marco 的个人资料Socialismo e Nazione照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
LETTERA DI UN CITTADINO INDIGNATO di Gianluca FredaLETTERA DI UN CITTADINO INDIGNATO di Gianluca Freda 03 Lug, 2007 at 05:58 PM Spett.le Al-Qaeda Vi scrivo la presente per esprimervi il mio disappunto riguardo al servizio terroristico da voi gestito, ai suoi deludenti risultati e al suo decrescente livello qualitativo. A fronte di un apparato pubblicitario di sicuro impatto, che promette una gestione efficace ed altamente produttiva delle competenze assegnatevi, devo riscontrare con rammarico un divario sempre più ampio tra la qualità dei servizi promessi ai cittadini e la loro concreta attuazione. Già in passato avevo fatto notare come compiti di fondamentale importanza per la collettività fossero stati gestiti con imperdonabile leggerezza, appaltandone la messa in opera a personale scarsamente qualificato. La realizzazione della kermesse newyorchese dell’11 settembre 2001, pur tenendo conto degli apprezzabili risultati conclusivi, era stata un primo segnale delle carenze organizzative e professionali che hanno caratterizzato in seguito ogni vostra assegnazione. Dirottamenti aerei gestiti con taglierini da cartaio, operatori dotati di passaporti in amianto che escono dall’apocalisse appena bruciacchiati, direttori di filiale che dimenticano nel portabagagli dell’auto diari con i dettagli del progetto: tutto questo è degno di un’operazione false flag del Mossad o della CIA, non del servizio terroristico di alto livello che il cittadino contribuente si aspetta venga reso alla comunità. Vorrei ricordarvi che i contribuenti occidentali hanno sostenuto sacrifici notevoli per consentire alla Vostra organizzazione di predisporre un servizio il più possibile efficiente ed ottimale. Veniamo ripresi notte e giorno da telecamere disposte ovunque, i nostri principali quotidiani e telegiornali hanno adottato contenuti informativi degni dei fumetti di Nonna Abelarda, l’habeas corpus è stato cancellato dalle carte costituzionali, le tasse necessarie a gestire la Guerra Santa contro la Vs. organizzazione ci dissanguano, presidenti psicolabili si incoronano sovrani assoluti con appositi atti legislativi. A fronte di tali sacrifici ci attenderemmo dalla vostra compagnia un esercizio più responsabile ed accurato delle funzioni di vostra competenza. Devo invece rilevare con rincrescimento l’incessante involuzione professionale delle vostre operazioni, recentemente scadute a livelli assimilabili, per approssimazione e cialtroneria, a quelli di un qualsiasi servizio segreto italiano, americano o giudaico. Con la recente gestione degli attentati londinesi, penso si sia raggiunto davvero il punto più basso dell’incompetenza e del ridicolo nell’intera storia della vostra amministrazione. Leggo con imbarazzo su Repubblica che i vostri attentati, pagati col denaro dei cittadini, sono stati preannunciati alle autorità da deliranti proclami jihadisti comparsi su alcune pagine web. È mai possibile che debba spiegarvelo io? I deliranti proclami si fanno DOPO l’attentato, non prima! Qualunque matricola di Discipline Terroristiche impara queste cose il primo giorno di università. Perfino i Nuclei Proletari Combattenti sanno che prima si fa l’attentato e poi ci si vanta. Cosa siete, un’organizzazione terroristica internazionale o l’abominevole Dottor Phibes? Leggo anche che la preparazione delle autobombe appaltate alla vostra azienda è stata portata a termine in modo dilettantesco, utilizzando taniche di benzina, chiodi e bombole di gas. Mi chiedo: possibile che i vostri dirigenti – in grado di gestire un attacco agli USA da una caverna dell’Afghanistan attraverso complessi sistemi di connessione satellitare – non siano in grado di fornirvi materiali esplosivi adeguati, come il Semtex? Anche un bambino sa che la benzina, per quanto ammassata in quantità massicce, ha un potenziale incendiario più che esplosivo. Che ne è stato delle scorte del vostro esplosivo standard, il TATP - quello fabbricato mescolando perossido d’idrogeno, acetone e altra roba che non mi ricordo più - per garantirvi il quale ci assoggettiamo ad estenuanti code nei check-in degli aeroporti, con funzionari che maneggiano ogni bottiglietta di minerale come se fosse nitroglicerina? Le avete già esaurite? Dove finiscono, insomma, i soldi delle nostre tasse? Apprendo che le autobombe da voi realizzate sono state individuate a causa del fumo che usciva dai finestrini e “disinnescate a mano da alcuni coraggiosi agenti”, immagino lanciandogli contro una secchiata d’acqua. Devo dire, con delusione, che non è questo il livello di preparazione tecnologica che ci si aspetta da un’organizzazione della vostra fama. Queste sono cose degne di una cellula deviata del SISMI, non di una Rete Mondiale del Terrore che si rispetti. È umiliante, per un cittadino contribuente, leggere che Scotland Yard, dopo neanche dieci minuti dal rinvenimento dei frutti del vostro pessimo lavoro, ha immediatamente riconosciuto in essi “la mano di Al Qaeda”. Mia moglie vive ormai nel terrore di bruciare il tacchino al forno, temendo di veder piombare in cortile una task force di Scotland Yard che riconosca “la mano di Al-Qaeda” anche nell’incauta carbonizzazione dell’infelice volatile. E’ questo il modo in cui avete sperperato la vostra reputazione di Minaccia Mortale alla Democrazia, faticosamente costruita da Repubblica e da tutto il nostro sistema giornalistico? Signori, con la presente missiva mi dolgo d’informarvi che ho smesso di avere fiducia in voi. Anzi, di più: ho smesso di credere in voi. Per me è come se aveste smesso di esistere, anzi, come se non foste mai esistiti. Da oggi in avanti, per i servizi terroristici che sono indispensabili alla nostra esistenza di nazioni, credo che mi rivolgerò ad aziende di più antica istituzione, benché di minore risonanza mediatica, come il Mossad o l’FBI. Se devo avere un lavoro fatto male, tanto vale farlo svolgere ad aziende che sono rinomate da decenni nel settore. Tanto lo so che, alla fine dei conti, è a loro che affidate tutti i subappalti. Cordiali saluti a voi e al barbetta. Gianluca Freda, un cittadino indignato. (Fonte: http://blogghete. blog.dada. net/) Auguri Eccellenza!!!!Auguri Eccellenza!!!! ![]() (Dovia di Predappio,29 luglio 1883-Giulino di Mezzegra,28 aprile 1945) 25 LUGLIO 1943 - IL COLPO DI STATO
25 LUGLIO 1943 - IL COLPO DI STATO
"Nella vita di Richelieu si leva con grande risalto una giornata del 1630 nella quale tutti i suoi nemici, raccolti nel Lussemburgo, credettero d'aver ottenuto, vincendo il Cardinale, quanto era nelle loro speranze e si trovarono invece giocati: la chiamarono la « journée des dupes ». la giornata degli illusi gabbati. Da quanto oggi si conosce, si può giudicare che il 25 luglio 1943 é stata una « journée des dupes » di così vaste dimensioni, da mettere in ombra quella di richelieana memoria. tanto vantata dagli storici francesi. Il Re s'illuse che la caduta ili Mussolini e del regime fascista avrebbe reso possibile, con lo sganciamento dai Tedeschi, un armistizio separato e non disonorante. Badoglio soffrì della stessa illusione e si montò il capo di saper dominare la nuova situazione. Mussolini, lusingatosi forse invano la notte precedente di tener in mano la maggioranza del Gran Consiglio, s'era ora ridotto a sperare tutto dal Re. Dei diciannove consiglieri, che avevano votato contro di lui, non uno solo previde le conseguenze di questa loro decisione: una parte aveva speculato su una risoluzione della crisi in forma parlamentare, che salvasse il salvabile, dell'altra i più avevano pensato che l'ordine del giorno avrebbe messo a posto Mussolini ma non rovesciato né lui né il fascismo. I vecchi politici, risuscitati dal clamore del Gran Consiglio, si svegliarono nella lusinga d'aver ottenuto senz'altro ritardo la sospirata libertà. Il popolo sognò conchiusa subito la guerra e subito abbondanti i mercati. Tutti furono ingannati dalla realtà dei fatti, non dipendenti da loro. alla quale nessuno aveva pensato, scambiandola ciascuno coi propri desideri. Mussolini quella mattina si recò al suo ufficio di palazzo Venezia con la burocratica puntualità di quasi sempre. A chi lo vide parve stanco e turbato. Da qualche tempo era molto deperito e sofferente....." Così scrive Attilio Tamaro, lo storico che, forse più di ogni altro, nell’immediato dopoguerra, ha tentato di comprendere e descrivere gli accadimenti tragici di quei giorni, cercando, per quanto possibile, data la vicinanza degli eventi, di essere il più possibile imparziale. Di certo, la data del 25 luglio 1943, nella storia millenaria dell'Italia, cioè risalendo fino ai fasti della antica Roma, è una data da ascrivere fra quelle nefaste della Storia patria. Essa rappresenta, con le assurde illusioni degli attori della tragedia, lo spartiacque nella Storia d’Italia, la svolta decisiva verso un inesorabile e rovinoso declino. La decadenza dell’impero Romano avvenne in un lungo periodo di alcuni secoli; il sogno risorgimentale italiano che si andava compiendo, con Mussolini, negli ultimi cento anni, svanì in una sola notte. La svolta del 25 luglio, il cui artefice principale fu Vittorio Emanuele, che sicuramente intendeva cercare una via di uscita da una guerra che si avviava al disastro, è all'origine del declino dell'Italia come Nazione, come entità culturale e politica, come popolo. Da quel giorno fatidico e nefasto, i principi sono stati stravolti, le idee coartate, i riferimenti perduti e ribaltati. Soprattutto la identità morale del popolo italiano è stata sommersa da un ciclone distruttivo che ha cambiato, stravolgendoli, i canoni su cui si reggeva la nostra cultura e la nostra identità. L'idea della guerra persa aleggiava nella parte disfattista degli stati maggiori, soprattutto di esercito e marina, fin dall'inizio della guerra e fu determinante nel disastro subito dalle truppe di Graziani, nel 1941, in Africa Settentrionale. Pare che subito dopo quel disastro, Badoglio vaneggiasse di contatti da prendere con il nemico per una fine negoziata delle ostilità. La ripresa delle speranze di vittoria con l'intervento tedesco in Africa Settentrionale allontanò, per non molto, quei progetti. La sconfitta di El Alamein e la quasi contemporanea sconfitta di Stalingrado, riproposero quelle "tentazioni" agli alti gradi dell'Esercito e della Marina, a quella parte più sfiduciata del popolo, rinvigorì gli esponenti della opposizione "in sonno" che aspettavano il disastro militare per riagguantare il potere tolto loro dal fascismo, e diede voce a Corte a personaggi di secondo o terzo piano dalla principessa Maria Josè al duca Acquarone, un "Mazzarino" dimezzato. Ma questi fattori subirono una spinta formidabile da un formidabile quanto astuto nemico che si professava grande amico. Winston Churchill! Fu lui a prendere contatto con il Re d’Italia, tramite un canale svizzero, nel marzo del 1943. L'esercito italiano e tedesco, sconfitti in Cirenaica, stavano organizzando l'ultima testa di ponte in Africa. Il "cardine del fato"("the hinge of fate" come lo definisce Churchill) aveva cominciato a far girare il destino! Non era tanto il destino, in verità, quanto i 25.000 carri armati pesanti che gli Stati Uniti sfornavano ogni mese e non sapevano dove impiegare, i 90.000 aerei "liberators", superpotenti e superarmati, che l'industria bellica americana produceva freneticamente, le 100 portaerei messe in cantiere, le navi da trasporto "liberty" che era inutile affondare perché la produzione superava il tonnellaggio colato a picco. Purtroppo tutto questo faceva presagire un destino che non poteva essere ribaltato, come non lo fu, dalla ingegnosità degli scienziati e tecnici tedeschi da cui si aspettava il "miracolo"di armi nuove, di potenza assoluta, incontrastabili.
Nella tradizione italiana, vi sono poche guerre dove l'Italia abbia agito da protagonista. Le guerre d’indipendenza furono vinte, così come la prima guerra mondiale, per essere l'Italia dalla parte del vincitore. Anche l'ultima guerra era cominciata, con notevole coraggio, data la impreparazione militare, industriale e morale, contando sulla imbattibile potenza della Germania. Purtroppo sembra scritto nel destino dell'Italia di doversi accodare al carro del più forte! Avendo ormai sperimentato che la Germania aveva perso la qualifica di "più forte", ecco la "cupola" affrettarsi a tentare il passaggio dalla parte vincente. La mossa di Churchill era sicuramente astuta, conosceva i suoi polli e conosceva le debolezze del Sovrano d'Italia. Roosevelt aveva dichiarato che il futuro della dinastia sarebbe stato deciso, a guerra finita, dalla volontà del popolo, concetto fomentato dagli ascoltati suggerimenti di un individuo insignificante e meschino quanto borioso e presuntuoso, il conte Sforza. E' certo, anche per successive mosse diplomatiche effettuate dal Re, che Vittorio Emanuele sperasse di ricevere un aiuto risolutivo per la "questione dinastica"proprio da Churchill. Fu così che Vittorio Emanuele si risolse al grande passo. La seduta del Gran Consiglio del Fascismo fu solo un pretesto per mettere in atto un colpo di stato militare organizzato dal Re, con la complicità di Badoglio e dello Stato Maggiore dell'Esercito, ligio al Re ed a Badoglio, e con lo strumento sicuro del Comando dell’Arma dei Carabinieri. I vari episodi sono troppo noti per essere ripetuti. Vale qui ricordare che il popolo italiano, da quella data, perse il concetto stesso di onore e si ridusse da popolo orgoglioso e civile, artefice del proprio destino, a popolo di secondo ordine, tornato a livelli di barbarie medioevale, dove la fazione prese il sopravvento sugli interessi della comunità, dove il "particulare" diventava più importante del bene della Patria. Anche Vittorio Emanuele, artefice di questa disastrosa operazione politica, pensava più al suo “particulare” che al bene del popolo. E’ provato che, prima di decidere su cosa fare, dopo la defenestrazione di Mussolini, Vittorio Emanuele abbia ascoltato anche il Maresciallo Graziani, il quale, di fronte alle scelte che la situazione militare disastrosa poneva, rispose che bisognasse agire come la legge dell’Onore imponeva. Le sue parole furono considerate vuote e senza senso pratico. Invece era davvero l'unica possibile scelta perché "anche una guerra persa può essere lievito vitale per la resurrezione di un popolo coraggioso e tenace!" come è stato dimostrato nei secoli da eventi disastrosi che non hanno fiaccato la volontà dei popoli (ad esempio quello romano dopo Canne) e perché "I popoli vinti non perdono il loro rango se conservano la loro dignità e il loro orgoglio!" Purtroppo l'Italia fu trascinata nel baratro da individui inetti, vili, spregiudicati, avidi di potere e, allo stesso tempo, servili, superficiali e tendenzialmente soggetti a credere alle vuote parole dello straniero diventato ormai non più un interlocutore ma un vincitore e un padrone. La tragedia dell’Italia, iniziata il 25 luglio e continuata l'8 settembre non è ancora finita. Il popolo italiano declassato e diviso, il potere in mano a capi di fazioni inconciliabili fra loro, corruzione dilagante, incapacità di gestione, mancanza di creatività, di previdenza, di visione per il futuro.
Quì di seguito, si riportano le semplici e oneste parole di uno dei tanti italiani testimoni in quei giorni di smarrimento e di incertezza può dare l'idea di cosa si è visto e pensato dalla parte di coloro che dovettero subire gli eventi e non esserne in alcun modo protagonisti.
IL GIORNO PIÙ BUIO 25 LUGLIO 1943: dalla strada, attraverso una finestra aperta, udii il gracidio della radio:...."Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni presentate dal cavalier Benito Mussolini da Capo del Governo, Segretario di Stato ....................."Si vivevano giorni gravidi di preoccupazione e di attesa ma non pensai affatto che il cambio del governo fosse stato messo in atto, con premeditazione, per portare l'Italia alla resa incondizionata! Occorreva stringere i ranghi e generare nuovi impulsi e nuove energie per la Vittoria come era avvenuto sul Piave durante la prima guerra mondiale! Era quello il significato di un Maresciallo d'Italia alla guida della Nazione. Personalmente ne fui felicissimo: "Finalmente niente più adunate"! Le adunate erano per me causa di angoscia; ero il più piccolo caposquadra e, durante le esercitazioni, collezionavo promesse di botte dai balilla più grandi e forti di me che mal tolleravano i miei ordini e il mio grado. " A caposquà quanno che sortimo te faccio ddu occhi ccosì"! Ed io, al termine dell'adunata, mi proiettavo dal cancello e correvo come una lepre con la muta dei cani alle calcagna! Ne sentivo il fiatone sul collo quando raggiungevo, per un pelo, il portone di casa: la salvezza! L'incubo si replicava il sabato successivo! E così, quella calda sera d'estate, mi sentii "antifascista" anch'io! Poi parlai con un amico più grande di me, Renzo un giovane ufficiale. Non lo scorderò mai; aveva sempre con se il medaglione da balilla con l'effigie del Duce. La sua medaglia "vecchia"era di ferro e si poteva lucidare mentre la mia no; era d'alluminio...però la conservo ancora. Il mio amico era pilota; il suo comandante, colonnello pilota reduce di tre guerre e pluridecorato, squadrista della prima ora, aveva chiamato a rapporto gli ufficiali dicendo loro: " Noi siamo Soldati d'Italia e ciò che per noi conta é solo l'Italia! Se é per il bene della nostra Patria vada anche Mussolini!" Lorenzo l'aveva ascoltato ma era convinto che la caduta del Duce sarebbe stata la rovina dell'Italia. Pianse tutta la notte invocando: "Italia! Italia! " guadagnandosi i risolini di altri ufficiali. Il mio "antifascismo" era già finito! Il pianto di Renzo mi diceva che l'Italia era davvero in grave pericolo e che solo il Duce, in quel momento, avrebbe potuto salvarla. Lui solo poteva ancora catalizzare intorno a sé la forza e la vitalità residue degli Italiani, Lui solo poteva guidare la riscossa evocando quelle insospettabili risorse del popolo italiano per una tenace resistenza contro il nemico o per la rinascita dopo una eventuale sconfitta! Anche una guerra persa può essere lievito vitale per la resurrezione di un popolo coraggioso e tenace! Gli esempi della Germania, del Giappone o della Grecia antica sono eclatanti. Ma i destini d'Italia furon trascinati nella polvere da condottieri improvvisati, incapaci, indegni, mediocri, imbelli, vili eppur ambiziosi. Autentiche nullità che pensarono di giocare in furbizia quelle autentiche volpi che sono gli anglosassoni. Gente senza scrupoli che pensarono di pugnalare a tradimento l'alleato tedesco per guadagnarsi la benevolenza del nemico vincitore. Criminali che, per coprire la loro insidia e successiva vergognosa fuga, sacrificarono centinaia di migliaia di uomini lasciati senza ordini a subire la prevedibile rappresaglia dell' alleato tradito. Anche Tolomeo re d'Egitto, uccise Pompeo a tradimento per ingraziarsi Cesare vincitore! Ma Cesare lo ricompensò detronizzandolo così come accadde poi a re sardina ! Da quel 25 Luglio di 64 anni fa, l'Italia non é più risorta! Ha cessato di esistere come potenza politica e militare a livello europeo e mondiale per essere confinata al ruolo di paese di villeggiatura per turisti di poche pretese che si accontentano di spiagge ridotte a immondezzai. Lo spirito nazionale é subordinato all'interesse materiale e particolare esattamente come nei "secoli bui" descritti da Machiavelli. Dov'é l'Italia del Risorgimento? L'Italia di Garibaldi, di Mazzini, l'Italia di Enrico Toti, del Grappa, del Piave, di Bir el Gobi? "........ Or fatta inerme, nuda la fronte e nudo il petto mostri! ............................................................. "Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive, mai non potrebbe il pianto adeguarsi al tuo danno ed al tuo scorno; ché fosti Donna, or sei povera ancella."
I politicanti pre-fascisti, tornati in auge, non risparmiarono a se stessi umiliazioni e servilismo pur di arrampicarsi al potere che hanno poi gestito da allora per oltre mezzo secolo riducendo il carattere e i sentimenti del popolo italiano a loro immagine: negati l'amor Patrio, la fede negli ideali, la dirittura morale, la devozione alla parola data, l'onestà al di sopra dell'interesse, la dedizione della propria vita per l'Italia, questa classe di famelici topi di fogna hanno insegnato alle nuove generazioni l'idolatria del vitello d'oro e dell'epicureismo materialista che diventa arrivismo, arroganza, sete di potere e di ricchezza, spinti a qualsiasi eccesso. Il far carriera e acquisir ricchezze ha il sopravvento sui principi di dignità, onestà, onore, e altro inutile ciarpame delle epoche passate! Occorre essere pronti al compromesso, al tradimento, all’inganno per qualsiasi pur modesto vantaggio personale o di clan anziché sognare i destini gloriosi della Patria e ad essa dedicare la propria vita e le proprie risorse. Uomini politici che rappresentano l'Italia di fronte al mondo non abbassano lo sguardo e non arrossiscono per le accuse infamanti che li pongono al livello di una meretrice di strada! Questa é l'Italia che nacque non dalla sconfitta militare (ché i popoli vinti non perdono il loro rango se conservano la loro dignità e il loro orgoglio) ma da quella catastrofica sconfitta che non fu subita sul campo quando l'Italia aveva ancora notevoli risorse per difendersi, ma fu architettata con la menzogna, l'insipienza, la stupidità, la malafede ed infine con il tradimento da una cricca di irresponsabili. Il cambio di fronte e la lotta partigiana non modificarono d'un apice o d'una virgola il castigo dell'arrogante e superbo vincitore! Il danno che ne derivò alla nazione fu abissale. Lotte fratricide nelle quali, il più delle volte, gli onesti e gli idealisti furono le vittime indifese di vigliacche imboscate o di assassini perpetrati a sangue freddo, dopo la resa, fra le torture e gli sghignazzi di una plebaglia sanguinaria e inferocita. Il baratro scavato dal tradimento del 25 luglio non s'é mai più colmato. L'Italia non é mai più tornata ad essere una, solidale, compatta nazione proiettata verso un futuro di grandezza! I combattenti della fede, dell'onore e del sacrificio sono stati denigrati, vituperati, isolati come lebbrosi mentre i titolari di "benemerenze" antifasciste, spesso conquistate grazie a provvidenziali folgorazioni dell'ultima ora, assassini di uomini e donne inermi, spesso torturati e uccisi dopo essere stati convinti a deporre le armi con l’ argomento che fosse meglio arrendersi agli Italiani che non agli stranieri! Ladri, intriganti e intrallazzatori di ogni specie, hanno usurpato e sfruttato il potere comprando voti, accattandoli dal prete o mercatandoli dai mafiosi! Hanno coartato la volontà popolare martellando i cervelli e le coscienze con una propaganda infame e insidiosa. La chiave del loro potere diventava ovviamente la disponibilità schiacciante di mezzi finanziari che non hanno esitato a procurarsi, in ragione iperbolica, diffondendo a tutti i livelli un sistema di corruzione spinto in ogni settore della vita pubblica e privata. Questa Italia, concepita con il colpo di Stato del 25 Luglio, é ritornata ad epoche medioevali; cosche di ogni tipo hanno proliferato come cellule cancerose nelle amate carni della nostra Patria distruggendone il tessuto più bello e vitale: l'anima!! L'Italia invocata e cantata per secoli dai nostri vati, da Dante a Petrarca, da Foscolo a Leopardi a Carducci a d'Annunzio, l'Italia che con Mussolini era riuscita ad ergersi al livello delle altre potenze mondiali ed essere ago di equilibrio nelle vicende politiche del mondo, ora deve mendicare il permesso di inviare le proprie armi in missioni dell'ONU, su ordini dello zio Sam, e subirne le rampogne in caso di imperfetta osservanza delle consegne!!! Con Renzo Migliorini, il 25 Luglio 2007, dopo oltre mezzo secolo dalla più infame e vergognosa pagina scritta nella storia d'Italia, piango anche io invocando nella notte dei ciechi che non vogliono vedere e nel silenzio dei sordi che non vogliono udire: "ITALIA! ITALIA! ITALIA! SPINELLISPINELLI, L'OPERAIO CREMONESE DIVENTATO MINISTRO DEL LAVORO
Intensificò la “rivoluzione nella rivoluzione”, ma provocò notevoli preoccupazioni al RUK (il ministero tedesco della produzione bellica) rappresentato in Italia dal gen. Hans Leyers - Tuttavia Spinelli non si scompose ed affrontò con fermezza l’ovattata opposizione degli industriali e di quanti intrallazzavano con la Wehrmacht - Altri aspetti poco conosciuti dell'azione di questo misconosciuto ma certamente storico personaggio cremonese
E’in uso ribadire – da sessant’anni ad oggi – che la genesi e lo sviluppo della Repubblica Sociale Italiana si perfezionano quale rivolta spontanea d’una élite di combattenti e di cittadini agli avvenimenti politico-militari che nell’estate 1943 travolsero la nostra Nazione e, sui quali, Benito Mussolini attestò con il documento "Storia di un anno" (edito l’anno successivo da Mondatori e diffuso dal "Corriere della Sera") l’esemplificazione del "tempo del bastone e della carota" in cui il malcostume dell’inganno e del tradimento assursero a foggia d’utile compromesso, ma in realtà la RSI fu molto di più, specie nell’ambito d’innovazioni nella civiltà del lavoro, tant’è vero che il 14 ottobre 1944 – in una dichiarazione ai volontari della Brigata Nera "Aldo Resega" di Milano – confermò che l’intera Legislazione sulla socializzazione dell’economia produttiva "altro non è, se non la realizzazione italiana, romana, nostra effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge la livellazione di tutto e di tutti; livellazioni inesistenti nella natura e impossibili nella storia". A tali innovazioni legislative aveva dato il proprio contributo l’intero governo della RSI e, con maggiore incisività, il ministero dell’Economia Corporativa che ebbe in Angelo Tarchi e in Manlio Sargenti i cesellatori delle premesse fondamentali nella creazione della nuova struttura per l’economia italiana, esattamente il DL del 12.2.1944 n. 375 sulla socializzazione delle imprese (quelle di proprietà privata con un milione di capitale e con almeno cento lavoratori, nonché delle altre appartenenti allo Stato, alle Provincie, ai Comuni e ogni altra azienda a carattere pubblico) e quello successivo n. 382 del 24 giugno, indispensabile per la sua realizzazione, ma i metodi d’applicazione (aggiornamento degli statuti delle aziende, la loro revisione, la seguente approvazione ecc.) si manifestarono alquanto lenti, dimodoché l’attuazione complessiva della riforma richiese un’accelerazione che Mussolini, Pavolini e gli altri esponenti del Partito Fascista Repubblicano impresso con il DL del 19 gennaio 1945 n. 15 che istituì il Ministero del Lavoro, mentre quello dell’Economia Corporativa divenne il dicastero della Produzione Industriale. Alla conduzione del gabinetto del Lavoro venne incaricato l’operaio cremonese Giuseppe Spinelli, già linotipysta d’una azienda tipografica e che nell’autunno 1943 aveva assunto la segreteria provinciale del Sindacato lavoratori dell’industria meneghina e del suo "hinterland", poi il 17.09.1944 – per le sue capacità di risolutore delle esigenze emergenti in ogni settore – il capo della RSI lo designò all’improbo compito di podestà di Milano, di quella metropoli lombarda che nella Repubblica Sociale svolse un ruolo di primordine nell’azione politica del PFR e nelle iniziative della cultura e nel perfezionamento delle attività produttive. In riflesso del nuovo incarico, G. Spinelli insediò il proprio dicastero in un antico palazzo milanese di Corso Venezia e constatò come, sino a quel momento, in ogni azienda in cui venne intrapresa l’applicazione della socializzazione erano stati approntati decreti ministeriali ognuno diverso dall’altro, come avvenne – per esempio – per l’impresa edilizia Cesare Margini, in quella Graniti d’Italia s.p.a., nelle industrie Grafiche Italiane Stucchi, nelle officine meccaniche Enrico Battagion, nelle S.A. Off. Mecc. Della Stanga, nella FIAT torinese, nella Soc. Anonima Editrice Milanese, nell’Alfa Romeo, alla Soc. in accomandita Turati Lombardi & C., nelle Industrie Grafiche Nicola Moneta ed altre, con nuovi statuti (quelli richiesti dal DL del 12.2.1944 n.375) che dovevano essere pubblicati – dopo l’approvazione da parte delle maestranze – sulla "Gazzetta Ufficiale d’Italia", sostitutiva nella RSI della precedente G.U. del Regno. Altresì, furono socializzate anche le imprese editrici e giornalistiche Mondatori, Hoepli, Rizzoli, Garzanti, Vallardi, Bompiani, Meschina, Signorelli, Ricordi, Carroccio, Corriere della Sera, La Stampa, Il Lavoro, Cremona Nova e l’EIAR (Ente delle Audizioni Radiofoniche). In totale, in base al consuntivo del gennaio 1945, erano state socializzate settantasei imprese con centoventinovemila dipendenti e per l’importo di 4.119.000.000 lire di capitale, una cifra davvero enorme in quel tempo, essendo stato difeso con energia vittoriosa da Domenico Pellegrini Giampietro (ministro delle Finanze, Scambi e Valute nel governo della RSI) il valore della moneta italiana. Su ciò fornisce un’ampia documentazione il dott. Sergio Pisciotta nell’opera "La rivoluzione nella rivoluzione" (ediz. Settimo Sigillo, 1997), lo studioso che nel 1996 ha conseguito il "premio di laurea" bandito dall’Istituto Storico della RSI e che, nella cronistoria della dottrina sociale del Fascismo e sul nuovo ordinamento produttivo da noi illustrato, evidenzia la missione compiuta con decisione e con tenacia da Giuseppe Spinelli nel suo compito di ministro del Lavoro e quando sulla Repubblica Sociale incombeva la catastrofe del 25 aprile e si poteva prefiggere la tragica conclusione del 2° conflitto mondiale in Europa, nella valle padana e in tutto il suo territorio. Infatti, Spinelli si rese conto che la socializzazione delle imprese doveva realizzarsi mediante un solo decreto legislativo e valido per un intero settore produttivo, anziché per ogni singola azienda, e iniziò a farlo nell’ambito industriale dove i capitalisti (come denunciò Ugo Manunta nel volume "La caduta degli dei, storia intima della RSI", pubblicato nel 1947 dall’Azien, Edit. Italiana, Roma) tentarono la fuga dei loro beni finanziari, temendo di rimanere penalizzati nella remunerazione degli investimenti effettuati in precedenza. Però, avendo predisposto il governo della RSI la socializzazione dell’intero sistema economico nazionale (e in primis – come specifica Pisciotta – il credito che regolava il flusso dei capitali) nessuna assemblea aziendale composta in parti uguali da azionisti (i vecchi proprietari) e dai produttori (i lavoratori) avrebbe riconosciuto ai finanziatori la facoltà di trasferire a capitale le ingenti riserve palesi e occulte accumulate in base ai dividendi contenuti dalle leggi fasciste al più basso livello possibile e, tantomeno, la differenza intercorrente tra il patrimonio azionario e il valore reale degli impianti esistenti. In ciò, e lo si rileva nel testo "I seicento giorni di Mussolini" (ediz. Faro, 1948), vengono specificate da Ermanno Amicucci e le "mine sociali" della RSI che tutte le categorie produttrici avrebbero dovuto strenuamente difendere quale diritto acquisito dopo la conclusione del conflitto militare e l’invasione d’Italia da parte del nemico allora bloccato sulla "linea Gotica", norme legittime che – invece – dopo il 25 aprile vennero abrogate dalle oligarchie finanziarie e dai marxisti (soprattutto per imposizione violenta dei comunisti) e che, assurdamente, in proposito, ottennero l’approvazione dei principali danneggiati (gli stessi lavoratori) che acclamarono quest’annullamento come una conquista della "liberazione". Non si deve altresì dimenticare che, per potenziare lo sviluppo della socializzazione, con il DL del 12.2.1944 n. 269 la RSI creò l’Istituto di Gestione e Finanziamento – curato dall’IRI e finanziato dall’IMI – il quale disciplinò la sponsorizzazione delle imprese e il controllo sui rappresentanti dei consigli d’amministrazione sia pubblici che privati, provvedimento che G. Spinelli ed i suoi collaboratori considerarono nel potenziamento dell’ordinamento di tutela dei produttori mediante la strutturazione di un sindacato operante come se l’economia fosse già totalmente socializzata. Quindi, scomparve la figura del capitalista e subentrò quella del capo dell’impresa, cioè l’animatore o il tecnico dell’azienda, lavoratore anche lui e pertanto socio del nuovo sindacato destinato a diventare il pilastro dello Stato del Lavoro, mentre l’organizzazione sindacale è costituita dalla Confederazione Unica, non burocratizzabile, bensì epicentro d’incontro per tutti i produttori, fulcro d’elevazione professionale, culturale e materiale. Tale nuova realizzazione programmò anche la costruzione delle case d’abitazione per i lavoratori quale loro proprietà (Roberto Bonini, "La socializzazione delle imprese nella RSI", Ediz. Giappichelli, 1993 – pag. 240) e l’istituzione d’un comitato permanente in merito. Quest’evoluzione straordinaria dell’ordinamento che la RSI e il suo ministero del Lavoro intensificarono con G. Spinelli quale "rivoluzione nella rivoluzione" (cosi bene sintetizzata da Sergio Pisciotta) provocarono notevoli preoccupazioni al RUK (il ministero tedesco della produzione bellica) rappresentato in Italia dal gen. Hans Leyers, ma non scompose l’operaio-ministro nello svolgimento della sua missione e che affrontò con fermezza l’ovattata opposizione degli industriali e di quanti intrallazzavano con la Wehrmacht, con l’organizzazione Todt e nei salotti della borghesia imboscata in attesa della conclusione del conflitto e dove anche i benpensanti del CLN Alta Italia (finanziati da G. Falck, dai fratelli Crespi, da Alberto e Piero Pirelli, da R. Lepetit, P. Ferrario ecc.) elaboravano i compromessi politici inerenti la "guerra civile" che costarono tante sofferenze tra i cittadini, vittime di questa diplomazia. D’altronde, la reazione dei grandi capitalisti alla realizzazione innovatrice della socializzazione nelle fabbriche e nelle imprese non distaccò Spinelli e tutti i suoi collaboratori da tale evoluzione civile che – tra l’altro – venne esaltata anche da Paul Gentizon nella sua prefazione in lingua francese dell’Histoire d’une année (op. cit.) indicandola quale via maestra del progresso – la via Appia della storia – dal Mediterraneo verso un futuro costruttivo e positivo per il mondo intero. Accentuò la resistenza dei capitalisti, a quanto andava concretizzando la RSI nei settori produttivi, il programma di socializzazione totale intrapreso da G. Spinelli agli inizi del 1945, quindi ancor prima degli esiti definitivi della guerra in corso e – come segnala S. Pisciotta nell’opera citata, pag. 62 – quando i "grossi calibri" della finanza adoperano qualsiasi mezzo affinché si fermasse l’ingranaggio socializzatore e si desse all’ortica la riforma, mentre in Corso Venezia a Milano si vedevano salire e scendere dal Ministero del Lavoro sciami di insigni rappresentanti dell’industria nazionale, come se fosse una stazione di locomotive. In riferimento a tali fatti e al sabotaggio orchestrato dall’alta finanza e dal partito comunista negli stabilimenti industriali dell’intera valle padana, per impedire l’adesione delle varie categorie produttrici al piano d’applicazione dell’ordinamento socializzatore delle imprese, è doveroso rammentare che fu il Capo della RSI ("Testamento politico di Mussolini, 22 aprile 1945", ediz. Tosi – 1948 – pag. 32) a precisare: "Il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuti che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutti, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocratici, degli affamatori, del grande capitalismo". In precedenza, il 3 aprile 1945, si svolse anche l’ultimo direttorio del PFR e, ad esso, G. Spinelli partecipò precisando che lo sviluppo del sistema rivoluzionario della socializzazione nell’economia e la costituzione della Confederazione Unica nell’ambito sindacale inserivano la RST tra gli Stati più avanzati nell’adempimento della Civiltà del Lavoro. Si deve in conclusione asserire che quel ministro operaio di Cremona seppe svolgere nella Repubblica Sociale l’attuazione d’un diagramma di progresso civile.
ITALICUM marzo-aprile 2005
In Argentina fu consigliere di Peron e ne ispirò la politica sociale ed economica
Tratto da il VASCELLO BRUCE LEE E L'IMAM DEL TERRORE.BRUCE LEE E L'IMAM DEL TERRORE. Leggo
che un gongolante poliziotto ha fatto una conferenza stampa,
annunciando di aver "smantellato" una "scuola del terrore" (mi auguro
che le espressioni non siano sue, ma dei giornalisti) a Ponte Felcino a
Perugia."Sostanze tossiche", "materie esplodenti" e persino (sì, avete indovinato), "cellula vicina ad Al Qaeda". In pratica, a quanto riesco a capire dalla lettura dell'articolo sul sito di Repubblica, l'accusa è la seguente. L'imam della moschea, avrebbe tenuto delle "vere e proprie lezioni" a due immigrati clandestini e a un quarto uomo, di cui non viene specificato lo status. Dove? "All'interno del luogo di culto, fuori dall'orario delle cerimonie religiose". Siccome ogni indagine sul presunto "terrorismo islamico" in Italia, prima di sgonfiarsi miseramente, si è basata su "intercettazioni ambientali" all'interno di moschee, e siccome "scoprire una cellula di al Qaeda" è il modo più sicuro di far carriera all'interno delle forze dell'ordine, possiamo ragionevolmente dedurre che la moschea fosse il luogo più microspiato della città. E se lo stesso imam non lo teneva in conto, doveva essere il musulmano più sprovveduto d'Italia. Non è chiaro in che cosa consistessero le lezioni. "si svolgeva un'approfondita opera di istruzione e addestramento all'uso delle armi e alle tecniche di combattimento proprie delle azioni terroristiche, oltre a lezioni di lotta corpo a corpo." Ora, immagino che il gongolante poliziotto avrebbe esibito teatralmente anche un coltellino da scout, se lo avessero trovato nella moschea. Presumo quindi che la frase di cui sopra la possiamo tranquillamente riscrivere così: "gli imputati avrebbero parlato dell'uso di armi, ma in concreto avrebbero fatto lezioni di lotta corpo a corpo". Come in qualunque palestra d'Italia. "Il tutto veniva corredato dalla visione, e dal commento in comune, di messaggi, proclami, filmati e documenti scaricati da siti internet "protetti", mostrati tra l'altro anche ad alcuni bambini frequentatori della moschea." E qui arriviamo al punto fondamentale. Gli imputati avrebbero guardato filmati, liberamente disponibili su Internet (cosa significhi il termine "protetti" lo lasciamo agli esperti). Compreso un filmato che spiegava come "guidare un Boeing 747", che deve aver molto divertito i due clandestini. Perché "fondamentale"? Perché non basta fare lezioni di lotta corpo a corpo per essere colpevoli di terrorismo internazionale. Bisogna che ci sia qualche documento che comprovi un progetto di qualche tipo. Qui sembra che tale progetto manchi del tutto, altrimento lo avrebbero menzionato: volevano assassinare nel letto il Papa, avvelenare Berlusconi, uccidere i bambini dell'asilo nido di Rignano Flaminio? In mancanza di tutto ciò, ci sono almeno cose scaricate in rete, che potranno essere presentate in un processo come prove dell'intenzione di "fare terrorismo". Si sa invece che uno "straniero che frequentava la moschea" avrebbe avuto dei "collegamenti" con due marocchini in Belgio, i quali a loro volta sono sospettati di aver "fornito supporto" agli attentatori di Madrid (io, invece, le Mostruose Maestre di Rignano Flaminio le ho conosciute di persona). I miei commenti si basano esclusivamente su quanto dice a caldo Repubblica. Però l'esperienza ci insegna che i gongolanti sgominatori di "cellule terroristiche" tendono a sparare tutte le loro cartucce al momento della conferenza stampa. E che nove volte su dieci, i casi si ridimensionano dopo. Per cui possiamo ragionevolmente supporre che il giornalista di Repubblica abbia peccato per eccesso e non per difetto, nella descrizione dei pericolosi barbuti d'Umbria. Fonte: http://kelebek.splinder.com UNA BOIATA PAZZESCAUNA BOIATA PAZZESCA La sezione umbra del Campo Antimperialista esprime la propria umana solidarieta' a Korchi El Moustapha, imam della moschea di Ponte Felcino e ai suoi fratelli arrestati questa mattina. Come per le operazioni repressive precedenti questi lavoratori immigrati sono stati sbattuti sulle prime pagine come "terroristi" . Noi abbiamo ottime ragioni per ritenere che le accuse loro rivolte sono false e che non esiste a Perugia alcuna cellula di al-Qaida. Sono dieci anni che le zelanti forze di polizia attuano una vera e propria persecuzione verso I militanti islamici antimperialisti. Le statistiche parlano chiaro: in nove casi su dieci la magistratura li ha puntualmente scarcerati perche' non sussistevano prove degne di questo nome che essi fossero implicati in fatti di terrorismo. I marocchini arrestati a Ponte Felcino non facevano segreto di sostenere la Resistenza palestinese e di solidarizzare con quella irachena. Nel clima di sordida caccia alle streghe antislamica questi "indizi" paiono più che sufficienti per mettere in galera degli esseri umani. Qui il terrorismo non c'entra! C'entra la liberta' di pensiero e di espressione, che questo Stato di Polizia, violando la Costituzione, calpesta ogni giorno non per reprimere presunti terroristi ma, al contrario, allo scopo di terrorizzare l'opinione pubblica. Perugia 21 luglio 2007 il Duce con gli Islamici!Dopo la
dichiarazione del duce del 1927 dove la Chiesa Cattolica è parte
integrante dell’idea fascista nel tardo 1939 in un suo discorso: "Musulmani di Tripoli e della Libia, Giovani arabi del Littorio! Il mio augusto e potente Sovrano, Sua Maestà Vittorio Emanuele III Re d’Italia e Imperatore di Etiopia mi ha mandato per conoscere le vostre necessità e desideri. Voi mi avete offerto il piu’ gradito dei doni: questa spada, simbolo della forza e della giustizia, spada che porterò e conserverò a Roma fra i ricordi piu’ cari della mia vita! Voi avete dimostrato la vostra fedeltà combattendo per l’Italia da ottimi fedeli e da perfetti sudditi… Dopo queste prove l’Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all’Islam e ai musulmani del mondo intero. Diffondete queste mie parole ovunque…voi sapete che io sono un uomo parco nelle promesse ma quando prometto mantengo!" Benito Mussolini ![]() Solidarietà alla comunità islamica di PerugiaSolidarietà alla comunità islamica di Perugia Noi del Centro Studi Franco Colombo siamo patrioti italiani. Non simpatizziamo affatto con il terrorismo di nessuna specie, specialmente se vuole colpire nostri connazionali. Noi sappiamo che il peggiore terrorismo che il nostro popolo ha sperimentato nella sua lunga e millenaria Storia è senza dubbio quello angloamericano: cioè quel terrorismo che, nella mattina del 20 ottobre 1944, uccise presso la scuola elementare di Gorla ben 194 bambini più decine e decine di funzionari ivi presenti; quel terrorismo che violò Roma "città aperta" il 13 agosto del precedente anno con 500 tonnellate di bombe americane che provocarono la morte di più di 200 mila persone; quel terrorismo che nel solo 1944 compì sulla nostra terra ben 4541 attentati uccidendo circa 25 mila civili! Questo terrorismo ha poi – una volta vinto militarmente il conflitto ed annientato fisicamente l'uomo simbolo della Resistenza ad esso: Benito Mussolini – imposto sulla nostra terra il sistema cosiddetto "democratico" : in realtà ha reso l'Italia un semplice stato-colonia del potente impero d'oltreoceano. Dal 1945! Dunque, pur non entrando nel fatto specifico, ci rendiamo ben conto che l'arresto dei religiosi islamici avvenuto stamane a Perugia rientra nella logica di quella guerra senza fine che Mr. Bush ha dichiarato al resto dell'umanità, in particolare di quell'umanità che non si vuole sottomettere alla dittatura globale americanista. Da patrioti italiani, memori di molti fausti eventi che ci uniscono spiritualmente ai popoli mussulmani (dalla visita di San Francesco al sultano Memel el Kamel al dono della Spada dell'Islam a Benito Mussolini nel marzo del 1937), auguriamo ai fedeli dell'Islam recentemente arrestati che la vicenda si risolva, come è avvenuto in moltissimi altri simili casi, mostrando la loro palese innocenza rispetto ai fatti contestati. Ancora, esprimiamo la nostra solidarietà alla comunità araba ed islamica perugina e di tutta Italia colpita da questo evento. Centro Studi "Franco Colombo" http://francocolomb o.ilcannocchiale .it/ Ripreso dal "Giornale dell'Umbria" di ieri Per un fronte unito antisistema
Per un fronte unito antisistema
ANTAGONISMO DI POPOLO - Cellule Militanti per il Contropotere Territoriale STATO ORGANICO E COMUNITA' TRADIZIONALE DOCUMENTO PROGRAMMATICO PER LA COSTRUZIONE DI UN MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO NAZIONALE E SOCIALISTA, POPOLARE E TRADIZIONALISTA. CONTRIBUTO AL FRONTE ANTI-MONDIALISTA E ANTI-GIUDAICO, ANTI-IMPERIALISTA E ANTI-SIONISTA INTERNAZIONALE. Dagoberto Husayn Bellucci Modena 01.Giugno 2004 "Chi entra nella lotta deve sapere ,fin dall'inizio, che dovrà soffrire. Ogni sofferenza è un passo verso il riscatto, verso la vittoria." (Corneliu Zelea Codreanu) La responsabilità che ci dobbiamo assumere verso Noi stessi ,e successivamente verso quanti avranno l'onore di affiancarci in questa battaglia di verità, ci impone una ricognizione relativa alle coordinate assiali della cultura integrale inerente alle dimensioni del Valore dell'Idea di Stato secondo le concezioni proprie del Mondo della Tradizione. Niente di quanto leggerete in questo documento programmatico è da considerare originale, semmai , parafrasando Franco Giorgio Freda, qua e là vi si potranno 'scorgere' intuizioni 'originarie' che è ben altra cosa… La nostra sarà una professione d'identità in un tempo che esige delle decisioni e delle assunzioni di responsabilità. "Islam Italia" sarà il vettore giornalistico che 'ordinerà' le migliori energie militanti rivoluzionarie presenti sul territorio nazionale in funzione del progetto politico "Eurasia-Islam" che continuerà ad essere delineato dalle pagine del nostro mensile da Maurizio Lattanzio al quale, comunque, va ascritta la funzione di 'collaudatore antropologico' e capo supremo dell'Ordine del Nulla ossia della 'marcia notturna' che precederà lo 'sbriciolamento' definitivo della grande parodia rappresentata dal neofascismo italiano 'di servizio' servilmente funzionale alle logiche 'atlantiche' statunitensi, occidentali e mondialiste ieri determinate dall'anticomunismo e attualmente dall'opposizione all'Islam Tradizionale e Rivoluzionario esemplarmente incarnato dalla Repubblica Islamica dell'Iran supremo referente geo-politico, economico, ideologico, strategico e militare dell'opposizione planetaria all'imperialismo sionista-statunitense. 'Fisseremo' anche temporalmente l'identità del vero Stato riprendendone i suoi lineamenti essenziali che si dovranno coniugare inscindibilmente con la valenza metafisica, la dimensione atemporale e l'archetipico uranico dello Stato in quanto organizzazione che 'raccoglie', 'alleva' e 'preserva' quei Principi 'canonici' della Tradizione Primordiale. Affermare un Principio è, nelle circostanze attinenti il presente ciclo storico-temporale di dissoluzione, lo stilema di combattimento e la proiezione trascendente dell'"uomo di razza" ossia l'identificazione totalitaria che il Miliziano della Tradizione dovrà attuare verso l'Assoluto conformemente all'Idea ed alla Visione del Mondo (Welthansauung) che incarnerà e 'segnerà' la 'marcia' lungo l'asse orizzontale convergente nella direzione dell'asse verticale-metafisico delle radici uraniche dell'Identità primordiale. Fare ciò che deve essere fatto secondo leggi di natura e secondo giustizia dovrà restare la consegna dei 'testimoni' della Tradizione i quali convergeranno inevitabilmente e 'naturalmente' - proprio per 'affinità' di 'razza' - in un Fronte di Resistenza che dovrà comunque rappresentare la 'proiezione' di un pre-esistente sodalizio di popolo: la comunità organica. Platone definiva lo Stato secondo Giustizia come l'elemento che collega e coordina le tre funzioni delle tre caste - o gradi di vita individuale - assolvendo alla sua funzione 'superiore' di regolatore e di 'tutore' delle distinte funzioni esercitate da ognuna di esse. Lo Stato non è un apparato meccanico che 'amministra' e 'presidia' gli interessi 'bottegai' della socialità individualistica moderna, non è espressione della sfera mercantilistico-capitalistica che salvaguarda i 'bisogni' e le 'necessità' materiali del cittadino-borghese, né - allo stesso modo - può essere l'oggetto delle 'mire' oligarchico-burocratiche di una minoranza di professionisti del livellamento collettivista che tende alla massificazione ontologica e all'esproprio legalizzato della sovranità popolare in nome dello stesso popolo che pretenderebbe di rappresentare. Lo Stato è il luogo politico e istituzionale di 'ricezione' di valori metapolitici. Tra la categoria del politico (lo Stato) e quella sociale o 'civile' (la Società) deve esistere una netta differenziazione che configuri un rapporto di subordinazione totale della seconda rispetto al primo: è il principio gerarchico che impone la prevalenza della politica rispetto alle 'esigenze' difformi della società. La società moderna è l'antitesi per eccellenza della nostra concezione di Stato Organico. Noi muoviamo la nostra critica principalmente ad alcuni 'cardini' della società moderna - un 'luogo' di non valori, privo di qualunque 'idealità' e assolutamente de-sacralizzato e svuotato di tutti i suoi 'contenuti' tradizionali - che si fonda sull'individualismo, sulla massificazione, sull'ideale egualitario e media fra i diversi 'appetiti' delle distinte e - apparentemente - divergenti 'classi sociali' che rappresentano il frazionamento interclassista determinato dalla Dittatura Borghese di Massa. "Nella concezione liberaldemocratica (i termini liberalismo e democrazia rappresentano due concetti diversi, ma oggi essi sono inscindibilmente legati e integrati) lo Stato - scrive Maurizio Lattanzio (1) -, considerato un "male" necessario, viene ridimensionato con l'attribuzione di un ruolo garantistico che lo configura, istituzionalmente, come uno strumento asservito ai fini privatistici dell'individuo-monade. Questi si associa con gli altri individui secondo una logica utilitaristica sfociante nella costituzione del contratto sociale, cioè della regolamentazione "geometrica" degli spazi di libertà "orizzontali" - quantitativamente determinati - entro i quali, teoricamente, dovrebbe svolgersi l'azione del singolo cittadino. Allo Stato spetta di garantire il rispetto dei reciproci spazi di libertà, lo Stato deve intervenire solo quando questa utopistica condizione di equilibrio venga minacciata dall'individuo che prevarichi il "perimetro" di libertà dell'altro." Noi sradicheremo la concezione borghese, liberal-capitalista e individualistica dello Stato quale reticolo 'sistemico' di interessi contrapposti di 'classe' in quanto la totalità sociale in simile 'costruzione' teoretico-istituzionale si presenta nell'ambito della società civile come interdipendenza tra i singoli soggetti. In questo genere di Stato la società civile rimarrà castrata e sottoposta a quel rapporto dialettico che si presenterà esclusivamente come un antagonismo economico e sociale che spingerà gli "appartenenti" alla società ad un rapporto conflittualistico determinato da interessi materialistici ai quali il Sistema 'affiancherà' le ideologie laico-progressiste della cosiddetta etica sociale, l'industrialismo culturale di massa, l'autorappresentazione demoniaca di sé e della società attraverso i mass media e i diversi organi di informazione di massa. Il riduzionismo dialettico che si manifesterà a livello economico, sociale e civile rappresenterà uno dei fattori d'intersezione delle società contrattuali laddove i meccanismi di regolamentazione verranno affidati a strutture oligosociali di controllo, alle istituzionalità palesi ed occulte, ai trust industriali e all'alta finanza cosmopolita. Tutte queste entità astrattamente opereranno sul telaio istituzionale in maniera difforme agli interessi del popolo costituendo un'unità di interessi meccanica ed esteriore…un'unità 'aliena' dai vincoli di razza e di fede propri di una Comunità Organica. Quando le forze soggettive della rivoluzione nazionale e socialista, popolare e tradizionale andranno oltre un approccio spontaneo della lotta rivoluzionaria, ovvero elaboreranno una proposta programmatico-progettuale compiuta , superando così lo stadio di inattività e inespressività ribellistico-anarcoide - quel processo comunque dissolutivo e frammentario di una Totalità Organica compiuta - sarà premessa oggettiva di ribaltamento della pluridecennale prassi di asservimento ad una concezione difensivistico-vittimistica e di ripartenza obbligatoria di un percorso di milizia proiettato verso la Vittoria Finale. Sarà necessario quindi abbandonare il terreno infido dell'improvvisazione politica e dell'immaturità culturale , eliminando appunto qualsivoglia prassi militante non conforme ad un autentico Ordine dei Ranghi, per ricostituire una classe dirigente consapevole delle proprie responsabilità e della propria funzione di guida. Il problema della strategia da seguire in vista della conquista del potere - obiettivo imprescindibile per qualsiasi formazione rivoluzionaria - sarà quindi di carattere essenzialmente 'tattico' incominciando col ricostituire quella 'cultura politica' progressivamente disintegrata dai processi di atomizzazione sociale delle moderne società capitalistiche. La comunità di popolo, organicamente disciplinata e idealmente fascinata, sarà essenzialmente vincolata dal rispetto delle Leggi di Natura e dell'Ordine Cosmico. Il legame sociale è determinato quindi dalle leggi religiose che sono alla base della Tradizione. L'origine delle comunità tradizionali sono sempre da ricercarsi in un nucleo di famiglie ed è a questa serie di nuclei originari e primordiali che si deve ricollegare il concetto di sangue e suolo, razza e patria, etnia e Stato. Lo stato plebeo e borghese delle rivoluzioni illuministe ha disintegrato i vincoli di sangue e le tradizioni del popolo, creando la figura aberrante dell'individuo-cittadino, dell'individuo-soldato, dell'individuo-prete…tutte espressioni dell'identica contraffazione operata dalla classe borghese al servizio degli interessi mercantilistico-usurocratici delle diverse 'fazioni' intrasistemiche. La dilatazione dell'ambito di operatività della figura del politico - frammentata , dissolta e sostanzialmente ridotta a mera partecipazione amministrativo-economicistica - che caratterizza le moderne società borghesi del consumismo di massa ha progressivamente eliminato qualunque istanza rivoluzionaria antagonista relegandola ai margini della vita civile e sociale della Nazione. Sarà quindi necessario ripartire dai nuclei militanti presenti e attivi nel contesto nazionale per riconnettere la volontà rivoluzionaria ad un tessuto civile da rigenerare ex novo attraverso un'operazione di aggregazione sociale fondata sulla negazione dei valori oggi dominanti. Occorre pertanto effettuare prioritariamente un'inversione di mentalità negando dignità politica all'avversario sistemico poiché l'individuazione di un vuoto di valori interno all'attuale struttura del Sistema potrà soltanto portare ad una disintegrazione radicale dell'attuale oligopolio plutocratico-finanziario. Recuperando la concezione di comunità organica quindi affermiamo un rapporto vincolante ogni singolo militante rispetto all'identificazione di Valori comunitari fondati sul patrimonio eugenetico-razziale, sul mito della razza, sul recupero di valori ancestrali propri della Tradizione primordiale. Affermare la dottrina della razza in contrapposizione alla 'favola' xenofoba dell'anti-immigrazione non costituisce una regressione in termini di individuazione delle dinamiche socioeconomiche caratterizzanti l'attuale ciclo storico e inerenti i flussi immigratori allogeni. L'analisi relativa allo sviluppo di questi fenomeni dovrà risultare conforme 'anche' , se non soprattutto, in relazione all'evoluzione, allo sviluppo e all'irradiazione del movimento rivoluzionario. La nostra concezione di comunità organica rifiuta radicalmente l'allineamento ideologico, la massificazione culturale e l'omologazione consumista di massa che sono alle origini anche dei flussi immigratori. Noi affermiamo pertanto quelle che dovranno essere le linee guida e gli obiettivi prioritari della comunità popolare ,organica e nazionale, socialista e rivoluzionaria: 1-il popolo rappresenta la comunità di sangue: il concetto di razza e di ereditarietà, le nozioni derivate dalle tradizioni dei padri e dei nostri antenati. Una comunità che intende preservare e privilegiare i valori radicati nell'individuo che adotterà l'eredità culturale, genetica e storico-politica per recuperarne e attualizzarne i Valori fondanti l'identità nazionale; 2-il popolo come comunità di lotta e destino saldamente unito allo Stato e ai dirigenti qualificati dello Stato per il perseguimento degli obiettivi 'fondamentali': assicurare l'integrità della comunità di popolo, preservarla dal meticciato e dallo sfiguramento razziale, determinare le condizioni per l'autodeterminazione nazionale nei settori economici, commerciali, energetici, primari e secondari e per l'indipendenza politica da qualsivoglia potenza straniera e/o 'corpo estraneo' alla comunità nazionalpopolare; 3-il popolo come comunità di lavoro: operai e contadini, impiegati e salariati di ogni ceto e di ogni parte della nazione dovranno rispondere organicamente allo sforzo di produzione e di rinascita economica nazionale. Saranno le avanguardie rivoluzionarie che restituiranno alle diverse 'classi' sociali quella volontà organica naturale che, alla minaccia di dissoluzione delle società moderne, si dovrà opporre recuperando un modello gerarchico di ricomposizione fondato sull'elemento sacrale, sovraindividuale, ordinato da una legge sacra e inviolabile che diverrà la fonte di legittimità delle gerarchie del sangue espressioni dell'aristocrazia politica rivoluzionaria. 4-il popolo come comunità di sentimenti e idee (Gesinnungsgemeinschaft) ovvero come proiezione archetipica di ideali 'irradiantisi' dalla Metastoria e dalla Tradizione. L'idea del popolo e della nazione saranno quindi conformi ad una visione volkisch per la quale la Coscienza deve determinare l'essere e elevarlo in funzione di un'Idea Trascendente. E' unicamente in funzione di questi obiettivi e verso l'edificazione di uno Stato Organico che dovranno fondersi le diverse cellule costituite dai singoli 'militanti' per costituire quei primi nuclei necessari alla 'ripartenza strategica' anti-sistemica. La costituzione di un Movimento Rivoluzionario mirante all'antagonismo di popolo , di un Fronte anti-mondialista e anti-imperialista, anti-capitalista e anti-occidentale, anti-sionista e anti-giudaico, dovrà pertanto essere il principale obiettivo delle differenti unità cellulari che andranno a costituire il tessuto dell'organizzazione rivoluzionaria e del partito rivoluzionario di massa dal quale saranno successivamente identificati e reclutati i quadri-dirigenti della nuova Aristocrazia del Sangue e del Suolo, i dirigenti del movimento radicale di rinnovamento nazionale, popolare, socialista che mirerà con lucida perseveranza alla disintegrazione del sistema giudaico-mondialista e ai giudei in quanto razza. Sarà lo stilema di combattimento dell'Autarca Nichilista, il ribelle di junghiana memoria, il soggetto politico interessato al ripopolamento militante di una scuola-quadri che esprima realisticamente un'insieme di valori di riferimento condivisivi e accettati dall'insieme dei militanti e dai nuclei locali d'azione. Il modello sarà quello espresso dall'organizzazione legionaria dei cuib realizzati dalla Guardia di Ferra di Corneliu Codreanu nella Romania pre-bellica: un tipo umano che alla devozione dell'asceta assommerà un radicalismo intransigente che recuperi i concetti propri dell'Islam relativi al piccolo e al grande Jihàd=sforzo supremo sulla strada del Divino che troverà un parallelismo nella tradizione indo-ariana laddove - nel libro della Bhagavad-gità - la divinità , Krishna, condannerà la viltà dell'esitante guerriero Arjuna che, nell'ordine di battaglia si porrà interrogativi di ordine sentimentalistico dimenticando il dovere del combattimento. L'azione eroica, lo spirito legionario, la virtù del combattente di razza deve rappresentare una metàtesi disciplinata ad un Ordine Divino , una trasposizione che prescinderà da qualunque necessità materiale, da qualsiasi considerazioni contingente, da sentimentalismi e passionalità. Occorre operare quella metamorfosi ontologica nei soldati-politici 'eletti' a 'cavalcare la tigre' . Rifiutare quindi l'inattuale e inutilizzabile parola d'ordine dello spontaneismo militante per ricostituire un Ordine inflessibile che sia insieme comunità e organizzazione politica, patria d'elezione e famiglia d'origine. E' imprescindibile ricordare che il livello di mobilitazione delle masse che si potrà determinare di fronte ad un avvenimento non è il frutto spontaneo né casuale di distinte volontà individuali né delle presunte relazioni spontanee pre-stabilite all'interno della società borghese da soggetti 'aggregati' o comunque uniti da vincoli di natura economicistico-materiale o comuni interessi. La fase preparatoria per la mobilitazione totale del popolo è il frutto delle condizioni politiche, degli sviluppi della lotta politica e dalle dinamiche di penetrazione delle parole d'ordine del Movimento Rivoluzionario all'interno dei processi aggregativi di massa. Per vincere sarà necessario tempo e pazienza in quanto un Movimento Rivoluzionario anti-sistemico dovrà individuare, elaborare e attuare le strategie di lotta politica conformi all'attuale contingenza storica ossia rispetto alle condizioni dalle quali si vuole cominciare e che sono indipendenti dalla volontà politica dell'Organizzazione Rivoluzionaria. Infine il movimento rivoluzionario dovrà costituire la base per la costituzione di cellule per il contropotere territoriale rivoluzionarie che rappresenteranno le basi di una struttura sociale solida che verrà mantenuta saldamente in piedi da una giurisdizione autonoma 'rigenerativa' l'odiato ordine democratico-borghese e da un potere di Stato illimitato e incontrastato al quale saranno ricondotti i principi formativi, educativi e programmatici dell'idea platonica tradizionale di "bellezza e giustizia" poiché sempre ciò che è Bello è Giusto. Uno Stato secondo Giustizia che segua le leggi di natura, rispetti gli interessi dei suoi appartenenti mediante una selezione eugenetico-razziale che soddisfi la volontà di potenza e di dominio e preservi e rinforzi l'ereditarietà di sangue. L'intero quadro d'insieme della Storia dell'umanità - intesa come conflitti tra popoli - viene determinato essenzialmente dalle realtà della Razza, della Fede e dello Spazio Vitale. Questi sono i tre cardini fondamentali sui quali poggia l'impalcatura metastorica dello scontro tra le forze della Tradizione e quelle della Sovversione: occorre riconoscere i 'vettori' e la 'valenza' metastorica e metafisica che si irradia dalle Idee che permangono invariabili indifferentemente dai contesti storico-contingenti. La storia non è l'evoluzione di una qualunque sostanza unitaria, né l'astratta speculazione marxista che intende negare Verità metafisiche al fine di ricondurre l'umanità nell'alveolo del materialismo storico. Una Rivelazione Divina è per sua natura indimostrabile o , per essere più chiari è essa stessa una dimostrazione: non ha senso la speculazione materialista in quanto il problema della Fede è essenzialmente configurato come problema esistenziale per ogni essere umano indistintamente dalla Religione o Tradizione spirituale al quale questo aderisca. Affermiamo quindi l'adesione ad una visione del mondo impermeabile alla speculazione materialistico marxista che si ricollegherà ad una Religione Universale che proclamerà la redenzione dei popoli attraverso l'ideale di potenza e il primato della razza. Non vi è contraddizione alcuna in quanto la storia delle razze deve essa stessa essere risolta all'interno della stessa storia dello spirito. Creeremo una 'mistica razziale' che potrà realizzare l'incontro tra uomini differenziati appartenenti a diverse razze che riconosceranno nel principio secondo il quale ogni razza è a sé stessa un valore supremo il 'valore' dell'aristocrazia nel rispetto della propria forma e della propria appartenenza etnico-razziale. Uno Stato conforme ai Valori Tradizionali dovrà uniformare una comunità nella forma del sodalizio-milizia gerarchicamente organizzato: l'idea della giustizia, della bellezza, della nobiltà di stirpe saranno i cardini del nuovo ordine nazionalpopolare. Noi affermiamo quindi l'ideale politico della Giustizia dello Stato e la supremazia della Comunità Organica rispetto all'individualismo classista delle società moderne. Affermiamo il primato della politica sull'economia in quanto disprezziamo il contratto civile che rappresenta la base teoretica delle società borghesi e l'economia di mercato che ad esso è irreversibilmente collegata. Non esiste l'individuo nella società organica. L'individualismo dev'essere espulso al di fuori della comunità popolare poiché dannoso al benessere, all'equilibrio, alla solidarietà comunistica della comunità di popolo Il soggetto deve scomparire in quanto individuo: egli esiste soltanto in quanto è parte di un insieme organico, di una comunità di sangue, di un tutto che prescinde da considerazioni sentimentalistico-individualistiche. La totalità organica esige disciplina, ordine, devozione, volontà e determinazione da tutti i suoi membri i quali devono essere coscienti di lavorare alla realizzazione di una nuova grandiosa costruzione comunitaria: lo Stato Organico. Così come lo Stato è un macro-cosmo allo stesso modo l'individuo è un micro-cosmo o comunque un cosmo di dimensioni più ridotte: entrambi devono essere governati secondo leggi di natura e per entrambi si necessitano una serie di interventi, di misure di 'correzione', di incentivi e se necessario anche di 'operazioni' chirurgiche che recidano , di netto, alla radice appunto, il male che- una volta individuato - verrà espulso , possibilmente per sempre, quale corpo estraneo e nocivo. Dobbiamo quindi operare nel 'corpo' esausto dello Stato quella cura rigenerante che sola potrà espellere dalla società quei 'virus' d'infezione che sono essenzialmente i nostri mortali nemici: l'individualismo, il mercantilismo, il pacifismo, l'egualitarismo, la visione economicistica e materialistica della mentalità borghese e bottegaia, l'interesse usurocratico della razza-predona del Giudaismo cosmopolita, il democraticismo e il buonismo dell'intellettualismo sistemico, l'internazionalismo mondialista, massonico e progressista che livella e omologa il pensiero di massa contemporaneo. E' necessaria quindi un'operazione di 'alta chirurgia' sul corpo in decomposizione dello stato democratico e borghese odierno. In Italia e più vastamente in tutto l'Occidente mondialista occorreranno numerose e salutari operazioni di 'rigenerazione' …occorrerà , 'magicamente' , resuscitare l'istinto primigenio della razza ario-romana e, quindi, apporre un sigillo di nuova nobiltà alla 'rinascita nazionale' della comunità di popolo. Sarà un processo di autentico 'risorgimento ontologico' di una nazione e dei suoi soggetti che dovrà compiersi sotto le insegne rivoluzionarie di un movimento di lotta e di vittoria che sappia quello che realmente vuole ottenere e individui rapidamente e progressivamente raggiunga i suoi obiettivi. Inscindibilmente sarà , dovrà essere, un Ordine inflessibile dove vige radicalmente il concetto di rapporto gerarchico e quello di subordinazione. E infine sarà una Milizia tradizionale e spirituale di 'anime' in marcia che unirà, fascinerà e 'proietterà' le migliori energie rivoluzionarie contro i nemici dell'umanità e della nazione: l'Internazionale Giudaica e i suoi strumenti di dominio. Platone insegna che "…l'elemento fondamentale nell'essere umano è costituito dall'anima. - scrive Franco G. Freda (2) - d'altronde , quel che acquista maggior importanza nell'attività umana è la politica, intesa come complesso di operazioni destinate a garantire l'organico funzionamento della comunità dei socii. Anima umana e comunità statale rivelano la medesima struttura: nell'una e nell'altra la medesima causa suscita il medesimo effetto. Perciò l'ingiustizia non è solamente una forma particolare di disordine, ma il disordine stesso in ciò che di più nocivo esso comporta, incidendo sia nella comunità politica sia nell'anima umana ….." La prassi politica che dovrà essere adottata dal nascente movimento rivoluzionario sarà incentrata sulla disciplinata adesione ad visione fanatica e spietata che mirerà al raggiungimento del potere mediante una legittima corrispondenza tra dottrina ideologica e spirito legionario. La nostra concezione del mondo sarà inflessibile per quanto riguarda l'unità del movimento ma pragmatica per ciò che concerne il rapporto con le istituzioni ovvero 'accetteremo' le 'regole' del 'gioco' parlamentaristico-democratico solo ed esclusivamente in funzione della sua disintegrazione radicale sotto i colpi che verranno inferti dalla volontà popolare. "Qualsiasi weltanschauung, per quanto mille volte giusta e della più elevata utilità per l'umanità, rimarrà del tutto priva di importanza per l'articolazione pratica della vita di un popolo finchè i suoi fondamenti non entreranno a far parte del paniere di un movimento di lotta." (3) Presupposto essenziale perché possa costituirsi e espandersi un movimento rivoluzionario radicale di opposizione al sistema dominante, alla dittatura sinagogico-usurocratica, è la razza. La Storia di ogni popolo è l'espressione e la manifestazione di tendenze uranico-primordiali di sopravvivenza ed espansione nel senso di una volontà di potenza che - la scienza della geopolitica - ha fissato in un insieme organico che identifica lo Stato come un'entità naturale o - per dirla con lo studioso svedese Rudolf Kjellen , che coniò il termine 'geopolitik', "lo Stato come forma di vita" (crf "Der Staat als Lebensform"). Riprendendo le tesi esposte dal Kjellen per la prima volta in un articolo apparso sulla rivista geografica svedese "Ymer" riconosciamo l'importanza fondamentale dei confini di uno Stato peraltro precedentemente analizzata da Friedrich Ratzel. Kjellen aveva delineato tre categorie di confini: quelli naturali , quelli culturali e infine quelli costruiti. I più importanti erano secondo lo studioso svedese quelli che separavano i popoli diversi tra loro. Il sistema per lo studio dello Stato successivamente elaborato ed esposto da Kjellen nel volume "Grundriss zu einem System der Politik" del 1920 comprendeva cinque categorie che rappresentavano altrettante branche d'analisi e intervento: geopolitik (la geopolitica), etnopolitik o demopolitik (demopolitica), ekonomipolitik (ecopolitica), sociopolitik (sociopolitica) e regementspolitik o kratopolitik (cratopolitica). A loro volta questi cinque grandi insiemi venivano suddivisi in quattordici sottocategorie. Analizzando le cinque categorie principali rileviamo che quelle economiche, sociali e cratopolitiche appartenevano essenzialmente al dominio culturale dello Stato inerenti la gestione pratica degli affari economici e commerciali dello Stato (ekonomipolitik) , la sua società (sociopolitik) e le sue istituzioni (regementspolitik o cratopolitik). La geopolitik era sicuramente la base del sistema elaborato da Kjellen suddivisa in tre sottocategorie: la 'topopolitica' relativa alla posizione dello Stato, la 'morfopolitica' inerente la forma del territorio e la 'fisiopolitica' che studiava l'area e le caratteristiche fisiche dello Stato. Per quanto inerente alla prima Kjellen analizzerà soprattutto i concetti di centro e periferia considerandoli rispetto alle principali vie di comunicazione internazionali. Sarà da questa analisi che formulerà il concetto di 'stato-tampone' o stato-cuscinetto - ovvero il ruolo che avrebbero dovuto avere gli Stati minori nel bilanciamento dei rapporti di forza tra le nazioni più grandi - al quale andrà ad assommarsi lo studio dei cambiamenti storici delle direzioni geografiche di espansione degli Stati mediante lo strumento della loro politica estera. Nella branca 'morfopolitica' rientrava lo studio della conformazione territoriale di uno Stato che, per Kjellen, assumeva un importanza vitale sia per ciò quanto inerente la difesa che le possibilità offensive di una nazione. Secondo la sua analisi l'ideale morfopolitico di uno Stato doveva essere quello concentrico (ad es. citava il territorio della Francia e quello della Romania) mentre risultavano penalizzate nazioni che si estendevano su una 'striscia' verticale di territori come la Norvegia, il Cile e la stessa Italia. Infine sotto il termine 'fisiopolitica' egli esaminò l'estensione geografica dello stato e la natura fisica del suo territorio. Obiettivo della scuola geopolitica era quello di creare un sistema scientifico per categorizzare le dinamiche di sviluppo ed espansione degli Stati. Un simile complesso sistema di studi avrebbe dovuto influenzare per l'intero ventesimo secolo i nessi di convergenza e/o di conflittualità dell'intera politica internazionale. La geopolitica infatti rappresenterà l'incubatrice scientifica dei movimenti nazionalistici ed espansionisti europei compresi tra l'inizio e la prima metà del secolo. "La geopolitica - scriverà Karl Haushofer (4) - è la scienza del condizionamento dei processi politici da parte del territorio. E' basata sulle vaste fondamenta della geografia, specialmente della geografia politica, in quanto scienza degli organismi politico-spaziali e della loro struttura. L'essenza delle regioni, intese dal punto di vista geografico, fornisce la struttura geopolitica entro la quale deve essere ricondotto il corso dei processi politici, se si desidera che questi abbiano successo nel lungo termine. Sebbene i leader politici possano, occasionalmente, andare oltre queste formulazioni, la dipendenza dal territorio eserciterà sempre, alla fine, un'influenza determinante. Così concepita, la geopolitica mira a essere corredo per l'azione politica e indicatore della stessa vita politica…La geopolitica vuole e deve diventare la coscienza geopolitica dello Stato." Conseguentemente a questa determinazione del concetto di geopolitica si deve quindi ravvisare nella volontà di potenza di un popolo una predestinazione che scaturisce anche - se non soprattutto - da altri fattori: la razza, l'idea, la fede, l'organizzazione interna di un determinato Stato. Noi affermiamo quindi che la lotta fra razze - con particolare riferimento all'obiettivo strategico-militare dell'annientamento della razza ebraica - corrisponde necessariamente ad una lotta tra individui i quali , raggruppati in entità razziali o nazionali o uniti da una comune fede religiosa, rappresenteranno i soggetti della 'politica internazionale' e i 'vettori' della dicotomia amico/nemico delineata magistralmente da Carl Schmitt ovvero il principale giurista della Germania Nazionalsocialista. La concezione totalitaria di Schmitt si evidenzierà chiaramente dalla sua collaborazione al progetto della fondamentale "Seconda legge per la Gleichschaltung dei Laender col Reich" meglio conosciuta col suo nome abbreviato di "Reichsstatthaltergesetz" del 7 aprile 1933; ovvero l'istituzione dei Vicari del Reich, che rappresenterà il fondamento giuridico essenziale per il riordinamento unitario della nazione e dello stato nazionalsocialista. Schmitt riconoscerà in modo esplicito che qualsivoglia concetto rigoroso della sovranità di uno Stato era imperniato sul riconoscimento che "tutti i concetti pregnanti della moderna teoria dello Stato sono concetti teologici secolarizzati (…) in quanto sono stati trasportati dalla teologia alla dottrina dello Stato, facendo per es. dell'onnipotente Iddio il legislatore onnipotente". Identificando quindi una filiazione teologica di tutte le dottrine e teorie degli Stati Carl Schmitt assimilerà il concetto di stato d'eccezione - con proprie leggi d'emergenza - al miracolo inerente ai concetti delle dottrine teologiche: "Solo con la consapevolezza di tale posizione di analogia - egli scriverà - si può acquistare una conoscenza dello svolgimento che le idee filosofiche sullo Stato hanno avuto negli ultimi secoli. La idea del moderno "Stato di diritto" si afferma infatti col Deismo - cioè con una teologia e una metafisica che scacciano dal mondo il miracolo e rifiutano l'interruzione della legge di natura implicita nel concetto stesso di miracolo (…) e che respingono tale eccezione alla stessa maniera dell'intervento immediato del Sovrano nell'ordinamento giuridico in vigore. Il razionalismo dell'illuminismo respingevano il caso d'eccezione in tutte le sue forme." (5) Al centro del pensiero giuridico di Schmitt sarà la politicità ovvero "l'elemento politico" al quale saranno ricondotte tutte le attività politiche. Egli distinguerà categoricamente la Politica da tutte le altre 'forme dello spirito' ("settori della realtà") con l'obiettivo essenziale di distinguere ciò che attiene alla politica rispetto soprattutto a quanto di pertinenza dell'economia e contro qualsivoglia tipo di riduzione della prima rispetto alla secondo. Al pari di molti altri intellettuali, studiosi e analisti della corrente filosofico-politica che in Germania - nel periodo compreso tra la fine del primo conflitto mondiale e l'avvento del Nazionalsocialismo - verrà ricordata sotto l'etichetta di Rivoluzione Conservatrice; anche Schmitt evidenzia la peculiare distinzione politica alla quale ricondurre inevitabilmente tutte le azioni e le manifestazioni di pensiero: è la distinzione di amicus e hostis che rappresenterà il più efficace schema archetipico del pensiero schmittiano. Tutto è politica così' , allo stesso modo, tutte le azioni politiche riconducono ad una contrapposizione inevitabile. Il nemico politico per Schmitt non deve affatto essere moralmente cattivo, né esteticamente difforme dall'ideale desiderato di 'stereotipo platonico' , né deve essere riconosciuto necessariamente come un concorrente insidioso per l'economia e il commercio …egli è il Nemico per eccellenza in quanto estraneo, alieno, straniero. Con un simile nemico sarà possibile qualunque tipo di conflitto , qualunque soluzione anche, soprattutto, la più radicale. "Nelle decisioni politiche - scriverà (6) - anche la pura possibilità di capire e intendere rettamente, e quindi anche la autorizzazione ad intervenire e a giudicare è fondata solo sullo esistenziale aver parte, e prender parte, sulla schietta participatio. Quindi solo i partecipi possono decidere fra loro quale sia il caso estremo; e in ispecie solo i partecipi stessi , in qualunque modo, possono decidere se nel caso di conflitto concretamente dato la presenza dell'altro, dello straniero, significhi la negazione del proprio modo d'esistenza e quindi debba venir combattuta o ci si debba porre in difesa contro di essa, per salvare maniera di vivere, conforme al proprio essere." La nostra concezione dottrinale quindi riconosce l'esistenza di un nemico verso il quale non è tollerabile alcuna forma di debolezza, né di sentimentalismo o - tantomeno - di compromissori atteggiamenti controproducenti durante la fase della lotta politica per il raggiungimento del potere da parte del movimento rivoluzionario…'dopo' la 'questione' verrà comunque 'regolata' mediante una normativa 'appropriata' a seconda dei 'casi'…partendo comunque da un "rapporto di forza" capovolto a favore del Movimento Rivoluzionario. Il valore di uno Stato dunque risiede nella capacità di potenziamento dei migliori individui selezionati tra l'aristocrazia razziale che rappresenterà il vertice dirigente dell'Ordine Politico del Risorgimento Nazionale. La costituzione di una simile Aristocrazia Politica dovrà pertanto mirare alla fascinazione di individui scevri dal condizionamento di massa sistemico, inquadrati sotto un unico fascio di combattimento e sottoposti alla guida di un Capo esemplare che sappia energicamente affascinare, infondendo fiducia e volontà di potenza ai suoi sottoposti. L'ordine sarà rigorosamente gerarchico: il Capo Supremo del Movimento Rivoluzionario sarà inequivocabilmente il condottiero ideologico, politico e lo stratega militare dell'Organizzazione Politica in lotta per l'affermazione di un'Idea. Il Movimento Rivoluzionario mirerà alla conquista delle masse mediante la propaganda politica, l'indottrinamento ideologico e la violenza politica contro avversari politici e organi istituzionali preposti alla repressione: sarà essenzialmente un Blocco d'Opposizione Nazionalrivoluzionaria quello che dovrà 'fascinare' e conchiudere le energie militanti nazionali e popolari, socialiste e rivoluzionarie nel quadro del progetto "Eurasia-Islam". La massa è volubile e quindi suscettibile di essere coinvolta e irretita da impulsi emozionali anche di natura psicologica. Il Capo dunque sarà Colui che dovrà - utilizzando la propaganda ed i suoi mezzi - "fanatizzare" la massa per conquistarla alla propria causa. "La psiche della massa - scriveva Adolf Hitler (7) - è insensibile a tutto quanto è debole e non assoluto. Come la femmina, i cui sentimenti sono determinati non tanto da motivazioni astrattamente razionali quanto da una certa indefinibile e sentimentale nostalgia di una forza integratrice e che perciò preferisce piegarsi di fronte al forte che dominare il debole, così anche la massa ama più chi la domina." A questo proposito dobbiamo affermare l'essenziale ruolo che dovranno svolgere le avanguardie rivoluzionarie nel futuro dell'Organizzazione Politica. E' per questo motivo che cerchiamo soldati-politici disciplinati e preparati a compiti dirigenziali da inserire all'interno dei quadri medi e superiori dell'aristocrazia politica rivoluzionaria. Occorrono soldati-politici che incideranno risolutamente durante il processo rivoluzionario attraverso la propria identità che deve riflettere disciplina e ordine, rispetto e determinazione, onore e coraggio ossia tutti quei requisiti necessari per farne dei dominatori di sé stessi oggi e dei dirigenti politici domani. Le avanguardie rivoluzionarie dovranno altresì' preparare il popolo organizzando il futuro partito rivoluzionario di massa mediante l'irradiazione del messaggio politico con qualunque metodo e attraverso ogni strumento conforme agli obiettivi. Necessaria a questo enorme sforzo di rieducazione nazionale sarà la volontà di potenza del Movimento Rivoluzionario che - prioritariamente - deve riconoscere il proprio Capo Supremo e prepararsi per lo scontro decisivo contro il Sistema. I militanti del Movimento Rivoluzionario dovranno muoversi come lupi nella foresta, pronti a balzare contro il nemico di domani, cacciatori nell'ombra, uniti da vincoli indissolubili di lealtà e fedeltà, essi partecipano di una Missione Sacra e perciò dovranno stare attenti a non deviare dalla retta via che condurrà inevitabilmente al martirio o alla vittoria finale. I militanti del Movimento Rivoluzionario saranno un unico, compatto e granitico Blocco d'Ordine e di Difesa per la propria comunità di popolo e insieme un formidabile, fanatico e assetato Fronte d'Azione e d'Offesa contro i nemici politici e gli strumenti repressivi del Sistema. La determinazione nella lotta sarà lo stilema di battaglia che dovrà distinguere i rivoluzionari i quali nel sacrificio e nella disciplina, cementeranno nella lotta quotidiana il proprio spirito legionario un autentico cameratismo che risponderà alla violenza 'legalistico-borghese' del Sistema con la prassi della violenza politica, lucida, fanatica della Rivoluzione in marcia. "Soltanto da una tensione totale potrà scalfire infine - per dirla con Ernst Junger - la "mobilitazione totale che, in quanto esigenza di destinazione suprema e paradigma normativo di formazione, sappia opporsi alla moderna divaricazione tra lo 'Spirituale' ed il 'politico', consentendo il realizzarsi della integrazione-comprensione politica dello Spirituale e quella spirituale del politico." Una tale visione fanaticamente lucida della lotta politica è ispirata da elementi costruttivi in quanto la comunità organica mira all'edificazione di uno Stato Organico entro il quale non avranno diritto di cittadinanza né sentimentalismi emotivi né considerazioni di natura moralistica. Riconoscendo nel modello platonico della Politèia il referente metastorico dell'inveramento di uno Stato Organico la milizia rivoluzionaria dovrà volgere il proprio sguardo verso il benessere della comunità popolare. Al bene della comunità di popolo dovranno essere sacrificate qualsiasi genere di considerazioni etico-moralistiche in quanto , come scriverà il filosofo ellenico "Esiste dunque nei cieli un modello per chiunque intenda vederlo e, vedutolo, fondarlo in sé stesso. Che siffatto esemplare esista o abbia mai a esistere in alcun luogo non importa: giacchè questo è l'unico Stato di cui egli sia partecipe.". Nella ricerca di conciliare il bello con il giusto lo Stato conforme ai principi della Tradizione dovrà introdurre una relazione di dipendenza fra l'idea della giustizia e l'idea del Bene. Scrive in proposito il Librizzi: "Dottrina questa che ci autorizza, più che qualsiasi altra, ad ammettere che tutto nella filosofia platonica è in visto in funzione del Bene e che la missione dell'uomo, in questa e nell'altra realtà più perfetta, non mira che ad un fine morale" (8). Secondo invece una interpretazione più attinente alla visione platonica Gentile scriverà che "il Bene non si restringe ai valori morali, bensì si estende a tutte le forme dell'essere; comprende certo l'onestà della coscienza etica, ma designa più generalmente ogni forma di perfezione. Per l'idea del Bene non solo è buono l'uomo che si conduca secondo la legge morale, ma è buona anche la bestia che sia integra nei suoi organi e risulti quindi capace di assolvere l'ufficio assegnatole, ed p buona anche una cosa inanimata in quanto risulti proporzionata al suo scopo." (9) Il comportamento dei "philòsophos" ellenici ripugnerà quindi l'intellettualismo borghese moderno pur essendo conforme alla politèia platonica: come ripetuto nelle 'Leggi' sarà inevitabile anche il ricorso alla violenza per imporre l'ordine statale nel quale ci si riconosca. La violenza a difesa dell'ordine dello Stato dovrà essere un presupposto fondamentale della nostra concezione del mondo in quanto essa sarà applicabile in qualunque occasione e per qualsiasi necessità di ordine contingente al servizio del benessere della comunità popolare. L'applicazione o meno della prassi rivoluzionaria della violenza politica prescinde da considerazioni di ordine moralistico tipiche della mentalità borghese moderna: essa è la leva medesima dell'Autorità che, unitamente al consenso popolare di massa, intende modellare lo Stato secondo la propria visione del mondo attuando senza opposizione la propria politica rivoluzionaria. Sarà necessario espellere la concezione individualistica borghese dello Stato come sovrastruttura meccanicistica e ricondurre la funzione dello Stato ad una visione metafisica e sacrale. "Lo Stato moderno - scrive Julius Evola (10) - , cioè lo Stato Civile, lo Stato perfetto, definitivo ed eterno , degno in tutto e per tutto dell'uomo, avrebbe potuto giustificarsi soltanto quale strumento di un diritto dell'individuo concepito come diritto universale ed assoluto, senza confini e senza tempo. Perciò il cosmopolitismo, il pacifismo, il solidarismo universale furono i presupposti del preteso ordinamento individualistico che venne rappresentato come la condizione tipica della civiltà." Come affermerò lo stesso Evola "la scienza dello Stato, come noi l'intendiamo è dunque "la scienza del bene comune di una determinata società politica" ovvero - in maniera distinta dalla concezione atomica e aritmetica degli interessi individualistici delle società borghesi - una scienza dello Stato che si pone come 'unità di vita'. Sarà una scienza "sintetico-induttiva" - affermerà Evola - che individuerà nel rapporto gerarchico il fondamento dell'unità politica che rappresenterà la totalità organica della comunità nazionale. In questa unità politica - nello Stato Organico - ogni soggetto e ogni attività aveva il posto che gli competeva e manteneva in questa gerarchia dei valori le proprie qualità specifiche e la proprio funzione indipendente all'interno dell'ordine totale. Una concezione diretta all'instaurazione di uno Stato Organico dovrà essere insieme nazionale e popolare intendendo la comunità popolare quale fondamento dell'unità razziale 'inquadrata' in un ordine gerarchico di valori, doveri e funzioni. Lo Stato allora rappresenterà l'insieme delle esigenze e delle volontà popolari, rappresentandole collegialmente attraverso un insieme di organi corporativi che uniranno il vertice alla base della gerarchia sociale e politica rappresentata da elementi qualificati che si assumeranno la direzione 'ideologico/politica' delle forze produttive (finanza, commercio, industria, agricoltura, terziario) rigorosamente fascinate e subordinate alle esigenze di un 'corpo organico' nazionale e socialista. Occorrerà disintegrare anche qualunque tendenza anarchico/anti-tradizionale che , qua e là, sembra affiorare anche all'interno di parole d'ordine proprie della nostra area ìdeologica di riferimento: stato 'del lavoro' , corporativismo e socializzazione dovranno essere indiscutibilmente espulse dal dizionario politico-rivoluzionario dell'Organizzazione Politica e dal partito di massa rivoluzionario. Rifiutando la visione marxista e liberal-capitalista della concezione di Stato dobbiamo rifiutarne anche le 'sirene ideologiche' che costituiranno la parodia speculativa della propaganda avversaria. "Bisogna persuadersi - conclude Evola - che, per quanto grande sia la forza di certe forme di ebbrezza collettiva e per quanto reale, sul loro piano, possa essere il loro valore pratico, pure l'uomo non cesserà mai di chiedere, a un dato momento, circa i valori supremi della vita e, insomma, circa la giustificazione della pratica." (11) Fisseremo quindi le nostre parole d'ordine che dovranno essere conchiuse nel trinomio razza-suolo-volontà alle quali si dovranno saldare i concetti di gerarchia, ordine, disciplina e rigore che non assumeranno i tratti 'positivisti' del collettivismo marxista - scadendo così nel Leviathan hobbesiano - né le sue parole d'ordine dietro alle quali mascherare la meccanizzazione e 'socializzazione' dell'individuo. Non casualmente in Italia da premesse idealistico-universalistiche si passerà dal corporativismo ante-bellico all'esperimento 'mancato' della socializzazione durante l'esperienza della Repubblica Sociale per 'concludere' , nell'immediato dopoguerra, all'esaltazione di un certo collettivismo di Stato antigerarchico, antitradizionale, antiorganico ma sostanzialmente 'socializzato' e 'tecnocratico'… occorrerà quindi riflettere circa i retaggi storici lasciatici dall'esperienza rivoluzionaria del movimento fascista. Lo Stato Organico non conosce e non ammette la dicotomia tra 'borghesi' e 'proletari' ma indica chiaramente l'obiettivo di una costituzione di un ordine totale entro il quale e solo in funzione del quale vale vivere e morire, produrre e lavorare, subordinando qualunque individualità alla totalità comunitaria. "Così, a tale riguardo, vanno sradicate molto male erbe che hanno attecchito qua e là, talvolta perfino nel nostro campo. Che cosa è, infatti, questo parlare di "Stato del lavoro", di "socialismo nazionale" , "umanismo del lavoro" e simili? Che sono queste istanza più o meno dichiarate per un'involuzione della politica nell'economia, quasi in una ripresa di quelle tendenze problematiche verso un "corporativismo integrale" e, in fondo, acefalo che, nel fascismo, già trovarono , fortunatamente, la via sbarrata? Che cosa è questo considerare la formula della "socializzazione" come una specie di farmaco universale e questo elevare l'"idea sociale" a simbolo di una civiltà nuova che, chi sa come, dovrebbe esser di là sia da "Oriente" che da "Occidente"? Questi - bisogna riconoscerlo - sono i lati d'ombra presenti in non pochi spiriti…."(12) Anche in questo caso dobbiamo riferirci ad una concezione aristocratica che , lo stesso Evola, individuava nella fedeltà alla propria natura e che equivale sia ad una dichiarazione d'identità sia all'affermazione di una volontà politica. Secondo Evola infatti "Chi pensa di risolvere i problemi sociali su di un piano puramente tecnico, rassomiglierebbe ad un medico che s'intendesse unicamente a combattere i sintomi epidermici di un male, invece di indagare e colpirne la radice profonda." (13) Sono considerazioni squisitamente etiche quelle che devono essere elaborate in relazione alla posizione da assumere rispetto alla cosiddetta 'questione sociale'. Non ci sarà bisogno di scomodare Nietzsche per affermare che questa è essenzialmente uno dei molti parti ibridi e delle molte menzogne partorite dalla dittatura degli interessi borghesi e come tale rifiutata laddove il nostro stilema dovrà fondarsi sull'assioma evoliano dell'esser sé stessi e restare fedeli alla propria natura. Evola riconoscerà un'esigenza di identificazione preparatoria ad una fase di milizia rivoluzionaria che dovrà lucidamente riconoscere ciò che si è "…anziché cercar di realizzarsi diversi a quel che si è. (…) Esser se stessi è sempre, in una certa misura, un compito, un "tener fermo". Implica una forza, una drittura, uno sviluppo. - i quali conclude - "si legano ad una carattere, manifestano tratti di armonia, di coerenza con se stessi, di organicità. (…) E' così che l'antica saggezza formulò massime come queste: "Se gli uomini si fanno una norma d'azione non conforme alla loro natura, essa non deve essere considerata come norma d'azione." E ancora "Meglio il proprio dovere anche se imperfettamente compiuto, che il dovere di un altro bene eseguito. La morte nel compiere il proprio dovere è preferibile ; il dovere di un altro ha grandi pericoli." (…) "L'uomo raggiunge la perfezione - è detto in un antico testo ario - adorando colui, dal quale tutti i viventi procedono e tutto questo universo è compenetrato, mediante il compimento del proprio modo d'essere." (14) Deve essere chiaro fin dall'inizio quali siano i compiti e le responsabilità durante il periodo della lotta rivoluzionaria, quali i campi d'intervento e d'azione per i militanti, i quadri intermedi e i dirigenti del Movimento Rivoluzionario. Costruire una classe dirigente sarà dunque il primo compito dell'Organizzazione Politica successivamente sarà necessario la formazione dei militanti e degli aderenti al Movimento di Lotta e in terz'ordine verranno considerazioni i modelli di riferimento e le tecniche più idonee in relazione alla militanza propagandistico-rivoluzionaria. I quadri dirigenti dovranno aderire al modello di base, allo stilema di combattimento, dell'Autarca Nichilista dovranno cioè essere disciplinati e 'ordinati' nel quadro di quella dottrina dell'esser fedeli a sé stessi, aderendo ad un ordine interiore di perfezione e dignità, onore e intolleranza verso le proprie e le altrui debolezze. Non potranno esistere compromessi e mezze misure neanche in presenza di forme di repressione/aggressione sistemiche: ognuno dovrà sapere esattamente cosa fare, come fare e quando fare al momento opportuno attuando tattiche militari sia in caso di 'avanzata' rivoluzionaria sia nel momento di una eventuale ritirata strategica. Quale sarà , dunque, la consegna che i dirigenti dell'Antagonismo di Popolo dovranno imporre ai militanti in questa fase della realizzazione di un processo rivoluzionario? E' Franco Giorgio Freda che ci ha indicato lucidamente questa direttrice di marca: "…dobbiamo affermare che la condizione - non sufficiente ma, comunque, necessaria - per porre gli elementi di fondazione del vero Stato, è la Eversione di tutto ciò che oggi esiste come sistema politico. Occorre perciò propiziare e accelerare i tempi di questa distruzione, esasperare l'opera di rottura del presente equilibrio e dell'attuale fase di assestamento politico. (…) Inevitabilmente quindi dobbiamo trasferire le nostre considerazioni dal piano del riconoscimento dei principi al piano operativo: dal piano di ciò che è valido al piano di ciò che risulta efficace, al fine di adeguare la squallida realtà (…) del periodo storico che noi stiamo vivendo alla "realtà" autentica." (15) Occorrerà eliminare quei sedimenti individualistico-borghesi che potrebbero ancora inficiare l'azione risoluta impedendo quella saldezza nell'essenziale che richiedeva - trentacinque anni or sono - Freda per costituire un movimento di lotta rivoluzionaria. Le premesse teoretiche circa la natura del vero Stato che con riferimento alla "Disintegrazione del Sistema" vennero formulate allora non sono sindacabili: contro lo 'stato del lavoro' tecnocratico-corporativista, contro le parole d'ordine socializzatrici del più inutile neofascismo nostalgico ispirato ai miti dell'ultima fase storica della RSI opponiamo lo Stato Nazional-Comunista, popolare, organico, rivoluzionario dell'espropriazione della proprietà privata, dei Comitati di Gestione e dei Commissariati d'Azienda che - chiunque - potrà 'metabolizzare' da una ri-lettura del testo in questione. Il modello del comunismo autarchico di guerra dell'esercito rosso dei Khmer cambogiani, del primo maoismo nazionalista cinese e - infine - la leggendaria apparizione del Terzo Reich NazionalSocialista il quale concepirà "il Volk, comunità nazionalrazziale misticamente concepita, - come - (…) il 'crogiolo' sociale nel quale si realizzerà storicamente la radicale 'soppressione' degli artificiosi antagonismo economico-utilitaristici suscitati dall'individualismo borghese e dal classismo marxista. (…) - scrive Maurizio Lattanzio (16) - Il Nazionalsocialismo è l'espressione - conforme alle concrete condizioni storiche - della forma tradizionale nordico-germanica permeata da valori aristocratici, gerarchici e qualitativi, i quali 'estrarranno' dalla totalità popolare socialista l'aristocrazia politica rivoluzionaria che negherà radicalmente - dalla destra alla sinistra - l'astratto ideologismo borghese/proletario e le sue conseguenti formulazioni statuali e societarie." Noi dobbiamo riaffermare l'unità di popolo e la volontà di potenza del movimento rivoluzionario indicando nello Stato Organico il superamento dell'equilibrio di interessi individualistici borghesi e la ricomposizione delle strutture socio-economiche in un Ordine totalitario metafisico e metapolitico di irradiazione di Valori. Lo Stato Organico dovrà inoltre affrontare prioritariamente la questione ebraica nel quadro della più vasta questione della razza. E' questo un punto sul quale non intendiamo dilungarci ulteriormente rimandando a quanto pubblicato dal sottoscritto e da Maurizio Lattanzio sul mensile "Islam Italia" fino a questo momento. Nei limiti daremo comunque queste indicazioni di massima: - preliminarmente sarà necessaria una ricognizione demografica e analitica relativa alla prassi di occupazione/accampamento giudaica in Italia e successivamente - individuate le strutture di potere ed i gangli dello Stato 'infiltrati' maggiormente da elementi ebrei , da giudaizzanti e da sostenitori dell'ebraismo occorrerà affrontare direttamente e primariamente questo cancro che paralizza e castra la politica nazionale. Il Giudaismo in quanto nemico del popolo italiano , delle sue tradizioni , dei suoi valori dovrà essere identificato come corpo estraneo, quindi espulso al di fuori della nazione. I giudei saranno comunque trattati mediante una specifica e particolare legislazione che miri a infrenare e limitare la loro sfera di attività, i loro raggi d'azione e le loro tentacolari e ricattatorie pretese. Infine risulterà 'necessaria' quand'anche non essenziale una lucida analisi dei nessi di convergenza tattico-strategica con le Nazioni dell'Islam Tradizionale e Rivoluzionario esemplarmente incarnato dalla Repubblica Islamica dell'Iran. L'Islam politico, tradizionale e rivoluzionario, dell'Imam Khomeini rappresenta nell'attuale segmento temporale l'antagonista globale all'One World mondialista: sarà la Jihàd dei Martiri della gloriosa Rivoluzione Islamica iraniana, dei combattenti islamici dei volontari dei Basijj-Pasdaran durante la Guerra Imposta e la guerra santa degli oppressi musulmani in ogni angolo del mondo che opponendo lo stilema di morte e di riscatto dei Kamikaze dell'Islam - gli Shaheed di Allah - disintegreranno totalmente e mortalmente i residui antropologici sistemico-mondialisti. "La Crociata europea del secolo ventunesimo non avrà dunque luogo, - scrive Antonio Medrano (18) - contro l'Islam, ma a fianco dell'Islam. La resurrezione della comunità europea - un'autentica comunità europea , esuberante di vita e radicata nella sua nobile tradizione - ha come requisito indispensabile , d'ordine non solo geopolitico, ma anche spirituale, la rivitalizzazione dell'Islam; e la rivitalizzazione dell'Islam, la sua rinascita possente e purificata, non sarà alla lunga possibile senza trovare l'appoggio che essa dovrà trovare nella fermezza e nel vigore di un'Europa risorta dalle sue ceneri (… e libera dai giudei, dai giudaizzanti e dai servi della Sinagoga ndr)." Successivamente sarà necessario delimitare 'anche' altri gruppi sociali, etnici e religiosi che non potranno essere inquadrati nella Comunità Organica la quale sarà totalitaria o non sarà. Unitamente all'affrontamento della questione sociale dobbiamo rilevare la irreversibilità del progetto totalitario al fine di evitare , fin d'ora, inutili equivoci…che 'pure' non dovrebbero sussistere in un ambiente 'conforme'…Tale direzione di marcia risulterà tanto più necessaria qualora si consideri che "in un'epoca storica caratterizzata da irreversibili fenomeni di atomizzazione sociale, di decomposizione centrifuga della società, lacerata dal frazionismo individualista e classista, l'unità politica poteva essere ricomposta solo in forma totalitaria. Il totalitarismo ha inteso rappresentare una proposta politica per una determinata epoca storica - compresa la presente, piaccia o non piaccia - nella quale l'avanzamento dei processi dissolutivi impedisce obiettivamente la ricomposizione delle varie parti sociali in unità organica. (…) L'ordine totalitario nazionalsocialista è stato l'armatura politico-istituzionale all'interno della quale l'aristocrazia politica crociuncinata avrebbe poi potuto plasmare e orientare i processi di aggregazione politico-sociale che avrebbero condotto allo Stato organico a base socioeconomia nazionalcomunista. La realizzazione di questo obiettivo e della naturale connotazione di totalità che ad esso inerisce e ad esso è intrinseca, avrebbe poi reso altrettanto naturale l'estinzione del totalitarismo se e in quanto formalismo, esteriorità e strumentale imposizione da parte dell'aristocrazia politica a fini 'costruttivi'." (19) Su quanto scritto crediamo non ci sia altro da 'aggiungere'…comunque attendiamo la reazionedi tutti coloro che si dimostreranno razzialmente e politicamente aderenti ai "fondamentali" qui delineati compresi eventuali soggetti provenienti dalla 'base militante' del lazzaretto dell'estrema destra italiota…se vi saranno individui in ordine razziale con le coordinate progettuali "Eurasia-Islam" , che non siano giudei 'mascherati' o comunque burattini 'sinagogico-pilotati', 'anche' - e 'nonostante' - a 'loro' saranno destinate queste 'tracce' programmatiche di ripartenza operativa sul 'territorio' coloniale italiota. "Islam Italia" comunque - e 'indipendentemente' dagli esiti di implosione ontologica del neofascismo italiota - opererà mediante una ricognizione terminale… o 'iniziale' - dipenderà dagli 'esiti' - anche verso soggetti e/o organizzazioni islamiche 'interne' al territorio coloniale italiota al fine di identificare, valutare e inserire in un quadro di lotta al Sistema nuove energie 'conformemente' aderenti al progetto politico rivoluzionario "Eurasia-Islam"…qualora anche 'altri' volessero 'affiancare' l'impervio camminamento del nostro percorso di Milizia Totale saranno 'opportunamente' radiografati previo assenso della redazione a qualsivoglia collaborazione organica con il mensile. DAGOBERTO BELLUCCI Direttore Responsabile Agenzia di Stampa "Islam Italia" Chiunque volesse richiedere ulteriori precisazioni inerenti il presente documento programmatico-rivoluzionario potrà farlo scrivendo alla redazione di "ISLAM ITALIA" c/o Dagoberto Bellucci - casella postale n° 4 - 41100 Modena succ.3 o telefonando al nr° di telefono 340-5933281. Organizzazioni, riviste, singoli nuclei militanti e soggetti conformi alle coordinate progettuali "Eurasia-Islam" sono 'invitati' alla diffusione del presente scritto. La ripartenza rapida dovrà mirare alla costituzione di una struttura 'agile' di Antagonismo di Popolo strutturata attraverso le Cellule per il Contropotere Territoriale da inserire - quali Nuclei Rivoluzionari di Opposizione Nazionale - a 'lato' dell'organo di preparazione ideologica che 'funzionalmente' dovrà assicurare l'adesione ad una Visione del Mondo ascetico-guerriera, rivoluzionaria-tradizionalista e all'azione di controinformazione territoriale. NOTE - 1 - Maurizio Lattanzio - "Stato e Sistema" - edizioni di "Ar" - Padova 1987; 2 - Franco G. Freda - "Platone - Lo Stato secondo giustizia" - edizioni di "Ar" - Padova 1996; 3 - Adolf Hitler - "Mein Kampf" - edizioni "Sentinella d'Italia" - Monfalcone (Ts); 4 - Karl Haushofer - articolo estratto dalla rivista "Zeitschrift fur Geopolitik" - Obst, Lautensach e Maull, 1928 ; 5 - Carl Schmitt - "Politische Theologie, Vie Kapitel zur Lehre von der Souverànitàt" ; 6 - Carl Schmitt - "Sul concetto di politica" - testo di una conferenza tenuta alla "Deutsche Hochschule fur Politik" di Berlino nel maggio 1927; 7- Adolf Hitler - op, cit.; 8- C. Librizzi - "I problemi fondamentali della filosofia di Platone" - edizioni 'Cedam' - Padova 1950; 9- M. Gentile - "La politica di Platone" - edizioni 'Cedam' - Padova 1940; 10- Julius Evola/Carlo Costamagna - "L'idea di Stato" - edizioni di "Ar" - Padova1970; 11- Julius Evola/Carlo Costamagna - op. cit.; 12- Julius Evola - "Orientamenti" - edizioni "Settimo Sigillo" - Roma 1994; 13- Julius Evola - "Etica Aria" - edizioni "Europa" - Roma 1987; 14- Julius Evola - op. cit.; 15- Franco G. Freda - "La disintegrazione del sistema" - edizioni di "Ar" - Padova 1980; 16- Maurizio Lattanzio - "Nazionalsocialismo ed economia" - saggio introduttivo a Renè Dubail - "L'ordinamento economico nazionalsocialista" - edizioni "All'Insegna del Veltro" - Parma 1991; 17- Maurizio Lattanzio - op. cit.; 18- Antonio Medrano - "Islam ed Europa" - edizioni di "Ar" - Padova 1978; 19- Maurizio Lattanzio - op. cit.; Il Che e Peròn:Il Che e Peròn: L’attualità ed I legami di due carismatici personaggi del secolo scorso Di Nando de Angelis Come vissero i giovani militanti della Juventud Peronista, che si preparavano a passare dalla resistenza all’offensiva, quell’infausto giorno dell’otto ottobre 1967? Che legami trovarono fra Perón e il Che? Poterono affermare fondatamente che Perón era guevarista e il Che peronista? Il Che era la guida etica della rivoluzione: l’uomo nuovo. Perón quella concreta: il capo di un movimento di liberazione nazionale. Avevano, di fatto, la stessa prospettiva sudamericana della rivoluzione e lo stesso nemico: l’imperialismo nordamericano. Per questo motivo poterono, allo stesso tempo, essere d’accordo e dissentire con entrambi. Dissentire con il Che circa la "strategia dell'azione" per raggiungere gli obiettivi rivoluzionari: principalmente con la teoria "del focolaio„. Alla gioventù peronista costò molto capire il concetto di "avanguardia". Provenivano tutti da una corrente di pensiero che aveva come soggetto della rivoluzione l’unità di tutte classi in difesa degli interessi della nazione contro l’imperialismo. Venivano da una esperienza operaia reale e non immaginaria, non ritenevano che ci fosse bisogno del "focolaio" per svegliare la coscienza di classe: bisognava solo aspettare che questa maturasse con la lotta, i lavoratori, in maggioranza peronisti, erano "la spina dorsale del Movimento". Coltivavano un’idea di insurrezione che riuscisse se non a evitare almeno a ritardare i conflitti di classe. Erano in profondo accordo con il Che perché credevano fermamente che la rivoluzione fosse il prodotto dell’uomo nuovo, che la forma desse il contenuto. Per rifondare la nazione bisognava abbandonare le vecchie pratiche liberali, rivendicare la nobiltà della politica, trasformare la militanza in un esercito epico munito di solidi principi etici: l’uomo nuovo doveva guidare questo processo, sulla scia dei grandi ideali della classe operaia peronista. Dissentire da Peròn quando, per realpolitik, sosteneva l’anacronistica rivoluzione democratico borghese in un mondo dove le lotte popolari tendevano tutte al socialismo. Per questo, rivendicando lo spirito critico che deve animare ogni militanza vera, manifestarono con forza la propria contrarietà. Ma quando si doveva lottare per conseguire aumenti salariali o destabilizzare il "partito militare" che acquisiva sempre più potere, la strategia vincente era quella di Peròn e non quella del Che. La rivoluzione è un processo di costruzione di rapporti di forza, per combattere il formidabile potere del regime e Peròn rappresentava l’asse dell’unità, il rettore di una strategia di insieme. Perón e il Che si sono spesso incontrati durante la loro lotta rivoluzionaria. Non è una presunzione infondata, ci sono fonti attendibili che confermano questi incontri. Certo, diverse erano le motivazioni. Per Peròn il Che era parte insostituibile della sua strategia di manipolazione di un dispositivo di insieme. Soprattutto perché per lui, e per i peronisti, la rivoluzione cubana non era importante solo perché socialista ma perché era una rivoluzione di liberazione nazionale. Per il Che le masse popolari che si riconoscevano nel peronismo erano il soggetto reale del suo progetto rivoluzionario di liberazione del Sud America. D'altra parte, se per Perón il Che era "el más grande revolucionario de América„, per il Che, Perón era già il leggendario e carismatico leader antimperialista latinoamericano. Non passò, a lui, inosservato l'accordo dell'ABC che Perón aveva firmato in 1951 con Cile e Brasile: un atto originale e concreto di integrazione panamericana che, presumibilmente, fu uno delle cause principali del suo defestrenamento. Solo la visione geniale dello statista che albergava in Peròn può avergli dettato quella famosa lettera del 8 ottobre del 1967, dove profetizzò la grandezza che avrebbe assunto la figura del Che dopo il suo sacrificio in Bolivia: " Ci sentiamo fratelli di tutti quelli che, in qualsiasi luogo e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l’ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento. Ci sentiamo fratelli di tutti quelli che con valore e decisione affrontano la voracità insaziabile dell’imperialismo che, con la complicità delle oligarchie senza patria sostenute da militari marionette nelle mani del Pentagono, opprime i popoli. Oggi è caduto, come un eroe, il giovane più straordinario della rivoluzione latinoamericana: è morto il Comandante Ernesto Che Guevara. La sua morte mi lacera l’anima perché era uno dei nostri, forse il migliore: un esempio di condotta e di spirito di sacrificio. La profonda convinzione nella legittimità della causa che abbracciò, gli ha dato la forza, il valore, il coraggio che oggi lo eleva alla categoria di eroe e martire…" Il punto di contatto fra il Perón del 1967 e il Che si evidenzia in un paragrafo di quella lettera: "La sua vita, la sua epopea, sono l’esempio più alto e puro a cui devono tendere i nostri giovani, i giovani di tutta America Latina". E’ impressionante la capacità di Peròn di vedere così lontano nel futuro, anche in considerazione del fatto che Guevara aveva molti nemici nei settori tradizionali del Movimento Peronista. In ogni caso, se qualche frangia del peronismo non era d’accordo, risultava avversata e sconfessata dallo stesso Peròn. Il popolo si infervora e lotta quando gli obiettivi sono importanti: l’emancipazione nazionale, la sovranità popolare, la giustizia sociale, il socialismo, la Nazione Latinoamericana. Peròn era profondamente sanmartiniano e come "el Libertador", sapeva che "senza illusioni, senza ideali i popoli non potrebbero vivere". Capì che la figura mitica in cui si sarebbe trasformato il Che nel futuro, avrebbe infiammato le masse popolari. Guevara non era da meno, la sua visione lungimirante di stratega è testimoniata nei passi di una missiva, da lui inviata alla madre, datata 20 giugno 1955 (quattro giorni dopo il pesante bombardamento di Plaza de Mayo che provocò la morte di centinaia di civili). Il Che, in anticipo con i tempi, qualifica come "escrementi" gli aviatori che vigliaccamente, dopo avere assassinato tanta gente e senza correre alcun rischio, si bearono dell’accaduto al loro ritorno a Montevideo e lo giustificarono affermando che lo avevano fatto in nome di dio. Non risparmia i dirigenti civili che parteciparono al tentativo di colpo di stato affermando che "non avrebbero avuto alcuna remora a scagliare i propri mastini contro il popolo al primo sciopero…a massacrare centinaia di "negros" per il delitto di difendere le proprie conquiste sociali e la stampa, compiacente e asservita, avrebbe sostenuto che era certamente molto grave e pericoloso che lavoratori di una sezione vitale del paese dichiarassero lo sciopero generale". E continua: " la Chiesa ebbe delle grosse responsabilità nel tentativo di colpo di stato, ed anche i "nuestros queridos amigos", i nordamericani, i cui metodi ho potuto apprezzare, di persona, in Guatemala". Una settimana dopo l’inizio del colpo di stato che avrebbe decretato la caduta di Peròn, Guevara torna sul tema in un’altra lettera (Querida vieja, 24 settembre del 1955): "Questa volta i miei timori si sono avverati, il tuo odiato nemico è caduto; qui le reazioni non si sono fatte aspettare: tutti i giornali del paese e le agenzie stampa straniere annunciavano con giubilo la caduta del tenebroso dittatore, i nordamericani gongolavano felici per i 425 milioni di dollari che finalmente potevano "recuperare" in Argentina, il vescovo di Ciudad de Mèxico si mostrava soddisfatto della caduta di Peròn, tutte le persone di fede cattolica e di destra che ho conosciuto non nascondevano la loro soddisfazione. Io ed i miei amici, no. Tutti abbiamo seguito con dolore la sorte del governo peronista…Qui, i progressisti hanno definito il dramma argentino come il "trionfo del dollaro, della spada e della croce". Ed al finale, aggiunge: "Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l'America Latina, perché suo malgrado e nonostante il forzoso tentennamento degli ultimi tempi, l'Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord. Per me, che ho vissuto le amare ore del Guatemala, si è trattato di un calco a distanza…Persone come te crederanno vedere l’alba di un nuovo giorno…in un primo momento non ti accorgerai della violenza che si scatenerà perché ciò avverrà in una cerchia di persone lontana dalla tua". Se qualcosa manca per comprendere la reale posizione del Che Guevara riguardo al governo peronista, citiamo la lettera diretta a Ernesto Sabato, datata 12/4/60: "Stimato compatriota: sono passati forse quasi quindici anni da quando conobbi un figlio suo, che ormai deve avere vent’anni, e sua moglie, in quel luogo che mi sembra si chiami "Cabalando", a Carlos Paz, e dopo, quando lessi il suo libro Uno y el universo, che mi affascinò, non pensavo che sarebbe stato lei, che possedeva quello che per me era la cosa più sacra al mondo, il titolo di scrittore, a chiedermi, col passare del tempo una definizione, un impegno di rincontro, come lei lo definisce, in base ad un’autorità accreditatami per alcun fatti e moti fenomeni soggettivi. Faccio questa premessa solo per ricordarle che appartengo, malgrado tutto, alla terra dove sono nato e che sono ancora capace di sentire profondamente tutta la sua allegria, la mancanza di speranza e anche le sue delusioni. Sarebbe difficile spiegarle perché "questo" non sia una "Rivoluzione Liberatrice"; dovrei forse dirle che avevo visto le virgolette nelle parole che lei denuncia, fin dal momento in cui apparvero e che identificai quella formula con quanto era accaduto in Guatemala che avevo appena abbandonato, vinto e quasi disilluso. Come me, erano tutti quelli che avevano preso parte a quell’incredibile avventura e che avevano approfondito il loro spirito rivoluzionario a contatto con le masse contadine, in una profonda interrelazione, durante due anni di lotta crudele e di risultati veramente grandi. Non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché non eravamo parte di un esercito plutocratico, ma eravamo un nuovo esercito popolare, sollevatosi in armi per distruggere il vecchio; e non potevamo noi essere per la "liberatrice" perché la nostra bandiera di combattimento non era una vacca, ma un filo di ferro di recinzione latifondiaria, spezzato da un trattore, come è oggi l’insegna del nostro INRA (Istituto Nazionale per la Riforma Agraria). Non potevamo essere per la "liberatrice" perché le nostre servette piansero di gioia il giorno in cui fuggì Batista e noi entrammo all’Avana; e oggi si continuano a fornire i dati su tutte le manifestazioni e le ingenue cospirazioni della gente del "Country Club" che è la stessa gente del "Country Club" che lei ha conosciuto lì, e che a volte sono stati suoi compagni di odio contro il peronismo". Era Guevara un peronista? Tanto, quanto Perón era guevarista.
www.Socialistinazionali.it Corona non PerdonaI Rivoluzionari Fasci di Combattimento votano Fabrizio Corona! Il golpe borghese. Intervista di Antonella Ricciardi ad Angelo FacciaIl golpe borghese. Intervista di Antonella Ricciardi ad Angelo FacciaUna trama aperta a più di una interpretazione, ancora in gran parte avvolta nell’ombra: è questa l’immagine che tuttora presenta la vicenda del cosiddetto “Golpe Borghese” del dicembre 1970. Il decorso giudiziario su questo episodio iniziò negli anni settanta e si concluse nel 1984, con l’assoluzione di quasi tutti gli imputati, e la condanna di alcuni altri imputati minori per detenzione e porto abusivi di armi da fuoco, senza riuscire ad illuminare con certezza la natura di quegli eventi e i fini che con essi si volevano perseguire. In particolare, sono controverse le ipotesi sul ruolo tenuto da colui che venne indicato quale responsabile dell’organizzazione del tentato colpo di mano: il principe Junio Valerio Borghese, già comandante della X Flottiglia Mas durante la Seconda Guerra Mondiale, poi dirigente del M.S.I. e del Fronte Nazionale. In un libro dal titolo “Affondate Borghese!”, edito dall’Associazione Uno Dicembre 1943, il perugino Angelo Faccia, già volontario della Repubblica Sociale Italiana, si è assegnato il compito di difendere la memoria del comandante Borghese, del quale fu amico ed al quale fu particolarmente vicino durante l’esilio nella Spagna fascista. In particolare, Angelo Faccia critica il ruolo, a suo avviso ambiguo, svolto in quegli anni da alcuni dirigenti dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale: Adriano Tilgher, e, soprattutto, Stefano Delle Chiaie. 1) Lei, già reduce della Repubblica Sociale Italiana, è autore di un volume dal titolo: “Affondate Borghese!”, tramite il quale difende la figura del principe Junio Valerio Borghese, già comandante della X Mas ed un tempo presidente onorario del M.S.I., prima di dare vita al Fronte Nazionale. In particolare, nel suo libro descrive il cosiddetto “golpe Borghese” del dicembre 1970: può riassumere per questa intervista, così, cosa realmente fu, a suo avviso, questo tentato colpo di Stato, e se realmente volesse essere tale, o non fosse, invece, una messa in scena (come ipotizzano alcuni)? Il mio libro non è altro che il resoconto di un cronista che ha vissuto sulla sua pelle (la mia ) certi fatti inaspettati, imprevedibili, data la sua uscita , da anni, dall’ambiente politico in cui ha vissuto la sua giovinezza. E dai fatti da me narrati emerge senza ombra di dubbio che il c.d. “golpe Borghese” fu una colossale montatura a danno del Comandante Junio Valerio Borghese. Non è possibile in questa sede di intervista analizzare le ragioni, gli scopi, le complicità, i personaggi, di tanta montatura per l’estensione dell’argomento. 2) Può indicare gli scopi di questo tentato colpo di mano? Le chiedo
inoltre se è d’accordo con chi sostiene, anche considerando che gli
americani sapessero e non fossero contrari al golpe, che questo tentato
colpo di Stato fosse stato iniziato per fare approvare leggi speciali
contro movimenti radicali, per favorire il potere dei democristiani, i
quali avevano tutto l’interesse ad avallare la tesi della necessità di
misure forti contro i cosiddetti “opposti estremismi”… 3) Nel caso il mancato colpo di Stato fosse stato fin dall’inizio destinato al fallimento, considera che i capi neofascisti che lo avevano organizzato volessero che fosse un finto golpe, per avvantaggiare proprio chi dicevano di avversare (i democristiani, i quali godevano della protezione americana) o che tali esponenti di estrema destra fossero stati usati da questi poteri forti, a loro insaputa, per favorire appunto la repressione contro gruppi considerati sovversivi? Non si può parlare, almeno per quanto riguarda il “golpe”, di “capi neofascisti” in quanto si è mosso un solo capo neofascista: Delle Chiaie, appunto, che per carattere era un solitario, nel senso che non condivideva le sue oscure trame con nessun altro “camerata”, limitandosi a dare ordini a questi, per cui il finto golpe riuscì perfettamente. Mai a nessun “camerata” ha voluto rivelare i suoi personali contatti con esponenti di “servizi” di mezzo mondo, da buon intrigante nato. E se qualcuno potrebbe saperlo è…parli il suo sodale e amico del cuore Adriano Tilgher, che, giustamente (per il Caccola), in un recente convegno tenuto a Cisterna proprio sul “golpe Borghese”, ha sostenuto la teoria del golpe vero, reale, con tanto di implicita partecipazione delle FF.AA. !!. 4) Fu proprio Junio Valerio Borghese a ritirare l’ordine di golpe, senza spiegare il perchè neppure ai suoi più stretti collaboratori: lei si è formato un’idea riguardo le motivazioni di tale decisione? Borghese non ritirò affatto l’ordine del golpe; quando a Borghese fu offerta la direzione del golpe, già iniziato, si limitò a dare dei pazzi a coloro che lo avevano ideato e attuato. Al solito: che parli Delle Chiaie: con chi conversava al telefono la notte del 7/12/70 da casa mia, da Barcellona? Verso le ore 22 circa m’informa che in Italia “sta iniziando una nuova Era: l’era fascista!” e m’invita a partecipare al golpe, eccitatissimo per quanto stava per accadere, e verso le ore 24 torna a telefonare in Italia comunicandomi subito dopo: il golpe non si fa più! E’ il “Caccola” nient’affatto dispiaciuto, anzi, a giudicare dai suoi comportamenti sembrava felice…Infatti, sì, il suo golpe personale era riuscito: Borghese immischiato all’ultimo momento con un netto e categorico “siete matti” ma fu anche l’inizio della sua fine, anche fisica…Sarà quel “caccoloso” golpe da operetta che brucerà il carisma di quel leggendario marinaio d’Italia… 5) Il principe Borghese, anche dopo il ritiro del mandato di cattura contro di lui da parte della autorità italiane, non fidandosi della magistratura del nostro Paese preferì restare nella Spagna franchista, dove si era rifugiato, e dove morì nel 1973, in circostanze non del tutto chiare: può descriverle e darne un’interpretazione? Ovviamente Borghese me ne parlò della sua decisione di rimanere in Spagna anche dopo il proscioglimento da parte della magistratura, che non riguardava però un suo timore che tornando in Italia la magistratura stessa potesse cambiasse opinione, no; il timore era che potessero fargli uno scherzo da prete, o meglio che gli “bruciassero il paione” (usando un termine militaresco che io ho usato come titolo della prima edizione del libro) dal momento che era deciso ad andare a fondo per capire chi e perché ha giocato con il suo nome. In Spagna si sentiva sicuro e forte in quanto era protetto da Carrero Blanco, il vice di Franco, suo fraterno amico. Un’amicizia di lunga data, nata in occasione della guerra civile spagnola, ambedue ufficiali di marina che pattugliavano le acque del sud della Spagna. Solo dopo la morte di Carrero , nel noto attentato di Madrid, la stella di Borghese inizia a spegnersi…Anche questo lo racconto nel mio libro: triste e preoccupato…E la sua morte a Conils de la Frontiera, nel cortijo del suo (e mio) amico Barone Von Knoblock, avrà certamente sollevato l’animo di qualche politico molto vicino a Delle Chiaie…Una morte annunciata…Tutti i media si sono sbizzarriti nel tentare di ricostruire la morte di Borghese: dalla pancreatine acuta (!), secondo la versione ufficiale, a uno stress sessuale (!!) secondo la fantasiosa ricostruzione di uno scrittore inglese nel recente libro “il principe nero”….Toh, anche gli inglesi interessati a gettare fango sulla figura di Borghese…Ma questi si possono capire: dopo le umilianti sconfitte della flotta di Sua Maestà per mano degli uomini del Comandante Borghese…Ma dovrebbero però spiegarci come mai che un uomo come Borghese che inventa, organizza, pianifica e mette in atto la più potente arma da guerra sui mari umiliando la flotta inglese, si perde poi in un golpe non affiancato da uomini come Durant De La Penne, Teseo Tesei ecc.ecc. ma da un plotone di…guardie forestali!! Che marciando su Roma si avvedono che piove e tornano alla base di partenza..! 6) Secondo le sue conoscenze, erano molti i neofascisti italiani operanti in Spagna? E può indicare quali fossero i loro ruoli? Scheletri nell'armadio
non sono nazista ma...questo mi piace!
Quei maledetti nazionalsocialisti (di Joseph Goebbels)
Quello
che segue è un pamphlet Nazionalsocialista largamente diffuso già prima
del 1933. La traduzione del titolo è approssimativa. (1) Ne furono
stampate diverse centinaia di migliaia di copie. Rappresenta un buon
sommario delle linee base della propaganda Nazionalsocialista proprio
prima della presa del potere del Führer nel 1933. Il libretto
comprendeva cinque vignette di Mjölnir, il disegnatore di Goebbels. Ne
riportiamo alcune. Mjölnir (2) realizzò alcuni fra i più popolari
manifesti nazionalsocialisti. F. R. Joseph Goebbels e Mjölnir, Die verfluchten Hakenkreuzler. Etwas zum Nachdenken Monaco, Verlag Frz. Eher, 1932. Quei maledetti Nazionalsocialisti (3) di Joseph Goebbels ![]() Perché siamo Nazionalisti? Siamo nazionalisti perché consideriamo la Nazione l’unica via per riconciliare (4) tutte le sue forze allo scopo di conservare e migliorare la nostra esistenza e le nostre condizioni di vita. La Nazione è l’unione organica di un popolo allo scopo di proteggere la propria vita. Essere nazionalisti significa affermare quest’unione con le parole e con le azioni. Essere nazionalisti non ha nulla a che vedere con una forma di governo o con un simbolo. E’ un’affermazione di contenuti, non di forme esteriori. Le fogge (5) possono mutare, ma i loro contenuti restano. Se le forme e i contenuti coincidono, in quel caso il nazionalista sostiene entrambi. Se entrano in conflitto, il nazionalista lotta per il contenuto e contro la forma. Non si può coprire il contenuto con un simbolo. Se ciò accade, si sta conducendo la battaglia nel campo sbagliato e si perde forza in vuoti formalismi. L’obiettivo reale del nazionalismo, la Nazione, viene smarrito. Oggi, in Germania, le cose stanno così. Il nazionalismo si è trasformato in patriottismo borghese e i suoi difensori stanno combattendo contro i mulini a vento. Si parla della Germania e s’intende la monarchia. Altri proclamano la libertà e intendono Nero, Bianco e Rosso (6). Sarebbe forse diversa, oggi, la nostra situazione se sostituissimo la repubblica con una monarchia e sventolassimo la bandiera nera, bianca e rossa? La colonia (7) avrebbe una carta da parati diversa, ma la sua natura, il suo contenuto rimarrebbe esattamente lo stesso. Veramente le cose potrebbero essere perfino peggiori, perché una facciata che nascondesse i fatti disperderebbe le forze che oggi lottano contro la schiavitù. Il patriottismo borghese è il privilegio di una classe. Ed è la vera ragione del suo declino. Quando 30 milioni di persone sono favorevoli a qualcosa ed altrettante sono contrarie, le parti si bilanciano e non accade nulla. Questo è ciò che accade da noi. Noi siamo divenuti i paria del mondo intero non perché non abbiamo il coraggio di resistere, ma perché tutta la nostra energia nazionale viene sprecata in battibecchi, infiniti quanto sterili, fra la destra e la sinistra. Questa nostra strada va solo in discesa e potremmo già predire oggi quando cadremo nell’abisso. Il nazionalismo raggiunge maggiormente le masse dell’internazionalismo. Vede le cose come sono. Solo chi rispetta se stesso può rispettare gli altri. Se come nazionalista tedesco sostengo la Germania, come posso negarlo a un nazionalista francese che fa lo stesso per la Francia? Solo quando queste due posizioni si scontrano su questioni vitali vi sarà lotta politica e di potere. L’internazionalismo non può annullare questa realtà. I suoi tentativi alla prova dei fatti falliscono completamente. Ed anche quando i fatti paiono avere una certa validità, allora la natura, il sangue, la volontà di vivere, e la lotta per l’esistenza sulla dura terra dimostrano la falsità delle sue belle teorie. La colpa del patriottismo borghese era quella di confondere una certa forma economica con la Nazione. Associava due cose che sono totalmente diverse. Le forme economiche, per quanto possano apparire definitive, sono variabili. La Nazione è eterna. Se si lega (9) ciò che è eterno con ciò che è temporaneo, il primo, l’immortale, inevitabilmente crollerà quando cadrà il secondo, il provvisorio. Questo fu il reale motivo del crollo della società liberale. Essa non era radicata in ciò che è immortale, ma in ciò che è effimero, e quando il provvisorio iniziò il proprio declino trascinò con se anche ciò che è perenne. Oggi il patriottismo è solo una comoda giustificazione per un sistema che porta con sé una crescente miseria economica. Questo è l’unico motivo per cui il giudaismo internazionale organizza la lotta delle classi proletarie contro ambedue queste forze, quella economica e la Nazione, e le sconfigge. Compreso ciò, il giovane nazionalismo formula le proprie richieste perentorie. La fede nella Nazione è cosa di tutti, non di un solo gruppo, di un’unica classe o di una cricca economica soltanto. Ciò che è eterno deve essere distinto da ciò che è mortale (10). Sostenere un sistema economico marcio non ha nulla a che vedere col nazionalismo, che è l’affermazione della Patria. Si può amare la Germania e odiare il capitalismo. E non solo si può, ma si deve. Solo annientando un sistema di sfruttamento si raggiunge il cuore della rinascita del nostro popolo. Siamo nazionalisti perché, come tedeschi, amiamo la Germania. E siccome amiamo la Germania, la vogliamo proteggere e vogliamo combattere contro coloro che vogliono distruggerla. Quando un comunista urla “Abbasso il nazionalismo!”, parla dell’ipocrita patriottismo borghese che vede l’economia solo come un metodo di riduzione in schiavitù. Se noi spieghiamo agli uomini di sinistra che il nazionalismo, cioè l’affermazione della Patria, e il capitalismo, che rappresenta l’abuso delle sue risorse, non hanno nulla a che spartire, anzi sono come il fuoco e l’acqua, allora anche loro, come socialisti, giungeranno a sostenere la Nazione, che ora vogliono conquistare. Questo è il nostro vero compito di Nazionalsocialisti. Siamo stati i primi a riconoscere questi rapporti e i primi ad iniziare la lotta. Come socialisti abbiamo percepito i più profondi auguri che ci manda la Nazione, e come nazionalisti vogliamo stimolare la giustizia sociale in una nuova Germania. Una giovane patria si leverà quando il fronte socialista sarà compatto. Il socialismo diverrà realtà quando la Patria sarà libera. Perché siamo Socialisti? Siamo socialisti perché vediamo nel socialismo, che rappresenta l’unione di tutti i cittadini, la sola occasione di conservare la nostra eredità razziale, di riacquistare la nostra libertà politica e di rinnovare lo stato tedesco. Il socialismo è la dottrina della liberazione della classe lavoratrice. Esso promuove l’ascesa della quarta classe e la sua incorporazione nell’organismo politico della Patria, ed è inestricabilmente legato alla rottura dell’attuale schiavitù e alla riconquista della libertà tedesca. Quindi il socialismo non è una questione che riguarda esclusivamente la classe degli oppressi, ma è cosa di tutti, perché liberare il popolo tedesco dalla schiavitù è lo scopo della politica contemporanea. Il socialismo raggiunge la sua vera forma soltanto attraverso una fratellanza totale che si batte con le prorompenti energie di un nazionalismo nuovamente vigile. Senza il nazionalismo, il socialismo non è nulla, è un fantasma, una pura teoria, un castello in aria, un bel testo. Con esso è tutto, è il futuro, la libertà, la Patria! La colpa del pensiero liberale è stata quella di trascurare le forze del socialismo che volevano edificare la Nazione, permettendo in tal modo che le loro energie sfociassero verso direzioni anti-nazionali. La colpa del marxismo è stata di degradare il socialismo ad una faccenda di salari e di ventri (11), ponendolo in conflitto con lo Stato e con l’esistenza nazionale. La comprensione di questi due fatti ci porta verso un nuovo significato di socialismo, che rivede la propria natura in funzione nazionalista, di edificazione dello Stato, liberatrice e costruttiva. Il borghese sta per lasciare la scena della storia. Al suo posto giungerà la classe dei lavoratori che producono, la classe lavoratrice, che fino ad oggi è stata oppressa. Essa sta cominciando a realizzare la propria missione politica. E’ coinvolta in una lotta aspra e dura per il potere politico poiché cerca di divenire parte dell’organismo della Nazione. La battaglia ha avuto inizio sul piano economico; finirà su quello politico. Non è semplicemente una questione di salari, non è neppure una faccenda di ore di lavoro giornaliere –sebbene non si debba mai scordare che queste cose sono essenziali, forse la parte più significativa della piattaforma socialista- ma, assai più importante, il nodo è quello di incorporare (12) una classe potente e responsabile nello Stato, forse perfino di renderla la forza dominante nella futura politica della Patria. La borghesia non vuole riconoscere la forza della classe lavoratrice. Il marxismo l’ha rinchiusa in una camicia di forza che la condurrà alla rovina. Mentre la classe lavoratrice, gradualmente, si disintegra nel fronte marxista, dissanguandosi, la borghesia e il marxismo si sono accordati sui capisaldi (13) del capitalismo, e ora si preoccupano di salvaguardarlo e difenderlo in molti modi, spesso occulti. Noi siamo socialisti perché riteniamo la questione sociale una questione di necessità e di giustizia proprio per l’esistenza di uno Stato per il nostro popolo, e non una questione di carità a buon mercato o d’insulso sentimentalismo. Il lavoratore ha diritto a un livello di vita che corrisponda a quello che produce. Non intendiamo chiederlo per favore, questo diritto. Incorporare il lavoratore nell’organismo dello Stato non è questione critica solo per lui, ma lo è per la Nazione intera. La cosa è ben più importante delle otto ore giornaliere. Si tratta di dar forma ad un nuovo Stato, consapevole, che includa ogni cittadino che produce. Dato che i poteri politici odierni non vogliono o non sono capaci di far ciò, è il socialismo che deve battersi per questo. Questo è uno slogan di lotta sia interno che esterno. All’interno è diretto allo stesso tempo sia ai partiti borghesi che ai marxisti, poiché ambedue sono nemici giurati del futuro Stato dei lavoratori. All’estero è diretto a tutti quei poteri che minacciano la nostra esistenza nazionale e quindi la possibilità di un futuro Stato socialista e nazionale. Il socialismo è possibile soltanto in uno Stato che sia unito all’interno e libero a livello internazionale. La borghesia e il marxismo sono responsabili di aver fallito ambedue questi obiettivi, l’unità interna e la libertà internazionale. E non ha importanza quanto queste due forze asseriscano di essere nazionali o sociali, rimangono nemiche giurate dello Stato socialista e nazionale. Quindi dobbiamo battere politicamente ambedue queste forze. Le linee del socialismo tedesco sono nette e il nostro cammino chiaro. Noi siamo contro la borghesia politica, per un nazionalismo autentico! (14) Noi siamo contro il marxismo, per un vero socialismo! Noi vogliamo il primo Stato nazionale tedesco di tipo socialista! Noi sosteniamo il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi! Perché un partito dei lavoratori? Il lavoro non è la maledizione del genere umano, ma la sua benedizione. Si diventa uomini (15) attraverso il lavoro. Esso ci migliora, (16) ci fa forti e consapevoli, ci eleva sopra tutte le altre creature. Il lavoro, nel suo significato più profondo, è creativo, fecondo e creatore di cultura. Senza il lavoro, non c’è cibo. Senza cibo, non esiste la vita. L’idea che più si hanno le mani sporche, più il lavoro è degradante, è una falsità giudaica,non un’idea tedesca. Ovunque, il tedesco prima chiede come, poi cosa. Non è tanto una questione della posizione che si occupa, quanto un problema di come si svolge il lavoro che Dio ci ha dato. Abbiamo scelto il nome di partito dei lavoratori perché vogliamo riscattare la parola lavoro dal suo attuale significato e restituirgli quello originario. Chiunque produce valore è un creatore e quindi un lavoratore. Noi ci rifiutiamo di fare distinzioni fra un lavoro ed un altro. Il nostro unico principio è se il lavoro serve alla comunità, o perlomeno non la danneggia, oppure se è nocivo per essa. Il lavoro è servizio. Se agisce contro il benessere generale, allora è tradimento della patria. Le assurdità marxiste rivendicavano la liberazione dal lavoro, denigrando così anche quello dei propri sostenitori e vedendolo come una maledizione e un disonore. Abolire il lavoro non è assolutamente il nostro scopo, piuttosto vogliamo restituirgli un nuovo significato e un nuovo contenuto. Nello stato capitalista, il lavoratore – ed è la sua sfortuna più grande - non è più un essere umano vivo, un creatore, un realizzatore. E’ divenuto una macchina. Un numero, una rotella dell’ingranaggio senza più alcun senso o comprensione. Egli è del tutto alienato da ciò che produce. Per lui il lavoro è soltanto un modo per sopravvivere, e non il cammino per fortune più elevate, non una gioia, non qualcosa del quale andare fiero, o soddisfatto, o qualcosa da cui trarre stimolo o il modo per costruire il proprio carattere. Siamo un partito di lavoratori perché nella battaglia prossima fra la finanza e il lavoro vediamo l’inizio e la fine della struttura del ventesimo secolo. Noi siamo dalla parte del lavoro e contro la finanza. Il danaro è l’unità di misura del liberalismo, il lavoro e il suo risultato sono quelli dello stato socialista. Il liberale chiede: “Cosa fai?”(17). Un socialista invece domanda: “Chi sei?”. Li divide un abisso. Noi non vogliamo che tutti facciano la stessa cosa. E non vogliamo neppure livelli nella popolazione, alto e basso, sopra o sotto. L’aristocrazia del nostro (18) Stato non sarà decisa dal possesso del danaro, ma solo dalla qualità dei risultati individuali. Sarà il servizio a far guadagnare i meriti. Gli uomini si distingueranno dai risultati del loro lavoro, che è il segno più sicuro del carattere e del valore di una persona. Il valore del lavoro per il socialismo sarà determinato dal suo valore per lo Stato, per l’intera comunità. Lavoro significa creare valore, non contrattare. Il soldato è un lavoratore quando sguaina la spada per proteggere l’economia nazionale. Anche l’uomo di stato è un lavoratore quando da alla Nazione forma e volontà che l’aiutano a produrre ciò di cui ha bisogno per la vita e la libertà. Una fronte pensosa (19) è un segno di duro lavoro quanto un braccio (20) potente. Un impiegato non deve vergognarsi di rivendicare con orgoglio ciò di cui si vanta il lavoratore manuale: il lavoro. Le relazioni fra questi due gruppi di persone determinano il loro reciproco destino. Nessuno dei due può sopravvivere senza l’altro, poiché entrambi sono membri di un organismo che hanno insieme l’obbligo di sostenere se vogliono difendere e sviluppare il proprio diritto di esistere. Ci definiamo partito dei lavoratori perché vogliamo liberare il lavoro dalle catene del capitalismo e del marxismo. Nel combattere per il futuro della Germania, noi l’ammettiamo liberamente, ed accettiamo l’odio della borghesia liberale come conseguenza. Sappiamo che avremo successo e dalle loro maledizioni faremo scaturire nuove benedizioni. Dio ha concesso alle Nazioni il territorio perché vi cresca il grano. Il seme diventa grano e il grano pane. L’intermediario di tutto questo è il lavoro. Chi disprezza il lavoro ma ne accetta i benefici è un ipocrita. Questo è il significato più profondo del nostro movimento: esso restituisce alle cose il proprio significato originario, senza preoccuparsi se oggi esse sono in pericolo di sprofondare nella palude di una visione del mondo fallimentare. Chi crea valore lavora e quindi è un lavoratore. Un movimento che vuole liberare il lavoro è un partito dei lavoratori. Perciò noi Nazionalsocialisti ci definiamo un partito dei lavoratori. Quando le nostre bandiere vittoriose sventolano davanti a noi, cantiamo: “Siamo l’esercito della Svastica, Alziamo le bandiere rosse! Vogliamo sgombrare la strada della libertà Per il lavoro tedesco!” (21) Perché ci opponiamo agli ebrei? Ci opponiamo agli ebrei perché difendiamo la libertà del popolo tedesco. Gli ebrei sono la causa e i beneficiari della nostra schiavitù. Hanno abusato della sofferenza sociale delle grandi masse per approfondire la già terribile divisione fra la destra e la sinistra del nostro popolo, per dividere la Germania in due parti (22), nascondendo in tal modo la vera ragione della sconfitta nella Grande Guerra e falsificando la natura della rivoluzione. L’ebreo non ha alcun interesse a risolvere la questione tedesca. Non può avere un interesse di tal genere. Egli conta che rimanga irrisolta. Se il popolo tedesco costituisse una comunità unita e riacquistasse la propria libertà, non ci sarebbe più posto per l’ebreo. Egli è più forte se un popolo vive in uno stato di schiavitù interna e internazionale, ma non lo è più quando il popolo è libero, industrioso, consapevole e determinato. L’ebreo è causa dei nostri problemi e vive di questi. Questa è la ragione per cui ci opponiamo agli ebrei, sia come nazionalisti che come socialisti. Hanno rovinato la nostra razza, corrotto la nostra moralità, svuotato i nostri costumi e spezzato la nostra forza. Lo dobbiamo a loro se oggi siamo i paria del mondo. Fino a quando eravamo tedeschi, loro erano solo dei lebbrosi. Nel momento in cui abbiamo scordato la nostra natura, essi hanno trionfato su di noi e sul nostro futuro. L’ebreo è il vero demone della decomposizione. Viene a galla dove trova sporcizia e putridume, e comincia il proprio lavoro di macellaio fra le Nazioni. Si nasconde dietro una maschera e si presenta alle proprie vittime come amico, e prima d’essere riconosciuto spezza loro il collo. L’ebreo non è creativo. Non produce nulla, contratta soltanto (23). Contratta stracci, abiti, immagini, gioielli, grano, titoli, medicine, popoli e stati. E, in un modo o nell’altro, ha rubato qualsiasi cosa con cui fa affari. Quando attacca lo Stato è un rivoluzionario. Non appena ha preso il potere, predica pace e ordine così da poter divorare comodamente le proprie conquiste. Cosa ha a che fare l’antisemitismo col socialismo? Io porrei la domanda in questo modo: Cosa hanno a che spartire gli ebrei col socialismo? Il socialismo ha a che fare col lavoro. Quando mai si è visto lavorare uno di loro, invece di saccheggiare, rubare e vivere del sudore degli altri? Come socialisti siamo avversari degli ebrei perché vediamo in loro l’incarnazione del capitalismo, e dell’abuso dei beni della Nazione. Cosa ha a che fare l’antisemitismo col nazionalismo? Io porrei la domanda in questo modo: Cosa hanno a che spartire gli ebrei col nazionalismo? Il nazionalismo ha a che fare col sangue e con la razza. L’ebreo è il nemico e il distruttore della purezza del sangue, il distruttore consapevole della nostra razza. Come nazionalisti ci opponiamo agli ebrei perché in loro vediamo l’eterno nemico del nostro onore nazionale e della nostra libertà. Ma l’ebreo, dopo tutto, è anche un essere umano. Certamente, nessuno di noi ne dubita. Dubitiamo solo che sia un essere umano decente. Non ha nulla a che vedere con noi. Lui vive secondo leggi diverse dalle nostre. Il fatto che sia un essere umano non è una ragione sufficiente per permettergli di sottometterci in modo disumano. Può darsi che sia un essere umano, ma che razza di essere umano! Se qualcuno schiaffeggia vostra madre, commentate forse: “Grazie! Dopo tutto è un essere umano!”? Quello non è un essere umano, è un mostro. E l’ebreo, che ha fatto molto di peggio alla madre di tutti noi, la Germania, e continua a farlo? (24) Ci sono anche ebrei bianchi (25). E’ vero, ci sono fra noi dei farabutti che, benché tedeschi, agiscono in modo immorale contro i propri camerati di sangue e di razza. Ma perché li chiamiamo ebrei bianchi? Usiamo questo termine per descrivere qualcosa di inferiore e spregevole. Proprio per questo lo facciamo. Perché ci chiedete il motivo della nostra opposizione agli ebrei quando siete, senza saperlo, dei loro? L’antisemitismo non è cristiano. Ciò significa che è da cristiani consentire agli ebrei di continuare così: strapparci la pelle e deriderci. Essere cristiano significa amare il nostro simile come noi stessi! Il mio simile è il mio camerata di razza. Se lo amo, devo odiare i suoi nemici. Chi si sente tedesco (26) deve disprezzare gli ebrei. La prima condizione esige la seconda. Cristo stesso si rese conto che l’amore non sempre era efficace. Infatti quando trovò i mercanti(27) nel tempio, non disse: “Ragazzi, amatevi l’un l’altro!”. Afferrò la frusta e li cacciò via. Ci opponiamo agli ebrei perché sosteniamo il popolo tedesco. L’ebreo è la nostra sventura più grande. Non è vero che mangiamo gli ebrei a colazione. E’ vero che, lentamente ma sicuramente, essi ci stanno derubando di tutto quello che abbiamo. Le cose sarebbero diverse se ci comportassimo da tedeschi. Richieste rivoluzionarie. Noi non entriamo in parlamento per usare i metodi parlamentari. Sappiamo che il destino dei popoli è determinato dalle personalità, mai dalle maggioranze parlamentari. L’essenza della democrazia parlamentare è il principio di maggioranza, che distrugge la responsabilità personale e esalta la massa. Poche decine di mascalzoni e di rottami muovono le fila dietro le quinte. L’aristocrazia dipende dal risultato, che è la legge del più capace, e la subordinazione del meno abile alla volontà del capo(28). Ogni forma di governo –non importa se esteriormente appaia democratico o aristocratico- si appoggia sulla costrizione. L’unica differenza è se questa è una benedizione o una maledizione per la comunità. Ciò che vogliamo è nuovo, decisivo, radicale e rivoluzionario del senso più profondo della parola. Ciò non ha nulla a che vedere con le sommosse e le barricate. Anche se cose del genere possono talvolta (29) accadere. Le rivoluzioni sono atti spirituali. Fanno la prima apparizione nel popolo, poi in politica e quindi nell’economia. Un popolo nuovo crea strutture nuove. La trasformazione che vogliamo è innanzi tutto spirituale; ciò cambierà necessariamente le cose. Quest’atto rivoluzionario inizia a manifestarsi in noi. Il risultato è un nuovo tipo umano, evidente per chi è perspicace: il Nazionalsocialista. Coerente col suo atteggiamento spirituale, il Nazionalsocialista in politica fa delle richieste intransigenti. Per lui non ci sono né se né ma, soltanto o questo o quello(30). Egli pretende: La restituzione dell’onore Tedesco. Senza onore, non si ha diritto di vivere. Una Nazione che ha impegnato il proprio onore, ha dato in pegno il proprio pane. L’onore è il fondamento di ogni comunità popolare. La perdita del nostro onore è la vera ragione della perdita della nostra libertà. Al posto dell’attuale colonia di schiavi, vogliamo sia restaurato uno Stato nazionale tedesco. Per noi, lo Stato non è un fine a se, ma piuttosto un mezzo per raggiungere un fine. Il fine ultimo è la razza, che riassume tutte le forze viventi e creative del popolo. La struttura statale che oggi prende il nome di repubblica tedesca non è la via per mantenere la nostra eredità razziale. E’ divenuta qualcosa di fine a se stesso che non ha più un legame reale col popolo e coi suoi bisogni. Noi vogliamo abolire questa colonia di schiavi e sostituirla con un libero stato popolare. Vogliamo pane e lavoro per ogni tedesco che produce e per ogni camerata di sangue. Il salario deve essere commisurato al risultato. Ciò significa paghe maggiori per i lavoratori tedeschi! E fermerà gli scontri privi di senso in cui oggi siamo impegnati. Prima di tutto case e lavoro per il popolo, poi pagare le riparazioni (31)! Non c’è democratico o repubblicano che abbia il diritto di lagnarsi di questa richiesta, perché fu proclamata come una bandiera, per la prima volta, dalla Germania di Novembre(32) ! Vogliamo soltanto che quello slogan divenga realtà. Prima provvedere a ciò che è essenziale! Prima di tutto dobbiamo far fronte ai bisogni del popolo, poi potremo produrre il superfluo. Dare lavoro a chi ha volontà di lavorare! Dare la terra ai contadini! La politica estera tedesca, che oggi vende ciò che abbiamo a tariffe sottocosto deve essere completamente ribaltata e deve fissarsi in modo radicale sulla necessità tedesca dello spazio vitale, traendone le necessarie conclusioni politiche. Vogliamo pace fra chi produce (33)! Ognuno deve compiere il proprio dovere per il benessere dell’intera comunità. Lo Stato ha quindi la responsabilità di proteggere l’individuo, garantendogli il frutto del proprio lavoro. La comunità del popolo non deve essere un semplice modo di dire, ma una realizzazione rivoluzionaria che scaturisce dalla soddisfazione dei bisogni vitali primari della classe dei lavoratori. Una battaglia spietata contro la corruzione! Una guerra contro lo sfruttamento; vogliamo la libertà per i lavoratori! L’eliminazione di tutte le pressioni (34) economico-capitalistiche sulla politica nazionale. Una soluzione del problema ebraico! Richiediamo l’eliminazione sistematica da ogni settore degli elementi di razza straniera. Dovrà esserci un cordone sanitario fra tedeschi e non tedeschi realizzato esclusivamente su basi razziali, e non sulla nazionalità o addirittura sul credo religioso. Basta col parlamentarismo democratico! Creare un parlamento basato sui mestieri e sulle professioni che determinano la produzione. La leggi nazionali saranno decise da un organismo politico che conquisterà il proprio ruolo secondo le leggi della forza e della selezione. Vogliamo il ripristino della lealtà e della fiducia nella vita economica. Il rovesciamento totale dell’ingiustizia che ha sottratto a milioni di tedeschi ciò che possedevano. Rivendichiamo il diritto della personalità prima di quello della massa. I tedeschi avranno sempre la precedenza su stranieri ed ebrei. Vogliamo una battaglia contro il veleno distruttivo della cultura internazionale ebraica! Il rafforzamento delle forze tedesche e dei costumi tedeschi. L’eliminazione dei corrotti principi semitici e della decadenza razziale. Chiediamo la pena di morte per i crimini contro la comunità popolare! La forca per i profittatori e gli usurai! Un programma inflessibile realizzato da uomini che lo adempiano ardentemente. Basta con gli slogan, vogliamo delle energie viventi. Questo è ciò che vogliamo! 1 Vedi nota 3. 2 Per informazioni dettagliate su Mjölnir (Hans Schweitzer) vedi: http://www.thule-italia.com/arte/Schweitzer.html 3 E’ stato tradotto letteralmente il titolo inglese (Those Damned Nazis). La traduzione del titolo originale tedesco (Die verfluchten Hakenkreuzler. Etwas zum Nachdenken) è: La maledetta croce uncinata. Qualcosa che fa riflettere. 4 Anche “far incontrare”. 5 L’originale inglese è “forms”, ovvero forme. Si è preferito “fogge”, ma si potrebbe utilizzare anche “strutture”. 6 I colori della bandiera tedesca. 7 Il termine utilizzato dal Ministro è, quasi ottant’anni dopo, perfettamente indicato anche per le situazioni “nazionali” odierne. 8 Anche “diffamando”. 9 Letteralmente: “mischia”. 10 Letteralmente: “temporaneo”. 11 Letteralmente: “stomaci”. 12 Sarebbe “integrare”, ma visto l’uso distorto che si fa ai nostri giorni di questa parola, ho preferito non utilizzarla. 13 Letteralmente: “linee di fondo”. 14 Anche “sincero”. 15 Letteralmente: “un uomo diventa uomo”. 16 Letteralmente: “ci innalza”. 17 Letteralmente: “cosa sei?”. 18 Letteralmente: “futuro” oppure “che verrà”. 19 Letteralmente: “una fronte solcata”. Dal seguito della frase appare più chiaro, a mio avviso, “pensosa”. 20 Letteralmente: “un pugno potente”. Mi appariva scorrere meglio “braccio”. 21 E molto probabile che il Ministro si riferisca alla terza strofa della canzone Es pfeift von allen Dächern di Roman Hädelmayr, del 1926. Vedi http://ingeb.org/Lieder/espfeift.html , sito dove la canzone può essere anche ascoltata. 22 Letteralmente: “metà”. 23 Letteralmente: “contratta soltanto i prodotti”. 24 La traduzione di quest’ultima frase non è letterale, in quanto suonerebbe poco comprensibile. 25 L'espressione "ebrei bianchi" venne resa famosa dall'articolo pubblicato sul Das Schwarze Korps, il settimanale della SS, il 15 luglio 1937, intitolato appunto "Weisse Juden" in der Wissenschaft (“Ebrei bianchi” nella scienza). Dell'articolo riportiamo un passaggio che spiega il significato dell'espressione utilizzata dal Ministro Göbbels: "...Perché non sono gli individui di razza ebraica in sé e per sé i più pericolosi, più pericoloso è lo spirito che essi diffondono. E i portatori di questo spirito purtroppo non sono solo gli ebrei, ma anche alcuni tedeschi. [...] La voce popolare ha coniato per questi portatori di bacilli ebraici il termine "ebrei bianchi", un termine che colpisce molto bene nel segno perché allarga il concetto di "ebreo" al di là della razza. Costoro sono ebrei nel carattere, nei sentimenti, nello spirito. Essi si sono volontariamente aperti allo spirito ebraico, perché ne manca loro uno proprio: sono gli adoratori dell'intelletto cavilloso, perché mancano loro gli istinti naturali e quei valori caratteriali che spingono gli uomini a sviluppare le proprie qualità e ad attenersi strettamente ad esse. Vi è soprattutto un settore della vita pubblica dove questo spirito ebraico dei "giudei bianchi" si attacca come un virus e dove le parentele spirituale tra costoro e i loro maestri e campioni ebraici si può sempre e irrefutabilmente dimostrare: questo settore è quello della scienza. 26 Letteralmente: “chi pensa tedesco”. 27 Letteralmente: “cambiavalute”. 28 Letteralmente: “volontà della direzione”. 29 Letteralmente: “qua e là”. 30 Letteralmente: “soltanto o o”. 31 Göbbels si riferisce alle assurde riparazioni di guerra imposte dal Trattato di Versailles, che distrussero l’economia tedesca. 32 Ci si riferisce alla Repubblica di Weimar, che nacque nel novembre del 1918. 33 Letteralmente: “fra i lavoratori produttivi”. 34 Letteralmente: “influenze”. GRAMSCI, UN GRANDE UOMOGRAMSCI, UN GRANDE UOMO
di Gianfredo
Ruggiero
|
|||||||||||||||||
|
|