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日志


Da condannare!

CRONACA

Irruzione di un gruppo di militanti di Forza Nuova, armati di bastoni e coltelli
L'assalto ai cancelli di Villa Ada e il lancio di bombe-carta al grido di "Viva il Duce"

Roma, raid fascista durante concerto
tre feriti, un carabiniere contuso


<B>Roma, raid fascista durante concerto<br>tre feriti, un carabiniere contuso</B>

Scritta sul muro di Villa Ada

ROMA - Tre ragazzi feriti, due auto dei carabinieri danneggiate, un militare contuso. Questo il bilancio della notte di paura vissuta al termine di un concerto della Banda Bassotti nel parco di Villa Ada, a Roma. Una spedizione punitiva, compiuta da militanti - circa 150, raccontano i testimoni - del movimento di estrema destra "Forza Nuova", che si sono presentati in colonna gridando "Duce! Duce!", con i volti coperti da caschi, armati di bastoni, catene e coltelli. A farne le spese sono stati tre ragazzi. Fra questi, uno è stato colpito da un'arma da taglio, l'altro ferito al capo. Numerose le persone sotto shock: nel parco c'erano anche famiglie con bambini. La Banda Bassotti, storica formazione del "combat rock" romano, è nota per l'impegno sociale e la militanza politica di sinistra.

A raccontare la dinamica dell'accaduto, a Repubblica Tv, è Luca Bracci, direttore artistico di "Roma incontra il mondo", manifestazione dell'Estate Romana nell'ambito della quale si è esibita la Banda Bassotti. "Il concerto era finito, quattrocento persone se n'erano già andate, quando mi hanno chiamato i membri della band, che stavano salendo in macchina su via Salaria. Mi hanno detto che stava arrivando una colonna di fascisti, alcuni con il coltello in mano".

"Ci siamo sbrigati, siamo riusciti appena in tempo a chiudere il cancello interno - spiega Bracci - ma quelli, arrivati all'ingresso, hanno cominciato a lanciare petardi e bombe carta, inneggiando al Duce e gridando slogan fascisti. All'interno si è creato il panico, l'area non è grande, c'erano ancora circa mille persone".

Poi, i fascisti si sono allontanati, i cancelli sono stati riaperti e qualcuno ha iniziato a uscire. A quel punto gli aggressori sono passati all'attacco, che è andato avanti per almeno mezzora. I carabinieri sono intervenuti immediatamente ma hanno faticato per riportare la calma. "Erano agguerriti, è chiaro - spiega ancora Bracci - che si è trattato di un'aggressione organizzata, in una zona dove sono presenti numerosi covi di estrema destra: già in passato sono comparse scritte antisemite sui negozi di Viale Libia e Viale Somalia".

La manifestazione "Roma incontra il mondo" è iniziata da dieci giorni, "e già tre volte - racconta l'organizzatore - erano state gravemente danneggiate le macchine degli spettatori, vetri rotti, gomme bucate. tant'è vero che proprio ieri sera erano venuti due ispettori della polizia per cercare di capire come mettere riparo alla situazione. Poi, visto che era tutto tranquillo, verso mezzanotte se n'erano andati".

Scopa, il chitarrista della Banda Bassotti, è convinto che l'obiettivo fosse proprio la band: "Sapevamo di venire in una zona un po' a rischio, per questo siamo usciti velocemente. Gli aggressori cercavano noi, speciificamente. Perché con la nostra musica teniamo alta la cultura antifascista", ha detto ai microfoni di BBS Popolare Network.

Quanto accaduto è di "incredibile gravità", ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni: "Gruppi di teppisti armati di spranghe e bombe-carta, nascosti nell'ombra all'uscita e al grido di 'Viva il Duce' hanno premeditatamente aggredito ragazze e ragazzi. Fatti del genere non debbono accadere in questa città. Va evitato in ogni modo che chiunque accenda spirali di violenza". Veltroni si augura che "le forze dell'ordine riescano a individuare i colpevoli dell'aggressione e ad assicurarli immediatamente alla giustizia, e che "da parte di tutte le forze politiche giunga subito una nettissima e inequivocabile condanna verso queste forme di delinquenza e violenza". Si è trattato infatti, aggiunge, di "un episodio gravissimo. Sono andati lì per fare molto male. Ho chiesto che chi è stato responsabile sia assicurato alla giustizia: quello che è successo è quanto di più lontano allo spirito di questa città".

"Ferma condanna" dal presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che sottolinea "il dovere di isolare chi vuole riportare a un passato che i romani hanno superato da anni". Di "sconcerto" parla il presidente della federazione romana di Alleanza nazionale, Gianni Alemanno: "Un fatto preoccupante, che rischia di rinnescare una spirale di violenza tra i giovani. Dobbiamo fare il possibile per evitare che questi episodi delinquenziali assumano valenza politica".

(29 giugno 2007)

«Siamo tutti ebrei»

«Siamo tutti ebrei»
Maurizio Blondet
27/06/2007


Caino e Abele, Tintoretto, 1550


Il libro viene esaltato su tutti i giornali ebraici o fil-semiti americani (ossia tutti), e si capisce il perché fin dal titolo: «The Jewish Century», «Il secolo ebraico». (1)
La tesi è: l’ebraismo ha vinto e possiede il mondo.
Ha vinto nel senso più profondo: perché ha emarginato l’economia reale e l’ha assoggettata come mai prima alla finanza e alla speculazione, perché è «globale» ed ha cancellato le frontiere, perché è «laicista» ed ha dissolto ogni sacrum.
Il secolo è ebraico perché per non finirci in miseria bisogna accettare, come dice l’autore, di darsi «alla mobilità, alla razionalità dialettica, all’agitazione perpetua, allo sradicamento, al superamento dei confini, alla manipolazione dei simboli anziché alla coltivazione dei campi e delle mandrie».
Conclusione: «Tutti siamo obbligati, oggi, ad essere ‘mercuriani’, e i mercuriani da sempre, i giudei, sono meglio degli altri» in questo nuovo mondo.
Giudei e giudaizzanti vedono in queste parole il sigillo del loro trionfo, e la giustificazione della propria auto-adorazione.
Ma non così l’autore: mezzo ebreo, Yuri Slezkin, nato in Russia nel 1956, storico, non si unisce all’auto-adorazione.
«La terra promessa è l’inferno», dice.
Uno dei «paradisi» ebraici, riconosce Slezkin, fu il terrore sovietico per tutti gli altri.
E’ capace di dire: «Gli individui che dirigevano i campi di lavoro per il canale del Mar Bianco erano quasi tutti ebrei etnici».
Ci fu, dice, «un impegno cosciente della comunità a favore dell’ideologia comunista». (2)
Dice: «Io stesso l’ho scoperto tardi, da Solgenitsin».
Era cresciuto, ammette, nella leggenda che «gli ebrei fossero le vittime principali e i principali oppositori del regime sovietico. Poi ho scoperto che il ruolo del comunismo nella storia ebraica moderna è stato di importanza formidabile. Non si può capire la storia ebraica d’oggi senza la rivoluzione russa».

L’uomo è capace di intuire la meta-storia che corre sotto la storia atroce del secolo XX, e del nostro. Come abbiamo visto, pone il secolo ebraico sotto il segno di Mercurio, il dio dei commerci, dell’inganno, e dei ladri.
Ed è stata sconfitta l’umanità che opera sotto il segno di Apollo.
«Apollo era il dio del bestiame e dell’agricoltura. Le società apollinee sono quelle organizzate attorno all’agricoltura, società formate dai contadini e governate da guerrieri e sacerdoti: gli uni per difendere la terra, gli altri per la salvezza spirituale».
«Nelle società apollinee, ci sono attività troppo impure [per l’anima] perché possano essere eseguite dai membri della società: manipolare il denaro, andar per mare a comunicare con altri popoli e tribù, curare i corpi, forgiare i metalli… mio bisnonno era un fabbro ebreo. I gruppi sotto Mercurio vivono fornendo questi servizi agli apollinei».
Ma nel mondo moderno, «gli apollinei devono diventare più mercuriani, più giudei se volete».
Ecco la vittoria.
Ma una vittoria sempre i pericolo, perché «i valori apollinei, contadini e guerrieri, sopravvivono nel profondo».
Come si capisce, Apollo e Mercurio di Slezkin sono due archètipi fondamentali dell’umanità: gli stanziali e i nomadi, i coltivatori e i pastori o - prima dell’invenzione dell’agricoltura - gli allevatori di vacche e gli allevatori di capre, che devono vagare sulla terra alla ricerca di praterie, che trasformano in deserto. (3)
Nella Bibbia, Abele è il prototipo del pastore, e Caino del coltivatore: il primo offre a Dio sacrifici di capri, e il secondo ortaggi.
Il fatto che il Dio biblico gradisca i primi e rigetti i secondi segnala che la Bibbia è un libro per nomadi: le opere agricole sono «dannate», la terra deve essere restituita al pascolo e resa deserto.
Ma nella stessa Bibbia, accade un curioso rovesciamento: una volta dannato, Caino è obbligato al nomadismo.
E il suo nomadismo non è quello del legittimo pastore: agli diventa calderaio ambulante come il bisnonno di Slezkin, dunque uno che opera col fuoco inferiore, impuro e fonte di impurità.
Un altro rovesciamento avviene poi nel Vangelo.
Dio, ora, accetta un’offerta di pane e vino, offerte agricole.
L’ultimo Agnello è stato sacrificato, ed ormai i sacrifici animali sono scaduti.
S’intende bene ciò che questo vuol dire?

I nomadi e gli stanziali sono entrambi modi di vita legittimi, nel loro ordine.
Maometto, che grida: «Tutto nel mondo è dannato, tranne il ricordo di Dio», afferma l’atto di fede fondamentale del beduino, di Ismaele che vive nel deserto: la trascendenza assoluta di Dio, di cui è corollario la Sua Unicità: ogni opera umana, sia il campo arato sia il costruire in pietra, è idolatria potenziale.
Il nomade vive in tende portatili.
E fa il deserto.
L’apollineo, al contrario, vede il suo compito sacro nel fare del deserto o della macchia un coltìvo.
Egli è essenzialmente «arya», ossia «apritore di solchi» (la radice sanscrita «ar-» si ritrova in «aratrum» e in «arvum», campo coltivato): e inventa l’agricoltura non perché abbia bisogno di mangiare - allevare vacche è più facile e proteico - ma perché vuole portare l’ordine nel caos della natura incolta.
Dunque, egli concepisce la sua opera umana come una «collaborazione» col divino.
La natura non è così separata da Dio come per Maometto, il creato è una Sua immagine e un Suo richiamo.
E il divino - come nei Veda dei coltivatori indiani - è meno un essere specifico che uno stato: lo stato incondizionato, l’assoluta trascendenza accogliente.
L’uomo è chiamato a diventare il Dio per cui lavora e costruisce templi di pietra, basiliche politiche, stabili imperi che sfidano i millenni.
Il coltivatore vede nelle manifestazioni naturali delle forze super-cosmiche: può chiamarle dèi (deva: più precisamente, angeli) e onorarle ritualmente.
In questo, il nomade vede idolatria politeista, e infatti questo è il pericolo specifico; ma dove il nomade si fa iconoclasta, le dottrine dei coltivatori ammettono le immagini e le statue come «appoggi» (upaya) per l’ascesa verso l’Uno.
Ciascun modo di vita è legittimo nel suo ordine.
Il problema è nel loro contatto: allora sempre il nomade agirà come «dissolvitore» dell’ordine apollineo, e l’apritore di solchi apollineo mirerà a «fissare» il nomade al suolo.
L’uno cerca di azzerare la natura dell’altro.
Fino allo sterminio, come è accaduto nella storia.
Lo scontro mediterraneo tra cristiani e musulmani, dalle Crociate a Lepanto, è un esempio di questa inestinguibile estraneità.

Il comunismo fu uno dei grandi movimenti dissolvitori ebraici?
Slezkin lo adombra, come s’è visto.
Ma c’è di più.
Non ci sono solo «apollinei» e «mercuriali».
C’è un modo di essere nomadi che, come abbiamo visto, non è nativo, ma nasce da una colpa: quello di Caino. (4)
Quello del calderaio errante, del fabbro segnato da interdetto perché scava nelle viscere della terra materiali impuri; quello dell’orefice e dunque del cambiavalute e del banchiere, e della sua estrema incarnazione, del finanziere speculativo.
E questa incarnazione del nomade moderno - il mercuriale globalizzato, che manipola simboli pubblicitari, che crea sogni di propaganda in film e video, che sfrutta il lavoro di milioni di cinesi e indiani ed europei pagandolo sempre meno, che spregia ogni confine - è quella che per Slezkin ha conquistato l’umanità.
E’ il nomade che, lungi dall’essere ausiliario dei coltivatori, s’è fatto loro padrone totale: li ha comprati manipolando simboli (monetari) che sa bene non valere nulla, e li rende simili a sé, in una omologazione maligna.
«Ciascuno dev’essere un po’ giudeo», dice Slezkin.
Così, non più frenato da Apollo (o dal katechon), il nomade improduttivo (cambiavalute e mercante) spinge la dissoluzione fino alla dissacrazione totale.
All’uomo come mero essere zoologico.
Assistiamo infatti non solo alla violazione deliberata di tutti i confini statuali, ma di quelli interiori: la «liberalizzazione sessuale» propagandata con la liberalizzazione economica, la «depenalizzazione» dei delitti, il perverso imposto come normalità, l’incitamento a superare i limiti della pubblicità consumista, il pensiero unico permissivo, sono tutte manifestazioni dello stesso fenomeno, il mercurialismo globale.
A questo punto però, la superiorità del nomade universale - l’intelligenza mobile e dialettica volta al profitto, il razionalismo dissacrante, il rifiuto di ogni contemplazione - diventa nemica dell’esistente.
Il che significa: persino nemica di se stessa.
Il mondo del business - basato in passato sulla «onestà» commerciale, il leale adempimento dei contratti - diventa truffa sistematica: Enron, Parmalat.
La politica senza limiti etici ed estetici si fa ladrocinio puro, saccheggio bellico (Iraq).
Fino allo strangolamento dei produttori e, con ciò, della produzione che mantiene anche i parassiti nomadi.

Claudio imperatore dovette intravvedere questo esito quando, persa la pazienza, bandì tutti gli ebrei da Roma definendoli - con oggettiva precisione giuridica - «inimici humani generis», nemici dell’umanità.
Ma non c’è più alcun residuo del romanum imperium in cui san Tommaso fece consistere il katechon.
Oggi, nei rapporti umani, siano affari o politica, pare valere il Kol Nidrè: il giuramento rituale con cui gli ebrei si liberano in anticipo dall’adempimento dei contratti, dalle promesse, dai giuramenti che faranno nell’anno avvenire, e li dichiarano nulli e vuoti.
Non c’è più «fides», e perciò non c’è nemmeno più «ratio».
Per celebrare il Kol Nidrè, gli ebrei vestono l’abito mortuario, quello che avranno nella tomba: è una evocazione dei morti, un rito negromantico?
La razionalità scintillante e acuta - che fa apparire stolido il solido apollineo - si manifesta infine per magia nera?
E’ una domanda che lasciamo senza risposta, ma alla risposta si avvicina Slezkin, quando parla dell’Israele sionista: «Israele e il sionismo in generale è un tentativo di abbandonare la giudaità tradizionale per rivestire un apollonismo con volto giudeo. Ariel Sharon è un apollineo giudeo…rifiuta la debolezza associata all’intellettualità, assume la guerra».
Ma un apollineo ebreo è una contraffazione, un incantesimo di magia nera.
La parte che si pretendo il tutto.
Perciò, Israele non è uno Stato «normale».
Slezkine: «L’olocausto ha creato un’aura attorno a Israele, che lo esenta dalle esigenze che generalmente sono poste agli Stati moderni, e anche alle critiche. A causa della sue pretese morali, Israele diventa lo Stato a cui le norme standard non si applicano».
Uno Stato anomico.
«Un ghetto di nuovo genere: il solo posto al mondo dove si possono dire certe cose», risponde Slezkin.
Quali?
«E’ il solo posto del mondo occidentale dove un membro del parlamento può dire, in totale impunità, ‘deportiamo gli arabi fuori da Israele’. O dove tanti possono dire, nella conversazione politica: ‘Dobbiamo fare più bambini giudei, perché vogliamo che questo Stato resti etnicamente puro’. Immaginate qualcuno che dicesse la stessa cosa in Germania: ‘Procreiamo più bambini, perché qui abbiamo troppi turchi’. Israele può costruire muri… ironia tragica nella storia degli ebrei».

Dopo aver dissolto tutti i confini apollinei, politici ed interiori, l’antico popolo di Mercurio si chiude attorno un muro.
Si vuole «fisso»: dunque non s’intende più come un nomade nativo, ma come progenie di Caino, che vuol mettere fine alla maledizione.
Vuol farsi Stato, anzi impero mondiale, senza possedere le doti native del «comando», dell’Apollo delfico e di Roma.
Il «comando» è infatti inclusivo, è la chiamata di «genti diverse» a costruire insieme.
Ciò che Israele intende per comando è la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio.
Lo fece in Russia (Gulag), lo fa in Medio Oriente, attizzando l’inaudito caos.
Simbolo dell’impero romano è la pace, la spiga e il globo; l’ebraismo mascherato da Apollo provoca e vuole la guerra perpetua.
Il primo è cordiale; il secondo vive nel sospetto e nel disprezzo del genere umano.
L’ebreo ormai trionfante non si sente mai sicuro.
Proclama: «Tutto il mondo mi odia», perché il suo subconscio gli dice: «Odia tutto il mondo».
Grida: «Mi vogliono annichilire come popolo», perché nel profondo cova: «Voglio annichilire tutti i popoli».
Insomma, non gli riesce l’atto più naturale e radicale del comando, che consiste - inimmaginabile - nel sedersi.
L’imperatore cinese compiva la sua funzione stando seduto (agire non agendo).
Il trono è il simbolo dell’impero legittimo, non le armi.
Stare nel centro, nel polo, sul mozzo della ruota del mondo.
La cordiale sicurezza, non l’angoscia che rimorde nel subconscio.
«L’Inferno», per Slezkin.
Ma attenzione, non si tratta solo di loro.
Siamo tutti un po’ giudei.
Chi conosce ormai la fatica dell’aprire i solchi, chi conosce la fatica del seminare e il dono del raccogliere?
Chi tiene mandrie di vacche «sacre»?
Chi non supera limiti, non manipola simboli (lo faccio anch’io, al computer), chi non si butta per guadagno nei «servizi» finanziari o comunque superflui?
Chi non si affretterà ad interloquire, a contraddire anche queste mie parole, con la fatuità polemica che ben conosciamo in quel popolo?
Chi non si ritiene, oggi, in diritto di avere una «opinione» su ciò cui non ha mai pensato per un attimo?

Ciò significa che abbiamo perso il centro, il polo.
Che non siamo apollinei.
Che non conosciamo più la contemplazione, il silenzio: il silenzio armato di Sparta, a cui l’ateniese Platone ispirò le sue infinite parole.
Ciò significa che siamo, come «loro», spezzati dentro.
Come in loro, c’è uno iato fra il pensare e l’agire, uno iato in cui cova il subconscio e il desiderio impotente.
Il subconscio è una scoperta ebraica non a caso: l’uomo apollineo non aveva subconscio, il suo fare era anche il suo pensare.
Il desiderio impotente (dukkha, la sete) è ciò da cui Buddha invita i suoi monaci a liberarsi.
Lo scopo è diventare di nuovo integri.
Di essere di nuovo uno in se stesso.
Come dice Cristo: «Le tue parole siano sì, sì; no, no. Il di più viene da satana».
La sua chiamata alla «conversione» - metanoia - è molto più che cambiamento di sentire: è la «rinascita», un mutamento ontologico.
Praticando la carità non si diventa «buoni», si diventa altri: capaci di respirare l’aria inimmaginabile del regno di Dio.
«Se non rinascerete come bambini, non potrete entrare nel regno dei cieli».
«Se non sarete come questi piccoli…».
Ad uomini che sono mobili, fatui, inquieti dialettici e assetati di profitto improduttivo non perché siano nativamente nomadi, ma perché sono figli di Caino, Cristo addita col suo esempio la reintegrazione.
E’ venuto per curare l’uomo spezzato dentro, il dubitante, il voglioso, che siamo tutti noi.
«Sono i malati che hanno bisogno del medico, non i sani».
E non solo: è venuto a reintegrare l’umanità intera.
Dopo Cristo, «Non c’è più né giudeo né greco», dice San Paolo.
E vuol dire proprio: non ci sono più coltivatori opposti a pastori, stanziali opposti a nomadi.
Le due nature per tanto tempo inconciliabili sono reintegrate e superate in Lui, l’ebreo imperatore, il pantokrator.
Il sacrificio gradito è agricolo - Caino viene riaccettato - ma il pane e il vino sono anche sangue e carne, la Sua.


Perciò non credo vero che noi cristiani «siamo spiritualmente semiti», come è stato autorevolmente detto.
Non siamo più né giudei né greci... e si noti che Paolo non ha aggiunto «…e nemmeno romani».
Perché lui era romano, e tutti erano romani.
E «romano» non è un dato etnico, né un modo di vita: è uno status giuridico che libera dalle etnie. Perciò fu detto «…di quella Roma, onde Cristo è romano».
Ma di questo, un’altra volta.

Maurizio Blondet

Note
1) Yuri Slezkin, «The Jewish Century», Princeton University Press, 2007.
2) Russell Schoch, «Une conversation avec Yuri Slezkine», VoxNr.com, 3 giugno 2007.
3) Il grandissimo storico arabo Ibn Khaldun, considerato il padre della sociologia e anche della meta-storia, fu il primo ad interpretare l’avanzata islamica come la lotta primaria dei nomadi contro gli «abitanti delle città». Riconobbe che, occupate le «città», i beduini le restituivano presto al «deserto» per essere incapaci di un’organizzazione superiore, in cui vedevano solo mollezza e corruzione.
4) A questo tipo sono ritenuti appartenere gli zingari, tradizionalmente aggiusta-pentole e ferratori (e ladri) di cavalli.




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http://www.comedonc hisciotte. org/site/ modules.php? name=News&file=article&sid=3488&mode=&order=0&thold=0

 
Quella riportata è parte dell'articolo di Gandhi "Invito agli ebrei ad opporre una resistenza non-violenta al nazismo. Il modo di agire degli ebrei in Palestina completamente ingiusto. La Palestina appartiene agli arabi", pubblicato il 17 dicembre 1938 su “Harijan”. E' possibile leggere l'articolo intero in M.K. Gandhi, Teoria e pratica della non violenza, Einaudi 1973, pagine 253-260.
 
IL NAZIFASCISTA GANDHI
 
 Israele / Palestina A CURA DI: CLORO AL CLERO

Dal Blog di Multietnico, uno scritto di Gandhi del 1937, in cui esprime posizioni antisemite, di chiaro sapore nazifascista. Infatti è noto che Gandhi, nonostante abbia la storia che ha avuto, nascondeva un odio irrazionale per gli ebrei e negava al loro popolo il diritto di avere una Patria.

Non è senza esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto spinosi. L’analogia tra il trattamento riservato agli ebrei dai cristiani e quello riservato agli intoccabili dagli indù è molto stretta.

Ma la simpatia che nutro per gli ebrei non mi chiude gli occhi alla giustizia. Perché, come gli altri popoli della terra, gli ebrei non dovrebbero fare la loro patria del paese dove sono nati e dove si guadagnano da vivere? La Palestina appartiene agli arabi come l’Inghilterra appartiene agli inglesi e la Francia appartiene ai francesi. E’ ingiusto e disumano imporre agli arabi la presenza degli ebrei. Sarebbe chiaramente un crimine contro l’umanità costringere gli orgogliosi arabi a restituire in parte o interamente la Palestina agli ebrei come loro territorio nazionale.

La cosa corretta è di pretendere un trattamento giusto per gli ebrei, dovunque siano nati o si trovino. Tuttavia la persecuzione degli ebrei che oggi viene attuata in Germania non ha precedenti nella storia. Se vi potesse mai essere una guerra giustificabile in nome dell’umanità, una guerra contro la Germania per impedire l’assurda persecuzione di un’intera razza sarebbe pienamente giustificata. Ma io non credo in nessuna guerra.

Sono convinto che gli ebrei stanno agendo ingiustamente. La Palestina biblica non è un’identità geografica. Essa deve trovarsi nei loro cuori. Ma messo anche che essi considerino la terra di Palestina come la loro patria, è ingiusto entrare in essa facendosi scudo dei fucili inglesi. Gli ebrei possono stabilirsi in Palestina soltanto col consenso degli arabi. Attualmente gli ebrei sono complici degli inglesi nella spoliazione di un popolo che non ha fatto nulla contro di loro.

Non intendo difendere gli eccessi commessi dagli arabi. Vorrei che essi avessero scelto il metodo della non-violenza per resistere contro quella che giustamente considerano una ingiustificabile aggressione del loro paese. Ma in base ai canoni universalmente accettati del giusto e dell’ingiusto, non può essere detto niente contro la resistenza degli arabi contro le preponderanti forze avversarie. E’ necessario che gli ebrei, che sostengono di essere la razza eletta, dimostrino questo loro titolo scegliendo il metodo della non-violenza.

Fonte: http://cloroalclero .blogspot. com/
Link: http://cloroalclero .blogspot. com/2007/ 06/il-nazifascis ta-gandhi. html
25.06.2007

La rete mondiale delle basi USA

La rete mondiale delle basi USA
di Jules Dufour - 25/06/2007

Fonte: comedonchisciotte [scheda fonte]


 

 
   Le basi del terrore dei popoli o le maglie di una rete che imprigiona l’umanità



Il controllo delle attività umane, economiche, sociali e politiche mondiali è assicurato sempre più dagli Stati Uniti d’America (USA) la cui volontà di dominio si esprime in una strategia di interventi diretti ed indiretti continui per orientare le norme degli affari mondiali in funzione dei loro interessi. Il Rapporto Globale 2000, pubblicato nel 1980, presentava lo stato del mondo evidenziando le minacce che avrebbero potuto pesare su questi interessi. Venti anni più tardi, gli Statunitensi, per giustificare, nel contesto della loro sicurezza, gli interventi compiuti ad ogni latitudine, costruiscono la più grande montatura che si possa immaginare: “una guerra mondiale contro il terrorismo” o, in altri termini, una guerra contro quelli/e che osano non voler diventare i loro schiavi.

I quattro elementi maggiori della strategia di conquista e di dominio del mondo da parte degli Statunitensi sono:

1) controllo dell’economia mondiale e dei mercati finanziari;

2) saccheggio di tutte le risorse naturali (materie prime e risorse energetiche) nevralgiche per la crescita delle loro ricchezze e del loro potere attraverso le attività delle corporazioni multinazionali;

3) controllo dei 191 governi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed infine

4) la conquista, l’occupazione e la sorveglianza di questi elementi grazie ad una rete di basi o di installazioni militari che coprono l’intero Pianeta (continenti, oceani e spazio extra-atmosferico). Si tratta di un Impero di cui è ben difficile determinare la giusta ampiezza.

È tuttavia possibile descriverne la configurazione globale a partire dalle informazioni rese pubbliche nei rapporti annuali presentati al Congresso statunitense sulle spese militari nazionali e la rete delle basi militari dislocate all’estero ed anche in una serie di analisi della configurazione di questo insieme in numerose regioni del mondo.

Questo articolo ha per obiettivo di presentare un breve prospetto della rete mondiale delle basi militari possedute o controllate dagli Statunitensi, gli effettivi, le aree della divisione spaziale di queste installazioni, i costi annui del loro impiego, gli elementi da esse sorvegliati ed i progetti attuali di espansione di questa rete.

Esamineremo, in una seconda parte, il movimento mondiale di resistenza popolare a questi progetti. Analizzeremo, in un altro articolo, le reti di altre potenze nucleari come quelle del Regno Unito, della Francia e della Russia.

I. Le basi militari.

Le basi militari sono i luoghi di addestramento, di preparazione e di stoccaggio degli equipaggiamenti di guerra degli eserciti nazionali nel mondo. Sono poco conosciute, perché visitarle è di fatto proibito per il grande pubblico. Benché esse presentino numerose configurazioni secondo le specifiche funzioni che sono chiamate a svolgere, possono essere classificate in quattro grandi categorie: le basi aeree (Air Force), foto 1 e 2, le basi terrestri (Army), le basi navali (Navy) e le basi di comunicazioni e di sorveglianza (Spy).


Foto 1. Base aerea di Diego Garcia situata nell’Oceano Indiano.


Foto 2. Diego Garcia. Vista di due B-52 e di sei Kc-135.

II. Più di 1000 basi o installazioni militari

La maggior parte delle fonti di informazioni su questa questione (soprattutto C. Johnson, il Comitato di Sorveglianza della Nato, l’International Network for the Abolition of Foreign Military Bases, ecc.) rivelano che gli Statunitensi posseggono o occupano tra 700 e 800 basi militari nel mondo.

Concepita da Hugh d’Andrade e realizzata da Bob Wing, la carta 1 intitolata: “U.S. Military Troops and Bases around the World”, The Costs of ‘Permanent War’, pubblicata nel 2002, permette di costatare la presenza di militari statunitensi in 156 paesi, della loro presenza su basi statunitensi in 63 paesi, di basi recentemente costruite (dopo l’11 settembre 2001) in sette paesi ed un totale di 255.065 effettivi militari. Questa presenza che si traduce in un totale di 845.441 installazioni diverse copre, nei fatti, dei terreni per una superficie di 30 milioni di acri. Secondo Gelman, basandosi sui dati ufficiali del Pentagono del 2005, gli USA possiederebbero 737 basi all’estero. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro propri territori, le basi coprirebbero una superficie totale di 2.202.735 ettari, cosa che farebbe del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta (Gelman, J., 2007).


Mappa 1. I militari statunitensi nel mondo. I costi della ‘guerra continua’ e alcuni dati comparativi

I dati di Peace Pledge Information 2003, indicano che tra il 2001 e il 2003 la rete statunitense comprendeva 730 installazioni e basi in più di 50 paesi e si appoggiava su di un personale militare americano in dozzine di altri paesi (mappa 2). Altre fonti menzionano che gli USA possedevano nel 2004 più di 750 basi suddivise in 130 paesi su tutti i continenti. Un grande numero di esse erano situate su isole. Secondo C. Johnson, l’Impero americano ne possiederebbe o affitterebbe più di 1000 in totale all’estero (Johnson, 2007). In breve, le basi e le truppe statunitensi occupano e controllano la quasi totalità degli spazi terrestri e marini del pianeta. Alcuni paesi sembrano ancora sfuggir loro come la Siria, l’Iran, la Corea del Nord, Cuba ed il Venezuela, una situazione che un Impero, si può esserne certi, non potrà tollerare troppo a lungo.


Mappa 2. Le basi militari statunitensi nel mondo (2001-2003)

La mappa della Rete mondiale NO BASES (mappa 3) mostra quanto segue:

- Basi operative situate nel nord America, in alcuni paesi latino-americani, in Europa Occidentale, nel Medio Oriente, in Asia centrale, in Indonesia, nelle Filippine ed in Giappone.
- Basi disattivate
- Nuovi basi selezionate
- Basi di spionaggio
- Basi di spionaggio satellitare
- Paesi con basi statunitensi
- Basi la cui acquisizione è in negoziazione
- I paesi senza basi americane


La superficie terrestre è strutturata in un vasto campo di battaglia

Queste basi o installazioni militari di diversa natura sono suddivise su di una griglia di comandi divisi in cinque unità spaziali e quattro unità speciali (Unified Combattant Commands, Mappa 4)


Mappa 4. Il mondo ed i territori sotto la responsabilità di un comando o struttura di comando.

Ogni unità è posta sotto il comando di un generale. La superficie terrestre è dunque caratterizzata come un vasto campo di battaglia che può essere pattugliato o sorvegliato costantemente a partire da queste basi.

I territori sotto comando sono (abbiamo conservato i loro nomi in inglese) il Northern Command (Peterson Air Force Base, Colorado); il Pacific Command (Honolulu, Hawaii); il Southern Command (Miami, Florida, mappa 5); il Central Command (MacDill Air Force Base, Florida); l’European Command (Stuttgard-Vaihingen, Germania); il Joint Forces Command (Norfolk, Virginia): lo Special Operations Command (MacDill Air Force Base, Florida); il Transportation Command (Scott Air Force Base, Illinois) e lo Strategic Command (Offtut Air Force Base, Nebraska).


Mappa 5. Il Southern Command

La NATO, in quanto alleanza militare ed ormai anche politica, possiede la sua rete di basi, 30 in totale, situate prevalentemente in Europa occidentale: Whiteman negli USA; Faurfors, Lakenheath e Mildenhall nel Regno Unito; Eindoven in Ollanda; Brüggen, Geilenkirchen, Landsberg, Ramstein, Spangdahlem, Rhein-Main in Germania; Istres e Avord in Francia; Morón de la Frontera e Rota in Spagna; Brescia, Vicenza, Piacenza, Aviano, Istrana, Trapani, Ancona, Pratica di Mare, Amendola, Sigonella, Gioia del Colle, Grazzanise e Brindisi in Italia; Tirana in Albania; Incirlik in Turchia; Eskan Village in Arabia saudita e Ali al Salem in Kuwait.

III. Un personale militare ad ogni latitudine

Secondo i dati della libera enciclopedia Wikipedia (dati del febbraio 2007), il sistema della difesa statunitense metropolitana (si stimano a 6000 il totale delle installazioni militari negli stessi USA) e mondiale fa capo ad un personale di 1.400.000 persone di cui 1.168.195 negli Stati Uniti e nei loro territori oltremare. Secondo la stessa fonte essi ne impiegano 325.000 all’estero di cui 800 in Africa, 97.000 in Asia (escludendo il Medio Oriente e l’Asia centrale), 40.258 in Corea del Sud, 40.045 in Giappone, 491 nella base di Diego Garcia nell’oceano Indiano, 100 nelle Filippine, 196 a Singapore, 113 in Tailandia, 200 in Australia e 16.601 su navi da guerra.

In Europa, si conta ancora la presenza di 116.000 militari statunitensi di cui 75.603 in Germania. In Asia centrale, circa 1.000 militari sono di stanza nella base aerea di Ganci (Manas) in Kirghizistan e 38 si trovano a Kritasanasi, in Georgia, la cui missione è di assicurare l’addestramento dei soldati georgiani. In Medio Oriente, si contano 6.000 militari di cui 3.432 nel Qatar e 1.496 nel Barhein. In Occidente, fuori dagli USA e dai loro territori, se ne ritrovano 700 a Guantanamo, 413in Honduras e 147 in Canada.

La mappa 3 presenta il personale in carica secondo una graduatoria di sette grandi insiemi. Il numero totale del personale della Difesa limitato agli Stati Uniti stessi e nei loro territori è di 1.139.034 militari. Nelle altre regioni dell’emisfero occidentale se ne contano 1.825, in Europa 114.660, in Africa subsahariana 682, in Africa del Nord, in Medio Oriente ed in Asia del Sud 4.274 e nell’Est asiatico, nell’ex-URSS 143 e nel Pacifico 89.846.

IV. I costi di utilizzo di questa rete mondiale

Le spese militari degli USA sono passate da 404 a 626 miliardi di dollari, valore equivalente del dollaro del 2007 (dati del Center for Arms Control and Non-Proliferation di Washington) tra il 2001 e il 2007 e dovrebbero superare i 640 miliardi nel 2008 (figura 1 e http://www.armscontrolcenter.org/archives/002244.php ). Esse corrispondevano nel 2006 al 3,7% del PIL e a 935,64$ pro capite.


Figura 1. Le spese militari degli USA dal 1998.

Secondo i dati della mappa 1 (The Costs of “Permanent War and By the Numbers”) il bilancio della Difesa proposto nel 2003 di 396 miliardi di dollari ha raggiunto nei fatti i 417.4 miliardi e corrispondeva già ad un aumento di quasi il 73% in rapporto a quello del 2000 che ammontava a 289 miliardi e più della metà del bilancio discrezionario degli Stati Uniti. Dal 2003 queste spese vengono ad aggiungersi a quelle della guerra di occupazione dell’Iraq che raggiunge oggi (fine marzo 2007) un totale accumulato di 413 miliardi di dollari secondo il National Priorities Project.

Le stime dei bisogni del bilancio della Difesa che sono stati presentati nel marzo 2006 nel Libro verde della Difesa corrispondevano alla somma totale di quasi 440 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2007. Il personale richiesto era di 1.332.300 militari ed altri impiegati, ma è noto che questi dati non comprendevano i crediti necessari per la guerra mondiale contro il terrorismo. Si trattava dunque di bilancio regolare.

Amy Goldstein del Washington Post, nel quadro di un articolo sui fatti salienti del bilancio nazionale del 2007 intitolato 2007 Budget Favors Defense, scriveva a questo proposito: “nell’insieme, il bilancio dell’anno fiscale 2007 avrà come effetto di attuare i cambiamenti che l’Amministrazione si era riproposta di apportare nel corso degli ultimi cinque anni, ossia di aumentare le capacità militari e di difesa contro le minacce terroriste sul suolo degli Stati Uniti restringendo le spese in numerosi settori di attività come quelli dell’educazione e del trasporto ferroviario.”

V. Delle basi per il controllo delle risorse energetiche fossili

Gli Usa hanno intrapreso, dopo gli eventi del 11 settembre 2001, una guerra globale contro il terrorismo, prima in Afghanistan e successivamente in Iraq e accanendosi contro i paesi che non obbediscono fedelmente all’ordine che essi vogliono imporre all’insieme dell’umanità e particolarmente l’Iran, la Corea del Nord, la Siria ed il Venezuela. Essi sorvegliano da vicino i governi che non sono necessariamente favorevoli all’espansione della loro influenza sulle risorse dei loro territori. Essi sono particolarmente preoccupati dai movimenti di resistenza ai loro interventi nell’America del Sud, cosa che ha portato il presidente Bush ad effettuare re­centemente una visita lampo in numerosi paesi come il Brasile, l’Uruguay, la Colombia, il Guatemala ed il Messico « Per promuovere la democrazia ed il commercio», ma soprattutto per tentare di neutralizzare questi movimenti e di edificare un contrappeso suffi­ciente per frenarne l’espansione.

La stessa cosa vale anche per l’Asia centrale. Secondo Iraklis Tsavdaridis, Segretario del Consiglio mondia­le della Pace (WPC), la presenza delle basi militari degli USA non deve essere percepita come al servizio di un obiettivo puramente militare. Le basi sono lì per promuovere gli interessi economici e politici del ca­pitalismo degli Stati Uniti. Per esempio, le imprese ed il governo statunitense hanno già manifestato un vivo interesse per costruire un corridoio di sicurezza per il petrolio ed il gas naturale del bacino del mar Caspio in Asia centrale passando attraverso l’Afghanistan, il Pakistan ed il mar Arabo (mappa 6). Questa regione non conterrebbe che il 6% delle riserve di petrolio conosciute ed il 40% delle riserve di gas. La guerra di occupazione dell’Afghanistan e la costruzione delle basi militari degli USA in Asia centrale sono considerate come un’occasione propizia per fare di questo oleodotto una realtà.

Gli USA sono in guerra in Afghanistan ed in Iraq per questa ragione fondamentale e vogliono perseguire queste operazioni sino al raggiungimento del loro obiettivo. Secondo i dati dell’Enciclopedia libera Wikipedia, le truppe statunitensi impiegate in questo paese hanno in totale quasi 190.000 militari. L’Operazione Enduring Freedom in Iraq soltanto è condotta da quasi 200.000 effettivi includendo i 26.000 soldati degli altri paesi partecipanti alla “missione”. Ventimila potrebbero congiungersi agli altri contingenti i prossimi mesi. In Afghanistan, si conta la presenza di 25.000 militari in totale (mappa 6 e 7).


VI. Delle basi militari per il controllo delle risorse rinnovabili strategiche

Secondo la lista redatta dall’enciclopedia libera Wikipedia, le basi statunitensi all’estero, eredità della Guerra fredda, erano situate principalmente in Europa occidentale di cui 26 in Germania, 8 in Gran Bretagna e 8 in Italia. A queste basi si potevano aggiungere 9 installazioni in Giappone.

Nel corso degli ultimi anni e adesso, nel contesto della guerra contro “il terrore”, gli USA hanno iniziato la costruzione di 14 nuovi basi attorno al Golfo persiano, un piano di costruzione o di rafforzamento di 20 basi (106 installazioni in totale) in Iraq per una spesa totale di 1.100 miliardi di dollari in questo solo paese (Varea, 2007) e l’utilizzo di una decina di basi in Asia centrale.

Hanno anche intrapreso o proseguito dei negoziati con diversi paesi per installare, acquisire, ingrandire o affittare altre basi e, in particolare, con il Marocco, l’Algeria, la Repubblica del Mali, il Ghana (Ghana WEB. 2006), il Brasile, l’Australia (Nicholson, B., 2007), la Polonia, la Repubblica Ceca (Traynor, I., 2007), l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan, l’Italia (Jucca, L., 2007) e la Francia con un accordo per installarsi a Gibuti (Manfredi, E., 2007). Tutti questi provvedimenti si inseriscono nella prospettiva di approntare una serie di basi in un corridoio est/ovest tra la Colombia, il Maghreb, il Vicino Oriente, l’Asia centrale sino alle Filippine che gli Statunitensi hanno chiamato “arco di instabilità” (Johnson, C., 2004) così come di assicurare un accesso facile e permanente alle risorse idriche e biologiche di grande valore come quelle del bacino amazzonico (Delgado Jara, D., 2006 e Mappe 9 e 10).


VII. I movimenti di resistenza

Analogamente all’opposizione tradizionale organizzata e condotta dalle organizzazioni pacifiste e anti-guerra nel mondo nel corso degli ultimi 40 anni, la ridefinizione della rete delle basi militari statunitensi imposte da un reimpiego delle forze armate in funzione della localizzazione delle risorse strategiche tradizionali e delle risorse rinnovabili di grande valore suscita numerose manifestazioni di opposizione e di resistenza. Lo si è potuto osservare recentemente in Spagna, in Equador, in Italia, in Paraguay, in Uzbekistan, in Bulgaria e in diversi altri paesi. Queste manifestazioni si sono aggiunte ai movimenti di resistenza di lunga data sviluppati in Corea del Sud, Porto Rico, Guam, nelle Filippine, Cuba, Europa, Giappone ed altrove.

Un movimento mondiale di resistenza alla presenza di basi militari all’estero è nato e si è sviluppato nel corso degli ultimi anni. Si tratta di NO BASES o della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere.

Questa rete ha come obiettivo di proseguire il processo di disarmo e di smilitarizzazione del pianeta e soprattutto lo smantellamento delle basi militari straniere. Raggruppa le organizzazioni che promuovono la pace istituita dalla democrazia partecipativa e la giustizia sociale. La rete No Bases organizza delle campagne di educazione e di sensibilizzazione del pubblico mobilitando, in questo senso, le forze vive della società civile. Si occupa anche dei lavori di riutilizzo dei siti militari abbandonati come è il caso, in particolare, dell’Europa occidentale.

Sino al 2004, queste campagne hanno avuto innanzitutto una portata locale e nazionale. La Rete ha intenzione oramai di estendersi su scala globale, perché come sottolinea la Rete stessa: “È molto importante sviluppare dei legami più forti e più stretti tra le campagne avente un impatto locale e quelle che mobilitano un paese intero o quelle che possono avere una portata mondiale. I gruppi locali attraverso il mondo possono ispirarsi e trarre dei benefici condividendo informazioni, esperienze e strategie”.

La Rete aggiunge: “Il fatto di prendere coscienza che non si è soli nella lotta contro le basi straniere è un fattore che rafforza e motiva gli attori. Le attività e campagne la cui coordinazione è mondiale permettono di fare conoscere anticipatamente la portata e l’importanza della resistenza alla presenza militare straniera nel mondo. Nella congiuntura attuale in cui si assiste ad un processo più intenso di militarizzazione e di ricorso alla forza nel mondo si prova un bisogno urgente e pressante di stabilire e di rafforzare la rete internazionale dei militanti, delle organizzazioni e dei movimenti che portano un’attenzione particolare alla presenza militare straniera e che lavorano al rafforzamento di un sistema di giustizia e di pace”.

Per la Rete, le guerre in Afghanistan ed in Iraq, la militarizzazione e la sorveglianza accresciuta dei governi e delle attività della società civile ad opera degli Stati Uniti costituiscono un momento favorevole al rafforzamento dei movimenti di resistenza: “Durante un incontro internazionale contro la guerra, tenutosi a Giacarta, nel maggio del 2003, qualche settimana prima dell’inizio dell’invasione dell’Iraq, una campagna globale contro le basi militari è stata proposta come un’azione a priori per i movimenti globali antiguerra, di giustizia e di solidarietà”.

Da allora, questa campagna è cresciuta di ampiezza. E’ stata stabilita una lista di indirizzi (nousbases@lists.riseup.net e nousbases-info@lists.riseup.net); essa permette la diffusione delle esperienze dei membri del movimento e scambi di informazioni e di discussioni. Questa lista è formata ora da 300 persone e organizzazioni di 48 paesi.

Un sito Internet permette anche di informare adeguatamente l’insieme dei membri della Rete. Numerose rubriche forniscono un’informazione preziosa sulle attività che si svolgono un po’ ovunque nel mondo.

La Rete è sempre più attiva e pratica, e partecipa, così, ai Forum sociali continentali o mondiali ed organizza conferenze e incontri. Ha partecipato al Forum sociale europeo a Parigi nel 2003 e a Londra nel 2004, al Forum sociale delle Americhe in Equador nel 2004 ed a quello del Mediterraneo in Spagna nel 2005. Uno dei raduni maggiori è stato tenuto a Mumbai, in India, nel 2004 nel quadro del Forum sociale mondiale. Più di 125 partecipanti provenienti da 34 paesi hanno posto le fondamenta di una campagna globale coordinata. Sono state stabilite alcune priorità d’azione come quella di fissare un dato giorno per una Azione globale tendente a sottolineare le sfide concernenti la presenza delle basi militari all’estero. Infine, è importante menzionare che la Rete ha tenuto quattro sedute di discussioni al Forum sociale di Porto Alegre nel 2005 di cui una sul finanziamento delle attività della Rete.

Conviene ricordare che la Rete si iscrive decisamente nel movimento pacifista globale. Ha permesso di far comprendere maggiormente a questo movimento l’importanza della problematica della presenza delle basi militari all’estero e che è importante che gli organismi di giustizia e di pace le prestino una maggiore attenzione.

La pertinenza del dibattito concernente la presenza di basi militari all’estero non è più da dimostrare. Le funzioni attribuite alla base di Guantanamo che sfuggono al controllo del diritto internazionale, le sfide attorno ai progetti di espansione della potenza militare degli USA nel Medio Oriente ed in Asia centrale, la vivace opposizione popolare alle mire ed agli scopi statunitensi nella regione andina in Sud America (mappa 11) come quella che si osserva in Giappone attorno alle basi di Henoko e di Okinawa, ecc., sono una sfida ed esigono un’azione globale concertata contro questa occupazione implicita nel concetto di “Permanent War”.


La conferenza internazionale di Quito e di Manta, Equador, marzo 2007

Una conferenza mondiale di rete per l’abolizione delle basi militari straniere, ha avuto luogo a Quito e a Manta, Equador, dal 5 al 9 marzo 2007. La conferenza ha avuto l’obiettivo di sottolineare gli impatti politici, sociali, ambientali ed economici delle basi militari straniere e di far conoscere i principi dei movimenti anti-basi e costruire formalmente la rete, le sue strategie e piani di azione.

Gli obiettivi principali della conferenza sono stati:

- Analisi del ruolo delle basi militari straniere e di altre forme di presenza militare nella strategia di dominio globale ed i suoi impatti sulla popolazione e l’ambiente;
- Condivisione delle esperienze di solidarietà con le lotte di resistenza contro le basi militari straniere nel mondo;
- Raggiungimento di un consenso sugli obiettivi, sui piani di azione, di coordinamento, di comunicazione e di presa di decisione per una rete globale per l’abolizione di tutte le basi militari straniere e di altre forme di presenza militare;
- Accordo sulle lotte e sui piani di azione globali che rafforzino le lotte delle persone nel paese ed assicurino il loro coordinamento su scala internazionale.

CONCLUSIONI

Questo articolo ha permesso di constatare quanto sia considerevole l’influenza della potenza militare degli Stati Uniti nel mondo e come essa non faccia che aumentare. Gli Statunitensi considerano la superficie terrestre come un terreno da conquistare, da occupare e da sfruttare. La divisione del mondo in unità di combattimento e di comando illustra molto bene questa realtà. In questo contesto, ci sembra che l’umanità si trovi controllata cioè legata a delle catene le cui maglie sono costituite dalle basi militari.

Il processo di re-impiego delle installazioni militari in corso deve essere analizzato in modo meticoloso se si vogliono comprendere le strategie di intervento di Washington in tutte le regioni del mondo. Questo processo è condotto sotto il governo della forza, della violenza armata, dell’intervento attraverso degli accordi di “cooperazione” le cui velleità di conquista sono incessantemente affermate nella progettazione delle pratiche del commercio e degli scambi. Lo sviluppo economico è assicurato dalla militarizzazione e dal controllo dei governi e le società e le risorse immense vengono sacrificate per permettere questo controllo nella maggior parte delle regioni dotate di ricchezze strategiche per consolidare le basi dell’Impero.

L’edificazione della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere si rivela un mezzo straordinario per lottare contro il processo di militarizzazione del Pianeta. Questa rete è indispensabile ed il suo sviluppo non potrà farsi senza un’adesione o un impegno di tutti i popoli del mondo. Sarà estremamente difficile mobilitarli, ma i legami creati da questa rete saranno favorevoli per le lotte concertate su scala mondiale.

Concludendo, conviene rivedere i termini della Dichiarazione finale della 2a Conferenza internazionale contro le basi militari straniere tenutasi a L’Avana nel novembre del 2005, dichiarazione formulata dai delegati di 22 paesi. Quest’ultima racchiude le sfide maggiori concernenti l’avvenire dell’umanità e costituisce un Appello alla solidarietà internazionale per il disarmo e la pace.

Jules Dufour, Ph. D., è presidente dell’Associazione canadese per le Nazioni Unite (A.C.N.U.)/ sezione Saguenay-Lac-Saint-Jean, membro del Circolo universale degli Ambasciatori di Pace, membro del Consiglio nazionale dello Sviluppo & Pace.

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No a la instalacion de una base de la OTAN en Zaragoza :
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OTAN – Le grand jeu des bases militaires en terre européenne :
http://www.mondialisation.ca/index.php?context=viewArticle&code=DIN20060509&articleId=2414

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RIQUEZA DE LA BIODIVERSIDAD EN AMÉRICA LATINA

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http://www.globalpolicy.org/empire/intervention/2003/0710imperialmap.htm

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http://www.unitedforpeace.org/article.php?id=884

US Military Expansion and Intervention :
http://www.globalpolicy.org/empire/intervention/index.htm

YACIMIENTOS PETROLEROS EN AMÉRICA LATINA :
http://www.visionesalternativas.com/militarizacion/mapas/mapapetrol.htm

Jules Dufour
Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
10.04.2007

Traduzione di MASSIMO CARDELLINI

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

priebke

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Di vergogna, in questo caso, non si è coperto Priebke
di Massimo Fini - 24/06/2007

Fonte: Massimo Fini [scheda fonte]


 

"Vergogna! Vergogna! Assassino!" gridavano le donne del rione Monti al passaggio di Erich Priebke condannato all'ergastolo per l'eccidi o delle Fosse Ardeatine del 1944, che, dopo 11 anni di carcere e di arresti domiciliari, usufruiva a 93 anni, del suo primo giorno di 'permesso di lavoro ' concessogli dal giudi ce di sorveglianza militare. Riecheggiavano, quelle donne, gli insulti ancor più pesanti ("Tu devi fare la fine di Eichmann", "Devi finire impiccato") che a Priebke erano stati rivolti alla sua uscita di casa, la mattina presto, da un centinaio di giovani ebrei romani. Sino a che, alla fine di quell'unica giornata di semilibertà, i magistrati hanno revocato, con un cavillo, il 'permesso di lavoro '. Di vergogna, in questo caso, non si è coperto Priebke .
Dal momento in cui si era saputo che il giudi ce di sorveglianza militare Fulvio Salvatori aveva concesso il 'permesso di lavoro ' a Priebke la Comunità ebraica romana si era mossa e il suo legale Oreste Bisazza Terracini aveva fatto pressioni sull'altro giudi ce di sorveglianza, Isacco Giorgio Giustiniani, perchè il provvedi mento fosse revocato. Il ministro della Di fesa Arturo Parisi si è immedi atamente calato le braghe e ha fatto a sua volta pressioni sul Procuratore generale militare della Cassazione. Così è uscito un provvedi mento d'urgenza che non ha precedenti nella storia della lentissima giustizia italiana. Insomma Governo e Magistratura hanno ceduto alle pressioni della piazza. Anzi di una mini-piazza perchè gli ebrei non sono le sole vittime della rappresaglia delle Ardeatine, ma ne rappresentano una minoranza.

Non è la prima volta che accade nella vicenda Priebke . Nel 1998 l'ex capitano delle SS fu condannato all'ergastolo dalla Corte d'Appello militare, e quindi riconosciuto responsabile del massacro delle Ardeatine, ma lasciato in libertà per intervenuta prescrizione (erano passati 55 anni dai fatti). In Tribunale una cinquantina di ebrei inscenarono una gazzarra contro la sentenza e il Governo, con un intervento inaudi to che violava il fondamentale principio della separazione dei Poteri, la cancellò d'autorità. E Priebke restò in galera.

Il fatto curioso, ma nient'affatto casuale, è che l'accanimento nei confronti di questo ectoplasma del nazismo cresce, invece di di minuire, col passare degli anni. E si può capire perchè. Nel 1948 quando iniziò il processo a Herbert Kappler, il comandante del reggimento a cui Hitler in persona aveva ordi nato di eseguire la rappresaglia dopo l'attentato terroristico dei Gap a via Rasella dove erano rimasti uccisi 33 riservisti austriaci, la guerra era un fatto ancora molto recente e se ne conoscevano le dure leggi. Il di ritto di rappresaglia contro formazioni partigiane era ammesso dalla Convenzione di Ginevra. Tanto che quando gli Alleati occuparono la Germania lo fissarono in questo modo: 20 a uno gli inglesi, 50 a uno i russi e 200 a uno gli americani. Questi edi tti non furono applicati solo perchè nella Germania completamente di strutta non ci fu alcuna resistenza. Kappler, insieme ad altri suoi cinque subordi nati, potè essere condannato nel 1953 solo perchè per eccesso di zelo nella sua macabra conta, superò il limite della rappresaglia del di eci ad uno, facendo fucilare 335 persone invece di 330. E fu condannato per "concorso in violenza con omicidi o continuato" perchè allora l'ambiguo reato di 'crimini di guerra' non esisteva nel costume giuridi co (era appena stato inventato dagli americani, con effetto retroattivo, a Norimberga).

Kappler e gli altri cinque vennero quindi condannati non per la rappresaglia, ma per un eccesso, di ciamo così, contabile di cui furono ritenuti personalmente responsabili. Tutti gli altri, soldati e ufficiali, Priebke compreso, furono mandati, sia pur implicitamente, assolti. Del resto in quel clima, in quel contesto di guerra, non era assolutamente pensabile che un ufficiale o un soldato tedesco non ubbidi ssero a un ordi ne che veniva di rettamente da Hitler. Chi lo avesse fatto sarebbe stato passato per le armi e sarebbe di ventato un eroe. Ma non è richiesto agli uomini, nemmeno a un soldato, quale Priebke era, di essere un eroe. E mi piacerebbe vedere quanti di coloro che oggi fanno gli eroi a buon mercato, nel 1944 si sarebbero comportati di versamente da Priebke e dai suoi commilitoni.

Quando, nel 1995, Priebke venne estradato dall'Argentina e poi giudi cato e condannato in Italia fu un abuso. Perchè Priebke era già stato giudi cato insieme agli altri uomini che componevano il reggimento di Kappler, nel 1953, e poichè, a di fferenza di Kappler e degli altri cinque, non venne condannato, ma implicitamente assolto. Questo nuovo giudi zio violava il basilare principio di civiltà giuridi ca chiamato 'ne bis in idem' per cui nessuno può essere giudi cato due volte per lo stesso fatto.

Questa è la storia giuridi ca dell'ex capitano delle SS Erich Priebke . Accanto ad essa ne corre però un'altra, parallela. Il vicepresidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici, ha di chiarato: "Non abbiamo mai cercato la vendetta...Da parte nostra non c'è stata persecuzione. Abbiamo accettato gli arresti domiciliari, che andasse a Messa e che passeggiasse nel parco. Ma questa soluzione del lavoro non era accettabile. Sono orgoglioso per i giovani che hanno protestato. E poi due giorni fa è morta Ada Anticoli. A sei mesi, nel 1944, era rimasta orfana di Lazzaro, uno dei 335 martiri delle Ardeatine. Ada stava male da tempo ma questa situazione non l'ha certo aiutata".

Pacifici parla come se la Comunità ebraica potesse di sporre a suo piacimento delle leggi e delle Istituzioni dello Stato italiano. Non spetta alla Comunità ebraica decidere se a Priebke , o a qualsiasi altro Priebke , spettino i 'domiciliari' , se possa andare a Messa o passeggiare nel parco, se abbia di ritto o meno a un 'permesso di lavoro '. Spetta allo Stato italiano che, con tutto il rispetto, non coincide con la Comunità ebraica. Ed Erich Priebke è poi responsabile non solo delle vittime delle Ardeatine ma anche della morte naturale dei loro figli e dei figli dei loro figli fino all'eternità?

Mandare libero un uomo con una regolare sentenza eppoi, sotto la pressione della piazza, tenerlo ugualmente in carcere, concedergli, a 93 (novantatre) anni, un 'permesso di lavoro ' e poi, sempre su pressione della piazza, revocarglielo il giorno dopo, non è giustizia, è tortura. Inoltre nell'intera storia dell'umanità, in tutte le epoche, in tutti i popoli, in tutte le culture, non si registra un solo precedente di un uomo perseguito a sessantatrè anni dai suoi crimini per quanto efferati fossero. Bisognava aspettare il 2007 per vedere questa barbarie. Che esprime proprio quello spirito di rappresaglia e di vendetta per il quale, alle Ardeatine come altrove, abbiamo condannato i nazisti.


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Ecumenismo di guerra

Ecumenismo di guerra
Maurizio Blondet
13/06/2007



«Quando il Signore mi chiamera', io gli diro' "Signore, io resto alla porta del Paradiso: ci entro quando ho visto entrare l'ultimo dei miei figli» (Padre Pio)

Ricevo altre lettere catto-talebane che insistono: no, l'Islam è una falsa religione, è satanica…Ma stavolta, per cercare di farmi capire, ho da raccontare un episodio accaduto in Libano, e riferito dal caro Agostino Sanfratello, che là ha abitato e che là torna.
Un giovane Hezbollah saluta il generale Aoun, cristiano maronita, e gli dice: «Starò sulla porta del Paradiso finchè anche tu non ci sari entrato».
Il generale Aoun è seriamente commosso.
Da arabo cristiano, capisce il pensiero del combattente sciita.
Egli è serenamente certo che l'attende il Paradiso, perché è pronto a farsi uccidere in battaglia, e sa il premio che spetta ai martiri.
Da fedele musulmano, ha motivo di dubitare che il generale, cristiano, infedele, sarà salvo.
Ma il generale cristiano è con loro, quasi unico al loro fianco nel combattimento in corso; compagno leale, disinteressato, di cui ci si può fidare «fino al sangue».
Perciò l'Hezbollah si fa garante per lui di fronte ad Allah.
Ora, nessuno mi convincerà a proclamare che la fede di questo Hezbollah è falsa e satanica.
E nessuno può dirlo in coscienza, senza aver paura di offendere Dio.
Dirò di più.
Questo è il solo livello in cui la parola «ecumenismo» non è una untuosa vacuità: l'ecumenismo dei pronti a morire in guerra.
E' anche il solo livello in cui assume significato il mantra, generalmente falso, di tanti neo-gnostici da tavolino e neo-pagani, sulla «identità trascendente delle religioni».
Perché chi sa appena qualcosa di queste cose, non ignora che il voto del giovane Hezbollah è ciò che nel Buddhismo si chiama «voto del Bodhisattva», che il monaco novizio deve fare in via preliminare: l'impegno a non entrare nel Nirvana finchè non vi sia entrato «l'ultimo filo d'erba».
Nel Buddhismo, si onora la figura di Avalokiteshvara, «il Signore della Compassione», che perennemente sta sul limite, ritardando la propria Estinzione, per accogliere gli altri, più deboli, anzi l'intera creazione che (attesta san Paolo) «grida d'essere salvata».

E' meno noto che padre Pio fece lo stesso voto.
Ai fedeli dei gruppi di preghiera da lui istituiti assicurò: tranquilli, io starò sulla porta del Paradiso finchè non ci siate entrati tutti.
L'esempio, del resto, gli veniva da Cristo stesso.
Anch'Egli disse che avrebbe raccolto tutte le sue pecore, e solo alla fine «chiuderò la porta» dell'ovile.
E disse ancora: «Io sono la Porta».
E' un mistero: ma a quanto pare ogni storica via che promette la salvazione prevede la presenza di un Amico, di un Buon Pastore, che ci aspetta sulla Porta, e ritarda la propria privata salvezza per assicurare che chi bussa «è uno dei miei».
E' un mistero che non abbiamo il diritto di «spiegare» con esoterismi da salotto, né di «confutare» con capziosi tomismi scolastici o coranici.
Non noi, a cui si applica la sferzante avvertenza di san Paolo: «Non avete ancora sofferto fino al sangue».
Questo è un mistero per guerrieri, per cui l'aldilà è già più vicino dell'aldiquà.
Per chi ha già scontato la propria morte, domani o fra poche ore, e la affronta pronto, ossia spogliato di ogni impaccio superfluo (e di particolarismi spirituali), solo ormai si preoccupa del suo compagno d'armi che combatte al suo fianco, perché non gli sia negata la salvezza.
E' il rude amore fra commilitoni sotto il fuoco.
Non è possibile che questo atto d'amore non venga esaudito.
Forse è per questi che fu detto: «Il Regno dei Cieli patisce violenza, e sono i violenti ad impadronirsene».
O almeno, questo è uno dei significati che vi possiamo intravvedere noi, che non siamo pronti a soffrire fino al sangue.
La commozione di Aoun è anche quella del vecchio comandante, il cui duro mestiere è mandare dei giovani alla morte, che riconosce il soldato su cui si può contare: terrà la posizione finchè avrà vita nel suo giovane corpo, fino a quel che l'eufemismo bellico chiama «l'estremo sacrificio sotto le più avverse condizioni».



Una bella immagine di san Padre Pio a colloquio con dei soldati

Noi, estranei a questo rapporto speciale di guerra, possiamo solo onorare quel giovane Hezbollah sentendolo nostro fratello nella fede, la fede vera.
E, se mai, rimpiangere che quel che ho chiamato la clericalizzazione della Chiesa abbia obliterato questa possibilità umana, l'ascetica dei guerrieri.
Oggi, ci si propone un solo modo di santità, omologo ai consacrati, ai preti, frati, suore, ai contemplativi.
E' un eroismo profondissimo anche il loro, ma non il solo eroismo possibile.
Anche noi abbiamo avuto i nostri samurai, i nostri cavalieri rajput, anche noi cristiani abbiamo conosciuto quella via.
Abbiamo avuto i Templari.
Abbiamo avuto i cavalieri.
Abbiamo avuto Federico, imperatore germanico e siciliano, che volle esser calato nella tomba con la spada - spezzata, a dire che la milizia era per lui finita, non ci sono spade nel Cielo.
Federico fu scomunicato da Pontefici-talebani, perché anziché partire per l'ennesima crociata si accordò con l'arabo per avere, pacificamente, Gerusalemme.
Ma solo un guerriero può essere pacifico (l'Arabo lo capì perfettamente, e accedette all'accordo).
Il clero non può facilmente giudicare chi non è imbelle, chi ha fatto delle armi la sua vocazione.
Possiamo rimpiangere o no.
Ma non può che essere stata volontà di Dio la nostra perdita della santificazione bellica, e in questo pensiero è giocoforza rassegnarci a questo spazio vuoto della cattolicità: che ha così poco da dire agli animosi e ai «violenti» che prendono d'assalto il Regno, e rende imbelle il cattolicesimo d'oggi, che lascia solo Aoun coi suoi Hezbollah e maroniti.
Chissà.

Va detto che un barlume di questa via è rimasto, e proprio in padre Pio, il cappuccino mitissimo.
Più volte, in bilocazione, è apparso a gente diversa durante la prima guerra mondiale: e spesso, in quel periodo 1915-18, fu visto «vestito da soldato».
Da fantaccino italiano delle trincee.
Non c'è dubbio che padre Pio partecipò a quella guerra, e dal suo convento garganico volò volontario sull'Isonzo e sul Carso tra i morenti e i feriti, da patriota qual era.
Il generale Cadorna attestò di quel cappuccino (in quel caso si presentò in saio) che entrò nella sua tenda la notte della rotta di Caporetto, e dissuase il generale dal suicidio cui si preparava, pistola già alla tempia.
Solo molti anni dopo Cadorna, portato a visitare San Giovanni Rotondo, riconobbe in quel frate «quel» frate; e padre Pio gli esclamò allegro: «L'abbiamo vista brutta quella notte, eh generale?». Notate il plurale: «L'abbiamo vista brutta».
Così parlano i soldati dopo la battaglia, fra loro.
Il rude amore del soldato semplice, camerata Pio.
Lui forse potrà giudicare se è falsa la religione del giovane Hezbollah.
Noi no.
Anzi vorremmo che tutti i musulmani fra noi, che non hanno sofferto fino al sangue, imparassero da lui.
Ne seguissero l'esempio generoso.

Maurizio Blondet

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no pedofili

Arrow Petizione contro la pedofilia.

No alla pedofilia

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POUND

EZRA POUND le mie verità

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RIVELAZIONI Dopo oltre mezzo secolo esce dagli archivi di Washington il testo con il quale il poeta contestò l' accusa di aver rinnegato l' America EZRA POUND le mie verità«Ho finanziato il duce e criticato gli Usa, ma non sono traditore»


Il mio nome completo è Ezra Loomis Pound. Sono cittadino americano. Non ho mai rinunciato alla cittadinanza americana. Sono nato a Hailey, Idaho, Usa, il 30 ottobre 1885. Ho vissuto negli Stati Uniti fino al 1908, quando mi sono trasferito a Londra, dove ho vissuto fino al 1920, lavorando come scrittore. Dal 1920 al 1924 ho vissuto a Parigi, dove ho composto l' opera Villon, e ho scritto recensioni di arte e musica. Nel 1924 mi sono trasferito a Rapallo, dove ho vissuto fino al maggio del 1944. Mi sono quindi trasferito a Sant' Ambrogio di Rapallo 60, mio attuale indirizzo. Durante il mio soggiorno in Europa sono stato spesso in Italia e, dopo l' ultima guerra, ho notato il rinnovamento del Paese attuato dal fascismo. Mia moglie ed io abbiamo comprato 25.000 lire a testa di Buoni del Littorio... Il mio scopo era dare a Mussolini un «giusto contributo», sostenendo il suo buon lavoro. Verso il 1929 ho avuto un' udienza con Mussolini, che conosceva il mio libro Cavalcanti, che gli avevo donato l' anno precedente. Voleva che gli parlassi del libro. Nel 1929 circa ho rilasciato un' intervista a Francesco Monotti del giornale «Lavoro Fascista». In quest' intervista ho detto che l' Inghilterra era morta e lasciava i cadaveri in strada; che la Francia era morta ma aveva avuto la decenza di seppellire i morti; che l' Italia era l' unico fra questi tre Paesi dove vi fosse qualche vitalità. Nel 1935 è stato pubblicato il mio libro Jefferson e Mussolini, in cui affermavo che il fascismo era il New Deal di Mussolini per l' Italia e contrapponevo il suo metodo a quello di Jefferson. Nel 1939 ho preso contatto con il ministero della Cultura Popolare, durante un viaggio a Roma. In quell' occasione ho incontrato il ministro Pavolini. Gli ho consegnato cinque proposte... Il punto che più lo interessava era il quinto, in cui suggerivo di parlare dalla radio agli americani, per illustrare il buon lavoro che Mussolini aveva fatto in Italia. Nella primavera del 1940 sono stato invitato dal signor Interlandi, e poi dal signor Paresce, ad andare a Roma per discutere la mia proposta e ho chiesto se potevo parlare agli americani e agli inglesi... Mi sono state concesse due trasmissioni alla settimana destinate agli Stati Uniti e una alla settimana all' Inghilterra. .. Ho cominciato a parlare alla radio verso l' estate del 1940. Ho sempre cercato di avere più tempo per poter trasmettere le mie idee... All' inizio, per un periodo molto breve, ho parlato alla radio in diretta, ma una volta, nel 1940, alla fine del mio discorso ho fatto considerazioni che non erano state scritte... Dopo quell' incidente mi è stato ordinato di registrare gli interventi su un disco, ed era poi questo disco ad essere trasmesso... Alcune delle trasmissioni di cui ho parlato erano fatte a mio nome. Iniziavo dicendo «Europe calling - Ezra Pound speaking», qui l' Europa, parla Ezra Pound. Nel 1942 ho inventato un personaggio chiamato «Imperialista americano»... Smisi di lavorare all' Eiar perché Badoglio mi cacciò. Tuttavia tra luglio e settembre 1943 ho mandato al principe Ranieri di San Faustino, del ministero della Cultura Popolare, quattro o cinque testi sotto il nome di «Piero Mazda». Lui li ha fatti trasmettere. (...) Nell' autunno ' 43 alcuni fascisti formarono un nuovo partito nell' Italia settentrionale, Alessandro Pavolini assunse la carica di segretario del nuovo partito, che divenne poi il governo fascista repubblicano. Più tardi scrissi a Pavolini e lui mi invitò ad andare al Nord, se ci riuscivo, e io accettai. A Salò non ho potuto vedere Pavolini, ma ho visto Fernando Mezzasoma, che era diventato ministro della Cultura Popolare... Mezzasoma mi ha lasciato andare a Milano, poiché gli ho detto che anche se l' Italia cadeva io dovevo continuare la mia personale propaganda economica, sul rispetto cioè della clausola sulla moneta della Costituzione degli Stati Uniti, per la quale mio nonno aveva combattuto nel 1878, dicendo le stesse cose che dicevo io. Sono andato a Milano... e ho trovato che la radio fascista repubblicana funzionava male, con pochi uomini onesti che volevano una stazione radio e altri arroganti che la sabotavano, nessuno libero dal controllo tedesco... A Roma avevo incontrato un certo Carl Goedel, della sezione inglese dell' Eiar nel 1942 e ' 43. Ho incontrato Goedel di nuovo a Milano... Ho rifiutato di trasmettere rivolgendomi alle truppe americane e non mi è stata fatta nessuna pressione... Da maggio a settembre del 1944 ho mandato dei pezzi alla radio fascista repubblicana. .. Quando volevo che il mio nome risultasse o fosse usato, scrivevo i pezzi in forma di interviste con me stesso... Verso il settembre 1944 ho cominciato a inviare dei pezzi brevi a Goedel. I pezzi mandati a Goedel e quelli inviati a Milano... seguivano le stesse linee dei miei discorsi radio del 1942 e 1943... Ho mandato il mio ultimo pezzo tre settimane fa... Non ho mai sentito i pezzi che ho inviato a Goedel. L' ultima cosa che mi è stata detta è stata: «Goedel usa la tua roba a modo suo»... Credo di aver avuto buone ragioni nel continuare a criticare il presidente Roosevelt dopo che gli Stati Uniti, nel dicembre 1941, sono entrati in guerra. Ammetto che nelle mie trasmissioni del 1942 e ' 43 all' Eiar ho accusato i finanzieri internazionali di New York e di altre parti del mondo di aver complottato per trascinare gli Stati Uniti nella guerra attuale... L' impero britannico era un vero schifo. Non sono mai stato membro del partito fascista, ma ho fatto, a volte, il saluto fascista. Dopo che il governo fascista italiano ha dichiarato guerra contro gli Stati Uniti, ho detto nei miei discorsi che gli Usa si stavano mettendo in un mare di debiti e che dovevano subito uscire dalla guerra. Stavo creando un precedente a favore della libertà di parola. Penso che i miei discorsi facessero male ai peggiori nemici degli Usa... Ammetto di aver detto, nei miei discorsi radiofonici dopo l' 8 dicembre 1941, che il presidente Roosevelt doveva essere visitato da uno psichiatra perché sembrava lottare contro influssi di tipo ipnotico. Nell' autunno 1943 (...) ho preso contatti con Pellegrini, che era ministro delle Finanze, e gli ho presentato il mio piano per il finanziamento del nuovo governo. Ho suggerito a Mezzasoma di presentare agli italiani libri come «Banker' s Conspiracy» di Kitson o «L' imperialismo» di Lenin... Gli accordi in base ai quali parlavo alla radio erano che non mi fosse chiesto di dire nulla di contrario alla mia coscienza o ai miei doveri di cittadino americano. Lo si disse più di una volta in trasmissione, dando anche una definizione piuttosto forzata di fascismo, in cui si sosteneva che la cosa era in accordo con i princìpi fascisti secondo i quali doveva esservi libera espressione per le opinioni di chi era qualificato ad avere un' opinione. Mi sono sempre opposto a certe «zone grigie» dell' opportunismo fascista, definendo il fascismo in modo da adattarlo alle mie opinioni. Questo atteggiamento è chiamato «linguaggio esopico» da un politico eminente come Lenin... Sono disposto a ritornare negli Stati Uniti e a subire un processo per l' accusa di tradimento nei confronti degli Stati Uniti... (Traduzione di Maria Sepa)

Lula a tutto campo: gli Stati Uniti, il Venezuela e l'America Latina

Lula a tutto campo: gli Stati Uniti, il Venezuela e l'America Latina

Il Presidente brasiliano Luíz Inácio "Lula" da Silva (nella foto), in un'intervista esclusiva concessa ad Al Jazeera di passaggio a Londra dopo aver partecipato al G8, ha accusato il governo degli Stati Uniti di aver partecipato ai colpi di Stato in America Latina, di aver tentato di rovesciare il Presidente venezuelano Hugo Chávez, e di non avere una buona disposizione verso lo sviluppo del continente.
di Gennaro Carotenuto

Lula, pur ribadendo le buone relazioni istaurate con Bush, si è mostrato duro con il governo degli Stati Uniti: "Non ho mai visto una politica americana per contribuire allo sviluppo dei paesi più poveri del continente. Ed è per questo che l'intera regione latinoamericana si vede come antagonista del governo statunitense. Inoltre, l'immagine degli Stati Uniti, dal Vietnam, all'Iraq, alla Baia dei Porci a Cuba, è conflittuale. I golpe militari -ha dichiarato Lula- avvenuti in tutta l'America Latina, cito quelli in Cile, Argentina, Uruguay e Brasile solo per fare alcuni esempi, contarono con il rilevante appoggio della politica estera statunitense".

Lula, considerato il leader della sinistra moderata nel continente -e perciò messo in contrapposizione al Presidente venezuelano Hugo Chávez- non poteva non toccare il tema delle relazioni difficili tra Venezuela e Stati Uniti. Secondo il Presidente brasiliano queste "potranno migliorare solo quando negli Stati Uniti ci sarà un altro presidente" giacché "sono stati i nordamericani a tentare di rovesciare Chávez". Tuttavia per Lula "è divertente che entrambi i presidenti litighino continuamente, visto che George Bush ha bisogno del petrolio venezuelano e Chávez ha bisogno di venderlo agli Stati Uniti". Al di là di tutto, sia gli Stati Uniti che il Venezuela sono paesi amici per il Brasile, e Lula spiega gli attuali contrasti con l'eccessiva ingerenza statunitense nella vita politica venezuelana, soprattutto in materia petrolifera. Interrogato sulle sue relazioni con Chávez, ha risposto che è "un amico e un compagno" ed ha accusato la stampa brasiliana e internazionale di vedere conflitti col Venezuela dove non ci sono, per esempio in materia di bioetanolo, del quale il Brasile è già tra i primi produttori mondiali. Prima della partenza per l’Europa, Lula, che sta creando per la prima volta nella storia del Brasile una televisione pubblica, aveva considerato “pienamente legittima e democratica” la decisione di Chávez di non rinnovare la licenza al canale televisivo commerciale RCTV, che il senato brasiliano aveva invece censurato.

Nella parte finale dell'intervista, Lula si è dedicato ai negoziati di Doha dell'organizzazione mondiale per il Commercio.  "Il momento è adesso, soprattutto per l'Africa. L'Europa deve liberalizzare l'entrata di prodotti agricoli dai paesi poveri, gli Stati Uniti devono ridurre i loro sussidi agricoli, e noi dovremo essere flessibili su servizi e prodotti industriali. Se non troveremo un accordo sarà un atto di codardia politica e -tuona Lula- sarà inutile parlare di terrorismo, se si impedisce ai paesi poveri di svilupparsi".

la rossa Salò

Ciao rossa Salò.

Il crepuscolo libertario e socializzatore di Mussolini ultimo
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Enrico Landolfi non ha bisogno di presentazioni. I lettori di "Aurora", in questi anni di proficua collaborazione, hanno spesso manifestato apprezzamento e simpatia per le tesi di questo socialista atipico, la sua prosa brillante, le sue argute osservazioni, i suoi ampi orizzonti culturali.

Un Uomo della sinistra insolito, nonostante il suo costante impegno all'interno di quella parte politica, ben lontano dal clichè dell'intellettuale d'area sul quale la gran maggioranza dei politicanti, camuffati da pensatori, si sono appiattiti. La riprova ne è questo saggio. Certo non consigliato all'Autore dal mutato clima politico -nel quale persino stelle di prima grandezza della sinistra, innalzati alle più alte cariche istituzionali della «Repubblica nata dalla Resistenza» grazie all'affermazione elettorale dell'Ulivo, s'interrogano pubblicamente sulle «ragioni dei vinti»- ma solo tappa intermedia di una lunga e sofferta riflessione politica e culturale sulle «ragioni della Storia», che è cosa ben diversa dalle pelose, tardive ed interessate «comprensioni» per quanti, ormai in là con gli anni, nella tragica ed affascinante epopea del «Mussolini ultimo» hanno «bruciato» i loro anni giovanili con lo stesso disinteresse, passione ed onestà con la quale, dopo mezzo secolo di emarginazione e demonizzazione, respingono, oggi, perdonismi strumentali e pacificazione di maniera che, oltreché inficiare le ragioni di quanti da una parte e dall'altra della lotta fratricida si sono battuti, hanno anche la valenza di procrastinare sine die la criminalizzazione ideologica, elargendo, con gesuitica ipocrisia, una «comprensione» non richiesta né accettata da ex-ragazzi e ragazze «che scelsero di battersi dalla parte sbagliata».

Ed è quello di essere da sempre oltre la mera «comprensione» il punto centrale della lunga riflessione di Enrico Landolfi che, proprio ad uso e consumo delle sinistra, a cui il saggio è dedicato (ma la lettura del quale, personalmente, riteniamo non inutile anche per gli imbalsamati cascami di quel neo-fascismo rituale e lazzaronesco ancora in auge), disegna, con dovizia di argomenti, un quadro dinamico e vitale nel quale, pur tra luce ed ombre, sempre presenti in una vicenda complessa e contraddittoria, com'è in effetti stata la sempre troppo angariata «repubblichetta di Salò», non mancano le pennellate in rilievo con le quali l'Autore esprime la convinzione che all'elaborazione mussoliniana sulle rive del Garda non sia preclusa miglior sorte futura.

Un quadro, si diceva sopra, vitale e dinamico, nel quale i «servi sciocchi» dell'orda teutonica, ritrovano lo spessore politico e sociale conculcato da mezzo secolo di storiografia partigiana nonché una dimensione umana -pur essa non irrilevante al fine di una più congrua valutazione dell'insieme- per cui i bagliori vividi di una tragedia nazionale di proporzioni gigantesche rimuovono il farsesco col quale uomini, idee, dedizioni sono stati in questo dopoguerra contornati.

Verrebbe da dire che, attraverso l'affascinate prosa del Landolfi, la storia consuma la sua vendetta ristabilendo un equilibrio tra i torti e le ragioni delle parti in lotta e così ponendo le basi per una pacificazione vera, per la quale è necessario qualcosa di ben più consistente della «comprensione» e dal «perdono» che, seppure importanti, in quanto un problema, seppure maldestramente lo pongono, sono pur sempre in linea con l'ipocrisia e la faziosità per la quale i combattenti della Repubblica Sociale Italiana sono stati rinserrati in una sorta di lebbrosario politico.

La RSI non fu, sostiene Enrico Landolfi, uno Stato fantoccio, una trincea ove si è data appuntamento un'umanità da trivio, servile e disperata, ma un'entità statuale viva e pulsante che pur tra mille difficoltà esercitò con tutti i crismi di uno Stato la sovranità politica ed impose al suo recalcitrante ed arrogante alleato il rispetto di questa sovranità.

Un'entità statuale, scrive il Landolfi, con la quale si schierarono uomini di valore. Antifascisti del calibro di un Carlo Silvestri -il più determinato accusatore di Benito Mussolini per il delitto Matteotti e per questo condannato al confino- e Nicola Bombacci ex-segretario del PSI, fondatore (unitamente a Gramsci, Terracini e Bordiga) del PCM, noto per essere stato, per tutti gli Anni Venti, uomo di fiducia dei Soviet in Italia, oltreché amico personale di Lenin e di molti capi bolscevichi.

In "Ciao, rossa Salò", Landolfi sviscera personaggi e circostanze di quella fase storica, dal 25 luglio '43, passando per le tragiche giornate dell'8 settembre, via via fino all'epilogo del 25 aprile '45 e si schiera chiaramente dalla parte di chi accettò nel dopoguerra, con spavalda consapevolezza, il lebbrosario politico pur di non tradire le convinzioni della giovinezza.

In ultimo, ma non per importanza, rimane da rilevare la straordinaria descrizione che il Landolfi fa dell'ultimo Mussolini. Una «descrizione» nella quale le mai venute meno straordinarie doti politiche del «Socialista di Predappio» si confondono con la consapevolezza, che questi ha, dell'epilogo che lo attende. Qui l'indagine storica è venata di lirismo, di autentica poesia, bastevole da sola a fare la fortuna di qualsiasi autore.


Fonte: Aurora

Vorrei essere un Talebano di Massimo Fini

Vorrei essere un Talebano di Massimo Fini
Vorrei essere un Talebano di Massimo Fini magnify
Vorrei essere un talebano, avere valori fortissimi che santificano il
sacrificio della vita, propria e altrui. Vorrei essere, per lo stesso
motivo, un kamikaze islamico. Vorrei essere un afgano, un iracheno,
un ceceno che si batte per la libertà del proprio Paese
dall'occupante, arrogante e stupido. Avrei voluto essere un
bolscevico, un fascista, (...) un nazista che credeva in quello che
faceva. O un ebreo che, nel lager, lottava con tutte le sue forze
interiori per rimanere un uomo. Vorrei far parte dei "boat people"
che vengono ad approdare e spesso a morire sulle nostre coste. Perché
sono spinti almeno da una speranza.

Vorrei essere e vorrei essere stato tutto, tranne quello che sono e
sono stato per 60 anni e passa: un uomo che ha vissuto nella
democrazia italiana. Senza la possibilità di emozioni collettive, di
valori forti. Di un vero atto di coraggio, trascinando l'esistenza in
mezzo alle viltà, agli opportunismi, ai trasformismi, alle
meschinerie, ai cinismi, ai sofismi, in una società che ha perso ogni
dignità, ogni codice di lealtà e onore, spietata e feroce senza
essere virile, con gli occhi sempre pronti a riempirsi di lacrime ma
che ha dimenticato la misericordia.
Si parla molto, di questi tempi, di «crisi della politica». Ma non è
questo. Non è questo. È la disperazione di vivere in una società
senza grandezza, dove gli obiettivi sono cambiare l'automobile,
comprare l'ultimo cellulare, tenere lucida la casa, trovare
la «propria regolarità» con "Activia" e dove le donne hanno perso il
loro fiore più falso e più bello che un tempo si chiamava pudore.

Una mediocrità quotidiana fatta di pin, di cin, di carte di credito,
di bancomat, in cui domina la figura dell'imprenditore, cioè del
mercante, che in tutte le culture e in tutti in tempi, prima
dell'avvento della Modernità e della Democrazia, era posto all'ultimo
gradino della scala sociale, sotto quello degli schiavi, perché gli
uomini, finché son rimasti tali, hanno sempre considerato il massimo
del disonore scambiare per guadagno.

Il tutto scandito dal rumore di fondo, incessante, inesorabile, della
tv e delle sue voci: dei Bongiorno, dei Baudo, dei Bonolis, delle
Ventura, dei Chiambretti, dei Costanzo, dei Vespa, dei Santoro, dei
Ferrara, dei Mentana, dei Gabibbo, dei buffoni, dei paraculi e delle
troie. Una società del fracasso che non conosce più i valori del
silenzio e del controllo di sé e applaude anche ai suoi morti. Quando
avverto in me e fuori di me, in un mondo ormai più virtuale che
reale, questi vuoti abissali, sono colto da vertigine. E vorrei
essere un talebano, un kamikaze, un afgano, un "boat people", un
affamato del Darfur, un ebreo torturato dai suoi aguzzini, un
bolscevico, un fascista, un nazista. Perché più dell'orrore mi fa
orrore il nulla.