'onorevole Giorgio Almirante a Genova, nell'aprile 1970 è morto una settimana dopo per una sopraggiunta infezione da tetano e è diventato il "martire" del MSI nella campagna elettorale del 7 giugno Nelle foto degli incidenti il Venturini è riconoscibile nel gruppo di fascisti che. impugnando aste di ferro acuminate, si lanciano contro un gruppo di studenti medi: il suo nome figura nella lista degli arrestati e denunciati all'autorità giudiziaria (cfr. "Il Messaggero" del 17 marzo 1968).

(2) Un'ora e mezzo circa dopo l'inizio degli scontri (cfr. "Il Messaggero" del 17-3-68, quando già le autoambulanze avevano portato via una ventina di studenti feriti.

(3) Ordine Nuovo è nato nel 1956 dalla scissione dal MSI di un gruppo neonazista, Ha rappresentato un efficace punto di riferimento, organizzativo e propagandistico, per l'OAS e !e altre: organizzazioni europee del colonialismo negli anni '60. Subito dopo il colpo di stato in Grecia, il suo presidente Pino Rauti è stato ricevuto dal ministro Pattakòs, e da allora i rapporti con il regime dei colonnelli si sono fatti strettissimi. Nel '68 e '69 P. Rauti ha fatto frequenti viaggi a Atene. Nella sede romana di Ordine Nuovo, via degli Scipioni 268, durante l'autunno-inverno '69. si sono tenute riunioni alle quali hanno partecipato membri dell'ESESI, la lega degli studenti greci fascisti in Italia. Nello stesso periodo gli iscritti al Fronte d'Azione Studentesca - la sezione giovani di Ordine Nuovo - hanno compiuto numerose azioni squadristiche davanti a licei romani e contro sezioni di partiti di sinistra. Il 15 novembre 1969 il gruppo dirigente di Ordine Nuovo è improvvisamente confluito nel MSI. dove è stato cooptato nel comitato centrale. A Pino Rauti è stata affidata la direzione del settore Iniziative sociali e di pubblica opinione. Tra i membri più attivi del gruppo ci sono Paolo Andreani, Giulio Maceratini, Carlo Magi, Giuseppe Spadaro, Gaetano Grazioni, Salvatore De Domenico, Oscar Marino, Paolo Zanadoff, Antonio Lombardo, Franz Primicino, Nunzio Bragaglino, i fratelli Cascella, Fabio Mari, Domenico Pilolli, Tommaso Mauro, Grillo e Cospito. Ordine Nuovo ha organizzato esercitazioni a fuoco nella zona di Tolfa. nei dintorni di Civitavecchia. L'incaricato alle armi è Daniele M., abitante a Roma, in via Ugo Bignami.

(4) In quella occasione l'on. Giovanni Malagodi "dirottò" parte dei fondi confindustriali a lui destinati verso la corrente di Almirante, preoccupato della concorrenza elettorale che un MSI " moderato" avrebbe potuto esercitare nei confronti del PLI (cfr. Le nuove camicie nere di M. Giovana - Ed. I Radar, 1966).

(5) Della esplicita connivenza tra fascisti e polizia parlò diffusamente anche la stampa estera. Per soffocare lo scandalo il Ministero degli Interni sciolse le squadre speciali in borghese e trasferì il commissario Santillo dalla Questura di Roma a quella di Reggio Calabria.

(6) Su questo tipo di reclutamento esistono varie testimonianze. Un ex aderente all'organizzazione giovanile pacciardiana "Primula Goliardica" dichiara, ad esempio, che lui ed altri iscritti parteciparono, nell'estate del 64, ad un corso di addestramento para-militare tenuto da ufficiali del SIFAR in una località della Sila. Nel 1969 uno di questi ufficiali, per I'esattezza un colonnello, volle essere presente, nell'ufficio politico della Questura di Roma, agli interrogatori di alcuni fascisti, sospettati di attentati dinamitardi. fra i quali un paio dei suoi ex "allievi".

(7) In quella circostanza distribuirono il seguente volantino:"Giovani! A voi che rappresentate il futuro della Nazione spetta il dovere morale di dire "basta" alla banda di cialtroni che da vent'anni appesta l'aria della nostra Patria. Dire "basta" ai rinnegati che con il loro tradimento videro coronato vent'anni fa il loro servilismo. Dire "basta" ai rinnegati che ancora oggi celebrano la vittoria di quegli eserciti stranieri che permisero d'instaurare in Italia il più infausto sistema di governo che la nostra Storia ricordi! Firmato: Avanguardia Nazionale. Iniziativa Rivoluzionaria MSI (via del Pantheon 57)".

(8) La denuncia, presentata all'autorità giudiziaria dal PCI, non ebbe seguito nonostante alcuni fascisti di AN fossero stati fermati e identificati dalla polizia durante l'attacchinaggio, forse perché scambiati per autentici comunisti. Questi - tra i quali Flavio Campo - furono condannati in Pretura ad una multa per "affissione in luogo non idoneo"(!). La divisione dei tre milioni di compenso diede luogo a contestazioni. Il Delle Chiaie - che aveva rinnovato il guardaroba ed acquistato un'auto Austin A40 nuova fiammante - fu accusato dagli altri di aver fatto la parte del leone.

(9) 1I quotidiano Il Tempo, tradizionale sostenitore - in alcuni casi - "ispiratore" dell'Avanguardia Nazionale. scrisse che Paolo Rossi "era precipitato per un attacco di vertigini, causato da una crisi epilettica". I genitori del ragazzo - provetto rocciatore - querelarono il giornale. La Magistratura, in base alle risultanze dell'autopsia, aprì un'inchiesta che si concluse, un anno più tardi, con una archiviazione motivata dalla formula "omicidio ad opera di ignoti".

(10) Emersa drammaticamente la sua connivenza con i fascisti, il commissario l)'Alessandro - responsabile dell'ordine pubblico nella città universitaria - fu rimosso dall'incarico e trasferito.

(11) Nel novembre 1967 il tenente colonnello dei paracadutisti Roberto Podestà, ex ufficiale del SIM e comandante dei corsi di ardimento della scuola militare di Cesano, ha rilasciato a un giornalista del settimanaleABC, convocato d'urgenza nel suo appartamento in via Gianicolense a Roma, clamorose dichiarazioni riguardanti il tentato colpo di Stato del luglio '64. Il colonnello Podesà ha affermato di essere stato avvicinato allora dal giornalista Giano Accame che gli propose di collaborare con il movimento Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi in vista dei "gravi compiti che attendevano tutti gli uomini d'onore e tutti i veri soldati". Per questo il Podestà si era impegnato a prendere contatti con "elementi fidati" come il colonnello dei paracadutisti Palumbo e altri ufficiali della scuola di Cesano. Accertata la sua disponibilità , Giano Accame lo presentò all'onorevole Randolfo Pacciardi il quale, dopo alcuni colloqui interlocutori, gli propose " un'azione dolorosa ma necessaria per riportare l'ordine in Italia", e cioè l'eliminazione fisica dell'allora presidente del consiglio Aldo Moro. Sempre secondo il Podestà, Pacciardi aggiunse che "in vista dei disordini che ne sarebbero seguiti. sarebbe entrato in funzione un piano - concordato con il generale De Lorenzo -  che prevedeva l'arresto, ad opera dei carabinieri, di parlamentari, sindacalisti e militanti di sinistra". L'operazione si sarebbe conclusa con l'accentramento di tutti i poteri nelle mani del presidente del Senato Cesare Merzagora. Il colonnello Podestà disse di avere finto di stare al gioco "per prendere tempo e mettersi in contatto con altri eventuali complici" ma poche settimane dopo fu "inspiegabilmente" trasferito da Roma a Trieste. A pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni rilasciate a ABC Roberto Podestà è stato arrestato e rinchiuso a Regina Coeli per "irregolarità amministrative"

(12) Non tutta l'ex Avanguardia Nazionale vi partecipa. Alcuni confluiscono nei vari Ordine Nuovo, G.A.N., Europa Civiltà, Nuova Caravella, Fronte Nazionale: è una diaspora, comunque, più apparente che reale: nelle migliori tradizioni "politiche" del gruppo la maggior parte dei suoi membri manterrà regolari contatti fino a ricostituirsi ufficialmente, nell'inverno del '69, sotto il vecchio simbolo della "runa". Infiltrazione a parte, in questi ultimi due anni alcuni di essi continueranno a praticare l'attività in cui eccellono, quella degli attentati dinamitardi. Calcolando, per difetto, negli anni tra il '62 e il '67 il gruppo compie a Roma una quindicina di attentati "ufficiali" - per i quali undici dei suoi membri vengono condannati a lievi pene detentive - ed una ventina di attentati "ufficiosi" la cui paternità è nota a tutti tranne che alla polizia. Ai primi di settembre del '68, in sei o sette viaggi successivi, arrivano a Roma tra i 200 e i 250 chilogrammi di esplosivo, il cosiddetto "plastico viola".  Provengono dalla Germania, nascosti nelle ruote di scorta di alcune auto e - divisi in pacchi di 5 chilogrammi l'uno - vengono nascosti in tre luoghi diversi. Una parte verrà usata in ottobre per gli attentati agli automezzi di P.S. in via Guido Reni, in novembre per quelli ad una scuola elementare e a due licei, e in dicembre per gli attentati ai distributori di benzina. Considerando gli altri attentati "minori" fatti nella capitale nel '69 ed eventuali "esportazioni" , ne resta sempre una discreta riserva. Complessivamente finiscono in galera soltanto cinque h avanguardisti  E' il loro leader indiscusso, Stefano Delle Chiaie - il quale trascorrerà i mesi di marzo-aprile in frequenti "missioni" al nord Italia - non ha problemi di "repressione" . Una volta soltanto, nel 1962, fu arrestato con una pesante imputazione - aggravata da una precedente, antica, condanna a 1 anno con la condizionale -   ma riuscì a cavarsela grazie al camerata Ernesto Brivio il quale - confiderà il Delle Chiaie ad un'amica - sborsò un milione "per cavarlo dagli impicci".

(13) Gli autori di questa inchiesta sono venuti a conoscenza, tramite la segnalazione di alcuni contadini del luogo, che nel fondo circostante la villa del Lippariti esisterebbe - sepolto accanto a un pilone dell'energia elettrica - un notevole quantitativo di esplosivi e di armi da guerra. La cosa, per scrupolo, viene notificata "a chi di dovere".

(14) Nel marzo del 1970 è stato denunciato per apologia di fascismo.

(15) I nomi degli altri arrestati sono: Carmine Palladino, già implicato nell'attentato alla RAI del 1964, Claudio Fabrizi, Gregorio Manlorico, Lucio Aragona, tutti di A.N., e Corrado Salemi, guardiano della sezione del MSI del Quadraro. Alfredo Sestili è molto legato a Mario Merlino. I due si frequentarono assiduamente durante lutto il 1969. Il 12 dicembre 1969, giorno degli attentati. passarono la mattinata assieme in casa della studentessa G.M., figlia di un alto funzionario del Ministero degli Interni.

(16) Nel marzo del 1970 è stato denunciato per apologia di fascismo.


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I SOGNI DEI BAMBINI PALESTINESI.

I SOGNI DEI BAMBINI PALESTINESI.

Si svegliano urlando, con le lenzuola avvolte intorno alle gambe, o, terrorizzati, tremano sotto le coperte: le notti dei bimbi palestinesi sono sconvolte dalla repressione israeliana della rivolta iniziata 10 mesi fa. I loro sonni non sono disturbati da streghe e mostri, ma da elicotteri israeliani, mitragliatrici, soldati in assetto da guerra e carrarmati. Quelli non direttamente esposti ai combattimenti, hanno visto le immagini grafiche del sangue attraverso la televisione. Un ragazzo palestinese sogna di restare decapitato da un missile israeliano mentre torna a casa da scuola, zainetto in spalla. Una bambina 11enne sogna di far esplodere le bombe strette intorno al suo corpo di fronte al primo ministro israeliano Sharon ed al suo predecessore, Barak: I due muoiono dilaniati, mentre lei, miracolosamente, sopravvive. Lo psicologo clinico palestinese dottor Shafiq Masalha ha collezionato circa 300 sogni, stabilendo che il 78% dei bambini palestinesi fanno sogni che hanno a che fare con la politica, mentre il 15% sogna di morire come martire. Il dottor Masalha ha dato a 150 bambini di diversi campi profughi della Cisgiordania, libri da colorare e matite con cui documentare i loro sogni, attraverso il racconto scritto e attraverso il disegno. Ha poi decifrato I quaderni pieni di figure, colorati di rosso e nero, rappresentanti la potenza israeliana contrapposta al coraggio palestinese. Molti di essi si dipingono come eroi, coloro che riusciranno a mettere fine all'occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. Una bambina 11enne ha sognato di trovare un missile israeliano inesploso e di averlo usato per colpire un insediamento di coloni. "Molti israeliani sono morti nell'attacco. Vedendo il missile che io avevo trovato, la polizia imparo' a costruirne e, ogni notte, con essi, colpivano gli insediamenti, finche' I coloni scapparono", scrive la bimba. Masalha ha detto che molti disegni terminavano con la frase: "Vorremmo essere come tutti gli altri bambini". Lo psicologo sostiene che la miseria causata dall'assedio israeliano e la morte di quasi 570 palestinesi, dozzine di essi adolescenti, spaventano I bambini dei Territori occupati. La televisione contribuisce a dilatare il trauma. Il dottor Iyyad al Sarraj del Centro di Salute mentale di Gaza, ha messo in guardia le autorita' circa la pericolosita', per la salute mentale dei bambini, della messa in onda di scene devastanti in ore non consone. Il campo profughi di Aida, presso Betlemme, e' la casa di centinaia di bambini palestinesi le cui notti sono terrorizzate dalle scene di violenza vissute durante il giorno, nel quotidiano confronto con le forze d'occupazione. La loro scuola e' nei pressi di un sito che conserva le spoglie della matriarca biblica Rachele, ed e' percio' presidiato da militari israeliani. I colpi sparati dai militari colpiscono spesso le pareti della scuola. L'assistente sociale Iman Saleh aiuta I bambini traumatizzati a controllare le loro paure ed insegna loro tecniche di sopravvivenza quali stendersi sul pavimento allorche' la scuola e' presa di mira, o canzoni che li distraggano dal suono delle pallottole. Molte mamme si rivolgono a lei preoccupate del fatto che I loro figli bagnano il letto, non si impegnano abbastanza nello studio, ingaggiano lotte libere a scuola o a casa. Le loro vite sono immerse nella rivolta. "Prima dell'Intifada, la loro vita era quasi normale", sostiene Iman. "Ora vogliono solo giocare a palestinesi contro soldati". Alcuni bambini giocano a lanciare pietre, altri, armati con attrezzi piu' professionali, quali fionde simboleggianti armi automatiche, fingono di essere soldati. Il dottor Sarraj ritiene che I bambini che assistono alle scene di violenza attraverso la TV non sono psicologicamente rovinati, ma turbati e fortemente spaventati. Quelli le cui case sono state demolite dai bulldozers israeliani, che hanno visto gente morire o che hanno avuto lutti in famiglia sono realmente sottoposti a traumi pericolosi. Essi esprimono il trauma attraverso un mutamento del comportamento che si evince da una forma di violenza contro se stessi. Molti sono preoccupati per il loro rendimento scolastico, non riescono a concentrarsi sullo studio e, come sintomo cardinale, soffrono di enuresi notturna. Sarraj, che guida otto centri di igiene mentale a Gaza, ritiene che, se non si corre prontamente ai ripari, questa situazione influenzera' la societa' palestinese di domani.

(Tratto da: www.arabcomint.com)

Il patto eurasiatico e l'eredità di Putin

Il patto eurasiatico e l'eredità di Putin
di Carlo Benedetti - 18/08/2007

Fonte: altrenotizie [scheda fonte]








Putin lascerà la guida del Paese nel 2008, ma ha già fissato le linee strategiche della politica estera che la Russia dovrà seguire per il prossimo futuro. Il suo discorso a Biskek - in occasione del vertice della Shangai Cooperation Organization (Sco) che si è svolto nella residenza presidenziale di Ala-Arca - va considerato come un vero programma di attività e di interventi, presupposto fondamentale per una politica distensiva dal Baltico al Pacifico. L’esponente del Cremlino ha colto l’occasione dell’incontro (che la stampa di Mosca definisce già come un G6) per esporre ai massimi dirigenti dell’Asia i punti da lui ritenuti strategici per uscire da un certo tipo di isolamento politico che si è registrato negli ultimi decenni. Gradualmente e senza scosse - rivelando una politica di cautela e prudenza - Putin ha disegnato un continente eurasiatico destinato ad assumere un ruolo globale nella gestione degli affari. Ha indicato nella politica della distensione e della collaborazione economica il punto centrale. Non ha fatto cenno alle interferenze americane, ma tutto l’impianto del suo discorso è stato ovviamente interpretato come una presa di distanza dalle mire d’oltreoceano.

A parlare direttamente degli Usa (che in Kirghisia hanno una loro grande base, a Manas, dalla quale svolgono le operazioni sull’Afghanistan) è stato invece il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad che ha denunciato gli americani per quello scudo spaziale che è “una minaccia non solo per un singolo Paese ma per tutta l'Asia”. "Noi vediamo - ha detto l’esponente di Teheran - che stanno continuando le minacce di una potenza per ciò che riguarda la dislocazione degli elementi dello scudo spaziale in alcuni punti del mondo. Tali intenzioni vanno oltre la minaccia ad un singolo paese ma riguardano una parte importante del continente, di tutta l'Asia, dei paesi membri dell'organizzazione di Shangai. Purtroppo nel mondo attuale alcuni Paesi sono abituati a parlare da una posizione di forza e ciò avviene quando tutto il nostro mondo ha maggior bisogno di pace e sicurezza".

Ahmadinejad ha poi proseguito dicendo di confidare nelle capacità dell'organizzazione di Shangai "di lottare per un atteggiamento giusto e rispettoso verso i diritti di tutti i popoli e di porre fine alle ingiustizie, alle minacce e alle discriminazioni" in modo particolare nel Medio Oriente, "dove hanno avuto luogo tentativi di occupazione e di giocare nuove carte politiche". "Nonostante tali offensive siano fallite, esse portano enormi difficoltà e disgrazie per i popoli di questa zona" e in tal senso Ahmadinejad si è detto poi convinto che il gruppo di Shangai "riuscirà a prevenire l'uso della forza e delle minacce e il tentativo di imporre la propria volontà da parte di alcune potenze" e "sarà messaggero di pace e amicizia nel mondo intero".

Putin e Hu Jintao lo hanno ascoltato in silenzio. Ma la tv di Mosca ha dato spazio al discorso del leader iraniano. E questo potrebbe stare a significare che quell’intervento non ha infastidito minimamente la pur pragmatica diplomazia russa. Ma a parte questa “impennata” antiamericana il vertice di Biskek (protetto da 60mila poliziotti armati) è stato quello del buon vicinato e della cooperazione con tutti i paesi dell’Organizzazione e di un auspicio di possibili estesioni (India, ad esempio).

Obiettivo generale di questa Eurasia sempre più in formazione - ha insistito Putin - dovrà essere quello di estendere i rapporti economico-commerciali accrescendo l’interazione sia tra i paesi che sono membri ufficiali, svolgendo anche una precisa e positiva azione nei confronti di quanti sono ancora “osservatori”. Spazio poi, in questa politica tesa a ridisegnare i confini geopolitici dell’Organizzazione, lo studio e l’analisi di nuovi trattati (regionali e generali). In particolare l’accento è stato posto sulla sicurezza nell’Asia Centrale che potrà essere garantita solo se vi sarà uno sforzo collettivo dei paesi interessati. Di conseguenza le priorità dell’Ocs saranno quelle relative alla lotta contro il terrorismo, il separatismo e l’estremismo. E qui il riferimento di Putin è stato più che mai chiaro. Perchè proprio le repubbliche ex sovietiche che ora si ritrovano nell’Organizzazione attraversano fasi di grande instabilità.

Esistono all’interno di questi paesi movimenti che si battono contro i governi ed aumentano, nello stesso tempo i fenomeni di terrorismo. Per questo motivo l’Ocs si trova impegnata a creare una organizzazione transnazionale che combatta le destabilizzazioni. E non è un caso se dopo l’appuntamento di Biskek i partecipanti al vertice si sono trasferiti nella città russa di Chelyabinsk per assistere a una serie di manovre militari organizzate dai russi. Tutto questo allo scopo di creare una forza di risposta contro il terrorismo e per combattere il traffico di droga e di armi e i gruppi criminali, in ossequio all’accordo di mutua assistenza contro un attacco armato.

Ma la vera finalità è politica perché come ha dichiarato Li Hui, assistente del ministero cinese degli Esteri, “per la prima volta tutti i leader dei sei Stati membri della Sco assistono alle esercitazioni”. Ma c’è anche chi vede in questa massiccia operazione di puro stampo militare - pur se difensivo - una sorta di avvertimento nei confronti degli americani. Gli analisti di molti paesi osservano in proposito che i maggiori rapporti diplomatici e politici di alto livello nello Sco sono anche utilizzati da Cina e Russia per espandere la loro influenza nell’Asia centrale e contenere la presenza degli Stati Uniti. Su questo punto, comunque, Putin non ha fatto cenno ad interessi strategici del Cremlino. Ma non ha mancato nel corso dei colloqui con Hu Jintao di sottolinare l’importanza dei rapporti nel campo dell’industria militare.

E si sa bene che sia India che Cina si rivolgono a Mosca per la costruzione di navi da guerra e che New Delhi ha commissionato la costruzione entro 3 anni di una portaerei da 1,5 miliardi di dollari. Per Pechino, tra l’altro, è fondamentale avere portaerei in grado di confrontarsi con quelle Usa, sia per assicurare i rifornimenti energetici (che passano in gran parte per lo Stretto di Malacca) sia per un possibile intervento militare a Taiwan. Intanto nel 1998 i cinesi hanno comprato la Varyag, portaerei classe Kuznetov, ancora in costruzione al momento del crollo sovietico, ma ora è evidente che solo la Russia può aiutare a finirla.

Questioni militari a parte a Biskek si è potuto constatare che un ruolo particolare in tutta la strategia disegnata da Putin spetterà all’Afghanistan, paese che dovrà raggiungere la sua fase di stabilizzazione e normalizzazione democratica anche in collaborazione con la Russia e la Cina. Un aspetto, questo, di estrema importanza per le realtà regionali ex sovietiche che si trovano a fare in conti, quotidianamente, con gli estremismi dei talebani.

Grande attenzione Putin ha riservato alle questioni commerciali ed energetiche. Rivelando ancora una volta di essere un presidente particolarmente attento agli affari. Tanto che alcuni osservatori arrivano a sostenere che una volta uscito dalle stanze del Cremlino potrebbe assumere un ruolo dirigente a livello di grandi organizzazioni economiche mondiali. E, forse, anche a guidare il settore più strategico dell’Osc, quello del gas e del petrolio. Putin, quindi, esce a testa alta da questo vertice che lo ha visto impegnato in un confronto politico-diplomatico con alcuni dei presidenti più autorevoli del continente: dal cinese Hu Jintao all’iraniano Mahmud Ahmadinejad, dall’afgano Karzai al mongolo Nambaryn Enkhbayar e agli altri massimi esponenti delle ex repubbliche sovietiche come il kasako Nursultan Nazarbajev, il tagiko Emomali Rachmonu, l’usbeko Islam Karimov, il kirghiso Kurmanbek Bakiev e l’ospite d’onore della Turkmenia, Gurbanguly Berdymuchammedov.

Per ora nessuna reazione dalla Casa Bianca su questa riunione in terra asiatica. Ma è certo che Bush non mancherà di far sentire la sua voce. Per ora ha staccato un assegno di 16milioni di dollari come regalo alla Kirghisia che “ospita” a Manas aerei, carri e soldati. Tutti a stelle e strisce.


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Comunicato della Segreteria Generale C.U.L.T.A.- Confederazione Unica del Lavoro, della Tecnica e delle Arti. - Perugia 
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Nei giorni 7, 8 e 9 settembre p.v. il nostro delegato in Argentina, dr. Juan Garcia Fernandez, rappresenterà la CULTA al Convegno dei socialisti bolivariani che si terrà in Caracas (Rep. Venezoelana). In detta occasione il nostro delegato svolgerà il suo intervento sul tema: "l'esperienza della socializzazione in Italia durante gli anni 1944 e 1945 e il futuro del socialismo bolivariano: due esperienze a confronto una unica meta: la socializzazione"  Con l'occasione il nostro delegato distribuirà dei fasciscoli contenenti materiale storico sulla socializzazione applicata in Italia.
Viva il socialismo del XXI secolo! Hasta la victoria siempre!  Angelo Faccia, segr. gen. CULTA

SPAGNA FRANCHISTA:commento del Camerata Angelo Faccia

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Cara amica, insisti nel richiedermi un quadro politico della Spagna di Franco dove ho risieduto per circa vent'anni...Se tu conoscevi la lingua spagnola ti avrei inviata la mia collezione di libri che trattano appunto il regime di Franco, delle analisi abbastanza complete da parte di storici qualificati di quel Paese, ma io posso solamente inviarti delle indicazioni di massima personali e portare a conoscenza di fatti da me vissuti in prima persona.
Come prima indicazione  è errato parlare del regime di Franco come "fascista"...E insisto nel dire "regime di Franco" poiché era una dittatura personale che non aveva nulla in comune con il fascismo, nonostante il Caudillo ci teneva a definire il suo Stato come "Falangista". Aberranti poi i metodi polizieschi messi in atto per neutralizzare gli oppositori del regime. Devo premetterti a questo punto che io ero nell'occhio della polizia...Essendo marito di una cittadina spagnola sospettavano che io mi fossi fatto "catechizzare" dalla sua famiglia marcatamente antifranchista: mio suocero, alto funzionario della Banca Centrale, di idee socialiste; un suo fratello, ex giudice, epurato, di idee repubblicane, messo due volte al muro con finte fucilazioni che viveva dando lezioni private di diritto. E altri parenti antifranchisti. Amica,  quella Spagna era un terreno fertile per un intrigante come Stefano delle Chiaie, alias Caccola, che si inserisce tra i gangli dei "servizi" e ne diventa "l'uomo di Sanmartin...", un Miceli locale...(in fondo la tua richiesta di parlarti della Spagna di Franco includeva anche l'attività in quella terra di Delle Chiaie, come altre volte mi hai richiesto, non è così? Poi basta perché questo "caccoloso" è pronto per partire..L'aspetta un lungo viaggio..E' tornato quel ragazzo romano che oltre cinquant'anni fa lo faceva tremare e lui, il caccola, a toccare amuleti, fare scongiuri, da sudista doc...) .Andiamo avanti. 
Il regime franchista si reggeva sul terrore: censura della stampa, nazionale ed estera (quando non incontravo il Corriere della Sera in edicola...ahi, sicuramente c'erano delle critiche al regime di Franco...), telefoni sospetti sotto controllo, fermi di polizia a persone sospette e verso gli oppositori pericolosi, applicazione della "ley de fuga" che consisteva nel rimettere in libertà il sospetto e poi, una volta fuori, sparargli alle spalle: fuggiva e..kaput .Un episodio, uno dei tanti, di "collaborazione" tra il "Caccola" e le forze di polizia spagnole:  il 9 maggio 1976 è tutta l'opposizione di sinistra ad essere invitata  a Montejurra ad un "grande appuntamento per il popolo". "decisiva in quella giornata era stata la presenza  degli italiani inquadrati  da Stefano Delle Chiaie, appoggiati dalla Guardia civil", scriverà il giudice istruttore Salvini...Due giovani militanti carlisti uccisi e altri feriti...Il Commando di delle Chiaie ha fatto il suo lavoro...Nessuno ha pagato per quei due ragazzi uccisi e altri feriti. Mi basta ,per le "azioni" del "Caccola" , compiute in Spagna e sudamerica, quel che mi rivelò la sua compagna Leda Pagliuca durante un nostro colloquio che si volse a Roma, sulla Via Tuscolana, dinnanzi agli stabilimenti di Cinecittà: "Stefano mi disse che aveva le mani sporche di sangue per i nemici uccisi e per i camerati morti per causa sua"..., mi rivelò Leda. Sai, Leda aveva una decina di anni in più di Stefano e logicamente molto gelosa : lei invecchiava e lui...viveva molto tempo da solo...Vuotò il sacco con me, quella mattina di autunno...Amica, sai che penso? Che Stefano è nato con la camicia, come diciamo a Roma ( ma la sua dose di fortuna si sta esaurendo, come ti dicevo...). Non ricordo il periodo esatto ma qualche anno fa, accadde...Mi chiamò la polizia per sapere dei rapporti tra Stefano e Leda...Nel periodo spagnolo erano baruffe continue a causa della gelosia di Leda. altro non so...Sì, quelle continue minacce rivolte al Caccola" se parlo ti metto nei guai...", Cosa era accaduto? Che Leda e Stefano tornavano da un viaggio e all'altezza di Orte,  l'auto condotta da Stefano, s'immette in una corsia di soccorso e nel fare questa manovra  tampona un auto in sosta...L'urto fu talmente violento che Leda, priva di cinture di sicurezza,  sbatté il petto contro il cruscotto. All'ospedale di Orte la visitarono e decisero di mandarla all'ospedale di Perugia , più attrezzato: morta!! E' venuta a morire quì. Penso che Stefano tirò un sospiro di sollievo: finì di vivere sotto la pressione, sotto il ricatto di Leda Pagliuca. Se fossi un andreottiano penserei male...
Insomma, amica,  ci sono libri, italiani e altre lingue, che narrano le gesta di questo novello eroe campano dei nostri tempi e pertanto informati più dettagliatamente su questo triste figuro:  il regime politico di Franco ha creato i "Caccola" stranieri e i Caccola nazionali, oltre ad arricchire i Franco e i gerarchi del regime, la sua caratteristica principale. Io voglio finirla con la Spagna e con il "caccola", ben conscio che quest'ultimo mi aspetta al varco...
Non c'è riuscito con le pallottole e ci proverà alla maniera staliniana cercando di diffondere nel suo ambiente chissà quali malattie mentali io sarei afflitto...Non può razionalmente smentire i fatti da me riportati nel libro "affondate Borghese!" e allora la butterà sulle mie precarie condizioni di salute mentali...( ma siamo un esercito di malati mentali che hanno scritto delle sue eroiche gesta di "bombarolo"...).Poveraccio, dirà, è esaurito per la cattiva esperienza coniugale e familiare...Già vedo quel suo sorrisetto ebete, gli occhi caccolosi, il suo timbro di voce equivoco...Quel sorrisetto che ha potuto ingannare tutti, anche il suo avvocato di Foligno (solo adesso se ne accorto..), ma non chi l'ha dovuto subire - il sottoscritto - che solo per timore di rappresaglie sulla famiglia spagnola ha accettato i suoi ultimatum, veri e propri ultimatum mafiosi...( ma tu sei dei nostri, vero? mi chiedeva.., anzi mi intimava...) e purtroppo la mia famiglia spagnola non capì che agivo nel loro interesse tant'è che, dopo la morte di Franco, me la fecero pagare cara poiché credevano che io e il Caccola facevamo parte della stessa "parrocchia" politica e terrorista...Amica, potrei tenerti sveglia notti e notti su  quegli anni di terrore spagnolo, per la dittatura di Franco e per lo spadroneggiare del più lurido verme che mai abbia  strisciato su questa terra: Delle Chiaie. Ahi, con la solita "ma tu lo odi"..
Semplicemente lo disprezzo, per le mani sporche di sangue che ha e per aver contribuito a diffondere in Italia e nel mondo l'idea di un fascismo violento, omicida, sanguinario, dinamitardo ecc., un'immagine che più negativa non poteva essere. Che altro posso dirti, amica? Sì, voglio vedere come si mette il "nostro" dinnanzi a un episodio come quello che segue, se gli converrà di avanzare la tesi del sottoscritto malato di mente: epoca, dopo il suo ritorno in Italia da vincitore. Giorgio Pisanò aveva attaccato duramente il "Caccola" sul suo settimanale CANDITO. Delle Chiaie reagisce querelandosi contro Pisanò. Giorno del processo: all'apertura del dibattimento, in Milano, il Presidente del Tribunale, in ossequio alla procedura penale, chiede se le parti hanno raggiunto un accordo bonario; rapida la risposta di Delle Chiaie che si alza e grida NO, voglio che il processo si celebri...Da tener presente che io all'amico Pisanò inviai la prima edizione del mio libro, allora dal titolo : "7-12-70, la notte che bruciarono il pajone a Borghese" e accadde che...l'avvocato di Pisanò si avvicina al Presidente del Tribunale con in mano il mio libro e chiede di essere allegato agli atti del processo ed io sentito quale teste...Immediata la reazione del "Caccola": ritiro la querela!!! Il processo finì lì...Questo episodio, oltre che essermi raccontato personalmenete da Pisano telefonandomi da Milano, fu rievocato a Roma dallo stesso Pisanò in occasione di una numerosa assemblea di simpatizzanti del suo costituendo movimento politico presente anche  Alessandra Mussolini.  Amica, come vedi, la Spagna di Franco non mi evoca niente di positivo, salvo le corride e la paella: per me domina la figura negativa di Franco e quella balorda, assassina di Delle Chiaie.
Ciao, Angelo

In Venezuela il buon Chavez rompe gli indugi:

In Venezuela il buon Chavez rompe gli indugi: Riduzione dell'orario di
lavoro
, non più di 6 ore al giorno e 36 alla settimana, affinchè i
lavoratori dispongano del tempo necessario per lo sviluppo integrale
della propria persona;
le Forze Armate diventano un Corpo Patriottico e Anti-imperialista e
verranno affiancate da Milizie popolari.
In economia verrà eliminata ogni forma di residua autonomia della Banca
Centrale, verranno vietati latifondi e monopoli.

Alla proprietà privata (che non va eliminata, questo non è comunismo!)
si affiancherà quella collettiva e mista.
Agli imprenditori Chavez chiede di lavorare per un'economia socialista,
lasciando da parte l'ansia di guadagni esagerati, e lo sfruttamento dei
lavoratori.
Questa è una Rivoluzione Social-Corporativa. ..una RIVOLUZIONE FASCISTA

Hugo Chávez, la nuova Costituzione, il laboratorio venezuelano e le bugie sulla rielezione a vita

Hugo Chávez, la nuova Costituzione, il laboratorio venezuelano e le bugie sulla rielezione a vita

 

Il tam-tam mediatico organizzato dalla NED statunitense per i media mainstream, punta tutto su un solo punto "Chávez presidente a vita". Non solo è falso, ma è un nuovo passo della campagna di diffamazione portata avanti dal governo degli Stati Uniti -che nel 2002 fomentò un fallito colpo di stato in Venezuela- ma serve per occultare l'importanza della riforma costituzionale proposta nella Repubblica bolivariana. Vediamone i dettagli.

di Gennaro Carotenuto

Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha presentato ieri la sua proposta di riforma costituzionale. Questa dovrà adesso subire ben tre letture da parte del Parlamento e quindi sarà sottomessa ad un Referendum popolare per l'approvazione definitiva. La proposta di Chávez vuole adeguare la Costituzione della V Repubblica venezuelana al nuovo mandato concesso dagli elettori al presidente lo scorso 3 dicembre 2006, con il 63% dei voti: la costruzione del Socialismo del XXI secolo.

I principali punti della proposta, che riforma la Costituzione bolivariana in 33 dei 350 articoli, e che prevedono l'eliminazione del limite di una rielezione per il Presidente della Repubblica, concernono il dare sostanza all'idea di Potere popolare e di democrazia partecipativa. Tale Potere dovrà stabilire i meccanismi di controllo popolare su ogni scelta degli altri poteri, tra i quali quello esecutivo e legislativo e sovrintendere alla gestione di tutte le risorse pubbliche, dall’acqua all’energia. Come si fa a restituire potere ai cittadini? Intanto bisogna provarci. E in Venezuela, uno stato che negli anni ’80 era arrivato ad appaltare perfino i propri servizi segreti ad un paese straniero, raggiungendo parallelamente un’esclusione sociale di tre quarti della popolazione, ci stanno provando. Magari in maniera imperfetta, ma chi blatera a casa propria di “poteri forti”, di grandi interessi, di multinazionali, di precarietà, dovrebbe guardare con simpatia al tentativo venezuelano.

Punto sostanziale della proposta è quello che garantisce, nell'ambito del socialismo del XXI secolo, il diritto alla proprietà privata. Una delusione per tutti quelli che aspettavano di poter sparare a vista su Chávez. La proprietà privata resta e anzi viene affiancata da altre forme di proprietà tra le quali quella cooperativa e quella comunale. Quest’ultima è ripresa delle forme di proprietà collettiva tradizionale, spazzate via dal latifondo e dalla modernizzazione capitalista. Un salto indietro per costruire il Venezuela del futuro? Dall’Inghilterra delle enclosures, gli storici sanno come proprio la guerra contro le proprietà comunali, ebbe un ruolo fondamentale nella nascita del capitalismo moderno.

Avrà inoltre dignità costituzionale il fatto che i venezuelani, per privilegiare lo sviluppo integrale della persona, non potranno dedicare al lavoro salariato più di sei ore al giorno. Sono 36 ore alla settimana, un orario normale, o che era normale in Europa, prima dell’avvento del neoliberismo, ma che desta scandalo nel Terzo mondo delle maquilladoras, dove è considerato giusto che decine di milioni di lavoratori vengano sacrificati al modello, lavorando 14 ore al giorno per salari di fame per produrre beni di consumo a basso costo per i cittadini del Primo mondo. E’ il sacrificio di intere generazioni l’unico pass-partout al progresso? In Unione Sovietica pensavano di sì. In Venezuela, il Socialismo del XXI secolo pensa tutto il contrario e lo scrive sulla propria Costituzione.

Una parte fondamentale della riforma si preoccupa di stabilire poteri per disegnare il Venezuela del futuro, creare dal nulla, nuove provincie e nuove città ecologiche ed entità come un Distretto Federale, che ridisegni l’urbanistica di Caracas. Tutte le grandi metropoli latinoamericane –e non solo- hanno bisogno di ripensarsi, ma la primazia del liberismo economico lo proibisce. Va tenuto presente che il Venezuela è un paese enorme, grande tre volte l'Italia e sostanzialmente vuoto, visto che tre quarti della popolazione di 26 milioni di abitanti vive a ridosso della costa. L'esigenza di dotarsi di strumenti per pensare il paese del futuro (nel 2050 il CEPAL stima che avrà 41 milioni di abitanti) investendo le non eterne risorse petrolifere, è una questione chiave che trova oggi dignità e strumenti costituzionali. Dodici milioni di persone vivono in favelas, addirittura il 60% della popolazione a Caracas, una città cresciuta su di un sistema di vera segregazione tra cittadini, i benestanti nella valle, i poveri abbarbicati sulle colline. Il tutto dovrà avvenire, secondo la proposta di Chávez decentrando, laddove il decentramento dei poteri e l'approfondimento della democrazia partecipativa, sono la premessa e la base della riforma.



Dunque, la proposta di cambiamento della Costituzione bolivariana è sul tappeto. Da oggi in decine di migliaia di assemblee, in quel calderone ribollente di idee che è il Venezuela bolivariano, si comincerà a discutere de “La Cosa”. Il dibattito andrà avanti per mesi, fino a concludersi con un referendum popolare. Centinaia di migliaia di persone di tutti i ceti e di tutti i livelli di istruzione ne parleranno con passione, con cognizione, si divideranno o si troveranno d'accordo. Si sommeranno speranze, aspettative, delusioni, esperienze, proposte, distinguo. Insomma, tutto quello che la democrazia deve essere: partecipazione popolare.

Chi è che fa prevalere la diffidenza e non l’ammirazione per un progetto di paese nuovo e più giusto come il Venezuela bolivariano. E’ un progetto che per la prima volta nella storia mette nero su bianco aspirazioni storiche della sinistra e dei progressisti di tutto il mondo, in una Costituzione che vieta la brevettabilità della vita, che difende la biodiversità, che condiziona l'uso delle risorse naturali all'approvazione delle comunità che vivono dove quelle risorse si trovano e che tra aborigeni e multinazionali sceglie senza esitare i primi.

Questo è quello che sta succedendo in Venezuela, per chiunque ha occhi per vedere. Ma sui giornali di tutto il mondo la notizia vi verrà presentata in ben altro modo: "Chávez vuole essere presidente a vita e propone una serie di riforme velleitarie e ridicole". Tutto il resto, tutto il dibattito, progetti, militanza, inserimento alla vita pubblica, partecipazione attiva di centinaia di migliaia di persone, deve essere svilito, non se ne deve parlare.

Sgombriamo subito il campo sul punto meno importante ma più polemico. Nessuno al mondo pensava che il Presidente venezuelano Hugo Chávez potesse andare in pensione al termine del presente e secondo mandato. Neanche l’opposizione.

Il tema della rieleggibilità è complesso in America fin dai tempi di Porfirio Díaz e della Rivoluzione messicana. Chávez propone di superare questo limite. Lo fa per potersi ricandidare, come parallelamente vogliono fare anche Lula in Brasile e Tabaré Vázquez in Uruguay (e Nestor Kirchner passa la presidenza alla moglie Cristina, nella speranza di vederselo restituire poi) senza destare alcuno scandalo. E' legittimo discutere sull'opportunità di tale scelta, e di come i venezuelani si pronunceranno su questo punto con il referendum. Ma non è legittimo, anzi, è canagliesco sostenere che la riforma fa eleggere Chávez ”a vita”, “indefinitamente” , "come Castro". Da dove salta fuori quel “come Castro”, palesemente falso?

Quel "come Castro" appare adesso, d’improvviso e viene fatto schizzare come fango da un media all'altro, spunta come un fungo da una lingua all'altra, da un lancio d'agenzia all'altro, in maniera identica a quando lo scorso dicembre un pronunciamento di Reporter senza Frontiere, l'ong finanziata dal NED (ovvero dalla CIA) diffuse l'informazione palesemente falsa, che Chávez avesse "chiuso" l'unico media rimasto all'opposizione, la televisione commerciale RCTV. Sorprendente: il giorno prima nessuno diceva che RCTV era l’unico media rimasto all’opposizione e il giorno dopo lo scrivevano tutti, anche se era facilissimo verificare che fosse totalmente falso. Da un momento all'altro quel palese "errore", cominciò a riprodursi a macchia d'olio su centinaia di media. Lo stesso succede oggi con la "rielezione come Castro" e succederà domani con altro. E non è che il NED o RSF o chi per loro, rilancino gli argomenti dell’opposizione. Altrimenti per esempio rilancerebbero l’argomento con il quale la greve opposizione venezuelana attacca TVES, la televisione che ha sostituito RCTV: “è la televisione dei negri”, alludendo al fatto che per la prima volta nella storia televisiva del paese una televisione dia spazio alla cultura degli afrovenezuelani, oltre un terzo del paese. Il NED non seleziona le denunce palesemente razziste che pure sono così tanta parte dell’odio anti-chavista. Seleziona e manipola solo quelle presentabili.

Parliamo di cose serie: se la proposta di riforma sarà approvata dal referendum popolare, Chávez si ricandiderà e potrà essere eletto o meno. E’ naturale e perfino opportuno che sia così, semplicemente perché il massimo dirigente politico di una trasformazione così ampia dello Stato, non poteva fare agli oppositori di tale trasformazione il favore di andare in pensione tra cinque anni. E’ quello che le destre e il governo degli Stati Uniti avrebbero voluto e che i media mainstream ammanniscono, ma la verità è che sarebbe stato irresponsabile da parte di Chávez scegliere di ritirarsi!

Per chi è obnubilato dall'idea che la democrazia abbia una sola forma possibile nel tempo e nello spazio, quella anglosassone (e chissà perché si debba copiare tutto da un solo paese, compreso il numero di elezioni di un presidente), e l'economia abbia un solo ordine naturale possibile nel liberismo, tutto è velleitario in Venezuela. E pericoloso. Ed esecrabile. E per fermare l’esperimento bolivariano, che sta restituendo dignità a milioni di persone, tutto è lecito, dal colpo di stato, come fecero l’11 aprile 2002, alla manipolazione sfacciata dell'informazione.

Ma chi ha la fortuna di fare informazione, alcune cose ha il dovere di dirle. Ha il dovere di spiegare che, anche così, anche con la possibilità di essere rieletto in elezioni che continueranno ad essere le più monitorate e pulite del mondo (come hanno sempre certificato l'Unione Europea, e l'Organizzazione degli Stati Americani), Hugo Chávez continuerà ad essere il presidente con meno poteri di tutto il continente americano, Stati Uniti compresi ovviamente.

E continuerà ad esserlo perché la Costituzione bolivariana del 2000, con quella balzana idea della democrazia partecipativa, messa per la prima volta nella storia nero su bianco in una Costituzione, introduceva (e da domani rafforza) un ribilanciamento di potere a favore del popolo minuto, i diritti del quale, la tradizionale divisione di poteri ispirata dalla Costituzione statunitense, negava invece di garantire.

E lo strumento del referendum revocativo (quello che permette la revoca di qualsiasi carica elettiva a metà mandato) ha funzionato, continuerà a funzionare e sarà invidiata da sempre più paesi, costretti a tenersi per molti anni presidenti con indici di approvazione sotto zero. Altro che "Chávez presidente a vita"! I suoi nemici volevano pensionarlo per normalizzare il paese. Suo dovere era non cadere nella trappola e rispettare il mandato degli elettori e dotare il suo paese degli strumenti costituzionali per costruire il Socialismo del XXI secolo. I venezuelani hanno, e continueranno anche con la riforma ad avere, più strumenti di tutti gli americani (statunitensi compresi, ovviamente) per revocare la fiducia ai loro eletti, a partire dal presidente Chávez. I media che lo negano vi stanno mentendo.

Complimenti Angelo Faccia.

Comunicato.

D'autorità sono stato nominato reggente della sezione di Perugia dell'Ass.ne Combattenti Xª Flottiglia MAS, pur avendo fatto parte della G.N.R. Onorato di tale nomina mi riprometto di lavorare in difesa dei valori dei Combattenti italiani di qualsiasi arma e/o specialità forte dell'appoggio dei decumani (giovani e anziani) e della famiglia del Comandante Borghese. In questi ultimi tempi si sono verificati dei fatti che denotano un'azione preordinata, studiata, direi pianificata, tendente a gettare discredito su personaggi legati a fatti d'arme  che hanno dato lustro alle nostre FF.AA. durante la seconda guerra mondiale. L'Italia ormai è ridotta a una mera "espressione geografica" , una terra di nessuno, e deve pertanto rimanere senza storia, senza presente e senza futuro e quindi bisogna cancellare quel che di autentica gloria è stato conquistato da parte dei combattenti italiani. Qualche esempio.

1º) Arma dei paracadutisti e specificatamente la div. Folgore. La gloria di El Alamein è incisa sul monumento di pietra nel deserto africano a cura di Caccia Dominioni. Negli anni 1950 la cinematografia italiana ha brillato per la sua indipendenza e riuscì a produrre un film (Duilio Coletti regista?) straordinariamente esaltante il valore dei paracadutisti della Folgore. Interprete principale fu il mitico Erminio Spalla, campione di box. Era un periodo in cui certi valori erano ancora in uso tra il popolo italiano  e, terminato il film, la maggioranza degli spettatori aveva il viso solcato dalle lagrime...

Cinquant'anni dopo: quel film non si trova più neanche a pagarlo a peso d'oro, secondo le mie meticolose e approfondite ricerche. In compenso, abbiamo la versione del film "El Alamein" dell'anno 2006. Provoca solamente vomito, disgusto, nausea. I folgorini, quei folgorini di El Alamein, denigrati, ridicolizzati, un'accozzaglia  di "forzati" e con la ridicola figura di Mussolini che lustra gli zoccoli del cavallo bianco che lo porterà in trionfo ad Alessandria...Addio gloria della Folgore! 

2º Altro film dell'epoca degli anni '50, sulle glorie della Decima: "I sette dell'Orsa Maggiore", consulente militare il mitico Durant de la Penne, il marò che fece saltare la corazzata Valiant nel porto di Alessandria. Una garanzia di obiettività su quello specifico fatto d'arme. Uguale sorte è toccata a questo film: introvabile...Però al suo posto abbiamo la successiva versione di una produzione italo-inglese sullo stesso fatto d'arme: "L’affondamento della Valiant" con gli episodi più salienti che esaltano la cavalleria del marinaio inglese (in persona dell'ammiraglio Morgan comandante della Valiant) mentre nella realtà si è verificato il contrario, come ha relazionato Durant de la Penne al suo rientro dalla prigionia e poi documentato nel film dove fu consulente storico.

3º Caso Borghese. Solamente gli episodi di questi ultimi tempi.

- Convegno di Cisterna sul "golpe Borghese", fine 2006, organizzato dallo storico Daniele Lembo. Solo due oratori e guarda caso neofascisti:  Adriano Tilgher, il  portaborse di Delle Chiaie, e un certo....già di Ordine Nuovo, delll'amerikano Pino Rauti. C'era la promessa da parte dell'organizzatore che  sarei intervenuto telefonicamente, stante la mia impossibilità di essere a Cisterna. Dicono che il suddetto storico organizzatore del convegno (non lo conosco personalmente) sia un militare e come tale si è comportato: la  sua parola è parola e così telefonicamente sono potuto intervenire…per trenta secondi!! Mi ha tagliato il collegamento con la sala convegno. Risultato del convegno: Borghese è stato un golpista di merda, ridicolo...Non poteva essere diversamente, data la finalità (nascosta ma al tempo stesso palese...) del convegno.

-  Primi del 2007: libro "il Principe nero", autori un italiano e un inglese: Borghese un povero cristo maniaco sessuale, un vecchio sporcaccione che muore per uno stress sessuale provocato da una baronessa inviata dai "servizi"…Nel mio libro "Affondate Borghese!" indico questa "baronessa" da me conosciuta con la sigla M., una gentile signora borghese ancora in vita, futura seconda moglie del Comandante, che spero non legga questo libro...

- Giugno 2007 : libro "il golpe Borghese" di un tale Prof. Monti di Rieti: alta personalità del mondo scientifico con cariche mediche in organismi mondiali. Giù il cappello a tanta gloria scientifica. Dice di aver partecipato al golpe Borghese. Data la vicinanza di Cittaducale, sede delle guardie forestali, a Rieti, e data l'età dello stesso autore...probabilmente era tra quelle guardie forestali del col. Berti che marciavano su Roma ma che, vista la pioggia, ritornarono in caserma...Quante cazzate nel suo libro,  ma tante e tali che non si capisce se, per l’autore, Borghese sia stato o non sia stato un golpista.

- 2007 ad oggi: dulcis in fundo, almeno fino a questo momento..., il comportamento di un decumano: l'avvocato On.le Bartolo Gallitto, emerito carrierista da me conosciuto da oltre sessant'anni, già "figlioccio" politico di Almirante e adesso di Fini. Questo è noto a tutti perchè l'ho diffuso in rete: gli telefono affinché mi aiuti a organizzare un convegno sul golpe Borghese a Roma, dove io posso intervenire direttamente ( e non telefonicamente alla Lembo..).  Ancora mi fischiano le orecchie per la dura requisitoria di Gallitto nei confronti di Borghese reo di non avergli dato ascolto quando gli consigliò di non mettersi nei guai per quel golpe ...Inaudito! Ancora di più se si considera che l'avvocato Gallitto (io non lo sapevo, al momento di telefonargli) aveva dato inizio a un golpe (questo sì!) interno tentando di impossessarsi della presidenza dell'associazione Xª MAS !! Dura e rapida la decisione dei decumani doc che l'hanno espulso unitamente ad altri suoi pochi complici .

E se poi andiamo indietro con il tempo dovremmo includerci anche gli anticipatori di questa linea distruttiva del prestigio di una parte delle FF.AA. italiane, come lo scrittore siciliano Giuseppe Casarrubea autore  del libro "Storia segreta della Sicilia" dove vuole la Xª alleata con la banda Giuliano e uomini della Decima tra gli autori della strage di Portella della Ginestra.

Ecco, l'Italia un immenso deserto, dalle Alpi alla  Sicilia, popolato solamente da gente che consuma, senza storia, senza passato e soprattutto senza futuro. Questa è l'Italia  - e anche tutta l'Europa - che vogliono i vincitori della seconda guerra mondiale. In quanto alle sue forze armate basta l'attuale esercito di mercenari pronti ad obbedire allo Zio Tom e  fregiarsi solamente dei successi conseguiti agli ordini dei generali amerikani: Decima, Folgore, S. Marco ecc. tutte glorie cancellate dal libro degli intendenti e dei pensanti...L'Italia fu....Cosi è se vi pare.     Angelo Faccia 

 

        

 

              Associazione Combattenti  Xª Flottiglia MAS

                  

                                      COORDINAMENTO  SEZIONI

 

 

 

 

Trento 10 agosto 2007

 

 

 

Egr Sig

Angelo Faccia

Via C Colombo, 9

06127 Perugia

 

 

 

 

 

Faccio seguito alla recente conversazione telefonica ed in conformità a quanto previsto dall’ Art. 12 comma 5 dello statuto, sono lieto di comunicarti la nomina a Presidente della Sezione di Perugia.

Sicuro del tuo impegno volto a promuovere la campagna di adesioni all’ Associazione, di quanti ne condividono gli ideali, seguendo principi selettivi legati all’etica, condividendo il tuo impegno ed entusiasmo, mi dichiaro a disposizione e, riservandomi di farti pervenire il materiale occorrente, auguro buon lavoro e buon Ferragosto.

Decima

 

 

 

 

di Emiddio  Augusto

Corso Tre Novembre ,132

38100 Trento

Tel: 0461- 924626

 

 

I docenti sabotatori

I docenti sabotatori
di Miguel Martinez - 30/07/2007
 








Come si crea l'immenso panico sociale del "terrorismo islamico", quando non c'è mai stato un solo atto di "terrorismo islamico" nel nostro paese?

Ecco un piccolo esempio, in tre mosse.

Uno. Magdi Allam, nel suo libro Viva Israele, scrive che le università italiane "pullulano" di "docenti collusi con un’ideologia di morte profondamente ostile ai valori e ai principi della civiltà occidentale e all’essenza stessa della nostra umanità.[1] In pratica, migliaia e migliaia di studiosi pullulanti tramerebbero nelle università per lo sterminio della specie umana e la sua sostituzione, presumiamo, con i bonobo.

Due. Duecentotrenta docenti e loro amici rispondono con un pacatissimo manifesto su Reset, una rivista che non legge nessuno, dicendo che le dichiarazioni di Magdi Allam sono "eccessive."Tre. Il Corriere della Sera risponde, per tastiera di Pierluigi Battista. In un milione di copie, Battista, senza spiegare né il fatto Uno, né il contenuto del testo Due, dice che un documento cerca di indurre Magdi Allam ad "abiurare", "l'editore a ritirare il volume... i librai a disfarsene.. . dichiarare fuori legge un saggio... fare terra bruciata attorno a [Magdi Allam]".

Seguite bene le tappe.

Prima di tutto c'è il Grande Zero, cioè il "terrorismo islamico in Italia".

Di questo fenomeno, che semplicemente non esiste, ci sarebbero migliaia di complici nelle università.

Le persone accusate di essere complici del Grande Zero, osano difendersi.

Il fatto stesso che osano difendersi, dimostra che sono complici del "terrorismo islamico" e anzi, costituisce la prova della sua pericolosità.

Ora, è nella natura dei media che tutto ciò verrà dimenticato presto, nei dettagli.

Rimarrà però l'alone: "ho letto sul Corriere della Sera, mica su un volantino dei leghisti, qualcosa, non mi ricordo esattamente cosa, una roba tipo che gli islamici fanno le bombe dentro l'università. E quindi, figlia mia, studia economia e commercio e lascia stare quell'idea di imparare l'arabo".

Nota:

[1] Questa accusa lanciata da Magdi Allam a migliaia di studiosi - in tempi di panico planetario sul "terrorismo" - fa venire in mente Belomor, l'opera collettiva scritta dagli autori sovietici che avevano appena fatto visita ai cantieri del canale che Stalin stava facendo costruire, per collegare il Baltico al Mar Bianco.

Nel romanzo, spicca la pericolosa categoria degli "ingegneri sabotatori", diffusi in tutta l'Unione Sovietica, che commetteva deliberati errori di calcolo, nascondeva falle nel progetto e cercava di far fallire il gigantesco progetto della civiltà socialista.

A smascherarli è l'agente del Gpu, "guardia del corpo del proletariato", che distribuisce panini premio agli sterratori che lavorano meglio.[1]

Si veda Frank Westerman, Ingegneri di anime , Feltrinelli, Milano, 2006.

centrodestra,puttane e ipocrisia


http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2181&parametro=politica

Mele… marce
Domenico Savino
02/08/2007
Il test antidroga effettuato in piazza Montecitorio sui deputati dell'UDC che hanno scelto la 'prova-saliva'

Grattare la rogna è un mestiere ingrato: viene fuori il fetore dell'animo umano.
E il peggio non è quello che appare, ma quello che sta dietro.
La boccaccesca storia di Cosimo Mele, il parlamentare UDC beccato in un festino hard con sesso e droga in una suite dell'Hotel Flora di Roma, dopo che una delle ragazze che era con lui si è sentita male a causa del micidiale cocktail di alcool e cocaina, è sintomatica.
Cosimo Mele, detto Mimmo, è un onorevole… che deriva da onore.
Ma sarebbe più appropriato chiamarlo «odorevole», perché l'odore di questa vicenda è disgustoso.
Si sa che la carne è debole e che se sali sull'ottovolante, è difficile che la testa non ti giri: probabilmente un metro e venti di cosce su quindici di tacchi a spillo fanno venire le vertigini a chiunque non abbia il testosterone a zero.
Con certa «fauna», finire all'hotel Flora - scusate il bisticcio - è naturale.
Una volta ci veniva insegnato a «fuggire le occasioni prossime di peccato», oggi non più.
Il vecchio catechismo parlava di temperanza, il nuovo di tolleranza.
L'onorevole deve averla interpretata come un'allusione esortativa.
Risultato: una ragazza è finita in ospedale, Cosimo Mele screditato e l'UDC è finito nei …Casini.
Ben gli sta, a tutti e tre.

Luca Volontè, il capogruppo dell'UDC alla Camera, appena saputa la notizia, aveva tuonato: «Chi si droga non può legiferare, chi è complice dello sfruttamento della prostituzione non può parlare di famiglia, figli, diritti umani. Un deputato al droga-party con due prostitute? Si faccia avanti».
Poi, quando Mele il passo avanti l'ha fatto, Volontè ha abbozzato: «Spero che Mele ora passi molto tempo con la sua famiglia. Certo ognuno di noi ha una vita privata e può fare degli errori. Ma bisogna pure vedere quali sono questi errori soprattutto ora che Mele ha chiarito di non avere fatto uso di stupefacenti».
Stamattina, alla Camera, il segretario UDC Cesa, il presidente Casini, lo stesso Volontè e tutti gli altri parlamentari del gruppo si sono messi in fila a fare pipì davanti all'ambulatorio allestito dal partito per fare il test antidroga ai parlamentari, dopo che la Commissione Affari Costituzionali ha di recente bocciato una proposta di legge in tal senso presentata dall'UDC.
Il fatto è che questi sono tutti uguali: stessa faccia di bronzo.
Il segretario UDC Cesa ha invitato ad avere comprensione per la solitudine dei parlamentari e - secondo quanto hanno riferito le agenzie - ha proposto addirittura un incentivo per ricongiungere i parlamentari alle rispettive famiglie.
Vorremmo che adesso il gruppo dirigente dell'UDC non cadesse dalle nuvole e che l'onorevole (si fa per dire) Cesa ci spiegasse perchè alle ultime elezioni politiche è stato inserito nelle liste UDC Cosimo Mele, ex vicesindaco di Carovigno, riguardo a cui Il Corriere della Sera del 6 Gennaio 1999 riportava la seguente notizia: «Arrestati sindaco e vice di un paese nel Brindisino. Il giro di soldi si è protratto per 4 anni. Amministratori riciclavano al casinò le mazzette delle tangenti. Carovigno (Brindisi). Lo stipendio da sindaco proprio non bastava a Vito Angelo Perrino (Forza Italia) e al suo vice Cosimo Mele (Cdl) per tentare la fortuna, insieme, ogni fine settimana, negli esclusivi casinò di Montecarlo e Venezia» [...]
La cosa insopportabile del «caso Mele» è che è stato derubricato a vicenda personale.
Il che è assurdo innanzitutto perchè l'uso di droghe presuppone traffico e commercio, che sono reato.
Poi è ora di finirla con i parlamentari della «destra» che sono antiproibizionisti ed esaltano i valori della famiglia e poi di famiglie ne hanno come minimo due e inoltre vanno pure a prostitute, in festini a base di coca.
Sì, perché Cosimo Mele è sposato due volte e la seconda moglie sta pure aspettando un figlio.

E' chiaro che il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto, commentando il caso, gioisce: «E' il trionfo della doppia morale, dell'ipocrisia e dei bacchettoni. Non se ne può più. Ora voglio proprio vedere come voterà uno beccato a un festino hard, il giorno che voteremo in Parlamento sulla sacralità della famiglia».
Come dargli torto?

E' ora di finirla con questi cialtroni che nominano il nome di Dio invano e poi pensano di cavarsela facendo outing!
E la cosa più disgustosa del caso Mele non è tanto che questo «miserabile onorevole» abbia fatto quello che ha fatto e che l'abbia fatto coi soldi da parlamentare che noi gli paghiamo (una suite in quell'Hotel, stando ai telegiornali, costa tra i 1.000 e i 1.500 euro a notte, cioè più dello stipendio medio mensile di un impiegato).
La cosa più disgustosa, che rende appieno la mediocrità dell'individuo, sono gli insopportabili piagnistei del giorno dopo: «Ho sbagliato, sono pentito».
Un pentimento talmente falso che precisa: «Sono stato sfigato perché se la ragazza non si fosse sentita male non sarebbe successo nulla».
Addirittura poi si compiace di sé: «Sono anche orgoglioso. Sì, orgoglioso di me stesso. Quando ho avvertito la reception e poi chiesto di chiamare un'ambulanza ho capito che il mio nome poteva uscire. Molti altri se la sarebbero data a gambe».
Pensa pure di farci fessi, volendoci far credere che la colpa è della ragazza e, meschino, scarica su di lei la colpa: «E' stata lei che ha cominciato a parlarmi...»
«Non avevo capito che fosse una prostituta. Pensavo fosse la ragazza che cercava un'avventura. Ho capito solo quando siamo arrivati all'Hotel Flora».
«L'ha pagata?» - gli hanno chiesto.
«Pagata... non proprio» - ha risposto.
«Le ho fatto un regalo, una somma in denaro. Poi siamo saliti su, siamo stati insieme, e dopo io mi sono addormentato. Io non ho preso cocaina né altri tipi di droga. Non ho visto se quella ragazza l'ha presa oppure no. Forse sì, ma magari prima di incontrarmi oppure mentre dormivo».
F. Z., la ragazza squillo finita all'ospedale lo smentisce su tutto.
Alla domanda «L'onorevole Mele ha detto: 'Non sapevo che fosse una squillo'».
«E' vero?» risponde ironicamente: «Certo, come no? Ma se la prima cosa che ha fatto è stata quella di darmi i soldi, ma andiamo...!!!».
E poi: «Nessuno ha mai dormito quella notte. Siamo rimasti dalle 2 alle 5 del mattino, in tre in una stanza. E poi alla fine mi sono sentita male, ho visto delle cose che mi hanno fatto paura».

Anche lo sbandierato orgoglio dell'onorevole di non essere fuggito, finisce nel water: «L'onorevole Mele - dice la ragazza - ha cercato di strapparmi il cellulare di mano. Io ho telefonato al mio compagno e poi a mio fratello».
«Lei ha portato la droga? Cosa ha preso? Pasticche? cocaina?» - le chiedono.
«Io non ho portato assolutamente nulla. Mai. E le pasticche non le ho mai prese in vita mia, tra l'altro mi fanno paura. E poi ci sono le analisi che parlano chiaro».

La droga lei non l'ha portata, l'onorevole nemmeno!!!
«Ascolti, come sono andate le cose lo so io e lo sa la polizia» - commenta la ragazza.
Oggi la procura della Repubblica di Roma ha formalizzato all'«onorevole» il reato di cessione di sostanze stupefacenti.

Basta che adesso non ci costringano a sorbire qualche predica sulla necessità di educare i giovani ai pericoli delle droghe.
La droga va combattuta, ma la droga dello Stato sono loro.
Ieri Mele, un anno fa l'inchiesta de «Le Iene» sull'uso di droga in Parlamento, due anni fa l'ultraottantenne senatore Colombo beccato per uso di droga, qualche giorno fa Gustavo Selva che usava un'ambulanza per farsi trasportare ad un dibattito televisivo, qualche mese fa Sircana, portavoce di Prodi, fotografato mentre s'intratteneva con un  trans, durante «Vallettopoli» un misterioso politico che avrebbe partecipato ad un altro festino a base di coca e sesso con un trans.
Questa è la classe nostra dirigente, la classe dirigente di un Paese marcio.

Loro sono lo specchio di una società civile che scarica ogni giorno con le urine quattro chili di cocaina nel Po e che lascia in sospensione nell'aria di Roma tracce di marijuana e cocaina.
Non sono peggiori della cosiddetta società civile, sono solo i politici che ci meritiamo.
Ma loro dovrebbero essere l'esempio.
Come sempre «piscis a capite foetet».

Domenico Savino
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il caso Mele e l'abbruttimento etico

 

http://www.wolfstep.cc/index.php?subaction=showfull&id=1185875987&archive=&start_from=&ucat=39,41,43&

Spariamo sulla croce rossa.
(M'illumino di Kenzo®., I Valori dell' Occidente che Lavora nella Sacralita' della Famiglia®, Chi e' causa del suo mal, scagli la prima pietra), Scritto da: Uriel , Tuesday , 31 Jul 2007

Sparare sull' UDC dopo la Family Night di Mele e' troppo facile, ma ci sono alcune cose che vanno dette.


 

Di per se' ,il fatto -prudereccio- del tizio che si trombava le due ragazze dopo averne strafatta una di cocaina mi lascia piuttosto freddo.

Credo che persone come Grillini sapranno fare fin troppo ad ironizzare su questi partecipanti al Family Day che poi fanno la Family Night.

Ci sono pero' da dire alcune cose che invece secondo me sono passate sottogamba, tutti impegnati a mordere la ciccia dove e' piu' cicciosa.

  • Qualcuno ha cercato di giustificare la cosa dicendo "era lontano da casa, e se un uomo e' lontano da casa -si sa- la bagascia ci sta tutta."
  • Bisogna pagare il ricongiungimento per la moglie, che ovviamente e' il posto giusto ove svuotarsi le palle.

Sul primo punto , che dire: i miei ricordi di geometria dicono che se A e' lontano da B, di solito B e' lontano da A.

Dunque, Mele si portava due squinziose a casa perche' era lontano dalla moglie. Poiche' e' umano  che lontani dal partner si faccia cosi', va abbastanza bene che la moglie di Mele fosse -in quel momento- a letto con due nerboruti signori senegalesi. Correct?

Cioe', se iniziassimo a contare le corna di questi signori -cosi' comprensivi se un uomo fuori casa si trova a letto con due squinzie- e dicessimo "eh, si', la solitudine e' dura, queste povere mogli hanno diritto alla nostra comprensione", andrebbe altrettanto bene?


 

Il secondo punto, la soluzione del problema e' chiara : quando un uomo e' fuori da casa deve svuotarsi le palle, poco importa con chi; fosse anche una operatrice del settore, ogni buco va bene, purche' le si svuoti.

Stabilito che non si tratta di amore e neanche di sesso , ma di un semplice bisogno , ergo un semplice svuotare le palle,  ecco la risposta: si chiamino le mogli a Roma per adempiere al dovere.

Ora, di solito (se le cose vanno bene) le mogli non hanno troppi problemi a fare del sesso coi mariti: per come conosco le donne italiane, non credo veramente alla gag del "ho mal di testa, caro".

Il dato secondo me e' questo: alla moglie/partner media va benissimo di fare sesso.

Ma c'e' una grossa differenza tra fare sesso come moglie/compagna  e fare sesso al posto di chiunque altra.

"Al posto di chiunque altra" probabilmente va bene se si tratta di mera ginnastica. Puo' andare bene se si fa una sveltina , se si paga una puttana (una vale l'altra, suppongo) ; ma "al posto di chiunque altra" non va tanto bene se ci sono i tanto strombazzati valori non dico della famiglia, ma almeno di una coppia.

E cosi' la soluzione (e nessuno ha nulla da ridire se non considerazioni economiche/politiche) delle "alte cariche del Family Day" e' quella di dire: "al posto di chiunque altra, chiamiamo le mogli a Roma, vi sfogherete su di loro , al posto di qualunque altra".


 

Tutto questo non e' qualcosa di distinto col resto, esso avviene in solido, e' un blocco unico , con una generale distruzione del rispetto per l'essere umano che si sta facendo sempre piu' evidente nella cultura italiana.

Sia donna su cui svuotare le palle, al posto di chiunque altra, sia lavoratore da sfruttare , sia un gay da umiliare, un compagno di classe da sfottere, quello che sta avvenendo e' una reductio ad bestiam della persona; reductio per la quale ogni volta che un problema etico si manifesta le soluzioni proposte non sono mai eticamente migliori del problema stesso.

L'abbruttimento dell'umanita' italiana arriva a livelli tali che di fronte al fatto di per se' pecoreccio ed alle sue implicazioni (una miseria umana dalla quale tutti dovrebbero prendere le distanze) la risposta del sistema e' una evidente dimostrazione..... di una bruttezza umana ancora peggiore.


 

"Se proprio devi svuotare le palle fallo con tua moglie, che e' lei di guardia, al posto di qualsiasi altra, chettefrega chi e'? ".


 

E tutto passa nel silenzio, perche' ormai tutto il paese nuota in questa melma di bruttezza umana , al punto che una fontana di melma si distingue dall'altra solo perche' dopotutto "moglie" suona meglio di "squillo" ma nessuno dice una cosa semplice:


 

che magari un uomo non e' un animale che ha bisogno di svuotarsi le palle su chiunque possieda un buco.


 

Che la differenza tra l'essere umano e l'animale(1) sta nella capacita' di inserire un momento di ratio fra lo stimolo a fare qualcosa e il gesto di farla.

E che quindi no, non esiste alcun bisogno di svuotare le palle. Puo' esistere lo stimolo a farlo, ma se sei un essere umano inserisci un istante di ratio prima dell'atto.

Ma tutto questo scivola via, coperto da una filosofia melmosa secondo la quale il peggio e' "la verita' con cui fare i conti", mentre il meglio e' sempre e solo intollerante utopia....


Uriel

(1) In realta' il mio cane e i miei gatti fanno i bisogni nella sabbietta o fuori casa, esercitando quindi un istante di ratio fra gesto ed istinto (devono almeno richiamare alla mente la maniera giusta di fare le cose compreso il raschiare alla porta per uscire, nel caso del cane)  per cui nemmeno loro andrebbero classificati come animali, in senso stretto. Buffamente, questo rende ancora piu' robusta la mia definizione, e piu' pesante il giudizio su certi "uomini".