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La Verità

La verità

Organo Ufficiale della Confederazione Unica del Lavoro, della Tecnica e delle Arti – C.U.L.T.A. (www.confederazioneculta.org). Già Rivista di Nicola Bombacci.

Numero speciale maggio 2007– Direttore politico e responsabile ANGELO FACCIA – C.p.37–Succ. 6  06127 Perugia – Mail: segreteria_nazionaleculta@yahoo.it– Tel.349/5978759

 


Da Bir el Gobi a Gargnano

Itinerario di un giovane degli anni ‘20

           

E’ Gianni Maggio da Spoleto, classe 1925.

Un simbolo per la Regione Umbria.

Il mio incontro con Gianni avvenne in occasione della costituzione della C.U.L.T.A. .Non esitò un istante nel chiedere di farne parte raccontandomi, con l’occasione, il suo personale rapporto con Nicola Bombacci fatto di “chiacchierate” alla buona  e di cene, altrettanto alla buona, in quel di Gargnano  in attesa che Nicolino fosse ricevuto dal Duce, di cui Gianni era componente della sua guardia.

E’ accaduto che in questi ultimi tempi, ricorrendo l’anniversario della morte di Antonio Gramsci, tutta la “nomenklatura” dell’ex PCI, Napoletano in testa,  celebrasse solennemente  l’avvenimento  salutando in Gramsci il fondatore del P.C.I….!!  Abituati a falsificare tutto, i novelli comunisti-capitalisti non hanno il minimo scrupolo a falsificare anche un dato storico di dominio pubblico in tutto il mondo : l’attività politica di Nicola Bombacci, vero fondatore del Partito Comunista d’Italia e non Gramsci.

Si comprende il perché di questi falsi grossolani che solo i loro adepti possono digerire in quanto politicamente vivono e prosperano su di essi, sui falsi, finche dura…Ma il  popolo della c.d. sinistra fino a quando è disposto a farsi turlopinare da siffatti volgari falsari ? Il mio amico Santino Carletti invita gli stessi alla sveglia! Sarà possibile?

Tornando a Gianni, ho chiesto allo stesso che mettesse a disposizione dei seguaci della CULTA i suoi personali ricordi di quegli incontri con Nicolino Bombacci…Qui di seguito è quel che ricorda., grazie Gianni.

                              Angelo Faccia

 

 

 

Stralci dalle mie memorie riguardo il mio incontro e la frequentazione con  Nicola Bombacci .

Gargniano   Lago di Garda  1944 -1945

 

Sono un Legionario della Guardia  del Duce e spesso trovandomi di servizio a Villa delle Orsoline in Gargnano Sede del Comando Generale del Duce della Repubblica Sociale Italiana,ebbi l’occasione di conoscere e frequentare il Signor Nicola Bombacci ,mi fu presentato dal mio Comandante , Ardito Fiumano , discepolo e compagno di lotta di Gabriele Dannunzio il Maggiore  degli Arditi Fulvio Balisti Comandante del 1° Battaglione Volontari Giovani Fascisti combattenti di Bir el Gobi   1941 Libia  Africa Settentrionale , Nei primi giorni dell’agosto 1944 giunsero  a Gargnano per recarsi a rapporto dal Duce il Maggiore Balisti  e una persona  che mi fu presentata come Nicola Bombacci , il Maggiore Balisti  rivolendosi  al Signor Bombacci gli spiegò che io ero stato un suo Giovane Volontario Fascista combattente a Bir el Gobi:  ( Io avevo 19 anni ero cresciuto a pane e lavoro , Libro e Moschetto e in verità poco libro e molto moschetto ma di storia di lotte operaie e di partiti politici ben poco ne sapevo )   Nel mentre mi presentava. il Signor Bombacci nel volto del mio Comandante notai un sorriso rassicurante notando la mia perplessità  per l’illustre sconosciuto e quando ritornarono dal colloquio con il Duce si trattennero in mia compagnia tutto il pomeriggio e così appresi il passato e il presente del Papa Rosso , del l’amico e confidente di Lenin e del  nemico amico di lotte sociali con Benito Mussolini  e poi fraterno amico e sostenitore indiscusso del Duce per l’attuazione della Repubblica Sociale Italiana che in verità la sigla doveva essere Repubblica Socialista Italiana , ma questa è una storia da me scritta a parte .

 Nicola non era un opportunista , non valutò il pro ne il contro delle poi sue conseguenze , me ne convinsi profondamente frequentandolo , e come me era un puro idealista e per questa ragione  cominciai subito a stimarlo , amarlo , ammirarlo , mi fu maestro di Etica e di fede incrollabile nel portare avanti l’emancipazione e i diritti della classe operaia attraverso la lotta sociale , spesso veniva a rapporto dal Duce in compagnia di altri collaboratori per la realizzazione dello stato Sociale , i  fautori  dell’ala estrema Socialista che il Duce aveva voluto accanto a se per promuoverla

Spinelli e Manunta e così la mia emancipazione nei diritti delle classi sociali si allargava .Nicola mi ragguagliava del suo soggiorno in Russia , gli feci presente che io ero nato nell’Era Fascista <<e come asserisco ancora oggi >> la mia Patria era ed è l’Italia Fascista , assentiva benevolmente al mio Idealismo , e ai suoi  racconti di vita  vissuti in Russia io apprendevo le nefandezze del bolscevismo, così venni a sapere che nell’Eden Russia  bolscevica il proletariato era inesistente che espressioni di pensiero e libertà venivano soffocati con milioni di deportati in Siberia. ed ebbe inappellabile convinzione che quella dottrina non era il suo proletariato socialistico Venivano a rapporto dal Duce almeno tre volte al mese e specialmente Nicola mi fu Sommo Maestro di cultura e storia associativa . La lena organizzativa di  Manunta e Spinelli nel portare avanti l’attuazione della socializzazione  procedevano senza soste e prossima al traguardo stabilito , e Nicola andando nelle fabbriche a parlare agli operai riscuoteva consensi ,abbracci ,applausi dalle maestranze e ai comizi nelle piazze di molte città ad ascoltarlo e applaudirlo non erano mai meno di venti-trentamila persone : sicuro perchè a Brescia  fui presente anche io  a un suo comizio:.Si pensava all’oggi  con convinzione e non al destino che ci avrebbe riservato il domani perchè si agiva nella certezza di una giusta causa . E i nostri incontri , loro i maestri io l’imberbe discepolo , ci affratellarono , e nel mio nitido ricordo riemerge quella sera che felici dell’operato andammo a cena in una locanda di Gargniano a festeggiare con un uovo a testa cotto in acqua e con verdura cotta scondita . Ma gli eventi lugubri incalzavano,rividi il mio caro Maestro Nicola ai primi giorni dell’aprile del 1945 era sereno , mi disse che avrebbe seguito il Duce ovunque nel suo destino , lo rassicurai che io sarei stato a loro fianco , ma il destino volle diversamente.

Ancora oggi la sua figura è scolpita indelebile nel mio cuore e nella mia mente ,per la sua fede nel Socialismo che portava avanti con il Duce , pagò con la vita .  Gli Opportunisti , i sommi capi del c.n.l.a.i al soldo della russia bolscevica avevano decretato il suo assassinio , avevano fallito nell’assassinio del Duce , perchè il carnefice il così detto capitano valerio quando arrivò sul posto nel pomeriggio del 28 aprile 1945 trovò due cadaveri perchè all’alba di quel giorno il Duce era stato assassinato da due partigiani per difendere dallo stupro la Signora Petacci e al carnefice valerio non restò altro che infierire tra gli altri anche su Nicola Bombacci indomito Alfiere delle classi lavoratrici .

Da questa mia memoria che scrissi nel 1946 quando ero detenuto nel carcere di Spoleto non voglio che siano fatte correzioni di ortografia o di altro  .nella testata ho aggiunto le mie tessere.

Gianni Maggio

 

 

Nicola Bombacci durante il suo esilio in Russia

 


 


Nicola Bombacci parla ai lavoratori

 

Il tempo che passa non sempre allontana la verità, a volte è necessario un transitorio per far diradare i fumi dell’illusione, dopo di questo viene il tempo delle domande e della maièutica.

Tutti quelli che ebbero il coraggio di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, alla fine di tutto furono chiamati rispondere a  caro prezzo della loro scelta.  Ma di questi, per quelli che colsero le ragioni intime di quei “seicento giorni”, il calice amaro non coincise soltanto con la sconfitta, o con lo scempio di piazzale Loreto, ma con l’estinzione completa delle “Leggi sulla Socializzazione”. La cosa peggiore e tragica malgrado tutto non fu la fine di Salò, ma la fine di quella che Enrico Landolfi aveva chiamato “la Rossa Salò”.

Da qui parte la restaurazione capitalistica, che come storicamente avviene ha sempre le sue guardie bianche. Subito lievita una grave prima anomalia che caratterizzerà tutta la vita politica a venire dal dopo guerra in poi: le guardie bianche vestivano una casacca rossa.

Certo è che il partito comunista non poteva salvare il fascismo dopo tutto quello che c’era stato, ma il fascismo nella sua totalità di regime non coincise con la socializzazione, salvare la socializzazione non avrebbe coinciso con il salvare il fascismo. Ma allora perché i “cugini hegeliani”, ovvero i comunisti, chiamati da Giovanni Gentile anche “corporativisti impazienti”, non risparmiarono niente della socializzazione?

Si potrebbe pensare, ma troppo semplice sarebbe, che nell’euforia antifascista ci fosse la necessità d’azzerare tutto quello che sapeva di fascismo, come richiedeva certa  furia partigiana. Ma allora perché Palmiro Togliatti cercò l’Amnistia per i fascisti?

I comunisti da sempre, almeno quelli di un tempo, ora non se ne vedono, erano studiosi e osservatori attenti, sapevano credere e soffrire, ma erano anche zelantemente obbedienti nei confronti di chi riteneva di possedere il dogma dottrinale. Perché affossare i principi che avrebbero portato gli operai ad essere padroni delle proprie fabbriche? La Socializzazione potrebbe aver spaventato i sacerdoti del socialismo scientifico, facendo inorridire scribi e farisei quasi fosse l’effetto del cristianesimo nei confronti dell’ebraismo?   Oppure la Socializzazione, se mantenuta pur depurata da ogni ricordo mussoliniano, avrebbe potuto trasformare l’Italia in un paese Socialista? Questo non sarebbe mai stato tollerato, quest’ultima ipotesi  avrebbe fatto  saltare gli equilibri internazionali imposti dalla spartizione di Yalta, sottraendo l’Italia dal controllo americano. Conseguenza: la Socializzazione andava rimossa, in ogni senso, pratico e di pensiero, e in questo, ecco la seconda anomalia, contribuirono i movimenti che furono definiti neofascismi, quelli che si richiamavano ad una continuità ideale. Tutti sappiamo, perché siamo grandi abbastanza, e smaliziati al punto giusto, che nel sistema denominato “continuità ideale” troviamo di tutto , dal Concordato, alle battaglie contro il divorzio, alla reazione, al nostalgismo fine a se stesso, alla Nato, alla lotta ai rossi, tutto fuorché quello che meritava di esserci. Ma allora l’archetipo di fascismo costruito dal neofascismo non finì per identificarsi nello stereotipo voluto dall’antifascismo? Tutto allontanava dalla possibile, praticabile, via chiamata socializzazione.

Per definizione al termine anomalia corrisponde un’irregolarità, un allontanamento da un percorso tipico, ma delle due anomalie nominate, quella delle guardie rosse che si fanno per l’occasione bianche, e degli artificieri delle <<mine sociali>> per capirci, è mai possibile che siano spiegabili come una bizzarria di eventi improbabili che guarda caso, visto poi i risultati, sono  pure coincidenti? Non sarebbe opportuno pensare a qualche fattore esterno che ha catalizzato gli eventi nel verso a lui più gradito?

Se abbiamo voglia di farci delle domande, sia chiaro questo come principio fondamentale, non è certo perché si voglia disseppellire il fascismo. Il fascismo fu un fenomeno unico e irripetibile e quindi impensabile una sua riproduzione, così come un abbraccio integrale. Farlo sarebbe anacronistico, lasciamo a chi visse quei giorni la possibilità di raccontarci e tramandarci le emozioni e le intensità delle loro ragioni, ci parlino di El Alamein, della “battaglia di Anzio” e del guerriero colto di Firenze che mai s’arrese. Ma non offendiamoli, non cadiamo nella farsa, e non inganniamo noi stessi nel voler cercare un mago che mai verrà capace di riportare indietro le lancette del tempo. Nostro compito è capire la sostanza, l’anima, ovvero l’idea, e questa è innanzi a noi non dietro. Quest’idea si chiama Socialismo e Patria.

 

Ottobre 1944, teatro di Brescia, Nicolino Bombacci, già fondatore del partito comunista italiano e amico di Lenin, parla ai lavoratori riuniti senza distinzione e anche senza tessera, si discute delle “Leggi sulla Socializzazione”, ovvero <<tutto il potere a tutto il lavoro>>, che significa il potere a chi lavoro e non allo Stato padrone o al padrone capitalista, la traccia della conferenza, così come quella delle successive sarà: <<Il capitale al servizio del lavoro e non il lavoro al servizio del capitale,… l’utile al servizio dell’uomo e non l’uomo a servizio dell’utile>>.

Immaginiamo ora una platea composta di ragazzi precari di un call -center, d’operai di “tute arancione”, di quelli che vivono isolati in container lontano dalle famiglie per mesi, di lavoratori riconvertiti tre o quattro volte che non sanno neanche più che lavoro fanno, le parole di Bombacci avrebbero ancora un senso?  

Sono passati più di sessanta anni, ma la restaurazione capitalistica ha reso, nonostante il tempo, il tema ancora più pertinente ed attuale.

 

Un’attività che contraddistingue l’uomo da ogni altro essere vivente è il lavoro, quando questo è svolto consapevolmente per perseguire un fine condiviso. Altrimenti ci sono animali che lavorano, così come uomini che lavorano per altri uomini, senza alcuna partecipazione emotiva, ma questi sono spesso schiavi o utensili viventi. In questo caso il lavoro cessa di essere una peculiarità umana, difatti sfugge ad ogni coinvolgimento delle sue qualità, come se all’uomo non fosse richiesto che l’indispensabile per essere sfruttato, rinunci pure alla sua anima razionale, e si nutri essenzialmente della sua anima irascibile e concupiscibile, a queste due porzioni di uomo basta la nutrizione del consumismo, non sono richieste virtù, solo specifiche, piccole, conoscenze, un salario, quando c’è, può essere più che sufficiente come ricompensa. Altro che “Consigli di Gestione” e ripartizione degli utili, non è richiesto neanche di pensare, al massimo si deve imparare ad aspettare con pazienza in una rimessa attrezzi chiamata lista d’attesa, e lì maturare il proprio senso di inadeguatezza di fronte alla grande macchina chiamata necessità di mercato, rafforzando la nostra alienazione nell’ultimo centro commerciale, guardando attraverso un vetro, le nuovissime, strabilianti invenzioni tecnologiche.

L’attuale società a conduzione esclusivamente capitalistica ha divaricato la distanza esistente tra lavoro e capitale. Tenendo presente l’evoluzione del capitale così come del padrone, che sfuggono oramai ad una connotazione tradizionale essendosi mascherate, sublimate, nella direzione finanziaria, s’afferma che anche il lavoro è cambiato e che non è più quello dei tempi della rivoluzione industriale,  questo è vero ma è allo stesso tempo vero che il lavoro è stato spinto all’estremo opposto del suo senso nobile ed etico, estremo che seguita a coincidere  al lavoro-merce. Da tale prospettiva, morale e umanistica, la condizione del lavoro non è cambiata rispetto al salariato dell’ottocento o dello schiavo.

 L’uomo lavoratore seguita a non avere una sua adeguata collocazione, anzi spesso non ha neanche un lavoro ed è costretto a mendicarlo, su questo si fonda il nuovo sfruttamento e l’impossibilità partecipativa del lavoratore  nel posto di lavoro.

Ma la restaurazione capitalistica, che ha pretese globali,  ha un valore veramente irreversibile come si vuole far credere? Il lavoro ha per questa società un valore? Il suo valore è rapportato alla sola capacità di sfruttamento e parcellizzazione dell’uomo o esiste un progetto serio che va verso la sua elevazione armonica e sociale? C’è qualcuno, di quelli che contano qualcosa, che voglia promuovere la “Democrazia del Lavoro”?

Se con coscienza vogliamo rispondere a queste domande, credo sia necessario  pretendere un capovolgimento dei valori così come questa società c’è l’ha posti. Ha indubbiamente ragione Hugo Chàvez nell’affermare che abbiamo bisogno di un grande atto sovversivo, ovvero una capacità di ribaltamento completa, in grado di riportare il Lavoro al centro dell’attività umana nel senso a riappropriarsi dei loro destini e delle proprie ricchezze. Ancora per dirla nella lingua del presidente venezuelano: << Un mundo mejor es posible, si es socialista>>, e a questo a scanso di equivoci, aggiungiamo soltanto che la via  praticabile del socialismo è la Socializzazione.

 Nicola Bombacci dovrebbe tornare tra gli operai anche da noi quando avrà finito in america latina. Nel frattempo seguitiamo a farci domande, alla fine ci troveremo pronti e più sovversivi di quello che pensavamo.

 

Lorenzo Chialastri

 operaio della Telecom iscritto alla CULTA

 

 

 

 

Intervista impossibile a

 Nicola Bombacci

 

Apostolo della Socializzazione

 

-Onorevole Bombacci...

-Mi chiami Nicola. O Nicolino, se preferisce... Lasci stare l’onorevole: io sono figlio del popolo... E il popolo, me compreso, non contempla altro onore che quello conquistato sui campi di battaglia, nelle trincee o nelle

piazze... E chi se lo conquista lì, come spero di aver fatto io nelle piazze, non gode ad essere chiamato “onorevole”, secondo accezione corrente... Non ho un bel ricordo del mio periodo parlamentare... Per cui la

prego - eviti...

-Comunque voglia essere chiamato, lei resta “l’Apostolo della Socializzazione”; le viene perfino attribuita la stesura del testo di legge che istituì la socializzazione nella vicenda della Rsi...

-Non ho scritto io quel testo; certo, ho approvato e abbracciato totalmente disegno e realizzazione, fino a meritarmi quell’appellativo che lei ha ricordato... Quel progetto era quanto perseguivo da quando, agli inizi del ‘900, iniziai, da socialista, a fare politica... E da socialista - come sa - ho inteso finire di piantar grane a questo mondo... -Proprio il fatto che lei sposò, da socialista, di più: da fondatore del Partito comunista ’Italia,la causa del fascismo repubblicano, a guerra ormai compromessa, la fa ritenere persona controversa ed incoerente...

 

-Beh, se è per questo, anche Togliatti sposò il programma originario del fascismo enunciato a San Sepolcro: ricorda, no? “Il Migliore”, nel 1936, rivolse l’invito “ai fratelli in camicia nera” di rifarsi a quell’atto fondativo e di considerare il comunismo potenziale realizzatore di quel programma...

-Sì, ma Togliatti si è ravveduto, mi sembra...

-Mica tanto: secondo lei, perché dopo la fine della guerra concesse l’amnistia a migliaia di fascisti incarcerati?

-Perché?

-Perché pensava di riconquistare alla causa comunista tutti quei fascisti irriducibili a fare, da destra, quanto pretendevano i neo-acquisiti alla logica liberal-liberista che si andava apparecchiando in Italia… E, comunque, se lui, Togliatti, si è ravveduto dal fascismo io mi sono ravveduto dal comunismo... A conti fatti, visto che di comunismo reale si parla ormai solo sulle pagine di storia e neanche tanto positivamente, non so chi dei due si sia ravveduto meglio...

-Se è per questo, del fascismo, sulle pagine di storia, si parla anche peggio...

-Sì, ma con una, anzi: due differenze...

-E cioè?

-La prima: il fascismo ha perso una guerra mondiale e, quindi, era abbastanza scontato che pagasse dazio per quella sconfitta... Il comunismo, che pure vinse la stessa guerra che il fascismo ha perso, si è sconfitto da solo per implosione... La seconda...

-La seconda?

-Il fascismo non ha tradito la sua rivoluzione, il comunismo, invece, sì...

-Quindi - mi sembra di capire - lei non si considera né controverso né incoerente...

- Accetto senz’altro di essere considerato “controverso”. Del resto, chi non è contro-verso rischia di diventare perverso e, se lei permette, nessuno può dubitare della mia onestà morale... Sull’incoerenza politica il discorso si complica ma ritengo di potermi spiegare...

- La prego...

- Ho inseguito per tutta la vita la realizzazione di un progetto di evoluzione del lavoratore da asservito al giogo del capitale, a padrone del proprio destino... Quando vidi scivolare questa originaria e antica aspirazione dell’uomo in un riformismo che avrebbe finito per accettare, di perpetuare i canoni del liberismo economico, abbracciai la rivoluzione comunista e fondai la sezione d’Italia del partito... Quando, ancora, vidi come Stalin tradiva la rivoluzione dei Soviet, dei “consigli degli operai” per intenderci, per dare ad una casta di amministratori e di burocrati, a un Soviet talmente Supremo da essere inaccessibile ai lavoratori, tutto il potere che la rivoluzione, invece, prometteva all’operaio, mi disillusi e guardai oltre...

- Al fascismo, com’è noto...

- Al fascismo... Perché, no?

- Beh, la storia pensa...

- La storia non pensa: gli storici pensano...

- D’accordo: gli storici pensano che il fascismo non favorì affatto gli interessi dei

lavoratori...

- A me risulta altrimenti, anche se non sono uno storico... Gli storici scrivono, di solito, quello che il potere al potere vuole che scrivano... Nelle eccezioni (rare...), per quanto obiettivi possano essere, sono anche loro, gli storici, dentro la storia: mica la contemplano da Sirio. Vuole che ricordi e le elenchi tutte le leggi che il fascismo promulgò al fine, realizzato, di costruire lo stato sociale, ancora

prima di arrivare alla sua fase repubblicana?

- Le conosco, grazie... Ma c’è chi pensa che, quelli, fossero atti dovuti in ogni caso e da qualsiasi - come lo chiama lei - “potere al potere”... I tempi erano maturi perché si realizzasse lo stato sociale... Il fascismo fece

quanto era improrogabile fare...

- ..Talmente improrogabile che, oggi, non fanno altro che smantellare improrogabilmente lo stato sociale...

No, lei sbaglia: nessuna contingenza avrebbe costretto il fascismo a realizzare il suo programma rivoluzionario se, questo, non fosse stato iscritto nel suo Dna...

- Torniamo, per un attimo, alla difficile assimilazione che lei intese intravedere fra fascismo e comunismo...

- Le dirò di più: fino ad un certo momento del percorso della rivoluzione comunista, ho persino sognato - come ricorderà - che le due rivoluzioni, quella fascista e quella comunista, appunto, potessero unirsi...

Ancora nel 1940, sentivo di poter affermare: .....eppure giorno verrà, in cui il soviet, permeandosi di spirito gerarchico, e la corporazione, di risoluta anima rivoluzionaria, s..incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale...

- Che cosa intendeva dire?

- Fascismo e comunismo hanno la stessa matrice ideologica: il socialismo, appunto... Perché crede che sul punto di essere fucilato gridai ..Viva il socialismo..?

- Non lo so: me lo dica lei...

- Il fascismo, all’inizio del suo percorso, divaricò la forbice dalla matrice originaria per poi gradualmente, riavvicinare le punte del compasso. Fino a farle coincidere in una formula, in qualche modo “socialista”, forse

inedita nella storia, sì, ma fedele all’originaria aspirazione e, ai miei occhi, a tutt’oggi, insuperata. Il comunismo, invece, uscì sì dallo stesso punto originario, ma poi realizzò la completa ottusità dell’angolo...

 

Fino ad abortire in una sorta di capitalismo di stato... Cosa, quest’ultima, assai diversa da qualsiasi concezione di socialismo si voglia intendere...

- A seguirla sembra quasi che sia stato il fascismo a realizzare le istanze marxiste...

- No, il sistema di socializzazione del fascismo prevedeva la sussistenza della proprietà privata. Il che lo rende irriducibile alle istanze marxiste, almeno a quelle di vulgata...

- Infatti, il fascismo non predicò mai l’abolizione della proprietà privata, come prevedeva invece il socialismo...

- Anche qui - mi perdoni - si sbaglia: del socialismo esistono diverse concezioni e non tutte prescrivono l’abolizione della proprietà privata. Si rilegga Filippo Corridoni, per esempio... Quest’abolizione la prevedeva, compiutamente, la versione di-vulgata di Marx che, invece - nonostante la vulgata - considerava la fase finale del percorso rivoluzionario del proletariato comunista nella:....Autonomia dei produttori... In pratica, Marx auspicava il pieno possesso, ovvero: la piena proprietà dell’impresa economica industriale, agricola, commerciale da parte dei lavoratori che la gestiscono. Cioè, ancora, nella piena autogestione delle imprese produttive... Nella socializzazione compiuta, per l’appunto... Guardi, ancora per esempio, il socialismo realizzato nell’ex Jugoslavia titina: lì, mica era una prescrizione tassativa abolire totalmente la proprietà privata... Come invece fu, e con quali esiti! nell’Unione Sovietica...

- Ma la proprietà privata non è parte consustanziale del liberismo economico?

- Questo lo credono menti depositate nell’archivio a caselle concettuali con tenuta assolutamente stagna e stonfa... La proprietà dell’impresa da parte del lavoratore, nei limiti stabiliti dalla socializzazione, la proprietà

della sua casa - ancora e sempre per esempio - sono fondamentali che non smentiscono una versione possibile - sottolineo: possibile - del socialismo... Anzi - a parere mio - la esaltano al di là degli espropri statali comunisti e dei monopoli privati del capitalismo... La proprietà è un istinto naturale dell’uomo... Perché abolirla? O perché concentrarla in poche, avide mani? Nel Manifesto di Verona si stabilisce il diritto “alla” proprietà”, in contro distinzione dal diritto “di” proprietà... Si stabilisce, cioè, un principio di diritto etico del proletario: quello di evolversi in proprietario... Il diritto “di” proprietà, cioè, viene ricondotto nell’ambito dei superiori interessi della comunità, del popolo, della nazione e non a quelli del capitalismo di pochi individui GIÀ proprietari...

- Non mi dirà che il fascismo sostenne anche la lotta di classe...

- La lotta di classe è un espediente, non un dogma... Un espediente che ha trovato nella rivoluzione industriale la sua legittimazione... Intere comunità contadine furono costrette ad inurbarsi in tuguri... E a lavorare in condizioni che a dire schiave è cosa perlomeno appropriata... Quale altro espediente, a parte la lotta di classe, avrebbero potuto adottare, quelle masse, per elevarsi da una condizione di animalità, in cui erano costrette dal neonato capitalismo industriale, a un minimo di condizione umana? Un rivoluzionario operaista a tutto tondo come Mazzini, non abbastanza celebrato per i motivi che le sto per esporre, poté concepire, invece, un sistema in cui tutti, un giorno, sarebbero stati padroni della propria impresa lavorativa e sociale... Invocando (il Mazzini...) che tutti avevano il diritto ad essere responsabili di questa impresa, senza distinzione fra fornitori di capitale e fornitori di forza-lavoro, auspicava, insomma, un sistema in cui le forze produttive si armonizzano in una responsabile condivisione sociale. In questa realizzazione, lo scontro di classe sarebbe diventato un non senso logico... Cosa che perfino Marx prevedeva come sbocco naturale del comunismo... E la storia ha smentito Marx, mica Mazzini che già, nell’800, intravedeva nel socialismo marxista realizzato ..una vita da castori.. e non da uomini... Quello che appunto fu…

- Non le è mai venuto in mente che la socializzazione fosse un espediente per riconquistare alla causa dell’ultimo fascismo, quello repubblicano, la massa dei lavoratori? Masse che, disilluse dal regime ventennale, si erano, nel frattempo, rivolte altrove per cercare la propria giustizia?

- Le posso dire che a Genova, poche settimane prima del fatidico 25 aprile 1945, c’erano almeno trentamila persone in piazza ad ascoltare un mio comizio di propaganda per la socializzazione... E nessuno storico si è

mai azzardato a considerare quella folla costretta a venirmi a sentire... E lì - credo - di essermi spiegato...

Così, come nessuno storico ha mai sottolineato abbastanza che il primo atto legislativo del neo governo di liberazione, proprio nella mattina del 25 aprile ’45, abolì il decreto che istituiva la socializzazione delle

imprese nella,ormai ex, Rsi... Sarà un caso?

- Credo di no, ne convengo... Ma cosa disse, esattamente, in quel comizio del 12 marzo del ‘45?

- Glielo riassumerò, citandomi. Dissi:“Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa. Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica sociale italiana è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai”.

- Non le si può negare una fede cieca...

- Non mi neghi  la fede... La cecità - la prego - me la risparmi: non ho mai visto tanto bene come in quei giorni di martirio...

- Va bene, andiamo oltre...

- Non ho fatto altro per tutta la vita che andare oltre: continuiamo pure...

- Secondo lei, che lo frequentò assiduamente, nei seicento giorni di Salò...

- ..Della Repubblica sociale, vorrà dire... Scusi: chiami le cose con il loro nome esatto...

- ...Nei seicento giorni della Repubblica sociale, allora, come vuole... Quale fu - dicevo - secondo lei, la molla decisiva che indusse Mussolini a concepire e realizzare il progetto di socializzazione, proprio nel momento in cui le speranze, non dico di una vittoria fascista, ma almeno di una sua possibile sopravvivenza, erano praticamente nulle?

- Qualcuno (non ricordo chi...), prima di una battaglia che si preannunciava disgraziata, a chi gli faceva notare che non c’era nessuna speranza di vittoria, rispose: ..Sperare non è necessario per intraprendere...

...Ecco - se lei mi permette - fu proprio questo - io credo - lo spirito che portò Mussolini a varare, finalmente la legislazione socializzatrice... A portare a termine, cioè, in maniera coerente (un termine che - mi sembra - le sta particolarmente a cuore; però, attento: soltanto gli imbecilli non si smentiscono mai...); a portare a termine - dicevo - gli sviluppi logici della rivoluzione fascista... Comunque, c’era, anche, un messaggio, un testamento - se vuole - da lasciare... Una via percorribile da indicare a chi sarebbe venuto dopo e avrebbe ripreso, in qualche modo, il cammino della rivoluzione che gli esiti della guerra stavano stroncando... Queste, e non altre, furono le molle che spinsero Mussolini a ..intraprendere..... Quando tutto, evidentemente, era ormai perduto... Fuorché l’onore... E si figuri che persino io, personalmente, m’illusi, per un momento, che

realizzando la socializzazione le stesse sorti della guerra avrebbero potuto essere diverse... Ma Mussolini era l’unico che aveva, ancora, nonostante tutto, il senso esatto del corso che avrebbero preso la storia...

Non fu certamente per caso che Lenin mi confidò che Mussolini era l’unico uomo italiano che avrebbe potuto realizzare, in Italia, la rivoluzione socialista... E i fatti non hanno smentito Lenin... Tanto meno, Mussolini...

- Come saprà, in chi si autoproclamò “erede del fascismo”, la via indicata da Mussolini nel suo testamento politico è rimasta, praticamente, lettera morta... Nel dopoguerra, fino ad oggi, furono altre le istanze che, dal

fascismo, i neofascisti assunsero nella pratica della loro azione politica...

- Quello che dice è parzialmente vero... La socializzazione non è stata, per molti anni, sventolata come bandiera di discrimine fra chi avrebbe dovuto intendersi, ed essere inteso, interprete della “Terza Via” fra due concetti e due idee, comunismo e capitalismo, che sembrano irriducibili ma che, nella sostanza, non lo sono: da una parte, infatti, troviamo ancora i sostenitori del libero mercato che tutto legittima in nome del laissez faire e, dall’altra, lo stato che tutto pretende: entrambi espropriatori del destino dell’uomo...

- Quindi?

- Quindi, il fascismo, l’ultimo fascismo soprattutto, ha saputo riportare il discorso ai giusti termini: restituire alle mani del popolo la responsabilità diretta della sua impresa, in ogni campo sociale si fosse trovata a manifestarsi... I fascisti del dopoguerra hanno, in non so quanto buona ma sicuramente in larga parte, disatteso la missione che gli fu assegnata. Senza, tuttavia, dimenticarla del tutto... Vedo, ai giorni che sono i suoi e, ahimè, non più i miei, dei sussulti che vanno nella direzione giusta... Vedo dei soprassalti di coscienza e di memoria... Le idee che valgono non muoiono... Respirano piano, ma respirano... Covano, semmai, sotto la cenere... Basterà una ventata più forte e il fuoco riprenderà ad ardere... O prima o poi, il capitalismo imploderà, per legge - oso dire - naturale... Così come, per deficienza interna, è crollato il comunismo... E l’uomo cercherà in altri sistemi di vita comunitaria la soddisfazione del proprio innato senso di giustizia sociale...

-Nella socializzazione...

-Nella socializzazione...

Di Miro Renzaglia

http://www.mirorenzaglia.com

 

 

Da sinistra a destra:

 Gianni Maggio, Santino Carletti e Angelo Faccia

 

Impaginazione: www.grdesign.eu

il piave mormorò...




IL 24 MAGGIO 1915 L'ITALIA ENTRO' NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE PER CONCLUDERE IL SUO RISORGIMENTO.

onore ai caduti di quella logorante guerra!
Il loro sacrificio ci serva da esempio.


La Leggenda del Piave

Il Piave mormorava

calmo e placido al passaggio

dei primi fanti, il Ventiquattro Maggio:

l'Esercito marciava

per raggiunger la frontiera

per far contro il nemico una barriera...

Muti passavan quella notte i fanti:

tacere bisognava , e andare avanti !

S'udiva intanto dalle amate sponde,

sommesso e lieve il tripudiar dell'onde.

Era un presagio dolce e lusinghiero.

Il Piave mormorò :"Non passa lo straniero!"

 

Ma in una notte triste

si parlò di un fosco evento,

e il Piave udiva l'ira e lo sgomento.....

Ahi, quanta gente ha visto

venir giù, lasciare il tetto,

poichè il nemico irruppe a Caporetto!

Profughi ovunque! Dai lontani monti,

venivano a gremir tutti i suoi ponti.

S'udiva allor, dalle violate sponde,

sommesso e triste il mormorio dell'onde:

come un singhiozzo, in quell'autunno nero,

il Piave mormorò:"Ritorna lo straniero!"

 

E ritornò il nemico,

per l'orgoglio, per la fame:

volea sfogare tutte le sue brame...

Vedeva il piano aprico,

di lassù: voleva ancora

sfamarsi, e tripudiare come allora...

No!- disse il Piave.- No!- dissero i fanti,

mai più il nemico faccia un passo avanti!

Si vide il Piave rigonfiar le sponde!

E come i fanti combattevan le onde...

Rosso del sangue del nemico altero,

il Piave comandò: " Indietro, và, straniero!"

 

Indietreggiò il nemico

fino a Trieste, fino a Trento...

E la vittoria sciolse le ali al vento!

Fu sacro il patto antico:

Tra le schiere furon visti

risorgere Oberdan, Sauro, Battisti...

Infranse, alfin, l'italico valore

le forche e l'armi dell'impiccatore.

Sicure l'Alpi...Libere le sponde...

E tacque il Piave: si placaron le onde...

Sul patrio suolo, vinti i torvi imperi,

la Pace non trovò nè oppressi, nè stranieri!


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PETIZIONE


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PETIZIONE POPOLARE

A seguito di numerosi, recenti fatti criminali che hanno sconvolto l’ordinato vivere civile del Paese e turbato la tranquillità della nostra comunità nazionale,
(citiamo, a solo titolo di esempio, negli ultimi giorni, il rapimento con violenza carnale di gruppo di una giovane donna a Castelvolturno (CE); l’uccisione di un giovane italiano a Gavardo (BS); l’efferato omicidio di Vanessa Russo in pieno giorno nella metropolitana di Roma).

FORZA NUOVA PROMUOVE UNA RACCOLTA DI FIRME PER CHIEDERE:

  1. La chiusura immediata di tutti i campi nomadi e degli insediamenti illegali che costellano il territorio nazionale. Contestuale espulsione di tutti coloro che siano sorpresi colà a risiedere;
  2. la reintroduzione delle fattispecie di reato di “immigrazione clandestina” e “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
  3. L’apertura immediata di trattative bilaterali con gli Stati di provenienza della delinquenza extracomunitaria per permettere il rimpatrio di chi ha commesso reati e la carcerazione nel paese d’origine. L’ avvio di una politica che porti ad un umano rimpatrio degli immigrati, attualmente presenti in Italia, nelle loro terre d’origine.

    Per info: 06/35348636
http://www.forzanuova.org/PETIZIONEpopolare.pdf

http://www.forzanuova.org/volantino_petizione_popolare.pdf

Io sono figlio unico. Intervista ad Antonio Pennacchi

Io sono figlio unico. Intervista ad Antonio Pennacchi
di Simone Olla - 17/05/2007
dalla mailing-list Arianna Editrice
Fonte: Opifice [scheda fonte]





Di solito prima conosco le opere e poi gli scrittori, prima mi tuffo nelle storie che scrivono e poi magari mi avvicino all’autore in punta di piedi. Con Antonio Pennacchi è accaduto il contrario. Da circa un anno faccio parte del collettivo Anonima Scrittori, di cui Pennacchi è più di un animatore, ed è lì che ho iniziato ad apprezzare il suo spessore letterario e il suo linguaggio a dir poco colorito. Imbattermi nella sua opera di scrittore (ma anche di storico) è stata una logica conseguenza: la capacità narrativa di Pennacchi oggi non ha eguali in Italia, Pennacchi racconta delle storie vere, che possono accadere, e lo fa con un linguaggio che conosce molto bene, quello popolare. Recentemente, dal suo romanzo “Il fasciocomunista” è stato tratto il film “Mio fratello è figlio unico” per la regia di Daniele Lucchetti. Pennacchi non lo boccia su tutto il fronte, ma quasi. Sostiene –a ragione– che il film è un travisamento del libro, un’altra storia. Partiamo dal libro quindi.

Quello che mi ha colpito maggiormente nel libro “Il fasciocomunista” –ed in generale nella tua scrittura- è il linguaggio che utilizzi, trovo che sia molto musicale. A questo proposito ti chiedo quanto è importante il linguaggio nelle storie che racconti e se c’è uno scrittore o un libro in particolare che l’hanno influenzato.
Il linguaggio è fondamentale nella scrittura, è forma e contenuto. Il linguaggio è la modulazione nel racconto, nella narrazione. Se togli il linguaggio cade tutto.
Molto più che la letteratura degli autori, è stato l’ambiente che ho frequentato ad influenzare il mio linguaggio: l’agro pontino in generale e la mia famiglia in particolare. Il mio è un linguaggio popolare, che nasce in fabbrica, al bar e dal barbiere. Io uso espressioni verbali che sento dal barbiere. Per questo la mia è una scrittura popolare, da l popolo per il popolo. Sono le storie a fare il linguaggio, e quelle che racconto io sono autentiche. Quel linguaggio lì è l’unico modo di raccontare le storie che racconto.

Nel tuo libro è presente un’analisi storico-politica dei fermenti giovanili che hanno attraversato l’Italia alla fine degli anni sessanta. Ad una iniziale trasversalità di intenti rivoluzionari è seguita una vera e propria guerra civile fra giovani di destra e giovani di sinistra. In quali termini la classe politica di quegli anni è responsabile della morte di tutti quei giovani? Possiamo affermare che da destra a sinistra la Politica istituzionale ha favorito lo scontro così da indebolire gli slanci rivoluzionari che rischiavano di mettere in crisi la logica dei blocchi contrapposti?
Io non faccio un’analisi storico-politica, ho solo raccontato una storia. Se poi il contesto è veritiero quella è un’altra cosa. Il contesto italiano di quegli anni io l’ho attraversato così come riportato nel libro.
In buona parte c’è una responsabilità politica, e primariamente dei politici di destra che più di tutti hanno giocato col fuoco; c’è chi ha fatto il proprio dovere e chi no. Il sessantotto non nasce come movimento antifascista, né in Italia né nel resto del mondo. In Italia diventa antifascista: perché? Perché sono i vertici del MSI a spaccare quel fronte rivoluzionario che andava da destra a sinistra, che univa una generazione diciamo. L’irruzione nelle facoltà la fanno Almirante, Cerullo, Anderson e tanti altri vertici del MSI, ed è lì che inizia la spaccatura e il movimento del sessantotto diventa antifascista.

Ha ancora senso scrivere nell’epoca dell’immagine?
Io so fare questo e faccio questo, è il mio mestiere. Visto che c’è qualcuno che compra e legge i miei libri io scrivo. Non mi frega un cazzo se ha senso o meno. Il senso sta nel mio bisogno di scrivere.

Cosa pensi del film “Mio fratello è figlio unico” tratto dal tuo romanzo “Il fasciocomunista” ? Riesci a rintracciare per immagini la vita scriteriata di Accio Benassi?
Il film non è del tutto brutto, ma sicuramente è un travisamento del libro. Se il film è carino è solo perché gli attori sono stati bravi, ma gli autori, quelli hanno cercato di distruggerlo in tutti i modi. La cosa più bella è la prima parte del film, e non a caso è la più fedele al romanzo. Nel film hanno normalizzato il linguaggio politico: se nel mio libro lo sguardo è sulle persone prima di tutto, sugli uomini, nel film questo sguardo è modificato e i fasci sono dipinti come brutti, grezzi e cattivi. Cambiando il finale e la trama hanno nuociuto prima di tutto a se stessi, nel film ci si perde. Gli autori che hanno scritto il film (Rulli, Petraglia e Lucchetti) passano per essere i migliori del cinema italiano, e questo la dice lunga sullo stato del cinema in Italia. Una storia come quella del mio libro non esiste nella narrativa italiana, sono storie vere quelle che racconto. Perché cambiarle?

Cos’ha il film che il libro non riesce ad avere? E al contrario: cos’ha il libro che il film non riesce ad avere?
Sono due linguaggi diversi. Il film è più veloce, dura un’ora e mezza, per leggere il libro ci vogliono otto ore, è chiaro che debbano essere per forza due storie diverse ma, in generale, se un libro è scritto bene è sempre meglio del film, perché se entra nel cuore attiva la fantasia del lettore e gliele fa creare a lui le giuste immagini, lo rende co-autore. Il film fa molto meno ma fa tutto lui, lo spettatore guarda e basta, non costruisce niente.

Pennacchi: Il Nasser dell'agro pontino

Pennacchi: Il Nasser dell'agro pontino magnify
Pennacchi: Il Nasser dell'agro pontino
di Nicola Villa - 14/05/2007
dalla mailing-list Arianna Editrice

Fonte: Opifice [scheda fonte]

In questa domenica di nuvole spumose e ferme su un cielo azzurro, vago per l’Agro Pontino insieme a Chiara, la mia accompagnatrice e operatrice video dell’intervista. Le strade dell’Agro, intorno a Latina, sono un reticolo di cardi e decumani che si incrociano nel deserto dei campi. L’Agro Pontino di domenica è un deserto con pochi alberi in cui regna un silenzio irreale. Sembra uguale alla descrizione della campagna romana del Belli nel sonetto Er deserto: Fà ddiesci mijja e nun vedé una fronna!/ Imbatte ammalappena in quarche scojjo!/ Dapertutto un zilenzio com'un ojjo./ che ssi strilli nun c'è cchi tt'arisponna! Su queste stradine, che sono a un livello superiore rispetto ai campi, asfaltate sui terrapieni, si incontrano solo ristoranti prenotati dai pranzi delle comunioni e qualche motociclista della domenica che sfreccia. Qui i paesi si chiamano borghi, tutte “città di fondazione” del fascismo, e hanno una toponomastica veneta che ricorda le battaglie della prima guerra mondiale: Borgo Bainsizza, Borgo Panigale, Borgo Podgora, Borgo Sabotino. Quando chiediamo informazioni a una vecchietta, perché ci siamo ovviamente persi, quella ci risponde con una sfumatura settentrionale, una intonazione veneta. L’Agro Pontino è pieno di veneti: anche adesso. Figli, nipoti o proprio loro gli immigrati che vennero a fare la bonifica, a dare i nomi ai luoghi di quelle battaglie che avevano combattuto, a costruire le case coloniche. Le ragazze di qui hanno i capelli biondi del nord, qualcuno parla ancora in dialetto e si vedono in giro nasi a freccia in giù e visi allungati. Anche Antonio Pennacchi è di orig ine veneta e, col tempo, è diventato il rapsodo di questa gente, lo scrittore che meglio racconta questo posto. Già lo avevo intervistato telefonicamente quasi un anno fa (http://www.omero. it/rivista. php?itemid= 713&catid=95), in occasione dell’uscita del suo libro di racconti, e ora che è uscito il film tratto dal suo romanzo “Il fasciocomunista” ci siamo accordati per un’intervista video. Finalmente, dopo aver ritrovato la strada, troviamo la casa di Pennacchi a un incrocio con una edicola di una madonna che fa da punto di riferimento. La casa di Pennacchi è bianca e isolata nel verde e nella quiete della campagna. Superato il cancello, ci accoglie la moglie che sta lavando le scale della veranda. Quando le dico che siamo venuti per l’intervista quella mi fa: “Ma non era stata annullata?”. Ci deve essere stato un problema di comunicazione, perché lo scrittore, a quanto dice la moglie, si è occupato tutto il pomeriggio per affrontare una questione importantissima. Quando entriamo in casa, troviamo Pennacchi al centro del soggiorno con il telefono all’orecchio, un cappello di lana in testa, che ci ordina di stare zitti. È molto alto, indossa degli occhiali con montatura pesante, una camicia arancione e una cravatta blu. Sembra un generale che dà ordini per telefono a un suo battaglione. E infatti c’è una battaglia da combattere in questi giorni nell’Agro Pontino, quella circa il fiume navigabile Sisto tra Pontinia e Sabaudia. La situazione ce la spiega Bruno, un architetto-scrittor e del collettivo www.anonimascrittor i.it, luogotenente di Pennacchi, che si aggira per lo studio scannerizzando carte e foto aeree. Pennacchi al telefono urla che deve dichiarare guerra a Sabaudia (città che dice sia brutta e porti pure sfiga) in un prossimo convegno a Pontinia . La questione non si capisce bene, perché in mezzo ci sono le difficili divisioni territoriali tra comuni, ma l’utilizzo delle chiuse, dalle parole di Pennacchi, è paragonabile al controllo del canale di Suez o di Panama. Chiedo a Pennacchi perché non si candida a sindaco (le elezioni a Latina sono prossime) come il “Nasser dell’Agro Pontino” e lui risponde amaramente che ha avuto due infarti e non reggerebbe la campagna elettorale e i comizi. Date le ultime direttive a Bruno, Pennacchi si cambia il cappello e ci mettiamo nella fresca veranda per l’intervista, non prima di un ottimo caffè. Prima parliamo del film di Lucchetti “Mio fratello è figlio unico” tratto dal suo romanzo. A Pennacchi il film non è dispiaciuto, gli attori neanche, ma sceneggiatori e registi hanno tentato in tutti i modi di “ammazzarlo” soprattutto nella seconda parte quando si allontana dal libro. Pennacchi conia un nuovo neologismo sul gusto “pariolino-girotondi no” degli sceneggiatori: “melandrismo” (da Gi ovanna Melandri, ministro dello sport) che si addice al finale buonista e moralista del film. Ma in linea di massima il film non gli è dispiaciuto, sta avendo molto successo, si è pure commosso e gli fa vendere più copie del suo libro che è stato ristampato dopo una ulteriore revisione. Poi parliamo della scrittura come arte e del mestiere dello scrittore. Pennacchi fa un bel discorso sulla visione laterale che deve fornire l’artista rispetto a una comune. In un mondo in cui bisogna integrarsi e quindi conformarsi agli altri, l’artista deve essere un “vaso svasato”, una pizia che parla attraverso il dio, un matto che apre gli occhi agli altri. Quando gli chiedo circa le sue abitudini di scrittura, Pennacchi mi rivela che non scrive più a mano ma direttamente al computer e in una posizione anomala con la tastiera messa in verticale su un leggio, per colpa di un incidente. Infine mi anticipa il suo prossimo lavoro, che si dovrebbe chiamare “Canale Mussolini”, una saga ispirata a “I mu lini del Po” di Riccardo Bacchelli su una famiglia di emigrati veneti nell’Agro Pontino, appunto. Alla fine lasciamo Pennacchi ai suoi piani di guerra e lui ci consiglia di visitare il “Mercatino della Memoria” di Latina dove potremmo trovare elmetti nazisti e spille del Duce, ma dove anche ci sommergono di volantini elettorali.

Tolkien:

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- John Ronald Reuel Tolkien

 

 

Tolkien mito europeo

di Michele Orsini

 

L'uscita della trilogia di Peter Jackson ha ravvivato l'interesse per l'opera di Tolkien e anche il dibattito sui suoi veri o presunti significati politici.

Tra i libri usciti successivamente al Ritorno del re, atto finale della trilogia, vi è quello edito da Minimum fax col titolo L'anello che non tiene, il cui sottotitolo è Tolkien tra letteratura e mistificazione, arrivato nelle librerie nel settembre del 2003. Obiettivo dichiarato degli autori, il filologo Lucio Del Corso e il filosofo Paolo Pecere, è dimostrare l'infondatezza del legame tra la produzione tolkieniana e il pensiero politico di destra, che circoscrivono alla sola realtà italiana e definiscono come un'appropriazione indebita.

Qui la parola destra è usata in senso molto ampio, citando anche il riferimento a Tolkien presente nel sito internet del Movimento dei giovani padani , forse se scrivessero il libro oggi parlebbero anche di Gabriella Ceneri, candidata UDC alle recentissime elezioni regionali nelle Marche, che ha largamente usato Tolkien nella sua campagna elettorale.

Il libro si concentra però maggiormente, com'è ovvio, sull'area della destra cosiddetta neofascista o postfascista: ciò che Del Corso e Pecere non riescono proprio a mandare giù è la rilettura, dovuta a intellettuali vicini alla destra, Gianfranco de Turris su tutti, dell'opera di Tolkien in chiave evoliana.

Certamente c'è una parte di ragione nella loro critica, ma è anche vero che nei messaggi di questi due uomini di cultura, pur diversissimi, si possono trovare delle consonanze. Ciò che traspare è che gli autori apprezzano molto il professore di Oxford quindi considerano blasfemo il suo accostamento a Evola, il quale in certi ambienti  è considerato impresentabile. Le cose andarono molto peggio quando la Rusconi, all'inizio degli anni '70, immise sul mercato italiano il Signore degli anelli e la critica letteraria italiana, Umberto Eco in testa, lo bollò come oscurantista e reazionario, come a dire fascista e, di conseguenza, brutto.

L'idea di fondo dell' Anello che non tiene è in parte condivisibile poiché in qualche caso si sono verificate esagerazioni e strumentalizzazioni, seppure scritte comparse sui muri delle città italiane, del tipo "Onore al camerata Frodo", sembrino poco più che uno scherzo goliardico. L'intuizione migliore di tutto il libro è che Tolkien abbia costituito per i giovani di destra una scorciatoia utilizzata per uscire da una situazione soffocante, anche se personalmente non concordo nel vedere in ciò un comportamento intellettualmente disonesto.

I campi Hobbit, che furono una cosa a metà tra una festa di partito e una sagra, e non un raduno di pericolosi terroristi come qualcuno li ha dipinti, non nacquero nell'orbita dell'MSI ma in quella del movimento giovanile che a esso si riferiva, il Fronte della Gioventù. L'MSI era nei primi anni '70 un

partito frusto, caratterizzato dal nostalgismo, dal reducismo, anacronisticamente ancorato al vecchio regime mussoliniano. I dirigenti Almirante e Michelini avevano fornito forse un'unica, vera, novità politica, la condanna delle leggi e delle persecuzioni razziali: giova ricordarlo, considerando che c'è chi si vanta di aver portato in una certa area politica una novità in realtà vecchia di quasi mezzo secolo. A parte questo distinguo, importantissimo ma isolato, l'MSI si era in pratica accontentato di essere testimone dei bei tempi andati, all'insegna del motto "non rinnegare e non restaurare". Ai più giovani, nati dopo la seconda guerra mondiale, questo non poteva bastare, infatti furono loro a introdurre l'idea di Europa Nazione e solo successivamente il partito li seguì, furono ancora loro a scoprire Tolkien ma questo, agli adulti del partito, non piacque granchè; lo considerarono una perdita di tempo, un infantilismo e nulla più.

Invece per un giovane del Fronte Tolkien era una boccata d'aria fresca e, se non lo si poteva certo arruolare, si poteva però aderire al modello che le sue opere indicavano, si poteva offrirsi, per così dire, di entrare nella Compagnia. Numerosi sono i motivi per cui i giovani dell'effedigì si innamorarono del Silmarillion, de Lo Hobbit, del SdA e così via, visto il titolo di questo incontro prenderò in considerazione tre punti che paiono strettamente legati all'idea di Europa Nazione. 

1) La transnazionalità. I nove della Compagnia rappresentano razze e etnie diverse, superano vecchie diffidenze e divengono amici lottando insieme per un bene comune, una meta sovraordinata, un principio che trascende la loro diversa origine. Questo è un tema anche evoliano: il barone nero vedeva come un limite l'incapacità di andare oltre il nazionalismo.

 2) L'unità linguistica. Le diverse razze che popolano il submondo tolkieniano parlano varie lingue ma conoscono una lingua corrente che consente di comunicare tra loro, i più colti conoscono anche l'elfico, lingua delle origini dalla quale le altre discendono. Forte è il parallelismo con le lingue europee che sono di comune origine indoeuopea. Dumezil, uno dei maggiori studiosi del mito indoeuropeo, sosteneva che la comune radice linguistica delle popolazioni europee, convogliasse somiglianze culturali e di mentalità, magari inconsapevoli, poiché una comunanza linguistica comporta anche una comunanza di termini adoperati per esprimere nozioni sostanziali e, implicitamente, un posizionamento in strutture analoghe.

 3) L'unità religiosa. In Tolkien convivono un'anima cristiana e una pagana. Il suo paganesimo è, al contrario di quello contro cui inveiva il Cristo nei Vangeli, profondamente spirituale, per dirla con le parole del suo amico e collega Clive Lewis, era "un annuncio inconscio del Cristo", "il senso di Dio proprio delle religioni precristiane". Il cristianesimo era pur'esso alto, spirituale, un cristianesimo non del peccato o dei sensi di colpa, ma della Grazia, che non esclude l'eroismo, in talune circostanze anche di tipo guerriero. Nietzsche affermava che la colpa più imperdonabile del cristianesimo era stata combattere gli spiriti più forti, i migliori: ebbene tale critica non si attaglia al cristianesimo di Tolkien, fondato su una gerarchia spirituale.

Cosa pensava Tolkien di ciò che stava fuori dall'Europa? Nella raccolta di sue lettere pubblicato postuma al cura del figlio col titolo La realtà in trasparenza vi sono molti passi interessanti al riguardo. Nella lettera 53 definisce Stalin "un vecchio assassino assetato di sangue", nella lettera 77, parlando della guerra fredda, si dice convinto che una vittoria americana sarebbe stata nel complesso cosa migliore per l'umanità, esprime però preoccupazione per la crescente diffusione della cultura di massa di stampo statunitense: quasi un discorso da no-global ante litteram, come del resto molti discorsi di Ezra Pound (c'è da aggiungere che uno degli slogan del FdG dagli anni '70 in poi recitava "no al mondialismo"). 

Sulla base di ciò che ho evidenziato nonchè della lezione di Karl Kerenyi per cui il mito non spiega nulla, bensì fonda, concludo affermando che, se avessi dovuto scrivere di mio pugno il famoso preambolo sulle radici filosofiche, politiche e religiose dell'Europa, avrei usato un'unica, agile frase:

L' Europa è tolkieniana !

Gli otto punti fermi di Lotta Studentesca

Gli otto punti fermi di Lotta Studentesca

1. INVESTIMENTI A FAVORE DELL’EDILIZIA SCOLASTICA:

Lotta Studentesca pretende, dalle istituzioni regionali e nazionali, nuovi investimenti nel settore edilizio per permettere l’utilizzo, da parte degli studenti, di spazi dediti ad attività sportive e culturali, dotati di piani di sicurezza adeguati e che rispettino i canoni di agibilità, ordine e pulizia che odiernamente sono trascurati dagli organi competenti, causando una scarsa efficienza di tali strutture e un rischio per la salute degli stessi studenti.

2. BLOCCO DEI FINANZIAMENTI STATALI A FAVORE DELLE SCUOLE PRIVATE A SCAPITO DI QUELLE PUBBLICHE:

Lotta Studentesca, pur legittimando l’esistenza di istituti scolastici privati, pretende che le scuole pubbliche siano le sole beneficiarie dei fondi statali messi a disposizione per la manutenzione, la costruzione e il potenziamento delle strutture e dei mezzi scolastici e che inoltre, nelle scuole private, vengano sostenuti esami di fine corso gestiti esclusivamente da personale statale.

3. FORMAZIONE DI UNA CULTURA EUROPEA:

Lotta Studentesca sostiene i progetti per la formazione di una cultura europea che unisca spiritualmente e culturalmente tutti i Popoli del nostro continente; per questo, ritiene di fondamentale importanza lo studio approfondito delle civiltà europee, che costituiscono la nostra Identità italiana ed europea: celtica, greca, romana e cristiana.Lotta Studentesca si oppone infatti all’odierna unione europea che ha caratteri squisitamente economici e che tralascia le Tradizioni religiose e morali che accomunano gli Stati europei.

4. PROMOZIONE DI CAMPAGNE DI SENSIBILIZZAZIONE CONTRO TUTTE LE DROGHE:

Lotta Studentesca tutela il valore del rispetto alla Vita ed è per questo che si oppone radicalmente all’assunzione e la liberalizzazione di ogni tipo di droga, anche quelle definite ingiustamente "leggere". Lotta Studentesca, ritenendo le droghe uno strumento di annichilimento giovanile, vuole promuovere campagne di sensibilizzazione contro le droghe, per potere assicurare al futuro d’Italia una Gioventù coscienziosa e orgogliosa del proprio Passato.

 5. RIVALUTAZIONE DELLA CULTURA CLASSICA COME ELEMENTO FONDAMENTALE DELL’EDUCAZIONE ALL’ESSERE:

Lotta Studentesca si batte affinchè la scuola torni ad avere il suo ruolo fondamentale, cioè quello di formare persone consapevoli e protagoniste nella società, e non semplici e banali macchine da lavoro. Si impone dunque contro le recenti riforme apportate nel sistema scolastico prima da Berlinguer di centro/sinistra e successivamente dal ministro Moratti di centro/destra, scagliandosi contro chi vuole calpestare le Nostre radici culturali che si basano sugli studi classici (filosofia,latino e storia), che dalla riforma Gentile in poi hanno formato generazioni di ragazzi e ragazze, ma soprattutto contro chi oggi vuol far passare in primo piano lo studio di nuove discipline, decisamente importanti per la formazione lavorativa ma vuote di significato (le cosiddette TRE I, informatica impresa inglese). Lotta Studentesca ritiene necessario il loro insegnamento, ma solo se accompagnato ad una reale formamentis personale che solo gli studi classici possono garantire.

6. LOTTA ALLA FAZIOSITA’ DELL’ANTIFASCISMO, IMPERANTE NEI PROGRAMMI DIDATTICI:

Lotta Studentesca vuole rivoluzionare il piano studi, oggi proposto nelle scuole, nelle materie riguardanti la letteratura e la storia. È inconcepibile il fatto che la storia che và dalla caduta dell’Impero romano fino alla fine dell’ottocento sia affrontata solo nei primi due anni del triennio, questo impedisce di fatto ogni sorta di approfondimento. Tutto questo, solo per dedicare all’ultimo anno di studi tutta l’epoca novecentesca e lasciare ampio spazio alla faziosità antifascista portata avanti sia dalla maggior parte dei docenti che dai libri di testo obbligatori, che ripropongono fino alla nausea la loro fede multietnica e i drammi dell’olocausto, tralasciando del tutto le stragi dei Gulag e delle Foibe comuniste.

7. LOTTA AL PROCESSO DI DEVOLUZIONE:

Lotta Studentesca si oppone allo "spezzettamento"della Nostra Italia voluta dalla Lega e approvata dalla Casa delle "Libertà" , che porterebbe anche alla differenziazione dei programmi didattici nelle diverse scuole d’Italia.Lotta Studentesca vuole, invece, che solo un organo istituzionale si occupi della Cultura del proprio Paese, e nega il diritto agli enti locali di interferire nei programmi didattici creando squilibri tra regioni.

8. INSTAURAZIONE DI PERIODICI CORSI PER AGGIORNAMENTO DOCENTI:

Lotta Studentesca, per azzerare la distanza che attraversa scuola e mondo del lavoro, ritiene necessario un completo ed approfondito aggiornamento, da effettuare tramite corsi, di tutto il personale docente, sia riguardante le materie insegnate, sia per apprendere il corretto modo di operare all’interno degli Organi Collegiali d’Istituto.


Trentesimo anniversario del 1° Compo Hobbit : Partecipare tutti !!

Trentesimo anniversario del 1° Compo Hobbit : Partecipare tutti !!


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IL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE VENTO DEL SUD RAFFAELE BRUNO INVITA TUTTI A PARTECIPARE AL CONVEGNO SUL TRENTESIMO ANNIVERSARIO DEL 1° CAMPO HOBBIT A BENEVENTO!Sull’argomento il Presidente dell’Associazione Culturale Vento del Sud Raffaele Bruno ha dichiarato:“Invito tutti a partecipare il prossimo 9 giugno, presso la “Casa della Cultura” - in via Pupillo a Benevento - alle ore 18,00, al Convegno organizzato dal “Quattordicinale Benevento” e dalla nostra Associazione Culturale sul trentesimo anniversario del 1° Campo Hobbit, svoltosi a Montesarchio nel giugno del 1977, ideato ed organizzato da Generoso Simeone. A quanti non lo avessero già fatto invitiamo anche a far pervenire le adesioni (tutte graditissime) presso il sito che abbiamo realizzato apposta per l’evento: www.campohobbit.it. Trattasi di un convegno culturale che vuole essere assolutamente trasversale e aperto a tutti e che sta già ottenendo adesioni entusiaste da ogni parte d’Italia. Vi saranno vari Segretari Nazionali di Partiti politici dell’Area Socialpopolare: da Pino Rauti ad Alessandra Mussolini, da Roberto Fiore ad Adriano Tilgher e Alberto Rossi. Parteciperà anche il noto cabarettista ed attore Leo Valeriano. Ma soprattutto vi saranno presenti tante persone che a quell’evento straordinario c’erano e che dopo trent’anni vogliono esserci ancora per verificare se è possibile attualizzare quell’esperienza straordinaria che in quel quinquennio hobbittiano divenne un punto di riferimento culturale, una specie di alimento interiore per intere generazioni giovanili e che fece maturare in tantissimi giovani una identità comunitaria che ci ha accompagnato per tutta la vita. Una energia positiva che da allora ci portiamo dentro insieme a quell’idea di legame leale tra gli uomini e il mito della terra, da cui scaturirono i primi discorsi ambientalisti non di sinistra. Con i Campi Hobbit scoprimmo tutti la fantasy e Tolkien. E in essi individuammo le nostre radici, che se sono profonde non gelano mai, la lotta del bene contro il male, il richiamo alle più antiche tradizioni europee e la capacità di superare i contesti temporali ed andare oltre. Speriamo che rincontrandoci tutti insieme si possano ritrovare ideali, principi e valori mai dimenticati e indicare una strada comune per dare una speranza ai giovani per combattere per una società e un’Italia migliore”.

Napoli, 4 maggio 2007 L’Addetto Stampa di “Vento del Sud”