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Bisogna sviluppare l'idea

Bisogna sviluppare l'idea che coniuga un sano nazionalismo, correttamente inteso, con l'internazionalismo proletario. L'internazionalismo proletario deve poggiare su questa nazionalismo nei singoli paesi[...] Tra il nazionalismo correttamente inteso e l'internazionalismo proletario non c'è è non può esserci contraddizione. Il cosmopolitismo senza patria, che nega il sentimento nazionale e l'idea di patria, non ha nulla da spartire  con l'internazionalismo proletario.

(Georgi Dimitrov, Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), Longanesi, 1972, pag.20)

In Birmania un popolo in lotta al di là dei militari e di Aung Suu Kyi

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In Birmania un popolo in lotta al di là dei militari e di Aung Suu Kyi

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Mercoledì 28 Novembre 2007 – 17:27 – Tommaso Della Longa - Strasburgo stampa
In Birmania un popolo in lotta al di là dei militari e di Aung Suu Kyi


“Mio padre lo diceva sempre: senza libertà non ci sarebbe motivo di vivere”. Parole fiere, piene di dignità quelle del colonnello Nerdah Mya, il portavoce del popolo Karen, figlio dell’eroe nazionale, che ha raccontato la sua lotta in Italia e in Europa.
Quando i monaci buddisti sono scesi in piazza a Rangoon contro il regime birmano, tutto il mondo si è svegliato e si è ricordato improvvisamente della situazione dell’ordierno Myanmar, ex-Birmania. Repressione, esecuzioni, violenza contro gli oppositori. Abbiamo visto giornalisti uccisi dai militari e centinaia di monaci arrestati. E poi, dopo poco, è tornato il silenzio della stampa internazionale. Peccato che la situazione sia ben più grave di quello che ci è stato raccontato. E c’è chi combatte da quasi sessant’anni per la propria identità.
I Karen sono una delle minoranze che compongono lo stato birmano. Da quando gli inglesi sono tornati da Sua Maestà, sono in lotta per l’autodeterminazione. Ma tanti se ne dimenticano. Come non spiegarselo, guardando i conti della Total o di tante altre multinazionali del democraticissimo ‘occidente’ che continua a colonizzare le terre birmane. Proprio per questo Nerdah ha visitato l’Europa. Per spiegare la loro condizione, la loro lotta. Il portavoce del popolo Karen, comandante operativo di quattro battaglioni del Knla (l’esercito di liberazione Karen), ha visitato le stanze del potere dell’Europa e dell’Italia. Ha visitato il Parlamento europeo di Strasburgo e il Senato italiano. Ma non si è fatto affascinare dai luoghi che contano e non ha cercato facili pietismi. Non ha richiesto a gran voce la democrazia occidentale. Non si è prostrato davanti ai signori di dollaro ed euro. “Chiediamo l’autodeterminazione, combattiamo per difendere la nostra cultura, la nostra identità, la nostra lingua”, dice Nerdah. “In Birmania esistono tanti gruppi etnici e il regime vuole che le minoranze abbandonino le proprie terre per andare a vivere in qualche campo profughi o magari fare l’emigrante in giro per il mondo. Noi combattiamo per la pace – spiega il colonnello Karen – per dare un futuro alla nostra gente, facendo in modo che possa tornare nella propria terra”.
Il colonnello Karen studia a Bangkok e poi negli Stati Uniti. Ma dopo qualche anno torna tra la sua gente, il desiderio di libertà è troppo forte. Dopo il normale cursus honorum nell’esercito, arriva in poco ai livelli gerarchici più alti. Segue, in poche parole, le orme del padre, in nome del suo popolo e della lotta per la libertà. “L’esercito del regime birmano attacca i nostri villaggi, brucia le case, stupra le nostre donne. Ci sono esecuzioni sommarie. Noi combattiamo una lunga guerra nella giungla di cui nessuno nel mondo sa nulla. Il regime militare opprime e uccide”, spiega il portavoce Karen, a chi pensa che ora la situazione in Birmania sia più semplice. Alle istituzioni comunitarie e a quelle italiane, nei dieci giorni di visita ufficiale organizzata dalla Comunità Solidarista Popoli, il colonnello Nerdah ha raccontato la situazione in cui vive quotidianamente il suo popolo. E poi ha fatto una precisa richiesta: “Bisogna fermare il regime. L’Europa, la comunità internazionale, devono intervenire per bloccare i finanziamenti, gli investimenti che vengono dall’estero, ma che da noi hanno solo l’odore del sangue. C’è bisogno di un cambiamento rapido”.
“Abbiamo la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra identità, la nostra bandiera: vogliamo la nostra nazione. Accetteremmo anche una federazione con ampia autonomia, dopo aver avuto ampia libertà di scelta, ma il regime non vuole fare alcuna concessione”.
Parlare con Nerdah è importante, è un uomo sicuro, determinato, pieno di forza. Soprattutto è una persona che dalla giungla comprende realmente la situazione internazionale in maniera molto pragmatica. E non manda a dire nulla: “Non vogliamo essere i burattini di potenze straniere, non vogliamo una democrazia importata: noi la democrazia l’abbiamo già”. Come vengono amministrati i Karen? Con una idea pura di vero e proprio comunitarismo, che “non cambierà neanche quando raggiungeremo l’indipendenza, non ci faremo affascinare da altri modelli”. “Quando c’è il cibo, si condivide con tutti. Esiste l’aiuto reciproco – spiega Nerdah – Anche nel futuro questa sarà la nostra società”. Ogni villaggio ha un rappresentante, “è l’uomo giusto, la persona che viene riconosciuta da tutti come il più saggio”.
Chissà come la prenderanno nelle nostre famigerate democrazie occidentali. I Karen non si pongono il problema delle elezioni, è tutto scritto, senza alcun problema. “C’è un rispetto sacrale per gli anziani e la famiglia. I giovani rispettando i consigli dei più grandi”. I rappresentanti di ogni villaggio decidono quelli di ogni distretto. La nazione Karen è organizzata in sette distretti che compongono altrettanti battaglioni. Gli ‘eletti’ dei distretti vanno a comporre il congresso Karen ed esprimono il presidente. Ecco la vera democrazia che viene dal popolo. Un vero e proprio esempio per tutti noi, un esempio che non vuole essere pilotato o colonizzato da nessuno.
“I Karen – racconta il responsabile della comunità Popoli, Franco Nerozzi - sono un popolo che da 2.700 anni è in Birmania e da sessant’anni combatte per l’indipendenza. È un popolo che lotta per la propria identità e per la propria autonomia e per questo vuole abbattere il regime militare. Ma non solo, lottano anche per noi, combattendo duramente il traffico di eroina e di anfetamine. Peccato che la Birmania sia diventata un business, dove molte multinazionali di paesi occidentali e democratici sostengono e finanziano il regime militare”. Popoli dal 2001 ad oggi ha realizzato tre cliniche mobili e tre scuole elementari: le strutture mediche servono un bacino di utenza di circa 12000 persone appartenenti all’etnia Karen, minacciata di genocidio dal regime birmano.
Le scuole elementari consentono ai bambini Karen di mantenere la propria lingua e di apprendere la storia del popolo a cui appartengono. Tutte queste strutture si trovano in zone di guerra dove l’intervento di organizzazioni umanitarie è vietato dalle autorità. “I Karen – sottolinea Nerozzi – sono un esempio per tutti. In un momento in cui si parla di flussi migratori, loro combattono proprio per evitare che il proprio popolo si disperda in tutto il mondo”. “Con il progetto “Terra-Identità” – conclude il responsabile di Popoli - vogliamo cercare di far percorrere al contrario l’itinerario che ha portato questa gente ad allontanarsi dalle proprie terre”.
Il progetto, che dovrebbe partire ad aprile del prossimo anno, si svilupperà in diverse fasi: la prima prevede la bonifica, la lavorazione e la semina di un terreno di circa 30 ettari nella zona di Kler Law Seh e la costruzione di 5-10 abitazioni per ospitare i profughi intenzionati a ripopolare la zona; le successive fasi del progetto prevedono di estendere l’ampiezza dei terreni per accogliere nuove persone.
E’ chiaro, quindi, che in Birmania non c’è solo Aung Suu Kyi e il suo movimento democratico. “Adesso abbiamo un nemico comune con il premio nobel per la pace e i monaci buddisti”, dice Nerdah. La nazione Karen, “il Paese dei fiori”, lotta per la sua indipendenza e per abbattere il regime militare. Forse è arrivato il momento che l’Europa e l’occidente si rendano conto della situazione, smettendo una buona volta di pensare al business Birmania e alle multinazionali che lucrano in quei territori. I Karen vivono, combattono e muoiono anche per tutti noi. C’è bisogno di aiuto, non c’è più tempo da perdere.

Tratto da

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Roma città aperta: un regolamento di conti in via Rasella?

Roma città aperta: un regolamento di conti in via Rasella?

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Martedì 27 Novembre 2007 – 18:55 – Fernando Riccardi stampa
Roma città aperta: un regolamento di conti in via Rasella?
i ragazzi di via Rasella



Il 23 marzo del 1944 un attentato dinamitardo messo in piedi dai partigiani del Gap provocò in via Rasella, nel centro storico di Roma, la morte di 33 soldati altoatesini del battaglione ‘Bozen’. Abbiamo già parlato (‘Rinascita’, 27 settembre 2007) di questa azione inutile, illogica e dannosa che provocò la dura rappresaglia dei tedeschi: il giorno seguente (24 marzo) furono fucilati alle Fosse Ardeatine 335 italiani. Lo scoppio dell’ordigno, ben 18 chili di tritolo, dilaniò non solo i militari altoatesini (ai quali il comando tedesco aveva intimato di marciare con i fucili scarichi considerato lo status di ‘città aperta’ di Roma) ma anche due italiani: un ragazzo appena tredicenne, Piero Zuccheretti, e Antonio Chiaretti, un esponente di ‘Bandiera Rossa’, organizzazione partigiana che raccoglieva diverse anime non comuniste e che a Roma contava più di 2.000 adepti. Ma che ci faceva in quei paraggi un partigiano di ‘Bandiera Rossa’? Aveva un qualche ruolo nell’attentato? Difficile sostenerlo anche perché insanabili erano i contrasti con i gappisti. Questi, infatti, erano per la lotta dura e senza sconti ai nazi-sti; gli altri, invece, seguivano una linea più morbida. Già da tempo avevano allacciato contatti con Kappler per addivenire ad una soluzione pacifica in virtù della quale i tedeschi avrebbero abbandonato la città e i partigiani si sarebbero astenuti da azioni di guerriglia. Soluzione questa ferocemente osteggiata da Togliatti il cui pensiero correva soprattutto al futuro quando, ultimata la lotta di liberazione, il Pci avrebbe visto premiato il suo ruolo guida. Quel 23 marzo, però, Antonio Chiaretti restò coinvolto nell’attentato di via Rasella. La ‘vulgata’ resistenziale ha cercato di occultare la verità avvalorando la versione della sua morte nel corso di un conflitto a fuoco con i tedeschi subito dopo lo scoppio dell’ordigno. E, invece, così non è stato: il certificato di morte redatto dai servizi demografici del comune di Roma parla di decesso provocato da “scoppio di bomba”. E allora? Vuoi vedere che quel poveretto si trovò a passare lì per caso? Assolutamente improbabile. Anche perché, quel giorno, assieme a Chiaretti si trovavano altre persone. Tutti partigiani, guarda caso, di ‘Bandiera Rossa’: Enrico Pascucci, Giovanni Tanzini, Aldo Chiricozzi e Angelo Fochetti. Pascucci, dipendente della Teti, catturato dai tedeschi in via Rasella, fu rilasciato il giorno seguente perché incensurato. Tanzini, muratore, fu anch’egli preso dai tedeschi subito dopo l’attentato, portato in Germania e internato in un campo di concentramento. Per molto tempo il suo nome fu inserito nell’elenco dei fucilati alle Fosse Ardeatine. Tornato in Italia con gravi danni psichici fu rinchiuso in un manicomio e morì nel 1960. Chiricozzi e il cugino Fochetti, impiegati, catturati dai tedeschi in via Rasella, finirono la loro esistenza nelle caverne ardeatine. Assieme a loro, quel pomeriggio, si trovava anche il gappista Antonio Rezza, uomo di fiducia di Pietro Secchia, vicesegretario del Pci. Riuscì a scampare alla retata ma la sua sorte era segnata. Arruolatosi assieme ad altri partigiani rossi nella divisione ‘Cremona’, trovò la morte nel marzo del 1945, in Romagna, colpito alle spalle da un suo compagno di pattuglia. Forse perché, essendo a conoscenza degli inquietanti retroscena dei fatti di via Rasella, si preferì farlo tacere per sempre. Così come fu tappata la bocca a Donato Carretta, già direttore del carcere romano di ‘Regina Coeli’, linciato dalla folla sapientemente istigata (‘Rinascita’, 16/17 giugno 2007). Anche lui era un testimone scomodo: conosceva bene le manovre fatte per mandare alle Fosse gli esponenti di ‘Bandiera Rossa’ e delle altre organizzazioni partigiane non comuniste e per risparmiare la pelle ai gappisti. Qualcosa di strano dovette accadere in quella tiepida giornata di primavera. Niente a che vedere con scherzi del destino o con tragiche casualità. In seno al movimento partigiano infuriava una lotta lacerante e senza esclusioni di colpi. L’anima comunista, quella più radicale, voleva assolutamente prendere il sopravvento e dirigere l’azione di lotta. Il Pci doveva rimanere l’unico e solo punto di riferimento. Non poteva esserci posto per altri. Per ‘Bandiera Rossa’ ma anche per ‘Giustizia e Libertà’, l’organizzazione che comprendeva repubblicani, socialisti e democratici, dalla quale scaturì il Partito d’Azione. Così come non c’era posto per il ‘Fronte Militare Clandestino’ che raggruppava militari del Regio Esercito impegnati nella lotta ai tedeschi. A questo punto sorge un dubbio: e se la presenza di Chiaretti e degli altri di ‘Bandiera Rossa’, in via Rasella, non fosse stata casuale? Se fossero stati attirati lì con l’inganno? Tanzini, prima di uscire completamente di senno, raccontò ai familiari di essere andato lì quel giorno per partecipare ad una riunione con altri gruppi partigiani. E se il tutto fosse stato architettato allo scopo di far ricadere la responsabilità dell’attentato sugli uomini di ‘Bandiera Rossa’? Si sarebbero presi, in tal modo, due piccioni con una fava: i veri attentatori avrebbero avuto tutto il tempo di far perdere le tracce mentre con un astuto stratagemma avrebbero riversato sulla formazione rivale la colpa della strage. Un piano ben congegnato, uno dei tanti che avrebbe infarcito la cosiddetta ‘lotta di liberazione’. Lotta che, spesso, si trasformò in un feroce regolamento di conti tra le diverse anime partigiane. Quella di cui sopra è, chiaramente, soltanto un’ipotesi. Un’ipotesi da agitare con la dovuta cautela, quasi sotto voce, per non correre il rischio di attirare i feroci latrati dei solerti guardiani dell’epopea resistenziale sempre pronti a stroncare sul nascere ogni tentativo di lettura non dogmatica. Ipotesi, però, non troppo peregrina. Basta scorrere attentamente i nominativi delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine per rendersi conto di quanto singolare sia quell’elenco. In esso, accanto ad un cospicuo manipolo di ebrei, compare un gran numero di antifascisti. Pochissimi, però, gli esponenti comunisti, gli appartenenti all’ala più radicale, al gruppo di fuoco che aveva compiuto l’attentato. Abbondano, invece, gli adepti di ‘Bandiera Rossa’, di ‘Giustizia e Libertà’ e del ‘Fronte Militare Clandestino’. Ben 68 i membri di ‘Bandiera Rossa’ messi al muro, il nucleo più numeroso dopo gli ebrei. Alle Fosse Ardeatine finirono Aladino Govoni, Antonio Pisino, Nicola Stame e Franco Bucciano: il primo, figlio del poeta Corrado Govoni, era stato tra i fondatori del movimento, gli altri dirigenti di grado elevato. Già decapitato qualche tempo prima (il 2 febbraio 1944 i tedeschi avevano giustiziato a Forte Bravetta 11 elementi di spicco), il movimento cessò di esistere dopo l’eccidio delle Ardeatine. Ma anche le altre organizzazioni partigiane subirono colpi terribili. ‘Giustizia e Libertà’ perse uno dei suoi esponenti più in vista, l’avvocato Ugo Baglivo, intellettuale liberale, confluito nel Partito d’Azione. E analogamente furono eliminati gli uomini migliori del ‘Fronte Militare Clandestino’, ad iniziare dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, zio dell’attuale Presidente di Confindustria, che aveva fondato e diretto il movimento fin dall’inizio. Nelle Fosse finirono una cinquantina di militari tra cui 4 generali. E pensare che tanto il ‘Fronte’ quanto ‘Bandiera Rossa’ avevano proibito ai militanti di effettuare azioni di contrasto armato contro i tedeschi a Roma proprio per evitare il rischio delle rappresaglie. Ad onor del vero finirono alle Fosse Ardeatine anche tre gappisti: Umberto Scattoni, Gioacchino Gesmundo e Valerio Fiorentini. Più di qualcuno, però, parla di compagni non allineati, di dissidenti messi, perciò, in condizione di non nuocere. Si salvarono, invece, i veri responsabili dell’attentato ad iniziare da Rosario Bentivegna. Qualcuno di essi fu arrestato ma poi riuscì a farla franca. Scampò alla morte anche Antonello Trombadori, uno dei leader storici del Pci, capo dei gappisti romani della prima ora, che si trovava a Regina Coeli. Ed anche questa è una circostanza che induce a riflettere. Così come fa pensare, e molto, un componimento poetico composto da Corrado Govoni e dedicato alla memoria del figlio Aladino, uno di quelli di ‘Bandiera Rossa’, fucilato alle Fosse. I versi sono chiari e inquietanti: “… il vile che gettò la bomba nera/di via Rasella e fuggì come una lepre/sapeva troppo bene quale strage/tra i detenuti di Regina Coeli e via Tasso/il tedesco ordinerebbe…/Chi fu l’anima nera della bomba?…/Fu Bonomi o Togliatti?…/… o fu Badoglio?…/Tacciono i vili. In gola han l’osso orrendo/della fossa carnata ardeatina per traverso…/non va né su né giù…”. Tanti punti interrogativi, tante domande senza risposta. Una cosa comunque è certa: l’attentato di via Rasella, con la drammatica appendice delle Fosse Ardeatine, diede una grossa mano alla parte più radicale della resistenza mettendo fuori gioco personaggi scomodi che si battevano per contrastarne il disegno egemonico. Un contrasto netto e non componibile: ‘Bandiera Rossa’ e le altre organizzazioni moderate, infatti, sognavano un’Italia repubblicana. Il Pci, invece, voleva una politica di compromesso con la monarchia sabauda e con Badoglio. Non a caso, il 27 marzo del 1944, Togliatti tornò in Italia dalla Russia. Cinque giorni dopo annunciava la cosiddetta ‘svolta di Salerno’ ossia il sostegno al governo Badoglio, rinviando ogni decisione sull’assetto istituzionale del paese a conclusione della lotta di liberazione. Una fase che intendeva utilizzare a totale uso e consumo del partito. Il 22 aprile il Pci, assieme alle forze che componevano il Cln (Democristiani, Socialisti, Liberali, Partito d’Azione), entravano nel governo e Togliatti diventava ministro. Le bombe di via Rasella e i morti delle Fosse Ardeatine avevano portato al primo governo di unità nazionale, un governo intriso di sangue. Si è trattato soltanto di una coincidenza? Oppure tutto è stato attentamente vagliato? Difficile dirlo anche perché gran parte di quei personaggi sono passati ormai a miglior vita. E poi, alla fin fine, che interesse avrebbero avuto a rivelare particolari così imbarazzanti? Meglio lasciar decantare il tutto e affidare ai ringhiosi mastini della ‘vulgata’ resistenziale il compito di stroncare sul nascere ogni tentativo non allineato di ricostruzione storica. In fin dei conti si tratta soltanto di ipotesi, di ragionamenti astratti e malevoli che non hanno uno straccio di prova. Ma, forse, proprio così non è: c’è lì, infatti, in via Rasella, tra quei morti, un cadavere che non dovrebbe esserci. Che ci faceva in quell’angusto budello di Roma Antonio Chiaretti, partigiano di ‘Bandiera Rossa’? Saprà rispondere qualcuno a questa domanda? Noi, a tal riguardo, una certa idea ce la siamo fatta.Tratto da

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Mao

Il Patriottismo di
MAO TSE-TUNG

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"...Popoli di tutto il mondo, unitevi, sconfiggete gli aggressori americani e tutti i loro servi ! Popoli di tutto il mondo siate impavidi, abbiate il coraggio di combattere, non temiate le difficoltà, resistete e avanzate onda dopo onda, e tutto il mondo vi apparterrà. Tutte le forze minacciose devono essere completamente annientate..."
 
"...Tutti i reazionari sono tigri di carta: all'apparenza sembrano invincibili, ma nella realtà non sono così temibili. A lungo termine non sono i reazionari ma il popolo ad avere una grande forza..."
 
Noialtri comunisti, siamo come la semente e il popolo è come la terra. Dovunque andiamo, dobbiamo unirci al popolo, radicarci e fiorire in mezzo al popolo.
 
Un comunista, che è internazionalista, può essere nello stesso tempo un patriota? Noi pensiamo che non soltanto può, ma deve esserlo. Soltanto le condizioni storiche determinano il contenuto concreto del patriottismo. Esiste il nostro patriottismo ed esiste il "patriottismo" degli aggressori giapponesi e quello di Hitler, al quale i comunisti devono opporsi risolutamente. I comunisti giapponesi e tedeschi sono favorevoli alla sconfitta bellica del proprio paese. Contribuire con tutti i mezzi alla sconfitta degli aggressori giapponesi e di Hitler è nell'interesse dei loro popoli, e quanto più questa sconfitta sarà completa, tanto meglio sarà. ... Poiché queste guerre scatenate dagli aggressori giapponesi e da Hitler sono funeste per il popolo dei loro paesi quanto per gli altri popoli del mondo. Altrimenti stanno le cose per la Cina, che è vittima dell'aggressione. Ecco perché i comunisti cinesi devono unire il patriottismo all'internazionalismo. Noi siamo contemporaneamente internazionalisti e patrioti e la nostra parola d'ordine è di lottare per la difesa della patria contro l'invasore. Per noi, il disfattismo è un delitto, e la lotta per la vittoria nella guerra di resistenza è un dovere a cui non possiamo sottrarci. Poiché soltanto la lotta per la difesa della patria consente di vincere gli aggressori e di liberare la nazione. Soltanto questa liberazione rende possibile l'emancipazione del proletariato e di tutto il popolo lavoratore. La vittoria della Cina sui suoi aggressori imperialisti sarà un aiuto per i popoli degli altri paesi. Nella guerra di liberazione nazionale, il patriottismo è quindi un'applicazione dell'internazionalismo.
 
La lotta nazionale è in ultima analisi una lotta di classe.
 
Per arrivare ad una completa emancipazione, i popoli oppressi devono contare innanzi tutto sulla propria lotta, e soltanto in seconda istanza sull'aiuto internazionale. I popoli la cui rivoluzione ha trionfato devono aiutare quelli che lottano per la loro liberazione. E' questo il nostro dovere internazionalista.

lotta di popolo

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Una “Tela”,  come strumento di costruzione del "movimento di popolo" e base fondante della "lotta di popolo”.

Perché la lotta di popolo è il motore della storia. Quella di ieri, quella di oggi e quella di domani.


 

Lotta di popolo

 

Le cose si muovono velocemente.

I nani-oligarchi che indegnamente governano l’Italia da oltre mezzo secolo, fiutato l’odore del vento che cambia, hanno ripreso a manovrare alambicchi e veleni per far fuori i loro colleghi-complici-avversari e aprire qualche varco ad una propria sopravvivenza. L’ultima miscela venefica è quella che riguarda quella presunta “Spectre” organizzata da Berlusconi per controllare Rai e Mediaset, una manovra evidentemente mirata a far saltare il dialogo fra Veltroni e il Cavaliere, o comunque a mettere una sbarra in mezzo ai raggi delle ruote del bipartitismo all’americana che il Pd neonato e il Ppl nascituro vogliono fortemente perseguire con la riforma elettorale del proporzionale con crauti o con il risultato prevedibile del referendum. Una manovra di “sciacalli” e “jene”, secondo Berlusconi.

Niente di nuovo però sotto il sole d’Italia. Di veleni e alambicchi sono vissuti (e sono morti: dal delitto Montesi alla morte di Moro e di Craxi o da Mattei a Calvi), generazioni di partitocrati italiani. Spettacolo indegno per una nazione civile, ma è anche quanto hanno scelto per noi mandrie e macrie di sudditi-elettori con il voto per i loro padri-padroni.
Ma non è questo che ci interessa.

E’ comunque un fatto che le proposte antipartito - o “a-partito” - miste a demagogia, o a qualunquismo, o a populismo, siano stati nei decenni, nel bene o nel male, gli unici squilli di tromba uditi in Italia. Con i Radicali per il divorzio, con i Verdi per bloccare le centrali nucleari, con la Lega per il localismo, con Forza Italia per il liberismo-populista, e ora con l’Antipartito di Grillo.

Quello che conta però oggi, per tutti noi, è che la nuova accelerazione bipolare del Cavaliere impone una riflessione rapida e fredda.

In estrema sintesi:

1) nell’Italia prossima rapida ventura - quale che sia il cammino dei prossimi mesi, riforma elettorale, istituzionale, elezioni, referendum - verrà ancora più ristretto lo spazio politico rappresentativo, diciamo così, costituzionale. Una già sicura conventio ad exludendum renderà più problematico l’emergere di forze nuove e, anzi, determinerà la fine (per fusione da incorporazione) di gruppi e gruppetti partitocratici vecchi o nuovi di zecca.
2) occorre identificare, quindi, una nuova terra di battaglia. E lì cucire una “tela” antagonista: una sinistra nazionale che sia già, negli stessi suoi termini e per antonomasia, l’unico possibile motore contro i due partiti-schieramenti-veline esistenti in Italia. Una tela della sinistra nazionale contenitrice e diffusore di grandi idee forza costruttive: di rinascita della giustizia sociale e della sovranità nazionale, culturale ed economica della nostra Patria.

3) far partire subito la prima locomotiva con qualche vagone: calamiterà immediatamente mezzi e uomini liberi. La “tela” sarà così l’unico, vero, movimento di popolo.
Perché la lotta di popolo è il motore della storia. Quella di ieri, quella di oggi e quella di domani.
Ugo Gaudenzi

Leon Degrelle

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Leon Degrelle, comandante della Divisione delle Waffen SS - Wallonien.Ecco alcune parole estratte dal discorso al Palazzo di Chaillot il 5 Marzo 1944: «Non è per salvare il capitalismo che ci battiamo in Russia. È per questo che i soldati al fronte hanno una tale fiducia. Se l’Europa deve essere ancora questa, se deve ritornare ad essere l’Europa dei banchieri, di questa grande borghesia corrotta, della facilità e dell’infiacchimento, bene, noi altri lo diciamo senza giri di parole, preferiamo ancora che il comunismo avanzi e faccia saltare tutto per aria. Auspichiamo che tutto salti piuttosto che vedere ancora rifiorire questo marciume. Noi altri guarderemo i caricatori e dopo aver sbaragliato la barbaria bolscevica, affronteremo i plutocrati, per i quali abbiamo riservato le nostre ultime munizioni".

"Il diario di Anna Frank": un falso?

"Il diario di Anna Frank": un falso?

Non voglio fare revisionismo,ma vi segnalo questo testo interessante:


http://www.vho.org/aaargh/fran/livres5/felderannit.pdf



Le ragazzine e il sesso: a 12 anni senza limiti

Le ragazzine e il sesso: a 12 anni senza limiti

NAPOLI - «Le ragazzine e il sesso: a 12 anni senza limiti» titola il Corriere della Sera, valutando una ricerca sulle adolescenti italiani. Michele Serio, lei ha da poco pubblicato «La dote», libro in cui protagonista è una procace lolita della Sanità concupita da tutti.
Stringiamo il discorso alle giovanissime napoletane. Che idea ne ha?
«Al pari delle loro coetanee del resto d'Italia, le teenager di Napoli, soprattutto quelle dei quartieri più popolari amano semplicemente divertirsi. Spesso vedono il sesso e in generale la "trasgressione" in senso ludico, o almeno in senso più gioioso rispetto al passato».
Meno freni inibitori, perchè?
«Come perchè? Oggi è in gran parte venuto meno il senso del peccato, si è allentata la morsa dogmatica della religione cattolica. Perciò in moltissime adolescenti, anche di 12 anni, sbocciano presto i desideri sessuali».
È l'influenza «licenziosa» dei media?
«Macchè. Napoli è la città più impermeabile al tam tam mediatico di internet e tv. Qui, come in tutto il Sud, si asseconda innanzitutto l'istinto. Il senso di emulazione viene dopo. Un istinto tenuto a bada, diciamo così, per secoli dal cattolicesimo, e che ritorna adesso in tutta la sua voracità».
Altro che visione sociologica. Lei ne fa una questione etologica, interpreta la disinibizione spinta come un comportamento naturalmente «animale»...
«Sì, perchè no. Pura etologia, un fatto, ripeto, che riguarda gli appetiti. E poi diciamola tutta...».
Cosa?
«Le ragazze, le donne del Sud sono più sensuali. Lo sono antropologicamente. Visto che ogni tanto si tira fuori l'antropologia per dirne di tutti i colori ai meridionali, per una volta la tiriamo in ballo noi, ma a nostro favore».
Generazione Melissa P?
«No, nella trasgressione del personaggio Melissa pulsa ancora forte il senso del peccato. Il "divertimento" in quel caso è nel rompere i tabù. Non c'è il gioco edonista fine a se stesso che noto oggi. Melissa, insomma, resta un passo indietro rispetto alla realtà, al quotidiano anni 2000. Leggevo su Dagospia che in Giappone...»
In Giappone?
«Su internet si può assistere a un giochino in cui vengono sorteggiate ragazze per fare sesso orale con coetanei. Non c'è costrizione, sono curiose e felici di farlo...».

Alessandro Chetta

TV, SESSO E GIOCO D'AZZARDO I PASSATEMPI DEI GIOVANI ITALIANI

Hanno dodici anni ma non giocano più con bambole e macchinine. Televisione in dosi massicce, sesso frettoloso, gioco d'azzardo, alcol, e in testa due soli ideali: la velina e il calciatore. Il quadro inquietante dei pre-adolescenti italiani, bambini che vogliono sentirsi adulti senza esserlo, è tracciato dal rapporto 2007 della Società italiana di Pediatria (Sip) che verra' presentato l'11 dicembre a Pavia. L'indagine, condotta su un campione piu' largo rispetto ai 1.251 ragazzi sentiti nel 2006, conferma le tendenze piu' allarmanti. Un giovane 'vecchio', bombardato dagli input esterni senza piu' nessuno scudo, senza mediazione ne' dalla famiglia ne' dalla scuola. I ragazzini di 12-14 anni, soli e confusi, cercano cosi' di imitare i comportamenti degli adulti, perlomeno di quelli che vedono attorno a loro e in tv, e li scimmiottano con conseguenze anche molto gravi: gioco d'azzardo, come denunciato recentemente dal ministro Amato, alcol e sesso. Nell'indifferenza della famiglia, che non è presente, e mancano anche meccanismi di compenso una volta importantissimi come i nonni.
Inquietante anche il ritratto degli adolescenti che ne ha fatto il rapporto Eurispes- Telefono Azzurro sull'infanzia e l'adolescenza presentato la settimana scorsa a Roma. La ricerca delinea infatti per i teenager italiani un identikit da figli-padroni, aggressivi ma anche insicuri, e insieme a proprio agio con le tecnologie. Di fronte alla crisi crescente del ruolo dei genitori, assenti e permissivi, avanza il bullismo, sempre più spesso in salsa cyber e anonima, sotto forma di sms, email, o nella diffusione in rete di foto e filmati compromettenti.

edm - 21/11/2007 - 11:04

 

Roma, 20 novembre 2007 - "A leggere l'ultima ricerca della Società italiana di Pediatria (Sip) presieduta da Pasquale Di Pietro, quella del 2006, vengono i brividi. Proprio oggi che anche in Italia celebriamo la Giornata dell'Infanzia. Il campione: 1.251 bambini tra i 12 e i 14 anni. Una domanda. Una delle tante del questionario: 'Hai mai visto un tuo amico ubriaco?'. Sì, dice il 37,4% del campione. Non solo, l'8,4% aggiunge: spesso".Lo riferisce il "Corriere della Sera".


E il quotidiano di Via Solferino riporta altre domande e altre risposte del rapporto della società che riunisce i padiatri italiani.

 

"Un'altra domanda: conosci qualcuno tra i tuoi amici che ha fumato una canna? E questa volta è quasi uno su due (44,3%) a rispondere un tondo: sì.

 

Un altro esempio? Tre ragazzini su quattro non esitano a confessare di fare cose che loro stessi definiscono rischiose, come ubriacarsi, appunto, bere liquori, prendere farmaci, uscire da soli la sera tardi, avere rapporti sessuali non protetti. Già: hanno rapporti sessuali frequenti, i nostri ex bambini".

 

"Alla più tradizionale delle domande: 'Cosa vuoi fare da grande?', le bambine intervistate dalla Società dei pediatri -riferisce ancora il quotidiano- hanno infatti messo al primo posto: voglio fare il 'personaggio famoso'. E fino a qui non sarebbe una scoperta sensazionale. È che però, tolta questa prospettiva, rimane il vuoto: al secondo posto delle preferenze delle bambine c'è, infatti, un disarmante: 'Non lo so'".

RAZZISMO EGUALITARIO

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=14836
L'equivoco di fondo dei volonterosi antropologi anti-razzisti-di Francesco Lamendola - 12/11/2007

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

 

 

L'uscita del libro Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni di Jared Diamdond (edizione originale  New York-Londra, 1997, col titolo Guns, Germs and Steel. The Fates of Human Societies; traduzione italiana Torino, Einaudi, 1998 e 2000) ha attirato l'attenzione della critica sulle tesi di questo professore, docente all'Università di California a Los Angeles e membro dell'Accademia Nazionale delle scienze americane. Non si tratta di un autore sconosciuto al pubblico europeo ed italiano; nel nostro Paese era già stato tradotto un  altro suo libro, Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, 1994), e un terzo è apparso in libreria due anni fa: Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Torino, Einaudi, 2005).

Tuttavia, Armi, acciaio e malattie è certamente il più originale e quello che maggiormente ha fatto discutere e che più si presta a una seria riflessione su un problema nodale dell'antropologia e della storia comparata: perché alcune società si sono evolute tecnologicamente, e altre no? Perché alcune sono diventate ricche, e altre no? Perché alcune - quelle dell'Asia e soprattutto dell'Europa - si sono imposte sul resto del mondo? James Diamond ha scritto il suo libro - che si avvale di una ricca e scrupolosa documentazione che va dalla geografia alla botanica, dall'archeologia alla linguistica -  per tentar di rispondere alla domanda. Non è però, la sua, una indagine imparziale e scevra da preconcetti: egli si è accinto a un lavoro così imponente mosso da un intento ben preciso: dimostrare l'infondatezza delle teorie razziste, secondo le quali vi sarebbero dei popoli o delle razze umane intrinsecamente superiori. I razzisti, in genere, portano a sostegno di tale affermazione il fatto che né gli Africani, né gli Amerindi e tantomeno gli Australiano hanno raggiunto un livello di civiltà vagamente paragonabile a quello europeo; e che ciò dipenderebbe, secondo loro, da una serie di virtù innate degli abitanti del vecchio continente.

Diamond invece, esaminando la storia antichissima dei vari continenti (a partire dall'ultima glaciazione), confuta tale impostazione e individua l'inferiorità in cui si vennero a trovare Africani, Amerindi ecc. davanti all'assalto degli Europei, in una serie di ragioni geografiche, climatiche, botaniche e zoologiche. Ad esempio, l'Africa sub-sahariana e l'Australia sono più piccole del continente euroasiatico e di gran lunga meno popolate; hanno pochi o nessun animale domesticabile; poche specie vegetali utili per l'agricoltura; e condizioni climatiche tali per cui le piante alimentari importate dall'esterno stentano ad attecchire, se non nell'ambito di fasce relativamente ristrette. Gli europei potevano disporre del cavallo, domesticato nelle steppe dell'Asia centrale; gli Africani non potevano opporre il rinoceronte, perché non poterono domesticarlo; e ciò costituì un notevole svantaggio sul piano militate, quando i due mondi giunsero allo scontro. A sud dell'Equatore, poi, le stagioni sono invertite e le piante domestiche, per giungere all'estremità dell'Africa, si trovano la strada sbarrata da una serie di fasce climatiche latitudinali caratterizzate da condizioni di piovosità alle quali non possono adattarsi. Come tipico esempio di ciò, egli cita il caso del grano, che giunse in Sudafrica dall'Egitto solo con l'arrivo delle  navi europee, nel 1652.

Ma il caso più eclatante, secondo Diamdond, per smentire le tesi dei razzisti, è quello dell'Australia: il più piccolo e il più isolato dei continenti. Questi due fattori - la piccolezza (relativa) e l'isolamento, durato dall'arrivo dei primi abitanti, 40.000 anni fa, fino a quello degli Europei, nel XVIII secolo, sono stati determinanti nel "fermare" l'evoluzione degli aborigeni all'età della pietra. A conferma di ciò, egli cita il caso della Tasmania, che fu popolata da circa 4.000 aborigeni durante l'ultima glaciazione, quando era ancora unita al continente, i quali poi rimasero isolati dall'innalzamento del livello marino. Tagliati fuori dal gruppo principale, essi regredirono e perdettero una serie di abilità - come l'arte di costruire imbarcazioni o di andare a pesca, e perfino quella di accendere il fuoco - che in precedenza possedevano; mentre alcune centinaia di essi, che avevano popolato alcune isole dello Stretto di Bass, si estinsero addirittura. Secondo Diamond, una popolazione numerosa e stabilmente collegata con l'esterno costituisce un pre-requisito perché possano evolvere le tecniche materiali e si formi un processo virtuoso che traccia la via da una economia di cacciatori-raccoglitori, ad una di agricoltori, che a sua volta realizza la scoperta della ceramica, dei metalli, delle città e della scrittura. Questo processo può verificarsi in un vasto paese popolato da centinaia di milioni di individui, come la Cina, ma non in un paese spopolato e appartato, anche se l'uomo vi è comparso millenni prima che altrove. Inoltre, in un paese relativamente molto popolato e in costante interscambio con gli altri continenti, l'organismo umano ha il tempo e il modo di elaborare gli anticorpi delle malattie infettive portate dall'esterno; ciò che non accadde nel caso degli Africani, degli Amerindi, ecc.., che vennero letteralmente decimati dallo shock batteriologico dovuto all'impatto con gli Europei. Lo steso discorso vale per le piante e per gli animali domestici.

Ma cediamo la parola all'Autore e seguiamolo nel suo ragionamento (Armi, acciaio e malattie, ed.cit., pp. 236-237).

 

Molti sono portati a descrivere le società tradizionali australiane con un solo aggettivo: 'arretrate'. Questo è l'unico continente in cui gl'indigeni vivessero ancora in tempi moderni privi di tutto ciò che in genere associamo alla civiltà: agricoltura e allevamento, archi e frecce, edifici stabili, villaggi permanenti, scrittura, organizzazione politica. Gli aborigeni erano cacciatori-raccoglitori nomadi o seminomadi, organizzati in bande, che vivevano in capanne o ripari temporanei, e usavano ancora attrezzi di pietra. Negli ultimi 13.000 anni la cultura australiana si è evoluta assai meno che sugli altri continenti L'atteggiamento prevalente degli europei nei confronti dei nativi  è già presente nelle parole di uno dei primi esploratori, un francese che scriveva: «Sono il più infelice tra i popoli della Terra, e i più vicini alle bestie».

"Eppure, 40.000 anni fa, gli aborigeni poterono beneficiare di una partenza assai anticipata rispetto all'Europa e agli altri continenti. Risalgono a quel periodo alcuni tra i primi utensili di pietra dai bordi smerigliati, i primi oggetti composti da più parti (come un'ascia innestata nel suo manici) e di gran lunga le prime imbarcazioni del mondo. Alcuni degli esempi più antichi di pittura parietale vengono proprio dall'Australia, ed è probabile che gli Homo sapiens anatomicamente moderni siano comparsi qui prima che in Europa. Perché, nonostante questo vantaggio iniziale, furono gli Europei a sconfiggere gli aborigeni, e non viceversa?"

 

Dopo aver esaminato i vari elementi della geografia, del clima, della flora, della fauna e dei rapporti (o meglio della estrema scarsità di rapporti) con il mondo esterno - quest'ultimo costituito, nel caso specifico, gli agricoltori indonesiani che si spinsero, al massimo, fino alle coste occidentali della Nuova Guinea, ma non all'Australia vera e propria, se non sporadicamente - Diamond giunge alla conclusione che, anche in questo caso, fu una serie di condizioni naturali svantaggiose a determinare l'arretratezza degli aborigeni e, quindi, la loro tragica inferiorità tecnica e militare quando gli Europei, dal 1788, iniziarono a colonizzare il continente australiano (p.  255):

 

"Torniamo alla domanda con cui abbiamo iniziato il capitolo. Come spiegare, in un modo che non tiri in ballo l'inferiorità degli aborigeni, il fatto che i coloni europei siano riusciti a creare una democrazia moderna con agricoltura, industria e scrittura in pochi decenni, mentre i nativi dopo 40.000 anni erano ancora cacciatori-raccoglitori nomadi? Non è forse questo un esperimento controllato di evoluzione parallela di due società, che ci costringe a giungere a tesi razziste?

"La risposta è semplice. I coloni bianchi inglesi non crearono proprio nulla in Australia, ma importarono tutti gli elementi della loro democrazia avanzata dall'esterno:  il bestiame, le culture (tranne le noci di macadamia), le conoscenze metallurgiche, le macchine a vapore,  le armi da fuoco, l'alfabeto, le istituzioni, persino le malattie. Tutti questi erano i prodotti finali di 10.000 anni di evoluzione in territorio eurasiatico, che per un accidente della geografia erano a disposizione di quei coloni che sbarcarono a Sydney nel 1788. Gli Europei non hanno mai impararono a sopravvivere in Australia senza la loro tecnologia: Burke e Wills [due esploratori del XIX secolo che perirono di fame nel tentativo di attraversare a piedi il continente australiano, dopo essere stati salvati più volte dagli aborigeni che però, alla fine, non si fecero più vedere dopo che uno di essi fu ucciso da Burke: nota nostra] erano abbastanza intelligenti per saper leggere e scrivere, ma non abbastanza per vivere in un'area desertica come facevano i nativi.

"Gli aborigeni crearono davvero una società in Australia, e per ovvie ragioni questa non divenne una democrazia industriale avanzata. Tali ragioni derivano in modo diretto dalle caratteristiche dell'ambiente  in cui vivevano."

 

Quello che a Diamond (il cui libro è stato calorosamente lodato da un certo Bill Gates) non sembra essere venuto in mente è che, forse, non valeva la pena di affannarsi tanto per dimostrare che, se gli Africani avessero avuto a che fare con una specie di mammifero simile al rinoceronte, ma domesticabile, sarebbero stati militarmente più forti degli Europei, e che se gli aborigeni australiani avessero potuto coltivare il grano, si sarebbero moltiplicati di numero e avrebbero costruito armi e tecniche (compresi gli anticorpi) atti a respingere l'assalto europeo. La vera questione, a nostro avviso, non è sapere di chi o di che cosa fu la colpa del mancato passaggio dal neolitico all'età del bronzo e del ferro, dalla caccia e raccolta all'agricoltura, dalla lancia all'arco e alle frecce e, infine, al fucile e alla bomba atomica; la vera questione è stabilire se esista un modello unico di civiltà, oppure no.

Diamond non fa il minimo tentativo per formulare una definizione di cosa sia la civiltà; e usa termini come 'evoluzione', 'progresso', ecc. dando per scontata la loro evidenza, nonché la loro positività. Altrettanto scontata, per lui, è la superiorità della sedentarietà sul nomadismo, dell'agricoltura sulla caccia, della casa stabile sulla capanna provvisoria, della scrittura sulla comunicazione esclusivamente orale. Peggio ancora, egli dà per scontato che la democrazia, anzi, per usare le sue parole, la "moderna democrazia", sia il vertice e il coronamento di tutte le meraviglie possibili del progresso; e in questo è molto, molto americano. Non il fatto di essere un ammiratore della democrazia liberale, ma il fatto di vederla come l'unica forma di organizzazione politica superiore e la cui eccellenza è auto-evidente: questo sì che è americano, per non dire reaganiano. Lo stesso discorso si può fare per l' industria, presentata come non plus ultra della tecnica produttiva.

Peccato che a Diamond, tanto impegnato nello sforzo di confutare le tesi dell'antropologia razzista, non sorga mai il dubbio che, forse, il problema non è quello di "scagionare" i popoli extra-europei e le società tradizionali dall'accusa di non avere raggiunto gli standard tecnologici e politici occidentali, bensì quello di prendere atto che le culture non sono confrontabili e, quindi, non esiste un criterio per affermare che un popolo con la scrittura è più civile di uno senza scrittura, o che una società capace di lavorare i metalli è più progredita di una che adopera strumenti di pietra. Significativamente, Diamond non dice nulla di nulla circa l'evoluzione spirituale dei popoli presi minuziosamente in esame dal punto di vista tecnico, economico e perfino biologico. Nel capitolo dedicato agli aborigeni australiani, per esempio, non dice una parola sulla loro mitologia, sul "tempo del sogno", sul loro universo interiore. Si limita a osservare che essi sono riusciti a vivere in un deserto inospitale per 40.000 anni, mentre Burke e Wills sono morti di fame in pochi giorni. Questo è già qualcosa: riconoscere, cioè, che il primo indizio di evoluzione è la capacità di adeguarsi al proprio ambiente naturale e saper vivere in armonia con esso, per quanto inospitale possa rivelarsi dal punto di vista umano. Egli, però, non fa il passo successivo: ammettere che un popolo capace di vivere per 40.000 anni in un ambiente difficile, ove gli 'evoluti' europei morirebbero in poche ore (senza automobili, telefoni, aria condizionata, frigoriferi e tutto il resto) non è affatto un popolo 'primitivo'. E quindi non ha bisogno di alcun avvocato difensore per difendersi dall'imputazione, tipicamente etnocentrica, di non essere stato capace di avviarsi verso le magnifiche sorti e progressive della macchina a vapore, del telegrafo, del televisore, dell'energia atomica, dei viaggi spaziali, della ingegneria genetica e dell'informatica (Bill Gates docet).


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Quello che non potrà mai capire un antropologo "politicamente corretto"-di Francesco Lamendola - 14/11/2007

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

 

 

Nel precedente articolo L'equivoco di fondo dei volonterosi antropologi anti-razzisti avevamo preso in considerazione, partendo da una riflessione sul libro dello studioso statunitense Jared Diamond Armi, acciaio e malattie, il punto di vista di quei volonterosi antropologi che, in nome della crociata anti-razzista (oggi tanto "politicamente corretta" quanto lo era, fino a sessant'anni fa, quella di segno opposto), si sentono in dovere di giustificare il fatto che alcuni popoli della Terra, come gli aborigeni australiani, non hanno introdotto l'agricoltura, né inventato la scrittura, e nemmeno - horribile dictu - la moderna democrazia liberale. Avevamo sostenuto, in quella sede, che - a nostro parere - non c'è proprio nulla da giustificare, perché la civiltà si esprime in diverse maniere e imiti degli aborigeni o, ad esempio, dei Tlingit nella costa nord-occidentale americana, sono certamente qualche cosa di diverso ma niente affatto intrinsecamente inferiore al mito della tecnica o a quello della Coca-Cola. Pertanto, quegli antropologi, storici e archeologi che si affannano tanto a spiegare che anche gli aborigeni o i Tlingit avrebbero potuto costruire città, inventare una tecnica e anche, magari, sostituire i miti della creazione con quello della Coca-Cola e del libero mercato, se solo le circostanze geografiche, climatiche e biologiche fossero state un poco meno ingrate nei loro confronti, cadono involontariamente nel grottesco quanto lo sarebbero se sostenessero che anche gli aborigeni e i Tlingit, a determinate condizioni, avrebbero potuto diventare biondi e con gli occhi azzurri.

La distorsione mentale di quei signori delle università occidentali, che si credono tanto progrediti e politicamente corretti (tanto è vero che pongono la democrazia liberale al vertice di ogni umana aspirazione alla giustizia e alla libertà politico-sociali), consiste nel fatto che essi neppure si accorgono di partire precisamente da una forma di quel pregiudizio razzista che dicono di voler combattere: dare ciò per scontato e per auto-evidente che la vera 'civiltà' è la nostra: bianca, occidentale, democratica, scientista e materialista. Mutatis mutandis, sono i legittimi nipotini dei loro nonni che davano invece per scontato che la civiltà debba essere bianca, occidentale, moderatamente liberale, cristiana e, se possibile, protestante. In altre parole, a costoro non passa neanche per il capo che, forse, un cacciatore khoisan o un pescatore polinesiano non sono affatto degli uomini civili mancati nel senso occidentale del termine, così come ai pedagogisti di tendenza paternalista e comportamentista non viene mai in mente che il bambino non è un adulto non ancora sviluppato. Il bambino è un bambino, così come il khoisan è un khoisan e l'aborigeno un aborigeno; giudicarli al di sotto della civiltà sul metro dei nostri valori, delle nostre credenze, di ciò che noi riteniamo sia giusto e buono e vero, questo sì è razzismo della più bell'acqua.

Prendiamo il caso dei Borana, studiati da Georg Gestner negli anni Settanta (che ne ha parlato in un volume antologico, Gli ultimi paradisi, edito a Gütherslo nel 1977 e tradotto in Italia da Euroclub, Milano, 1979). Si tratta di una popolazione di stirpe galla stanziata stanziata fra la parte meridionale della provincia etiopica di Sidamo e il confine del Kenya, su un altopiano posto a 1.200-1.800 metri s.l. m. e caratterizzato da una vegetazione steppica o a savana.

Scriveva Gestner (op. cit., p. 85) a proposito delle loro condizioni di vita (ma si tenga presente che gli ultimi trent'anni hanno sconvolto definitivamente gli  equilibri degli ultimi popoli tradizionali, sia in Africa che nel resto del mondo):

 

Nel loro ambiente ancora ecologicamente intatto, i borana possono sopravvivere solo grazie ai pozzi perforati nella viva roccia. Essi non hanno mai preteso di essere gli autori di queste impressionanti voragini, al contrario asseriscono di averle, per così dire, ereditate da una precedente popolazione. Il funzionamento dei pozzi, soprattutto il funzionamento della catena umana di coloro che attingono l'acqua, riflette un'attività di notevole senso comunitario. I gruppi piccoli, o quelli con elementi invalidi, dipendono per l'approvvigionamento dell'acqua dai gruppi più numerosi: i borana sono orgogliosi di questa responsabilità, che fa èarte della loro tradizione, dei più forti verso i più deboli.

"I giovani borana sognano le pompe a motore per sfuggire alla servitù dell'estrazione dell'acqua, ma l'abba gada [ossia "il padre del gada", la massima autorità politica, militare e giudiziaria, che resta in carica per un periodo di otto anni; nota nostra] cui feci visita per ascoltarne l'opinione, pur senza minimamente conoscere il significato dei termini ecologia ed economia idrologica, seppe dare la risposta giusta: «Ci opporremo alle pompe a motore con tutte le nostre forze. Più acqua significa più bestiame, più bestiame significa ancora più acqua, e così via via, sempre più di entrambe le cose, fino a quando i pascoli si esauriranno e l'acqua non ci sarà più per sempre…».

 

Ecco, dunque, quello che i volonterosi, ma ottusi antropologi anti-razzisti e politicamente coretti, non arriveranno mai a capire: che molti popoli cosiddetti "primitivi" sarebbero stati in grado di imitare il modello sviluppista dell'Occidente, basato su una crescita illimitata della produzione e del consumo; ne avevano sia l'intelligenza, sia le risorse tecniche e umane: ma, semplicemente, non lo  hanno voluto. Hanno valutato i pro e i contro dell'alternativa sviluppista alle loro economie tradizionali, basate sullo stato stazionario e sull'equilibrio ecologico, e hanno detto "no, grazie" ai bene intenzionati, ma presuntuosi e invadenti "consiglieri" occidentali. Hanno rifiutato il nostro modello, puramente e semplicemente, pur conoscendolo - o meglio proprio perché lo conoscevano - e pur essendo in grado di impadronirsi delle sue tecniche senza troppi problemi.

Come se questo prima contraddizione non bastasse, gli antropologi americani ed europei "politicamente corretti" paiono ignorare completamente un altro grave equivoco al cui interno si muovono con la massima disinvoltura: quello linguistico. Come sappiamo già fin dagli anni Trenta del Novecento (grazie agli studi di B. L. Whorf), il linguaggio non riveste solo una funzione comunicativa, ma anche concettuale; non è solo un codice di segni, ma anche un universo mentale. Di conseguenza, la semplice “traduzione” linguistica di concetti quali tempo e spazio è inadeguata a rendere il significato profondo nelle diverse culture umane. Infatti, anche se tali concetti hanno una valenza universale, non è affatto universale il modo in cui vengono percepiti dalle diverse culture, né il quadro generale di riferimento in cui vengono elaborati.

Scrive, a questo proposito, Giovanni Monastra su Diorama letterario (n. 166, 1993):

 

“Incredibilmente ancora oggi molti, ignari dei progressi della prossemica [n.b.: lo studio delle forme di interazione comportamentale dei vari gruppi umani], credono che tra gli uomini i  vari tipi di spazio costituiscano una serie di dimensioni oggettive, uguali per tutti gli individui. Alla base di tale credenza sta l’idea astratta derivante dall’Illuminismo, secondo cui l’uomo e l’animale sarebbero macchine strutturate in serie, appiattite da un egualitarismo che relega nella marginalità ogni differenza. In contrasto con tutto ciò, invece, il modo di percepire e vivere la dimensione spaziale muta più o meno pure all’interno della nostra specie, tra una cultura e l’altra. Così i rapporti e le relazioni tra gli individui, esprimendosi, appunto, nello spazio, sono profondamente segnati dal modo di concepirlo, quindi la loro struttura varia da cultura a cultura in maniera radicale.”

“Secondo questo modo di vedere (ossia quello “riduzionistico” occidentale moderno) il pensiero non dipende dalla grammatica, ma dalle leggi della logica o della ragione, che si ritiene siano le stesse per tutti gli osservatori dell’universo [corsivo nostro: non aveva affermato Galilei che anche Dio pensa in termini matematici, ossia di geometria euclidea?], e rappresentino la razionalità dell’universo, che può essere trovata indipendentemente da tutti gli osservatori intelligenti, che parlino cinese o chocthaw.  Si sostiene che la matematica, la logica simbolica, la filosofia trattano direttamente della sfera del pensiero, e non sono esse stesse estensioni specializzate del linguaggio. Ciò non è vero (…): infatti esistono condizionamenti linguistico-grammaticali sulla formulazione del pensiero, condizionamenti che sono inconsci. Gli indiani Hopi, ad esempio, percepiscono la realtà in modo molto diverso dal nostro, in quanto la loro struttura linguistica filtra ed esprime la realtà secondo canoni differenti da quelli impliciti nel nostro linguaggio: così essi vivono in un eterno presente, mancando loro la dimensione del divenire, così radicata invece nel mondo indoeuropeo. La loro è una lingua “atemporale”, la nostra a sua volta si connota come “temporale”. In sintonia con tutto ciò, gli Hopi possiedono verbi senza soggetto: questo permette loro di descrivere il mondo come un insieme di stati piuttosto che di forze in azione.”

      

Abbiamo detto che la filosofia sviluppista, divinizzando la tecnologia, relega l'essere umano al ruolo di macchina accessoria del sistema, rendendolo irrimediabilmente obsoleto rispetto alla sua stessa scienza. Ora dobbiamo aggiungere che essa, in quanto economicizza tutti i fenomeni umani, in una spirale cieca di consumo e produzione, produzione e consumo, si regge sulla continua, nevrotica invenzione di bisogni artificiali che ci rendono sempre più schiavi del futile e del superfluo, danneggiano la salute, l'ambiente e i rapporti sociali, e in definitiva risultano utili solo al mercato e non al cittadino-suddito-consumatore. Già Pier Paolo Pasolini, inascoltato profeta degli anni del preteso "miracolo economico", denunciava, nei suoi Scritti corsari, quello che lui chiamava giustamente "sviluppo senza progresso". Ora anche i più miopi possono rendersi conto, se lo vogliono, che non questo o quel modello di sviluppo, ma proprio la filosofia dello sviluppo è in sé stessa contraddittoria e insostenibile. Come si può pensare, in un pianeta dalle risorse limitate, a uno sviluppo indefinito? A un aumento illimitato della produzione, dei consumi, del benessere materiale, del dominio sulla natura? Per non parlare del tremendo impoverimento spirituale cui ci stiamo avviando, e che un profeta ancora più in anticipo sui tempi, Oscar Wilde (di nuovo un poeta!, ma diceva Tiziano Terzani che solo i poeti potranno, forse, salvare il mondo) così denunciava, alla fine del XIX secolo: "Conosciamo il prezzo di tutto, ma il valore di niente."

Tuttavia, è lecito domandarsi da dove abbia avuto origine il perverso meccanismo della sovrapproduzione, sempre più costretta a creare nuovi bisogni immaginari e a spacciarli per necessari. Alain Caillé, ad esempio (nel suo libro Critica della ragione utilitaria) sostiene che, secondo la visione utilitaristica oggi dominante, la storia umana sarebbe stata caratterizzata, ab origine, dalla scarsità materiale, il che avrebbe obbligato le comunità umane a un defatigante tour de force con relativo accompagnamento di inasprimento dei ritmi di lavoro, predominio della logica dell'interesse, affermazione degli impulsi più egoistici e conflittualità permanente. Da ciò, una linea di tendenza destinata a sfociare inevitabilmente, nelle società moderne, in una economia di mercato  in cui la sfera economica diviene sempre più autonoma rispetto a quella sociale e culturale e sempre più slegata dalle condizioni materiali, ma non dai meccanismi psicologici, che l'hanno  originata (e viene in mente, a questo proposito, il "mito della roba" che induce il verghiano Mazzarò a vivere per accumulare beni, senza peraltro concedersi mai il piacere di goderne).

Ebbene Caillé contesta una tale spiegazione e, rifacendosi agli studi dell'antropologo M. Sahlins (Economia dell'età della pietra, Milano, 1980) egli afferma che la vera "società dell'abbondanza" non è quella moderna, caratterizzata da una rincorsa affannosa del principio di massimo piacere, ma lo è stata quella cui meno si penserebbe di primo acchito: la società paleolitica. Infatti, come osserva in proposito Mario Cenedese (su Frontiere, nr. 1, 1995), nelle società ad economia di caccia e raccolta, che non conoscono l'agricoltura oppure che la conoscono ma la rifiutano (in base a una scelta ben precisa: richiederebbe un super-lavoro non necessario e tale da sconvolgere gli equilibri interni) il tempo di lavoro medio si  aggira sempre intorno alle quattro ore giornaliere, calcolo del resto malagevole per la difficoltà di separare nettamente il tempo di lavoro dal tempo libero.

 

"Infatti - scrive Cenedese - negli ambienti tribali la maggior parte della giornata viene impiegata per dormire, giocare, chiacchierare o, a seconda dei periodi, per la celebrazione dei riti. Rispetto ai nostri standard, alla nostra capacità di usufruire di beni e servizi, il livello di vita può sembrare incomparabilmente basso."

 

E allora? Lasciamo la parola direttamente a Caillé:

 

"Tuttavia, è lecito parlare di abbondanza perché questa non ha alcun rapporto  semplice con la quantità dei beni posseduti e consumati. Essa è il risultato di un rapporto con ciò che si considera ed è istituito come bisogno.  Del fatto che queste società sappiano limitare i loro bisogni, la prova migliore è  che esse non si preoccupano affatto di accumulare o di accrescere la loro produzione. Se per caso diventano più produttive,  esse non aumentano la produzione ma il tempo dedicato agli ozi. Alcune di esse rifiutano poi di lanciarsi nell'avventura dell'agricoltura, spiegando che ciò richiede troppo lavoro (A. Caillé, Critica della ragione utilitaria, Torino, 1991, p. 64).

 

Di conseguenza, osserva Cenedese, sembrano avvalorate le tesi dell'economista Karl Polanyi,

 

"secondo cui la scarsità, lontana distanze stellari dall'essere secondo natura, è per converso istituita dall'economia di mercato come suo elemento costitutivo centrale, assieme all'incentivo rappresentato dal profitto."

 

Ora, la globalizzazione non è altro che l'esportazione forzata di questo modello economico-sociale basato sulla nevrosi dell'indigenza e, quindi, dell'accumulo illimitato di beni. Osserva Cenedese che nell'impostazione della dialettica Nord-Sud i termini di "sviluppo" e di "ritardo" hanno una data ben precisa: il 20 gennaio 1949. In quel giorno, il presidente statunitense Harry S. Truman tenne un celebre discorso al Congresso di Washington, in cui definiva gran parte del Pianeta "area sottosviluppata" e sosteneva che, per colmare tale ritardo,  occorreva puntare sullo sviluppo, "cioè un processo attraverso il quale, seguendo l'esperienza dell'occidente e imitandone i percorsi, un paese povero, quindi arretrato, poteva diventare ricco, cioè sviluppato, mediante la crescita economica e la modernizzazione socio-culturale. In breve, il messaggio era: Fate come noi." Ma l'esportazione del modello sviluppista ai paesi del Sud del Mondo doveva portare necessariamente con sé la distruzione non solo delle economie tribali tradizionali, ma anche delle culture spirituali che ne costituivano l'elemento coesivo fondamentale.

Scrive Caillé (op. cit., pp. 75-77):

 

"Ciò che la conquista coloniale distrugge non è l'economia. Ciò che essa distrugge sono i meccanismi sottili di produzione e riproduzione delle società tradizionali e i simbolismi attraverso i quali i loro membri davano un senso all'esistenza. Dopo l'annientamento dei loro punti di riferimento immaginari tradizionali, la sola via di uscita simbolica che resta loro aperta è quella dell'imitazione dei vincitori. Ma la soluzione mimetica crea altrettanti o anche più problemi di quanti non ne risolva. Più il desiderio porta all'imitazione dei dominatori e più vacilla ciò che contribuiva a nutrire il sentimento di una identità propria e permetteva di resistere. Il mercato, allorchè si estende più rapidamente della capacità del tessuto sociale di cicatrizzare le ferite che esso gli infligge,  genera catastrofi."

 

Continua Cenedese, riprendendo osservazioni dell'ecologista Wolgang Sachs:

 

"Per non parlare dei cosidedetti 'trapianti tecnologici', fondati sull'idea singolare che il sottosviluppo sia primariamente un problema 'tecnico': l'abbandono delle tecniche tradizionali a profitto di tecniche occidentali moderne approda sovente a un fallimento. (…) Le  tecniche tradizionali scompaiono, ma le nuove restano marginali. Esse non sono né ricreate, né gestite localmente, generano delle pratiche di produzione e di consumo estranee all'universo antico, determinano una disoccupazione supplementare. Tuttavia, la loro inadeguatezza alla situazione locale sarà trattata come un nuovo problema tecnico suscettibile di ricevere una nuova soluzione tecnica. A pieno titolo si può perciò considerare il massiccio ingresso del Terzo Mondo nell'universo tecnico occidentale come una forma di suicidio culturale. Per giunta, il divario tecnologico che oggi più che mai separa i paesi sviluppati da tutti gli altri è destinato ineluttabilmente ad aumentare."

 

Ecco, dunque, che l'idea sviluppista, enunciata formalmente nel discorso di Truman del 1949, ci si rivela oggi per quel che realmente era: una ideologia in cattiva fede, un mito artificialmente fabbricato per dare una giustificazione morale e materiale al crescente saccheggio planetario da parte dell'Impero, non senza un paternalistico auspicio di riduzione della forbice tra Nord e Sud, a patto di mettersi ciecamente nelle mani dei chirurghi del libero mercato; "Che imparino da noi!", ripeteva Reagan negli anni '80, e ripete Bush junior negli anni 2.000: ammirevoli esempi di stolidità e d'inossidabile arroganza culturale.

 

"Non è più possibile negarlo - scrive Sachs -: l'idea di tutti i Paesi del mondo in marcia su una strada comune non era che una chimera del dopoguerra. In realtà il mondo è diviso nella super-economia di una classe superiore e nell'economia povera di una classe inferiore di Paesi. Non è più possibile dire che tutti si muovono in uno spazio interdipendente: al contrario, la super-economia internazionale e l'economia povera del Sud del Mondo sono separate da un vero e proprio muro.[ E non è solo una metafora, ci permettiamo di aggiungere. Si pensi al muro che le autorità statunitensi stanno costruendo attraverso il deserto, da San Diego in California al Golfo del Messico, per tenere a bada i poveri dell'America Latina che cercano di entrare illegalmente negli U.S.A., e che il presidente Bush, nel maggio 2006, ha annunciato di voler far presidiare da reparti consistenti della Guardia Nazionale]. È passato tanto tempo da quando il Nord poteva essere considerato la locomotiva per la crescita del Sud. Un tempo ancora più lungo sembra trascorso da quando il Nord dipendeva da materie prime, da prodotti agricoli e da forza lavoro a basso costo, tutte cose che l'economia altamente tecnologizzata è in grado di sostituire con sempre maggiore facilità. Il Nord non ha più bisogno del Sud: prospera sull'esclusione del resto del mondo. Il mondo non si spacca più tra capitalismo e comunismo, ma tra economie lente e veloci." (Wolfgang Sachs, Economia dello sviluppo, Forlì, 1992, pp. 56-57).

 

Esiste ancora, almeno a livello teorico, una via d'uscita da questo apparente vicolo cieco? Cenedese ricorda che alcuni economisti "eretici" dell'ultima generazione, tra i quali Edward Goldsmith, cercano di familiarizzarci con l'idea (a prima vista alquanto insolita) che dovremmo incominciare a muoverci verso una società economicamente stabile o in stato stazionario, cioè verso un'economia a crescita zero, "società in cui l'investimento di capitale uguaglia il deprezzamento e le nascite uguagliano le morti".

Ebbene, alla luce di queste considerazioni ci sembra veramente fuor di luogo che gli antropologi, invece di studiare come e perché le varie culture si sono espresse in determinate forme, si preoccupino di ipostatizzare un modello unico di civiltà al quale ogni popolo naturalmente tenderebbe, se solo le circostanze ambientali non vi si opponessero.

Dobbiamo da ciò concludere che è la stessa cosa il fatto che una cultura sia in grado di elaborare opere spirituali o materiali  come la Divina Commedia o le piramidi di Gizah, mentre un'altra si limita alla caccia alle teste e al cannibalismo? Non è questo il punto e, comunque, la domanda è mal posta. Invece di paragonare le cose migliori di certe culture con le peggiori di altre, bisogna familiarizzarsi con l'idea che ogni popolo crea una propria cultura e che ciascuna cultura, nella misura in cui riesce a conservare un equilibrio sia interno che esterno (ambiente compreso), è di per sé una creazione dello spirito, dunque una civiltà; anche se non ha costruito i Propilei e il Partenone. Quanto a noi, siamo felici di poter vivere usufruendo delle molte cose buone che la civiltà occidentale moderna ha prodotto, ma ciò non significa che ci sentiamo i depositari di un modello privilegiato che tutti i popoli dovrebbero imitare. Davanti a un pastore Navajo che, quando è costretto dalla necessità ad abbattere un pino, si rivolge umilmente in preghiera al Signore degli Alberi per chiedere perdono di quella uccisione, non possiamo che sentirci molto, molto piccoli.


Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

Lettera aperta

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Lettera aperta

a Beppe Grillo e grillini                                  

di Matteo Pistilli

Cari amici di Beppe Grillo,

non possiamo esimerci dallo scrivervi queste poche righe,

proprio ora che le vostre speranze, i vostri temi hanno conosciuto

la ribalta. Già, perché porsi in modo netto, come avete

fatto voi, in un atteggiamento di opposizione all’attuale sistema

politico italiano, comporta spesso la condanna all’esilio e

la marginalizzazione dalla vita pubblica del Paese. Invece,

guidati intelligentemente dal vostro famoso tribuno, vi siete

ritagliati un importante spazio e riuscite a mantenerlo grazie

alla convinzione che vi anima e grazie anche a questo sistema

ormai decrepito che non aspettava altro che qualche coraggioso

capace di scagliare la prima pietra. Ora, però, ed è per questo

che ci permettiamo di recarvi questo messaggio, ci sono

diverse questioni che ci preoccupano; questioni di non poco

conto e che riguardano prima fra tutte il destino dei vostri

impegni. Riuscirete a mantenere fede alle parole dette, agli

obiettivi che vi siete posti? E dopo tante parole così necessarie,

riuscirete ad intraprendere la strada adeguata a colpire il

cuore delle questioni che avete sollevato? Osiamo rivolgerci a

voi, perché come avrete capito, è ormai molto tempo che ci

interessiamo a molti dei temi da voi affrontati in passato e che

continuate ad affrontare oggi: la corruzione, l’economia falsata,

la mancanza di rappresentatività , lo stato sociale, gli

inganni del sistema finanziario e chi più ne ha più ne metta;

alcuni problemi possono essere affrontati separatamente, ma

la maggioranza fanno parte di tutto un sistema che tutela se

stesso e la propria classe dirigente. Ed è proprio questa la

prima critica che vi vogliamo sollevare, secondo noi punto di

debolezza che alla lunga vi renderà impotenti e vi risucchierà

nella palude dei disonesti: affrontate il sistema politico come

se davvero fosse qualcosa di slegato e indipendente dal

sistema economico-politico- sociale mondiale, o comunque

occidentale/ atlantico; lo affrontate come se l’Italia possa essere

riformata senza badare agli equilibri ed alle disposizioni

giunte da oltre oceano; la verità è che in Italia, come nel resto

dell’Europa occidentale, manca la sovranità!

(continua nell’allegato)

 

 

tratto da OPPOSTA DIREZIONE (diffusione interna gratuita) Numero 3 – II° - Novembre 2007

A cura del Coordinamento Progetto Eurasia

Responsabile di Redazione: Paolo Bogni

Redazione: Luca Bionda, Anton Hanga, Matteo Pistilli, Michele Orsini, Federico Roberti, Paolo Bogni, Augusto Marsigliante

Sito OPPOSTA DIREZIONE: www.oppostadirezion e.altervista. org

Sito CPE: www.cpeurasia. org  Indirizzo CPE: cpeurasia@yahoo. it


In morte di un ragazzo

In morte di un ragazzo


In migliaia hanno ieri reso omaggio a Roma a Gabbo Sandri, il giovane assassinato da un agente domenica mattina. Un cordoglio composto, senza divise delle forze dell’ordine, senza cori inadatti, ma applausi e lacrime. Ed è mancata la violenza, il mostro che tutti i media volevano sbattere in prima pagina. E che sarebbe servita a questo debole Stato per lucidarsi a nuovo e per far parlare nei salotti televisivi degli ottantamila reietti della società, definiti “teppa terroristica” e altro ancora. La morte di un giovane è sempre un dolore. Ma che sia la spinta per un nuovo e sano risveglio della coscienza del popolo. Lo Stato siamo tutti noi.
In migliaia hanno ieri reso omaggio a Roma a Gabbo Sandri, il giovane assassinato da un agente domenica mattina. Un cordoglio composto, senza divise delle forze dell’ordine, senza cori inadatti, ma applausi e lacrime. Ed è mancata la violenza, il mostro che tutti i media volevano sbattere in prima pagina. E che sarebbe servita a questo debole Stato per lucidarsi a nuovo e per far parlare nei salotti televisivi degli ottantamila reietti della società, definiti “teppa terroristica” e altro ancora. La morte di un giovane è sempre un dolore. Ma che sia la spinta per un nuovo e sano risveglio della coscienza del popolo. Lo Stato siamo tutti noi.

IL MITO DELLA SICUREZZA PRODUCE MOSTRI


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IL MITO DELLA SICUREZZA PRODUCE MOSTRI


di miro renzaglia




Il sicuro non vuole più sicurezza. E’ l’insicuro che la invoca...

Ma l’insicuro, nell’età della sicurezza, non si sente mai rassicurato abbastanza dalle sempre nuove misure a favore della sua protezione.

Anzi, a ogni nuovo delitto dice che c’è ancora molto da fare prima di sentirsi veramente al riparo dagli accidenti della vita.

Non c’è portone blindato, doberman nel giardino, pistola nel cassetto o alla cinta dei pantaloni, poliziotto di quartiere, polizia municipale, esercito nazionale che lo faccia sentire del tutto sicuro... Lui vuole di più, sempre di più...

Vuole l’esercito della salvezza da tutti gli imprevisti della vita: reali o ipotizzabili... Eserciti contro gli immigrati, eserciti contro i delinquenti: quelli comuni e quelli politici; contro la mafia, contro i trafficanti, i pedofili, la prostituzione, i venditori ambulanti, i lavavetri, i questuanti che lo infastidiscono all’uscita dalla messa...

Vuole il poliziotto stradale che, in un autogrill, pretende di sedare un diverbio sparando nel mucchio...

E mai che gli venga in mente, all'insicuro, che è la sua idolatria della sicurezza ad agitare gli assicuratori a mano armata...

Se per dirimere una querelle da due schiaffi e via, il sistema produce e propone chi spara e ammazza un ventisettenne in gita calcistica, a quale ente metafisico dobbiamo attribuire la responsabilità se non all’idolatrato dio della sicurezza?

Per chi ha elevato questo dio a valore supremo della “civile convivenza” (mi verrebbe da ridere se non ci fosse di che piangere...); insomma, per quelli che c’hanno il pallino del poliziotto nel dna e per i quali: “l’ordine e la disciplina, prima di tutto...” varrà il concetto:

“Se Gabriele Sandri, se ne stava a casa sua, invece di andare a vedere una stupidissima partita di pallone, mica gli succedeva niente...”.

Ma noi che viviamo d’altro, vivaddio!, e qualche volta viviamo persino di calcio; noi possiamo permetterci di valutare le insurrezioni popolari e spontanee del post delitto-Sandri, i cortei sassaioli che sono seguiti alla notizia del suo assassinio, come sintomi di guarigione e di risveglio dall’incubo dell’impero della sicurezza-ad-ogni-costo.

miro renzaglia
www.mirorenzaglia.com

Giustizia per Gabriele

Giustizia per Gabriele

Appello del PCI ai fratelli in Camicia Nera

Appello del PCI ai fratelli in Camicia Nera

Agli operai e ai contadini,
Ai soldati, ai marinai, agli avieri, ai militi,
Agli ex-combattenti e ai volontari della guerra abissina,
Agli artigiani, ai piccoli industriali e ai piccoli esercenti, Agli
impiegati e ai tecnici,
Agli intellettuali,
Ai giovani,
Alle donne,
A tutto il popolo italiano!
Italiani!
L'annuncio della fine della guerra d'Africa è stato da voi salutato
con gioia, perché nel vostro cuore si è accesa la speranza di veder,
finalmente, migliorare le vostre penose condizioni di esistenza.
Ci fu ripetuto che i sacrifici della guerra erano necessari per
assicurare il benessere al popolo italiano, per garantire il pane ed
il lavoro a tutti i nostri lavoratori, per realizzare - come disse
Mussolini - "quella più alta giustizia sociale che, dal tempo dei
tempi, è l'anelito delle moltitudini m lotta aspra e quotidiana con
le più elementari necessità della vita", per dare terra ai nostri
contadini, per creare le condizioni della pace.
Sono trascorsi parecchi mesi dalla fine della guerra d'Africa, e
nessuna delle promesse che ci vennero fatte è stata ancora mantenuta.
Anzi, le condizioni delle masse sono peggiorate con la fine della
guerra africana; mentre si accresce di giorno in giorno per il nostro
paese, la minaccia di esser trascinato in una guerra più grande, in
una guerra mondiale.
Perché le promesse che vengono fatte al popolo non sono mai
mantenute? Perché il nostro popolo non riesce a risollevarsi, e viene
gettato nelle guerre a ripetizione che dovrebbero salvarlo dalla
miseria e che aumentano, invece, sempre di più la sua miseria?

Italiani!
La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che
l'Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del
lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte
all'affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti
guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo
delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.
Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d'oro
con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle
fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della
guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una
guerra più grande.
Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso
alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la
potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse
che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non
sono state mantenute.
L'Italia può dar da mangiare a tutti i suoi figli.

Italiani!
Il nostro paese può dar da mangiare a tutti i suoi figli e non ha da
temere, come una disgrazia, l'aumento della popolazione.
Guardate, figli d'Italia, fratelli nostri, guardate i gioielli
dell'industria torinese, le mille ciminiere di Milano e della
Lombardia, i cantieri della Liguria e della Campania, le mille e
mille fabbriche sparse nella Penisola, dalie quali escono macchine
perfette e prodotti magnifici che nulla hanno da invidiare a quelli
fabbricati in altri paesi.
Tutta questa ricchezza l'avete creata voi, operai italiani: l' ha
creata il vostro lavoro intelligente e tenace, accoppiato al genio
dei nostri ingegneri e dei nostri tecnici. Guardate, figli d'Italia,
le nostre campagne dove si è accumulato il lavoro secolare di
generazioni di contadini. Sì, il nostro è il paese del sole,
dell'azzurro cielo e dei fiori; ma la nostra Italia è bella
soprattutto perché i nostri contadini l' hanno abbellita con il loro
lavoro.
Queste opere le avete create voi, con il vostro lavoro, operai
italiani, voi che avete fatto dare al nostro popolo il nome
di "popolo di costruttori" .
Noi abbiamo ragione di inorgoglirci. Questa Italia bella, queste
ricchezze sono il frutto del lavoro dei nostri operai, dei nostri
braccianti, dei nostri ingegneri, dei nostri tecnici, dei nostri
artisti, del genio della nostra gente.
Ma questa ricchezza non appartiene a chi l' ha creata.
Essa è nelle mani di poche centinaia di famiglie, di grossi
finanzieri e di capitalisti, di grandi proprietari fondiari, che sono
i padroni effettivi di tutta la ricchezza del paese, che dominano
l'economia del paese.
Questo pugno di dominatori del paese sono i responsabili della
miseria del popolo, delle crisi, della disoccupazione. Essi non si
preoccupano dei bisogni del popolo, ma dei loro profitti.
A questa gente non importa che milioni di operai e di braccianti
siano senza lavoro, che migliaia e migliaia di giovani vivano
nell'ozio forzato, che la gioventù uscita dalle scuole non trovi una
occupazione, mentre utilizzando tutta questa grande forza, oggi
inoperosa, si potrebbero moltiplicare le ricchezze del paese.
I pescicani capitalisti affamano il popolo, gettano sul lastrico gli
operai, aumentano lo sfruttamento degli operai che lavorano e
abbassano il loro salano, provocano la rovina dei contadini, dei
piccoli industriali, dei piccoli commercianti, e degli artigiani; e
quando il popolo è caduto nella miseria gli dicono che bisogna fare
la guerra, che bisogna andare a farsi ammazzare per riempire le loro
casseforti.
I pescicani non vogliono pagare le conseguenze della crisi che essi
hanno provocata, anzi, si fanno pagare da tutta la Nazione i miliardi
necessari a colmare il passivo delle loro aziende!
I pescicani impongono al popolo una spesa annua di sei miliardi di
lire per la preparazione della guerra!
E per tenere a freno il popolo affamato, per imporgli i più duri
sacrifici, i pescicani hanno bisogno di un forte apparato di polizia
che costa al paese più di un miliardo all'anno.
Quarantatre milioni di italiani lavorano e penano per arricchire un
pugno di parassiti.
Sono questi grandi magnati del capitale che impediscono l'unione del
nostro popolo, mettendo fascisti e antifascisti gli uni contro gli
altri, per sfruttarci tutti con maggiore libertà.
Sono questi parassiti del lavoro nazionale e del genio italiano che
hanno tolto ogni libertà al popolo, hanno imbavagliato i lavoratori,
i tecnici, gli intellettuali, fascisti e non fascisti, per sfruttarli
meglio ed asservirli; sono questi grandi razziatori della ricchezza
del paese che hanno corrotto la nostra vita pubblica, arricchendo
certi alti funzionari e gerarchi dello Stato e del Partito fascista,
che ieri erano poveri ed oggi hanno ville, automobili e capitali
investiti, - per farsene degli strumenti servizievoli; sono questi
briganti che ci portano alla guerra, perché la guerra aumenta
enormemente i loro profitti ed offre loro la possibilità di nuove
ladrerie, di nuove ladrerie, grandi accumulazioni di ricchezze.
Popolo Italiano!
Unisciti per liberare l'Italia da queste canaglie che dispongono
della vita di quarantatre milioni di italiani, che affamano il nostro
paese, e lo portano alla rovina, alla guerra in permanenza; unisciti
per far pagare ai pescicani le spese della guerra e della
colonizzazione!

[..]

I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un
programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei
lavoratori [...]
Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma...
FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI!
Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi
LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perchè con te volgiamo
costruire l'Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perchè
noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo
gli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perchè
l'ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremo
trascinati tutti nella rovina [.] ti diamo una mano perchè vogliamo
farla finita con la fame e con l'oppressione. E' l'ora di prendere il
manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perchè ci
restituiscano quanto ci hanno tolto
[...]

Popolo Italiano!
Noi comunisti italiani combattiamo per rovesciare il dominio dei
capitalisti nel nostro paese, per strappare dalle mani dei
capitalisti che le monopolizzano le ricchezze del nostro paese e
restituirle al popolo che le ha prodotte; noi combattiamo per fondare
in Italia uno Stato in cui ogni cittadino abbia il diritto al lavoro
e a ricevere una rimunerazione a seconda della quantità e qualità del
lavoro fornito, per ogni cittadino abbia diritto al riposo pagato ed
a tutte le assicurazioni sociali e per la vecchiaia, a spese dello
Stato; uno Stato in cui ogni cittadino abbia diritto alla istruzione
gratuita, da quella elementare a quella superiore; uno Stato di
lavoratori liberi in cui tutti i cittadini abbiano la più completa
libertà politica, di pensiero, di organizzazione e di stampa, uno
Stato che sia nelle mani dei lavoratori, governato dai lavoratori. In
uno Stato simile la disoccupazione sarà distrutta per sempre, le
crisi saranno abolite, le ricchezze del paese saranno messe a
profitto di tutto il popolo.
I nostri giovani, i nostri ingegneri, i nostri tecnici avranno largo
campo di sviluppare le loro capacità; e tutti lavoreranno un minor
numero di ore al giorno, migliorando le proprie condizioni materiali
e culturali.
I contadini non peneranno più sulla terra che non è loro.
La cultura che oggi è ristretta e compressa avrà uno sviluppo mai
raggiunto nel nostro paese.
Noi vogliamo fondare una Italia forte, libera e felice, come forte
libera e felice e la Unione dei Soviet, dove in questi giorni 170
milioni di lavoratori discutono la nuova Costituzione, la Carta della
libertà, lo Statuto di una società di lavoratori liberi. La vittoria
del programma dei comunisti, in Italia, sarà la libertà assicurata
dalla disciplina cosciente del popolo padrone dei propri destini,
sarà il pane e il benessere e la cultura garantiti a tutta la
popolazione lavoratrice, sarà la politica della pace e della
fraternità tra i popoli, garantita dal popolo al potere.
Noi comunisti difendiamo gli interessi di tutti gli strati popolari,
gli interessi dell'intera Nazione.
Perché la Nazione è il popolo, è il lavoro, è l'ingegno italiano,
perché la Nazione italiana è la somma di tutte le sofferenze e le
lotte secolari del nostro popolo per il benessere, per la pace, per
la libertà, perché il Partito Comunista, lottando per la libertà del
popolo e per la sua elevazione materiale e culturale, contro il pugno
di parassiti che l'affamano e la opprimono, è il continuatore e
l'erede delle tradizioni rivoluzionarie del Risorgimento nazionale,
l'erede e il continuatore dell'opera di Garibaldi, di Mameli, di
Pisacane, dei Cairoli, dei Bandiera, delle migliaia di Martiri ed
Eroi che combatterono non solo per l'indipendenza nazionale
dell'Italia, ma per conquistare al popolo il benessere materiale e la
libertà politica. Nella lotta per questo grande ideale di giustizia e
di libertà, diecine di comunisti sono caduti, e migliaia sono stati
condannati in questi anni a delle pene mostruose. Centinaia di questi
eroici combattenti per la causa del .popolo languono nelle prigioni e
nelle isole di confino. Diecine, .tra di essi, sono nelle prigioni da
dieci anni. Uomini come Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Mauro
Scoccimarro, Gerolamo Li Causi, Giovanni Parodi, Battista Santhià,
Adele Bei, e cento e cento altri, il fiore della classe operaia e del
popolo italiano, i difensori eroici della cultura italiana e degli
interessi del paese che essi amano di un amore che non ha l'eguale,
ed al quale hanno dedicato la loro vita, - non hanno indietreggiato
di fronte a nessun rischio per proclamare la necessità della
riconciliazione del popolo italiano per fare l'Italia forte, libera e
felice.
Ma questo programma non potrà essere realizzato se non con la volontà
del popolo. Oggi il popolo non vede ancora possibile la lotta per
tale programma. Oggi il 'popolo vuole risolvere i problemi più
urgenti ed attuali che lo angosciano, vuole risolvere i problemi più
urgenti del pane, del lavoro, della pace e della libertà per tutti; e
noi siamo col popolo, e facciamo appello alla sua unione e alla sua
riconciliazione perla conquista di queste rivendicazioni
indilazionabili.
Il programma fascista del 1919 non è stato realizzato!
Popolo Italiano!
Fascisti della vecchia guardia!
Giovani fascisti!
Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è
un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei
lavoratori, e vi diciamo:
Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma [...]
Niente di quanto fu promesso nel 1919 è stato mantenuto.
I sindacati, sottratti alla libera direzione degli operai, sono
ridotti alla funzione. di impedire agli operai di far pressione sul
padronato per difendere i diritti dei lavoratori. L'assemblea
parlamentare è comandata dai pescicani e dai loro funzionari, e
nessuna voce indipendente vi si leva a difesa degli interessi sacri
del popolo. Voi rendete omaggio alla memoria di Filippo Corridoni. Ma
l'ideale per il quale Corridoni combatte tutta la vita fu quello di
conquistare alla classe operaia il diritto di essere padrona del
proprio destino. Il sindacalismo di Corridoni espresse la lotta degli
sfruttati contro gli sfruttatori, e sognò la vittoria degli
sfruttati, la loro redenzione dall'oppressione capitalistica.
Fascisti della vecchia guardia!
Giovani fascisti!
Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi ed a
tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista
del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse
immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo
italiano. Siamo disposti a lottare con chiunque voglia davvero
battersi contro il pugno di parassiti che dissangua ed opprime la
Nazione e contro quei gerarchi che li servono.
Perché la nostra lotta sia coronata da successo dobbiamo volere la
riconciliazione del popolo italiano ristabilendo la unità della
Nazione, per la salvezza della Nazione, superando la divisione
criminale creata nel nostro popolo da chi aveva interesse a spezzarne
la fraternità.
Dobbiamo unire la classe operaia e fare attorno a questa la unità del
popolo e marciare uniti, come fratelli, per il pane, per il lavoro,
per la terra, per la pace e per li libertà.
Dobbiamo ristabilire la fiducia reciproca fra gli italiani; liquidare
i rancori passati; smetterla con la pratica vergognosa dello
spionaggio che aumenta la diffidenza, dobbiamo risuscitare il
coraggio civile delle opinioni liberamente espresse: nessuno di noi
vuoi cospirare contro il proprio paese: noi vogliamo tutti difendere
gli interessi del nostro paese che amiamo.
Amnistia completa per tutti i figli del popolo che furono condannati
per delitto d'opinione. Abolizione delle leggi contro la libertà e
del Tribunale Speciale, che colpiscono i difensori del popolo, che
difendono gli interessi dei nemici del popolo e dell'Italia.
Diamoci la mano, figli della Nazione italiana! Diamoci la mano,
fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le
opinioni. Diamoci la mano e marciamo fianco a fianco per strappare il
diritto di essere dei cittadini di un paese civile quale è il nostro.
Soffriamo le stesse pene. Abbiamo la stessa ambizione: quella di fare
l'Italia forte, libera e felice. Ogni sindacato, ogni Dopolavoro,
ogni associazione diventi il centro della nostra unità ritrovata ed
operante, della nostra volontà di spezzare la potenza del piccolo
gruppo di parassiti capitalisti che ci affamano e ci opprimono. [...]

GAZA VIVRA’

http://isole.ecn.org/molino/giornale/contestago02/img/nopas2.jpg

GAZA VIVRA’

Appello per la fine di un embargo genocida


Firma subito anche tu!

Tutte le firme devono essere inviate a info@gazavive.com

e verranno pubblicate su www.gazavive.com

Oltre a nome e cognome è importante comunicare la città e la qualifica di ogni firmatario


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IL SICOFANTE


Ci avremmo scommesso che il nostro Appello GAZA VIVRA’ avrebbe prima o poi attirato la maniacale attenzione di Magdi Allam.
Arruolato in servizio permanente effettivo dal potente “partito israeliano”, egli è un meticoloso osservatore di tutto l’universo che a vario titolo condanna Israele.
Che sia lui direttamente a dilettarsi in quest’opera certosina, o che le veline gli vengano passate dalle barbe finte non ci è dato sapere. Certo è che il Magdi non si limita a riempire di contumelie chiunque osi condannare la politica guerrafondaia e segregazionista israeliana. Egli va molto al di là di questo. Non si fa scrupoli a vestire i panni funerei dell’inquisitore, del Torquemada, dello sbirro. Egli deve svolgere scrupolosamente il lavoro per cui viene lautamente pagato: monitorare, disinformare, spaventare e infine, da perfetto sicofante, indicare agli organi repressivi i bersagli da colpire.

Questa volta leggiamo tuttavia tra le righe un certo sgomento. Nel suo scandalizzarsi per la presenza, tra i primi firmatari, di autorevolissimi esponenti del mondo della cultura traspare, alle spalle della sua boriosa superbia, il timore che la nostra iniziativa sia destinata ad avere successo. E infatti successo lo ha perché da voce a larga parte dell’opinione pubblica, perché svela che per quanti sforzi compia la mega-macchina della intossicazione ideologica (leggi mass media + schieramento bipolare) affinché gli italiani amino Israele gran parte di essi, con tignosa impertinenza, continuano invece a detestarlo. Allam è insomma incazzato poiché intuisce che il nostro Appello non fa che dare forma al senso comune

Per quanto attiene al contenuto dell’Appello Allam compie la più banale delle mosse del polemista isterico. Siccome chiediamo di porre fine alla tragica situazione degli abitanti di Gaza, siccome chiediamo a Prodi di considerare Hamas parte integrante del popolo palestinese, noi saremmo schierati, ipso facto, coi “terroristi islamici”, nonché condivideremmo sia l’obbiettivo di distruggere Israele, sia quello di sterminare gli avversari di al-Fatah. Magie della proprietà transitiva.

Il suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 4 novembre, rivolge dunque un perentorio invito alle istituzioni, e tra queste in primo luogo alla magistratura, affinché stronchino la campagna per Gaza. Da inquisitore quale crede di essere Allam suggerisce anche una specifica modalità giuridico-penale: applicare nei confronti dei firmatari la legge che prevede la punizione di chiunque diffonda “… idee fondate sull’odio razziale e religioso” (sic!).

Il pretesto per perseguire penalmente più di duemila cittadini sarebbe l’equiparazione tra Israele e il regime nazista. In verità questa equiparazione nell’Appello non c’è. Il fatto è che Allam incespica nel più classico dei lapsus freudiani, affermando ciò che il suo inconscio evidentemente considera vero. L’Appello stabilisce piuttosto un parallelismo tra la catastrofe umanitaria di Gaza (causata dall’embargo israeliano-americano-europeo), e quella subita dagli avversari dei nazisti nei campi di concentramento. Che da questa incontestabile similitudine si possa dedurre un’equipollenza tra nazismo e sionismo, è affare che attiene alla libera coscienza di ognuno, ai suoi insindacabili convincimenti politici.
Ma sono proprio questi liberi convincimenti che Allam non tollera! Egli difende a spada tratta Israele perché sarebbe la sola e vera democrazia del Medio Oriente, ovvero si spaccia per alfiere di Israele in quanto paladino della democrazia liberale, e però vorrebbe mettere in manette, qui in Italia, chiunque osi pensarla in modo opposto al suo. In buona sostanza Allam chiede, almeno per quanto riguarda il giudizio sul suo tanto amato Israele, che siano cancellate la libertà d’espressione quanto quella di pensiero.
Non è la prima volta che dietro a certi DEMocratici- LIBerali si cela l’anima DEMocratica-LIBerticida. Quel Super-Io geneticamente fascista che l’Occidente esibisce quando sente minacciata la sua supremazia.

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SIAMO A QUOTA 2.250


Potete leggere l’elenco delle firme su www.gazavive.com

La lista è aggiornata al 31 ottobre.

La raccolta continua: diamoci da fare!


per costruire insieme le prossime tappe della campagna


DOMENICA 11 NOVEMBRE

ore 10 – Sala del Dopolavoro Ferroviario

Via Alamanni 4 – presso la stazione di S. Maria Novella

FIRENZE

Assemblea nazionale


L’assemblea di Firenze servirà a stabilire le prossime tappe della campagna per Gaza.
Invitiamo quindi tutti ad essere presenti, per poter discutere e decidere insieme.

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GAZA VIVRA’

Appello per la fine di un embargo genocida


Nel 1996, votando massicciamente al-Fatah, i palestinesi espressero la speranza di una pace giusta con Israele. Questa speranza venne però uccisa sul nascere dalla sistematica violazione israeliana degli accordi. Essi prevedevano che entro il 1999 Israele avrebbe dovuto ritirare le truppe e smantellare gli insediamenti coloniali dal 90% dei Territori occupati.
Giunto al potere dopo la sua provocatoria «passeggiata» nella spianata di Gerusalemme, Sharon congelò il ritiro dell’esercito e accrebbe gli insediamenti coloniali — ovvero città razzialmente segreganti i cui abitanti, armati fino ai denti, agiscono come milizie ausiliarie di Tsahal. Come se non bastasse, violando anche stavolta le risoluzioni O.N.U., diede inizio alla edificazione di un imponente «Muro di sicurezza» la cui costruzione ha implicato l’annessione manu militari di un ulteriore 7% di terra palestinese.
Nel tentativo di schiacciare la seconda Intifada, Israele travolse l’Autorità Nazionale Palestinese e mise a ferro e fuoco i Territori. Migliaia i palestinesi uccisi o feriti dalle incursioni, decine di migliaia quelli rastrellati e arrestati senza alcun processo. Migliaia le case rase al suolo. Decine i dirigenti ammazzati con le cosiddette «operazioni mirate». Lo stesso presidente Arafat, una volta dichiarato «terrorista», venne intrappolato nel palazzo presidenziale della Mukata, poi bombardato e ridotto ad un cumulo di macerie.

Evidenti sono dunque le ragioni per cui Hamas (nel frattempo iscritta da U.S.A. e U.E. nella black list dei movimenti terroristici) ottenne nel gennaio 2006 una straripante vittoria elettorale. Prima ancora che una protesta contro la corruzione endemica tra le file di al-Fatah, i palestinesi gridarono al mondo che non si poteva chiedere loro una «pace» umiliante, imposta col piombo e suggellata col proprio sangue.
Invece di ascoltare questo grido di aiuto del popolo palestinese, le potenze occidentali decisero di castigarlo decretando un embargo totale contro la Cisgiordania e Gaza. Seguendo ancora una volta Israele (che immediatamente dopo la vittoria elettorale di Hamas aveva bloccato unilateralmente i trasferimenti dei proventi di imposte e dazi di cui le Autorità palestinesi erano i legittimi titolari), U.S.A. e U.E. congelarono il flusso di aiuti finanziari causando una vera e propria catastrofe umanitaria, ciò allo scopo di costringere un intero popolo a piegare la schiena e ad abbandonare la resistenza.

Questa politica, proprio come speravano i suoi architetti, ha dato poi il suo frutto più amaro: una fratricida battaglia nel campo palestinese. Coloro che avevano perso le elezioni, con lo sfacciato appoggio di Israele e dei suoi alleati occidentali, hanno rovesciato il governo democraticamente eletto per rimpiazzarlo con un altro abusivo. Hanno poi scatenato, in combutta con le autorità sioniste, la caccia ai loro avversari, annunciando l’illegalizzazione di Hamas col pretesto di una nuova legge per cui solo chi riconosce Israele potrà presentarsi alle elezioni. USA ed UE, una volta giustificato il golpe, sono giunte in soccorso di questo governo illegittimo abolendo le sanzioni verso le zone da esso controllate, e mantenendole invece per Gaza.

Un milione e mezzo di esseri umani restano dunque sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare. Come nei campi di concentramento nazisti essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali. Come se non bastasse l’esercito israeliano continua a martellare Gaza con bombardamenti e incursioni terrestri pressoché quotidiani in cui periscono quasi sempre cittadini inermi.

Una parola soltanto può descrivere questo macello: genocidio!

Una mobilitazione immediata è necessaria affinché venga posto fine a questa tragedia.


Ci rivolgiamo al governo Prodi affinché:

1. Rompa l’embargo contro Gaza cessando di appoggiare la politica di due pesi e due misure per cui chi sostiene al-Fatah mangia e chi sta con Hamas crepa;

2. si faccia carico in tutte le sedi internazionali sia dell’urgenza di aiutare la popolazione assediata sia di quella di porre fine all’assedio militare di Gaza;

3. annulli la decisione del governo Berlusconi di considerare Hamas un’organizzazione terrorista riconoscendola invece quale parte integrante del popolo palestinese;

4. cancelli il Trattato di cooperazione con Israele sottoscritto dal precedente governo.

PRIMI FIRMATARI- Gianni Vattimo – Filosofo ed ex parlamentare europeo
- Danilo Zolo – Università di Firenze
- Margherita Hack – Astrofisica
- Edoardo Sanguineti – Poeta, Università di Genova
- Gilad Atzmon – Musicista
- Franco Cardini – Università di Firenze
- Mara De Paulis – Scrittrice, Premio Calvino
- Lucio Manisco – Giornalista, già parlamentare europeo
- Costanzo Preve – Filosofo, Torino
- Giulio Girardi – Filosofo e teologo della Liberazione
- Giovanni Franzoni – Comunità Cristiane di Base
- Domenico Losurdo – Università di Urbino
- Marino Badiale – Università di Torino
- Aldo Bernardini – Università di Teramo
- Piero Fumarola – Università di Lecce
- Giovanni Bacciardi – Università di Firenze
- Giovanni Invitto – Università di Lecce
- Alessandra Persichetti – Università di Siena
- Bruno Antonio Bellerate – Università Roma tre
- Rodolfo Calpini – Università La Sapienza, Roma
- Ferruccio Andolfi – Università di Parma
- Roberto Giammanco – Scrittore e americanista
- Gianfranco La Grassa – Economista
- M. Alighiero Manacorda – Storico dell’educazione
- Alessandra Kersevan – Ricercatrice storica, Udine
- Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano
- Stefania Campetti - Archeologa
-Carlo Oliva – Pubblicista
- Gabriella Solaro – Ist. Naz. Storia del Movimento di Liberazione in Italia
- Giuseppe Zambon – Editore
- Bruno Caruso – Pittore
-Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia
- Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano
- Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano
- Hamza Roberto Piccardo – Direttore www.islam-online.it
- Nella Ginatempo, Movimento contro la guerra, Roma
- Mary Rizzo – blog Peacepalestine
- Tusio De Iuliis – Presidente Associazione “Aiutiamoli a Vivere”
- Cesare Allara – Com. Sol. Palestina, Torino
- Angela Lano – Giornalista Infopal, www.infopal.it
- Umar Andrea Lazzaro – Collettivo www.islam-online.it, Genova
- Marco Ferrando – Partito Comunista dei Lavoratori
- Leonardo Mazzei – Portavoce Comitati Iraq Libero
- Mara Malavenda – Slai Cobas, Napoli
- Moreno Pasquinelli – Campo Antimperialista
- Marco Riformetti – Laboratorio Marxista
-Maria Ingrosso – Colletivo Iqbal Masih, Lecce
- Antonio Colazzo – L.u.p.o. Osimo (Ancona)
- Gian Marco Martignoni – Segreteria provinciale Cgil, Varese
- Luciano Giannoni – Consigliere provinciale Prc Livorno
- Dacia Valent – ex Eurodeputata, dirigente dell’Islamic Anti-Defamation League
- Pietro Vangeli – Segretario nazionale Partito dei Carc
- Ascanio Bernardeschi – Prc Volterra (PI)
- Fabio Faina – Capogruppo Pdci al Consiglio comunale di Perugia
- Roberto Massari – Editore, Utopia Rossa
- Fausto Schiavetto – Soccorso Popolare
- Luca Baldelli – Consigliere provinciale Prc Perugia

VOTATE!!!!

VI PREGO DI VOTARE TUTTI!!!!

Fano: I cittadini a favore della vigilanza di FN

Tratto da: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/pesaro/2007/11/06/45751-piace_giro_ronda_politici_molto_meno.shtml

FANO

Piace il giro di ronda, ai politici molto meno

Fulvi (Ds): "Al di là della furbizia comunicativa del rappresentante di Forza Nuova che tenta di negare l’evidenza, siamo di fronte ad un gruppo d’estrema destra" Commenta la notizia (il modulo è in fondo alla pagina)


Fano, 6 novembre 2007 - Dopo il grande clamore suscitato nei giorni scorsi dalla proposta fatta da Forza Nuova (e sostenuta dalla raccolta di 360 firme ) al sindaco Stefano Aguzzi, per l’istituzione di un servizio di 'vigilanza civica' in città, il nostro giornale ha voluto lanciare sul suo sito (www.ilrestodelcarlino.it/pesaro) un sondaggio dal titolo:'Fano, cosa ne pensi delle ronde promosse da Forza Nuova?'.

Finora hanno votato quasi 200 persone: il 56,83% ha scelto la prima risposta: sono d'accordo, sarebbero utili per la sicurezza dei cittadini; il 23,5% la seconda: iniziativa apprezzabile, ma vigilare sulla sicurezza dei cittadini spetta alle forze dell'ordine e il 19,36% la terza: sono assolutamente contrario, è un'iniziativa assurda.

Dal sondaggio è evidente che la maggioranza delle persone che vi hanno partecipato è favorevole, ciò lo si evince anche dai commenti pervenuti sul sito che hanno coinvolto anche persone residenti in altre province italiane.

Dalla provincia di Pistoia, un uomo afferma: "Come padre di famiglia approvo l'iniziativa di questi ragazzi, concentriamoci sul fine e non su l'idea politica". Un altra persona di sesso maschile da Bologna scrive: "Non possiamo vivere sperando nella fortuna e che capiti sempre a qualcun altro. E' ora che i cittadini riprendano in mano le loro sorti, senza più deleghe a politici parolai e inefficienti".

Il Consigliere della prima Circoscrizione e membro del direttivo di Alleanza Nazionale Filippo Minardi prende le difese del sindaco Aguzzi contro quanti lo hanno accusato di non 'stoppare' l’iniziativa di FN: "Le accuse che vengono fatte al sindaco sono alquanto discutibili se non addirittura fuori luogo".


A sostegno della sua opinione il consigliere Filippo Minardi elenca quattro punti: "Primo: il sindaco come è nei suoi doveri è obbligato a ricevere qualsiasi partito, associazione o cittadini che abbiano da proporre qualche iniziativa.

Secondo: se tale iniziativa ha avuto tanto risalto vuol dire che un malessere di base esiste anche nella nostra zona che non è più un isola felice.

Terzo: l’iniziativa di Forza Nuova non è fatta per sostituire il lavoro delle forze dell’ordine ma vuole sensibilizzare chi le leggi in materia di sicurezza le deve fare a sbrigarsi e non girare intorno al problema con decreti che non vanno al nocciolo della questione.

Quarto: si può non essere d’accordo su delle iniziative ma il tutto deve rimanere dentro gli ambiti di una dialettica politica civile e rispettosa".

Rosetta Fulvi, Capogruppo Ds non la pensa allo stesso modo: "Al di là della furbizia comunicativa del rappresentante di Forza Nuova che tenta di negare l’evidenza, siamo di fronte ad un gruppo d’estrema destra, ispirato ai valori e alla simbologia neonazista, che ha deciso di istituire le ronde nella nostra città — afferma — . Il coro di “no alle ronde” che si sta levando da tutta la città dimostra come sia radicato nella nostra comunità il senso della legge e il rispetto per le regole democratiche".

Anche Sinistra Unita non è affatto d’accordo all’istituzione del servizio di 'vigilanza civica' organizzato da Forza Nuova. "Fortunatamente il Questore è intervenuto con molta chiarezza: le ronde sono fuori legge. La condanna di Sinistra Unita è totale e perentoria. Il controllo spetta alle istituzioni e chi ne fa parte deve andare verso questa direzione senza confusione".

RINASCITA

per coloro che fanno finta di essere comunisti:

RINASCITA

PAGINA PRINCIPALE > ACCESSO :: LIBERO Primo Piano Diteci qualcosa di sinistra, ma nazionale

Destra e sinistra sono due termini ottocenteschi, nel senso che il loro uso entrò nel linguaggio comune per descrivere realtà politiche del XIX secolo, che oggi non esistono più.
Come tutte le parole il significato si è però modificato strada facendo.
Destra era sinonimo di conservatorismo, sinistra di cambiamento.
Questo perché la destra era quella che difendeva gli interessi di coloro che volevano mantenere i loro privilegi, mentre la sinistra rappresentava i ceti più poveri, che volevano ovviamente cambiare le cose.
Le cose in Italia si confusero presto. Il fascismo, proprio per la sua naturale carica rivoluzionaria e per le sue radici socialiste, era un movimento sicuramente di sinistra, ma giunse al potere alleandosi con i conservatori divenendo automaticamente di destra. Allora nacque anche un altro teorema: l’internazionalismo è di sinistra, il nazionalismo (quello dell’epoca) è di destra.
Finita la guerra con l’esito che tutti sappiamo si continuò con il vecchio schema.
Più che tra nazionalismo e internazionalismo bisognerebbe però dividere tra nazionalisti e antinazionali, ma in questo modo si arriverebbe a trovare subito tutti i partiti di Palazzo da una stessa parte, quella nemica degli interessi nazionali del popolo italiano.
In ogni caso, poiché il fascismo era “il male assoluto” tutti facevano del loro meglio per rimanerne lontani. E se il fascismo era percepito come destra e nazionale, bisognava essere tutti di sinistra e internazionalisti.
Divenne di sinistra la Dc e nei governi di centrosinistra entravano pure i liberali (l’essenza della destra economica, ma la sinistra ottocentesca). Il tricolore venne quasi bandito (quasi equivaleva al fascio), non parliamo poi dell’inno nazionale, al massimo si poteva usare durante una partita di calcio. In pratica divennero tutti “di sinistra”.
La storia però continuava a correre e l’Italia, tutta di sinistra, un giorno si guardò allo specchio e si scoprì tutta di destra, almeno nella sostanza.
Il merito o demerito dell’uso del nome destra va attribuito a Berlusconi, che sdoganò il partito di Fini e creò una coalizione con l’etichetta di centrodestra, ma non è questione di nomi, sono stati i partiti ad operare una vistosa deriva a destra.
Se trenta o quaranta anni fa era il socialsimo il riferimento progressista, anche se malissimo applicato, oggi non si fa che parlare di liberismo, di privatizzazioni, di mercato globale.
Non è un caso se gli eredi del Pci hanno fatto comunella con gli ex democristiani creando un partito, definito “democratico” che è ideologicamente di destra. Possono dire quel che vogliono, ma il liberismo selvaggio è destra; la distruzione dello stato sociale è destra; la globalizzazione è destra.
Ed anche la vecchia divisione tra internazionalismo e nazionalismo è cambiata.
Un tempo i grandi gruppi industriali erano prevalentemente legati ad interessi nazionali ed aveva anche un senso la lotta internazionalista dei proletari di tutto il mondo, quelli che Marx voleva “uniti”. Oggi più che dai gruppi industriali il potere economico è detenuto dalle lobbies finanziarie e queste sono per loro stessa natura apolidi. Sono quelli che Marx avrebbe definito i padroni ora i maggiori fauttori dell’internazionalismo, ma quello dei capitali, dei profitti e dello sfruttamento.
Il proletariato avrebbe invece interesse a difendere l’identità nazionale, il proprio lavoro dalle delocalizzazioni, che significano poi sfruttamento feroce di altri popoli ancora più deboli.
L’internazionalismo “storico” della sinsitra italiana è invece diventato la sua trappola mortale. L’insensata difesa ad oltranza dell’immigrazione selvaggia si è trasformata nel miglior aiuto per gli speculatori che da questo traffico di disperati colgono vantaggi, non ultimo quello di destabilizzare il mercato del lavoro in Italia minando le antiche conquiste sindacali.
La sinistra trova ragione della sua posizione da certe uscite xenofobe della destra, non riuscendo a capire che una cosa è la richiesta di “ordine e sicurezza”, condito da un po’ di razzismo, che sono pane quotidiano dei conservatori di ogni tempo, e ben altro è invece combattere i nuovi schiavisti chiedendo sovranità, dignità e sviluppo per tutti i popoli della Terra in casa loro, considerando la migrazione forzata per quello che è: un atto di violenza contro i più deboli.
In Italia, nonostante la parola sinistra sia ancora di moda, si è così realizzata una grande ammucchiata liberista e nella sostanza mondialsita. La cosiddetta sinistra radicale non fa eccezione. Certe radici socialiste sono certamente ancora vive in molti loro militanti e simpatizzanti (speriamo anche tra i loro dirigenti) ma sono sempre troppo fragili di fronte alle pressioni di chi mischia le acque ed i termini invocando magari improbabili crociate antifasciste contro il nulla.
Oggi bisognerebbe dividere gli schieramenti politici secondo un semplice criterio: da una parte i filo atlantici, i servitori della grande finanza, i filosionisti, i liberisti selvaggi, di destra o di sinistra, conservatori, razzisti, xenofobi, reazionari oppure progressisti e multietnici che dir si voglia; dall’altra chi difende i popoli, la loro sovranità, l’identità culturale, storica, linguistica, etnica e naturalmente difende la solidarietà come un valore.
Abbiamo bisogno ancora di un termine come destra e sinistra? Se sì, diciamo allora che i primi sono di destra ed i secondi di sinistra.
E per essere ancora più chiari diciamo che contro l’internazionalismo cavallo di Troia del mondialismo opponiamo il nazionalismo, quello di tutti i popoli.
Ecco, abbiamo bisogno di sentir dire finalmente qualcosa veramente di sinistra, di sinistra e nazionale: socialista.

4 NOVEMBRE 1918: VITTORIO VENETO

4 NOVEMBRE 1918: VITTORIO VENETO