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Un'eccezionale offerta

"Essenza mistica del fascismo totalitario"
+
DVD in omaggio film “Vecchia guardia

euro 15
 

Titolo:  Essenza mistica del fascismo
totalitario

Autore:  Luca Fantini

Editore: Associazione uno dicembre 1943

Pagine:  303

Costo:  € 15 (libro + DVD, incluse spese di spedizione "piego di libro")

Il libro: ESSENZA MISTICA DEL FASCISMO TOTALITARIO
Dalla Scuola di Mistica Fascista alle Brigate Nere.


" Io voglio presentarmi al padre
povero come un soldato di ventura
senza nome e sorte,
macerato come un asceta,
immobile come la scolta del tempo
dinnanzi all'eternità.
Nel nome de figlio
e della Legione Fedele."
Cesare Mazza, Disperata.

“Che esso sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il fascismo ha avuto i suoi Caduti e i suoi Martiri. Il fascismo ha oramai nel mondo l’universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito”. Benito Mussolini.
E’ il “viaggio” di un giovane di oggi in un mondo quasi del tutto sconosciuto ai più: quello di una generazione che oltre mezzo secolo fa che visse il fascismo come una religione di vita.
L’autore si riallaccia alla Scuola di Mistica fascista fondata da Nicolò Giani in stretta collaborazione con Arnaldo Mussolini dove si formavano i quadri del fascismo che si ispiravano a una concezione di vita altamente spirituale.
Solo una conoscenza dei principi a cui si ispirava l’ascetismo fascista può dare al lettore la giusta chiave di interpretazione dell’atteggiamento sprezzante con cui migliaia e migliaia di giovani e non giovani fascisti affrontarono la “signora morte” in modo beffardo.Sono state le migliaia e migliaia di volontari, nella stragrande maggioranza giovani o adolescenti, i quali, avendo assimilata e fatta propria la ventennale predicazione di Mussolini , erano già “l’italiano nuovo”, che era portatore dei valori spirituali, morali ed etici che il fascismo aveva fatto emergere e che, se si dimostrarono utili in tempo di guerra, ancora più preziosi si dimostrarono in tempo di pace.
E’ grande merito di LUCA FANTINI, giovane laureato in scienze politiche, nella sua opera prima, quello di aver delineato i meccanismi psicologici per i quali l’ideale fascista suscitò quegli immensi entusiasmi, al punto da indurre quasi un’intera generazione al sacrificio supremo, disponibilissima a morire in un impeto di generosità e di altruismo.            Angelo Faccia

 

Il dvd:
Titolo originale: Vecchia guardia
Regia: Alessandro Blasetti
Soggetto: Giuseppe Zucca, Camillo Apolloni
Sceneggiatura: Giuseppe Zucca, Alessandro Blasetti, Leo Bomba, Guido Albertini
Fotografia: Otello Martelli (bianconero)
Montaggio: Ignazio Ferronetti
Interpreti: Gianfranco Giachetti, Mino Doro, Franco Brambilla, Maria Puccini
Produzione: Fauno Film
Durata: 88'
                                 Origine: Italia, 1935


Trama: Italia, 1922. In una cittadina dell'Italia centrale il fascista Roberto partecipa alle spedizioni punitive contro i lavoratori in sciopero. Suo padre Claudio dirige un ospedale paralizzato dalle continue agitazioni sindacali degli infermieri e il fratello minore Mario, pur essendo un adolescente, sogna di poter partecipare ad un’azione delle squadre fasciste. Quando viene indetto uno sciopero alla centrale elettrica e il paese rimane senza luce, i fascisti si radunano per una spedizione contro i lavoratori della centrale. Mario, che si è nascosto in un camion, riesce a partire insieme alle camicie nere: sarà ucciso da una fucilata partita dagli scioperanti. La morte di Mario provoca nel paese una grande emozione e indignazione e anche gli oppositori che sembravano più convinti vanno ad iscriversi al Fascio. Il giorno dopo i fascisti partono verso la capitale: è iniziata la Marcia su Roma. Roberto e suo padre sono tra loro.
Pagamento:  versamento, da qualsiasi ufficio postale, sulla:
 
carta Postepay n. 4023 - 6004 - 3104 – 2219  intestata a Faccia Angelo.
 
Attenzione! Per ottenere quanto prima il libro + DVD omaggio avvisare dell'avvenuto pagamento.
 
   
Tel. 349-5878759

NON RINNEGARE NON RESTAURARE

NON RINNEGARE NON RESTAURARE


"Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza. Da molti, anzi da troppi anni, le crisi di Governo erano poste e risolte dalla Camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata come un assalto, ed il Ministero rappresentato da una traballante diligenza postale. Ora è accaduto per la seconda volta, nel volgere di un decennio, che il popolo italiano - nella sua parte migliore - ha scavalcato un Ministero e si è dato un Governo al di fuori, al disopra e contro ogni designazione del Parlamento.

Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l'ottobre del 1922.

Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle «camicie nere», inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della Nazione. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.

Gli avversari sono rimasti nei loro rifugi: ne sono tranquillamente usciti, ed hanno ottenuto la libera circolazione: del che approfittano già per risputare veleno e tendere agguati come a Carate, a Bergamo, a Udine, a Muggia. Ho costituito un Governo di coalizione e non già coll'intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno, ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare. Ringrazio dal profondo del cuore i miei collaboratori, ministri e sottosegretari: ringrazio i miei colleghi di Governo, che hanno voluto assumere con me le pesanti responsabilità di questa ora: e non posso non ricordare con simpatia l'atteggiamento delle masse lavoratrici italiane che hanno confortato il moto fascista colla loro attiva o passiva solidarietà. Credo anche di interpretare il pensiero di tutta questa Assemblea e certamente della maggioranza del popolo italiano, tributando un caldo omaggio al Sovrano, il quale si è rifiutato ai tentativi inutilmente reazionari dell'ultima ora, ha evitato la guerra civile e permesso di immettere nelle stracche arterie dello Stato parlamentare la nuova impetuosa corrente fascista uscita dalla guerra ed esaltata dalla vittoria.

Prima di giungere a questo posto, da ogni parte ci chiedevano un programma. Non sono ahimè i programmi che difettano in Italia: sibbene gli nomini e la volontà di applicare i programmi. Tutti i problemi della vita italiana, tutti dico, sono già stati risolti sulla carta: ma è mancata la volontà di tradurli nei fatti. Il Governo rappresenta, oggi, questa ferma e decisa volontà.

La politica estera è quella che, specie in questo momento, più particolarmente ci occupa e preoccupa. Ne parlo subito, perché credo, con quello che dirò, di dissipare molte apprensioni. Non tratterò tutti gli argomenti, perché, anche in questo campo, preferisco l'azione alle parole. Gli orientamenti fondamentali della nostra politica estera sono i seguenti: i trattati di pace, buoni o cattivi che siano, una volta che sono stati firmati e ratificati, vanno eseguiti.

Per ciò che riguarda precisamente l'Italia noi intendiamo di seguire una politica di dignità e di utilità nazionale.

Non possiamo permetterci il lusso di una politica di altruismo insensato o di dedizione completa ai disegni altrui. Do ut des. L'Italia di oggi conta, e deve adeguatamente contare. Lo si incomincia a riconoscere anche oltre i confini. Non abbiamo il cattivo gusto di esagerare la nostra potenza, ma non vogliamo nemmeno, per eccessiva ed inutile modestia, diminuirla. La mia formula è semplice: niente per niente. Chi vuole avere da noi prove concrete di amicizia, tali prove di concreta amicizia ci dia. L'Italia fascista, come non intende stracciare i trattati, così per molte ragioni di ordine politico, economico e morale non intende abbandonare gli Alleati di guerra. Roma sta in linea con Parigi e Londra, ma l'Italia deve imporsi e deve porre agli Alleati quel coraggioso e severo esame di coscienza che essi non hanno affrontato dall'armistizio ad oggi.

Si tratta insomma di uscire dal semplice terreno dell'espediente diplomatico, che si rinnova e si ripete ad ogni conferenza, per entrare in quello dei fatti storici, sul terreno cioè in cui è possibile determinare in un senso o nell'altro un corso degli avvenimenti. Una politica estera come la nostra, una politica di utilità nazionale, una politica di rispetto ai trattati, una politica di equa chiarificazione della posizione dell'Italia nell'Intesa, non può essere gabellata come una politica avventurosa o imperialista nel senso volgare della parola. Noi vogliamo seguire una politica di pace: non però una politica di suicidio.

Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole economia, lavoro, disciplina. Il problema finanziario è fondamentale: bisogna arrivare colla maggiore celerità possibile al pareggio del bilancio statale. Regime della lesina: utilizzazione intelligente delle spese: aiuto a tutte le forze produttive della Nazione.

Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzino con quelli della produzione e della Nazione. Il proletariato che lavora, e della cui sorte ci preoccupiamo, ma senza colpevoli demagogiche indulgenze non ha nulla da temere e nulla da perdere, ma certamente tutto da guadagnare da una politica finanziaria che salvi il bilancio dello Stato ed eviti quella bancarotta che si farebbe sentire in disastroso modo specialmente sulle classi più umili della popolazione. La nostra politica emigratoria deve svincolarsi da un eccessivo paternalismo, ma il cittadino italiano che emigra sappia che sarà saldamente tutelato dai rappresentanti della Nazione all'estero. L'aumento del prestigio di una Nazione nel mondo è proporzionato alla disciplina di cui dà prova all'interno. Non vi è dubbio che la situazione all'interno è migliorata, ma non ancora come vorrei. Non intendo cullarmi nei facili ottimismi. Non amo Pangloss. Le grandi città ed in genere tutte le città sono tranquille: gli episodi di violenza sono sporadici e periferici, ma dovranno finire. I cittadini, a qualunque partito siano iscritti, potranno circolare: tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante che è il Cattolicismo: le libertà statutarie non saranno vulnerate: la legge sarà fatta rispettare a qualunque costo.

Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro tutti, anche contro l'eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un illegalismo incosciente ed impuro che non avrebbe più alcuna giustificazione. Debbo però aggiungere che la quasi totalità dei fascisti ha aderito perfettamente al nuovo ordine di cose. Lo Stato non intende abdicare davanti a chicchessia. Chiunque si erga contro lo Stato sarà punito. Questo esplicito richiamo va a tutti i cittadini, ed io so che deve suonare particolarmente gradito alle orecchie dei fascisti, i quali hanno lottato e vinto per avere uno Stato che si imponga a tutti, colla necessaria inesorabile energia. Non bisogna dimenticare che, al di fuori delle minoranze che fanno della politica militante, ci sono quaranta milioni di ottimi italiani i quali lavorano, si riproducono, perpetuano gli strati profondi della razza, chiedono ed hanno il diritto di non essere gettati nel disordine cronico, preludio sicuro della generale rovina. Poiché i sermoni - evidentemente - non bastano, lo Stato provvederà a selezionare e a perfezionate le forze armate che lo presidiano: lo Stato fascista costituirà una polizia unica, perfettamente attrezzata, di grande mobilità e di elevato spirito morale; mentre Esercito e Marina gloriosissimi e cari ad ogni italiano - sottratti alle mutazioni della politica parlamentare, riorganizzati e potenziati, rappresentano la riserva suprema della Nazione all'interno ed all'estero.

Signori,
Da ulteriori comunicazioni apprenderete il programma fascista, nei suoi dettagli e per ogni singolo dicastero. Chiediamo i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità. Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una lira - dico una lira - di economia. Con ciò non intendiamo escludere la possibilità di volonterose collaborazioni che accetteremo cordialmente, partano esse da deputati, da senatori o da singoli cittadini competenti. Abbiamo ognuno di noi il senso religioso del nostro difficile compito. Il paese ci conforta ed attende. Vogliamo fare una politica estera di pace, ma nel contempo di dignità e di fermezza: e la faremo. Ci siamo proposti di dare una disciplina alla Nazione, e la daremo. Nessuno degli avversari di ieri, di oggi, di domani si illuda sulla brevità del nostro passaggio al potere. Illusione puerile e stolta come quella di ieri. Il nostro Governo ha basi formidabili nella coscienza della Nazione ed è sostenuto dalle migliori, dalle più fresche generazioni italiane. Non v'è dubbio che in questi ultimi giorni un passo gigantesco verso la unificazione degli spiriti è stato compiuto. La patria italiana si è ritrovata ancora una volta, dal nord al sud, dal continente alle isole generose, che non saranno più dimenticate, dalle metropoli alle colonie operose del Mediterraneo e dell'Adriatico. Non gettate, o signori, altre chiacchiere vane alla Nazione. Cinquantadue iscritti a parlare sulle mie comunicazioni, sono troppi. Lavoriamo piuttosto con cuore puro e con mente alacre per assicurare la prosperità e la grandezza della Patria.

Così Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica. "

 Benito Mussolini

Marcia su Roma 28/10/1922 28/10/2007

Marcia su Roma 28/10/1922 28/10/2007
85° anniversario della Marcia su Roma! Ricordiamola come stimolo per progredire culturalmente e politicamente!




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Fight Club

http://www.wallpaperbase.com/wallpapers/movie/fightclub/fight_club_4.jpg
La pubblicità ci mette nell'invidiabile posizione di desiderare auto e vestiti, ma soprattutto possiamo ammazzarci in lavori che odiamo per poterci comprare idiozie che non ci servono affatto; siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene.

Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d'un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra. Siamo i figli di mezzo della storia, senza scopo né posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione.La nostra grande guerra è spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.

Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

Fight Club - Chuck Palahniuk

Il liberismo sconfitto volle la guerra

Il liberismo sconfitto volle la guerra

invia
Domenica 21 Ottobre 2007 – 16:54 – Joaquin Bochaca - traduzione di Alfio Faro stampa
Il liberismo sconfitto volle la guerra

Nell’ottobre 1938 Walter Funk, Ministro economico del Terzo Reich, fece un viaggio nei Balcani durante il quale concluse importantissimi affari con la Jugoslavia, la Turchia, la Bulgaria. La Romania non era incline a seguirle all’epoca a causa della opposizione del re Carol di Romania, ossequiente ai desideri della sua amante, la fulva avventurosa ebrea Elena Lupescu (meglio nota come Magda Lupescu), per seguire la quale aveva abbandonato, da principe ereditario, moglie e figlio e (temporaneamente) le pretese sulla Corona. Ciò che segue descrive quel che accadde.

* * *

di Joaquin Bochaca
tradotto da
Margaret Huffstickler

Il 15 Novembre 1938 re Carol di Romania giunse a Londra e fu acclamato da “antinazisti “ a Hyde Park. Ma nessuno si figurava che il monarca fosse venuto a Londra giusto per il piacere di prestare la sua presenza ad una dimostrazione filoebraica. Carol rappresentava la rara resistenza alla espansione economica della Germania nell’Europa del Sudest. Carol era venuto a Londra per incontrare i banchieri della “City” per combatterne l’espansione.
Lo scopo del viaggio fu indirettamente rivelato da Robert S. Hudson, membro del Consiglio della Corona e segretario del dipartimento del commercio estero, in un discorso pronunciato alla Camera dei Comuni due settimane più tardi, il 30 Novembre. Fu un discorso di importanza capitale, che costituì una virtuale dichiarazione di guerra economica contro la Germania. La guerra economica, ai tempi nostri, precede sempre la guerra totale guerreggiata.
Fu un discorso che indicava che una parte importante della “City” di Londra, che in precedenza vedeva Hitler come uno “stopper” di Stalin, si era ultimamente evoluta nella direzione pre-bellica vagheggiata da Churchill. Ecco un frammento rivelatore del discorso brutalmente franco di Hudson:
“…La Germania non agisce in senso sfavorevole ai mercati britannici in Germania; questo dobbiamo riconoscerlo. Ma ciò di cui ci lamentiamo è che CON I SUOI METODI, essa rovinerà il commercio in tutto il mondo.
Siamo in grado di affermare che la ragione della influenza economica della Germania risiede nel fatto che essa paga agli Stati produttori dell’Europa centrale del sud-est prezzi molto più alti di quelli corrisposti nel mercato mondiale…
Abbiamo esaminato tutte le procedure che ci sarebbe possibile applicare. L’unico mezzo consiste nell’organizzare le nostre industrie in modo tale che esse possano opporsi all’industria tedesca e dire a Hitler e al suo popolo: “Se non metterete fine al vostro attuale modo di procedere e non raggiungerete un accordo con noi, secondo il quale prometterete di vendere le vostre merci ad un prezzo che vi assicurerà un ragionevole guadagno, vi combatteremo e sconfiggeremo con i vostri stessi metodi” Da un punto di vista strettamente finanziario, la nostra Nazione è infinitamente più forte di qualsiasi altro Stato del mondo – in ogni caso più forte della Germania; e per questa ragione godiamo di grandi vantaggi che ci condurranno a vincere la battaglia”.
Dopo il discorso di Hudson, l’Inghilterra ritirò il suo status di “Nazione più favorita” dalla Germania, una posizione che i suoi trattati commerciali esteri avevano mantenuto con la medesima dal 1927. Gli Stati Uniti fecero lo stesso – curiosa coincidenza di tempo e azione.
La Gran Bretagna e gli Stati Uniti, i campioni del liberalismo, sia politico come pure economico – le due cose sono indissolubilmente legate - si indignarono perché la Germania, vendendo le sue merci più a buon mercato strappava loro i mercati tradizionali.
Il loro sdegno è oltraggioso – dov’era la loro famosa libertà di commercio tanto sacra agli Anglo-Americani? Hudson parlò di competizione commerciale scorretta. Perché scorretta? La Germania era in grado di vendere i suoi prodotti più a buon mercato per una ragione, ed una soltanto: perché [la Germania] non dipendeva dal “Gold Standard” come base per la sua valuta, ed i suoi prodotti non erano appesantiti ad ogni stadio della produzione dai pesanti interessi [praticati] dagli Anglo-Americani e i loro banchieri e finanzieri.
Questo è il vero motivo per il giro a 180° che stava materializzandosi nel tardo 1938 fra gli influenti banchieri della “City” di Londra. Una vera economia organica, naturale, messa in pratica dalla Germania Nazionalsocialista, aveva messo in crisi, per ragioni puramente aritmetiche, la classica economia liberale che regnava in Inghilterra e che aveva schiavizzato le nazioni più deboli.
Ma ecco un altro fatto che in seguito portò al parossismo l’irritazione dei banchieri, commercianti, armatori, assicuratori e capitani d’industria che si aggiravano intorno allo Strand, la “City” e Whitewall.
Il 10 Dicembre 1938 il Governo messicano firmò un accordo con il Reich in virtù del quale esso avrebbe consegnato a quest’ultimo, durante il corso del 1939, petrolio per il valore di $ 17 milioni. Questo petrolio proveniva da trivellazioni che il Governo nazionalista di Mexico City aveva espropriato agli ebrei americani della Standard Oil di New York (SONY) (2).
Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso (“the straw that broke the camel’s back”), Fu un accordo-baratto: Il Reich avrebbe pagato per questo petrolio con le esportazioni del suo proprio apparato di irrigazione, macchine agricole, materiali per ufficio, macchine per scrivere ed equipaggiamenti fotografici. Per giunta, l’accordo fu concluso sulla base di un prezzo molto più basso di quello mondiale corrente. La conseguenza di quanto sopra: La Germania avrebbe ottenuto il petrolio senza sborsare alla Royal Dutch, controllata dall’ebreo inglese Samuel Deterding, né alla Standard Oil, gestita dal clan americano dei Rockefeller. L’affare si sarebbe concretizzato senza che la “City” toccasse un misero scellino per mezzo di operazioni di credito, finanziamento, garanzie, opzioni, noli marittimi e premi di assicurazione.
Sarebbe stato un semplice baratto, garantito dal Governo germanico stesso, ed il trasporto sarebbe stato effettuato su navi tedesche. Per i pezzi grossi della City”, gli intermediari del mondo, questo era un vero sgomento. Pazienza che Hitler usasse simili procedure nei Balcani e con la Turchia. Andasse come andasse che i vicini della Germania nell’Europa centrale fraternizzassero con essa – ma estendere il baratto diretto con l’America Latina avrebbe condannato “la City” ad un certo inevitabile declino.
Più ancora, sembrò imminente che il ministro del Reich Walter Funk si preparasse per un viaggio importante a Buenos Aires, Montevideo e Santiago del Cile. Per la “City” era l’inizio della fine. Come conseguenza, nuovi ed importanti segmenti della plutocrazia britannica anglosassone trasmigrarono nel campo di Churchill (“il partito della guerra”, n.d.t.).
Un colpo dopo l’altro caddero sulla “City” nel 1938-39:
- Il viaggio d’affari di Funk nell’Europa del sudest
- La conquista di Canton e Hankou, dominate dall’Inghilterra, da parte del Giappone
- L’accordo germano-messicano sul petrolio
- L’annuncio del viaggio d’affari in Sud America
- L’indebolimento della posizione filo-britannica di re Carol
. La perdita dell’intero mercato cinese per mezzo della conquista giapponese
.L’occupazione dell’Albania da parte dell’Italia.
Ciascuno di questi avvenimenti provocò la diserzione delle forze pacifiste su cui contava Chamberlain per la sua politica di “appeasement” nell’Accordo di Monaco di Settembre [1938]. Quando queste forze agirono apertamente a beneficio del Ministro degli Esteri polacco Beck, Stalin si distese. Il progresso tedesco verso l’Est – “Drang nach Osten” – quel progresso che allo stesso tempo dava la terra agli aratri tedeschi ed avrebbe eliminato il pericolo potenziale comunista per l’Europa e il Mondo – si sarebbe arrestato.
In verità, all’inizio di Dicembre 1938 restavano ancora alcuni uomini d’affari britannici che facevano da baluardo all’interno della “City” contro le montanti forze guerrafondaie. Ma la loro resistenza sarebbe stata presto spazzata via dall’offensiva sionista da New York, rappresentata dal “Brain Trust” del Presidente Franklin Delano Roosevelt.

Note finali:
1.  In realtà, fin dal 1870 la Gran Bretagna era stata non in grado di competere con la Germania nel commercio, che nel 2005 ha esportato mille miliardi di dollari di merci in tutto il mondo E’ stata il massimo esportatore mondiale negli ultimi quattro anni di fila, nonostante il chiasso occidentale sulla Cina.
2. Dopo che gli Stati Uniti ebbero occupato il Giappone, battuto nel 1945, curiosamente, un gigante apparve con un nome non giapponese: SONY.
3. L’America Latina avrebbe cessato di essere “proprietà privata” della Gran Bretagna.
L’esito finale fu la bancarotta della G.B. dovuta alla II H.M. e l’emergere dei “Yanquis”
(“Yanquis go home”).

Joaquin Bochacaca è certamente il primo Revisionista in lingua iberica, che pubblicizza autori revisionisti finora poco noti nel mondo anglosassone. Bochaca, un avvocato di punta dalla prosa tagliente,è anche un teorico letterario e traduttore di Ezra Pound e Hermann Hesse dal Tedesco.
Questo ed altri scritti di valore di B. sono stati tradotti dalla Signora Margaret Huffstickler, una linguista dalle facili parlate latine. E’ inoltre una apprezzata cantante.

The Barnes Review, vol, XIII n.4 Luglio
Agosto 2007

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ATTENZIONE NUOVO VIRUS NEL WEB
Si chiama "progetto di legge" per regolamentare la editoria in cui si vorrebbe imporre la iscrizione di tutti i siti web nel Registro della Comunicazione (art. 6, comma 1). e vorrebbe imporre a tutti i siti web grandi e microscopici la registrazione al tribunale con tanto di giornalista (da pagare ovviamente) che faccia il direttore responsabile e ottemperi alle liberticide leggi sulla stampa. Nello stesso decreto ce n'è anche per i piccoli periodici cartacei che avrebbero un aggravio di costi per gestire la spedizione in abbonamento postale.
Ipocritamente il virus dice di voler promuovere il pluralismo dell'informazione. Ma in effetti è un virus pericolosissimo per la libertà e per il pluralismo dell'informazione. Se non vogliamo diventare tutti come i bonzi della Birmania in cui all'improvviso hanno tolto internet, fai girare questo messaggio e, dopo aver aggiunto la tua sigla, mandala a: redazione.web@ governo.it
Antonino Amato

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Industriale vive da operaio: al ritorno, alza gli stipendi.

Enzo Rossi ha passato un mese come i suoi dipendenti
e dopo quest'esperienza ha deciso di dare aumenti a tutti

Industriale vive da operaio
"Il 20 avevo già finito i soldi"

"L'ho fatto anche per le mie figlie, che non hanno mai provato privazioni"
dal nostro inviato JENNER MELETTI


Enzo Rossi

CAMPOFILONE (Ascoli Piceno) - Per un mese ha provato a vivere con lo stipendio di un operaio. Dopo 20 giorni ha finito i soldi. Enzo Rossi, 42 anni, produttore della pasta all'uovo Campofilone, ha deciso allora di aumentare di 200 euro al mese, netti, gli stipendi dei suoi dipendenti, che sono in gran parte donne. Ha dichiarato di essersi vergognato, perché non è riuscito a fare nemmeno per un mese intero la vita che le sue operaie sono costrette a fare da sempre. Ha detto che "è giusto togliere ai ricchi per dare ai poveri".

Signor Rossi, per caso non sarà comunista?
"No. Non sono marxista. Sono un ex di destra. Ex perché quelli che votavo non sanno fare nemmeno l'opposizione".

Perché allora questo mese da "povero" e soprattutto la decisione di aumentare i salari a chi lavora per lei?
"Perché stiamo tornando all'800, quando nella mia terra c'erano i conti e i baroni da una parte ed i mezzadri dall'altra, e si diceva che i maiali nascevano senza coscia perché i prosciutti dovevano essere portati ai padroni. Negli ultimi decenni il livello di vita dei lavoratori era cresciuto e la differenza con gli altri ceti era diminuita. Adesso si sta tornando indietro, e allora bisogna rimediare".

Aveva bisogno davvero di provare a vivere con pochi soldi? Non poteva chiedere a chi è costretto a farlo, senza scelta?
"Certo, sapevo come vivono le donne che lavorano per me. Ma ho fatto questa esperienza soprattutto per le mie figlie, che non hanno mai provato le privazioni. Ho voluto fare toccare loro con mano come vivono la grandissima parte delle loro amiche".


Come si è svolto l'esperimento?
"E' stato semplice. Io mi sono assegnato 1.000 euro, e altri 1.000 sono arrivati da mia moglie, che lavora in azienda con me. Duemila euro per un mese, tante famiglie vivono con molto meno. Abbiamo fatto i conti di quanto doveva essere messo da parte per la rata del mutuo, l'assicurazione auto, le bollette... Con il resto, abbiamo affrontato le spese quotidiane. Il risultato è ormai noto: dopo 20 giorni non avevamo un soldo. Mi sono vergognato, anche se ero stato attento a ogni spesa. Sa cosa vuol dire questo? Che in un anno intero io sarei rimasto senza soldi per 120 giorni, e questa non è solo povertà, è disperazione".

Signor Rossi, lei è mai stato povero?
"Sì, anche se ero già un piccolo imprenditore. Nel 1993 - erano già nate le mie figlie - ho dovuto chiedere soldi in prestito agli amici per mantenere la famiglia. Non mi vergogno a dirlo, tanto quei soldi li ho restituiti. E' anche per questo che nell'esperimento ho coinvolto la famiglia. Volevo che le mie figlie vivessero in una famiglia con pochi mezzi, per trovare difficoltà e provare a superarle".

Il momento peggiore?
"L'ultimo giorno, quando ho deciso di arrendermi. Entro nel bar con 20 euro in tasca, gli ultimi. Sono conosciuto in paese, siamo 1.700 abitanti in tutto e gli imprenditori non sono tanti. Mentre entro un pensiero mi fulmina: e se trovo sei o sette amici cui offrire l'aperitivo? Non ho abbastanza soldi. Ecco, ci sono tanti operai che, quando tocca il loro turno, debbono pagare da bere agli altri, perché non è bello fare sapere a tutti che si è poveri. Sono in bolletta e non lo dicono a nessuno. In quel momento ho pensato: tanti di quelli che sono qui sono poveri davvero e non per un mese. Mi sono sentito come quando sei immerso in mare a 20 metri di profondità e scopri che la bombola è finita".
Il pastificio di Rossi


E allora ha deciso di aumentare i salari.
"E' il minimo che potevo fare. Secondo l'Istat, il costo della vita è aumentato di 150 euro al mese. Per quelli come me non sono nulla. Per gli operai 150 euro al mese in meno sono quasi 2.000 all'anno, e questo vuol dire non pagare le rate della macchina o non comprare il computer al figlio. E poi, lo confesso, io ho aumentato i salari anche perché sono un egoista. Secondo lei, come lavora una madre di famiglia che sa di non poter arrivare a fine mese? Se è in paranoia, dove terrà la testa, durante il lavoro? Le mani calde delle mie donne che preparano la pasta sono la fortuna della mia azienda. E' giusto che siano ricompensate".

Se aumenta gli stipendi, vuol dire che l'azienda rende bene.
"Nel 1997, quando ho preso il pastificio Campofilone, il fatturato era di 90 milioni di lire. Quest'anno arriveremo a 1,6 milioni di euro. Da due anni le cose vanno davvero bene, e mi posso definire benestante. Non è giusto che sia solo io a goderne. Il valore aggiunto derivato dalla trasformazione della farina e delle uova deve portare benefici sia ai contadini che mi danno la materia prima che ai lavoratori della fabbrica".

Come l'hanno presa, i suoi colleghi industriali?
"Mi sembra bene. Alcuni mi hanno telefonato per sapere se l'aumento di 200 euro è uguale per tutti e altre cose tecniche. Forse vogliono imitarmi e questa è una cosa buona. Io ho spiegato che sarebbe giusto non fare pagare alle aziende i contributi relativi a questo aumento. Se il governo capisce (mi ha telefonato anche Daniele Capezzone, della commissione imprese) l'idea di prendere ai ricchi per dare ai poveri non resterà soltanto un manifesto".

(21 ottobre 2007)

http://www.repubblica.it/2007/10/sez...e-operaio.html

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FONTAN DE TREVI E' ROSSA

miro renzaglia
www.mirorenzaglia.com




“Sai che è successo?”

“No, che è successo?”

“Hanno colorato de rosso Fontan de Trevi...”

“Come sarebbe a dì: l’anno colorata de rosso... hanno verniciato le statue?”

“No: ce l’hanno buttata dentro l’acqua e in dieci minuti tutte le vasche erano rosse...”

“‘Sti delinquenti...”

“Perché dichi che so’ delinquenti?”

“Rovinà così uno delli più belli monumenti de Roma...”

“Ma mica l’hanno rovinata...”

“Come sarebbe a dì che nun l’hanno rovinata: mo’ sai quanto ce vole pe’ ripulì tutto?”

“Macché!!! dopo quarche ora l’acqua era n’antra vorta trasparente e sui marmi, manco ‘na macchia...”

“E come hanno fatto a ripulilla così presto? ammazza come so’ diventati ‘fficenti ar comune de Roma nostra...”

“Ma quale comune e comune... ‘a sostanza rossa che c’hanno buttato dentro era de quelle che se usano per tigne li panni: dopo un po’ s’è sciorta da sola e tutto è ritornato come prima... è stato ‘n peccato...”

“Come sarebbe a dì ch’è stato ‘n peccato?”

“Aho!!! dalle foto era proprio venuta bene: me sarebbe piaciuto che l’effetto fosse durato quarche giorno... così, tanto pe potella andà vedé pur’io... ma'n sai che forza che era?”

“Ma cello sai che c’hai raggione? Me sarebbe piaciuto de vedella pure a me dar vivo... Però, daje: ‘ste cose nun se fanno?

“E perché?”

“Ma perché nun è bello de modificà ‘na cosa che è nata così e che semo abituati a vedé così...”

“Ma perché allora tutte quelle luci murticolori che er comune de Roma spara sulli monumenti? Nun te ricordi, alla notte bianca, tutte quelle lampade fusfurescenti che hanno messo ar circo massimo? Che quelle annaveno bene?

“Ma che c’entra? quelle ce l’ha messe er comune...”

“E che?, se ce le mette er comune vanno bene e se un po’ de colore jelo dà quarche d’un artro è 'n'infamità? Ma nun l’hai lette ‘e dichiarazioni der sindaco, dell’assessore? Tutti a dà der delinquente a chi ha fatto ‘sta cosa: allora so’ delinquenti puro loro... A parte er fatto che quelle cazzo de’ luci loro ‘e pagamo puro noantri e la vernice nella fontana, inveci, no... e nun c’è costato gnente manco per ripulilla: s'è ripulita sola...”

“Aho! ma lo sai che c’hai raggione? e chi l’avrebbe fatta ‘sta pensata de colorà Trevi?”

“Mah! nun se sa co’ precisione: pare li futuristi, li fascisti...”

“Li fascisti, no... daje...”

“E perché, no?”

“Se erano stati loro ‘a coloravano de nero, mica de rosso...”

“Ma pare che er rosso sta’ a significà er sangue che ce fanno buttà colle tasse, li mutui, er lavoro precario, er riarzo de li prezzi... tanto sangue che sgorga puro dalle fontane, sgorga...”

“Appunto, no? che te pareno argomenti delli fascisti questi?

“Perché a te che te pareno?”

“A me me pareno de più cose da compagni, da communisti insomma...

“Magari ‘na vorta: ma tu ce lli vedi oggi bertinotti e vertroni che vanno a dipigne de rosso la fontana pe’ ‘sta a significà er sangue nostro che ce succhieno puro loro stessi?”

“Aho! nun me ce stai più a fa capì ‘n cazzo: ma che er mondo s’è riggirato sottosopra?

“E che te ne sei accorto mo’?”


miro renzaglia
www.mirorenzaglia.com

Il Simbolo del Mondo

Il Simbolo del Mondo

Se l'intera Umanita se unisse in una sola Nazione, o una Federazione de Stati, il suo simbolo potrebbe essere solo uno:




La "SVASTICA", che dal sanscrito significa "apportatore di salute", è semplicemente una croce uncinata. Essa consiste in una croce a bracci di eguale lunghezza, che presentano un prolungamento ripiegato, ad angolo retto.

La Svastica e i Popoli

La svastica è un simbolo universalmente conosciuto e molto antico, se ne trova traccia in Asia, in Mongolia, in India e anche nell’America centrale.
In effetti la svastica fa la sua comparsa in molte culture dell’antico e del nuovo mondo, la conoscevano i Celti, gli antichi Greci, gli Etruschi, gli Egizi, i Mesopotami e gli Aztechi.
Presso l’Elam (nel periodo preistorico), Babilonia e nella valle dell’Indo per la cultura preariana di Mohenjo-dara (2000 a.C.), la croce uncinata era vista come simbolo religioso e come portafortuna circondato da un immensa aura magica.
In India, per esempio, veniva unito il significato religioso al simbolismo astronomico: con gli uncini orientati a destra emblema del Sole, mentre di ira funesta nel senso opposto.
In Medio Oriente, a Micene e in Grecia furono scoperte svastiche su statue di donne, e attorno ad Artemide, signora della vita, così da far pensare ad un significato di fertilità e vita . I bracci della croce rivolti verso l’interno alludono a una direzione di movimento in senso rotatorio. Per la sua forma a ruota può suggerire l’idea del ritorno delle stagioni che compongono l’anno solare. Inoltre può ruotare verso sinistra o verso destra a seconda dei ripiegamenti dei suoi uncini.
Nell’ remota Cina, wan-tsu, è vista come simbolo del quadruplice orientamento che segue i punti cardinali.
Dal 700 d.C. in poi assunse il significato del numero diecimila e dunque dell’ infinito.
Nell’area indobuddista la svastica venne considerata come un sigillo e la si ritrova spesso impressa sul cuore di Buddha, anche in Tibet del resto ha valore di portafortuna e talismano.
Nella religione indiana del Gianismo i quattro bracci di questa croce rappresentano i piani dell’esistenza: mondo degli dei, mondo dell’uomo, mondo animale, mondo infero.
La svastica viene denominata anche come "CRUX GAMMATA" in quanto i suoi uncini ricordano la quadruplicazione della lettera G (gamma) dell’alfabeto greco.
Nell’area meridionale i "ganci" sono occasionalmente rivolti verso l’interno o spezzati; in quella germanica invece il martello di Thor e raffigurato sotto la forma di croce gammata.
La svastica, se pur con più difficoltà , si rintraccia anche nella culture dell’America precolombiana.





Per la sua Universalità, e la sua presenza in ogni comunità umana dai tempi più remoti, la Svastica è l'unico simbolo che ce può rappresentare tutti quanti.

Niekisch, teorizzatore del Nazionalbolscevismo

Niekisch, teorizzatore del Nazionalbolscevismo

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Domenica 14 Ottobre 2007 – 17:59 – Luigi Carlo Schiavone stampa
Niekisch, teorizzatore del Nazionalbolscevismo
Ernst Karl August Niekisch

Ernst Karl August Niekisch, principale esponente nonché teorizzatore del nazionalbolscevismo, nacque il 23 maggio 1889 a Trebnitz, in Slesia. Nel 1891, si trasferì con la famiglia a Nordlingen im Reis, in Baviera. Figlio di un fabbro, condusse i suoi studi in un periodo poco fortunato per i figli degli operai che non volessero ricalcare le orme dei padri, ma, nonostante gli sberleffi dei suoi colleghi, riuscì con determinazione, nel 1907, a portarli a compimento. Ad Augsburg iniziò la sua professione di insegnante. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruolò come volontario, ma il sopravvenire di una serie di problemi oftalmici gli impedì di raggiungere i suoi fratelli impegnati al fronte, costringendolo a rendere i suoi servigi alla patria, a partire dal febbraio 1917, come ispettore delle reclute ad Augsburg.
Consapevole dell’impossibilità di vivere una vita senza azione, Niekisch nutriva costantemente il suo animo rivoluzionario con le opere di Hauptmann, Ibsen, Nietzsche, Schopenauer, Kant, Hegel, Machiavelli e, fino al 1915, anno della sua abiura del marxismo, Marx.
Nell’ottobre del 1917 affascinato dall’esito della rivoluzione russa si iscrisse alla Sozialdemokratischen Partei Deutschland (S.P.D.) divenendo in breve tempo editore del giornale di partito. Dopo la proclamazione della Repubblica, il 7 dicembre 1918, a Monaco da parte di Eisner, Niekisch lasciò la S.P.D. associandosi alla formazione dei “Socialisti Indipendenti” dell’ U.S.P.D. con la quale, nel 1919, giunse alla presidenza del Comitato Centrale della Dieta regionale della Repubblica sovietica dei Consigli degli operai e dei soldati di Monaco di Baviera. Distintosi per essere stato l’unico membro del Comitato centrale a votare contro l’instaurazione della Repubblica in Baviera - una regione, secondo Niekisch, incapace, per il suo essere prevalentemente una zona agricola, di garantirne la giusta evoluzione - il 5 maggio 1919 fu arrestato e condannato a due anni e mezzo di reclusione senza aver commesso alcun crimine.
Nel 1926, ruppe totalmente ogni contatto con l’S.P.D., criticandone soprattutto le posizioni in politica internazionale ed il pacifismo. Da questa rottura Niekisch iniziò a strutturare il nazionalbolscevismo, che troverà nel giornale “Der Widerstand” (la Resistenza), pubblicato fino al 1934, il suo fulcro. Contiguo, ma non coincidente, con il fenomeno della “rivoluzione conservatrice”, il nazionalbolscevismo vedeva come unica possibilità per il risveglio spirituale della Germania che questa volgesse il suo sguardo verso Oriente, sfuggendo così dalle nefaste influenze dell’Occidente liberista. Critico severo del cattolicesimo, Niekisch collegava l’inizio della sofferenza e della decadenza del popolo tedesco alle campagne di Carlo Magno, il quale, dopo aver fatto mattanza del ceto nobile, aveva spinto i superstiti a piegarsi al cristianesimo, obbligando così lo spirito eroico della Germania a piegarsi ai dettami della Chiesa di Roma. Il protestantesimo tedesco, dunque, è visto da Niekisch come un primo tentativo di risveglio della vera coscienza teutonica. Egli, infatti, pur non apprezzando tale confessione religiosa, vede nella protesta luterana una contingenza storica in grado di far risorgere l’anima aristocratica tedesca, in severa contrapposizione al normale agire della totalità delle diverse anime di cui si componeva la massa cattolica; una posizione non molto differente da quella espressa da Rosenberg. Il mondo intero, per secoli, secondo Niekisch, s’era accanito contro la Germania cercando di sottometterla, una manovra che per il pensatore tedesco raggiunse il suo apice alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando si tentò di scardinare ogni residua possibilità d’instaurazione di uno Stato forte in Germania instillandovi, con forza, la democrazia.
Il primato della politica sull’economia era da considerarsi, per Niekisch, come qualcosa di incontestabile ed estraneo ad ogni forma di rivisitazione. Sulla base di questa convinzione, egli si scagliò, per tutta la vita, contro il liberalismo, reo di non concedere alcun valore all’uomo se non in chiave economica. La borghesia, che egli considera “il nemico interiore”, potenza collaboratrice di quegli Stati Occidentali che avevano l’obiettivo di distruggere la Germania, doveva essere estirpata per sempre. Il programma da seguire era semplice: la Germania, così come il resto d’Europa, doveva rifuggire dall’economia internazionale e scegliere autonomamente la quantità di beni di cui si voleva disporre. A questo dettame principale, Niekisch aggiungeva, inoltre, tutta una serie di manovre volte alla ripresa della vita contadina, elemento fondamentale per evitare di essere vittime di quello stile di vita frivolo, tipico degli Stati Occidentali. Un altro nemico da abbattere risultò essere la proprietà privata, figlia del diritto romano, in quanto essa non è un diritto in sé, ma implica un servizio al popolo e allo Stato. La sua forma di Stato ideale, dunque, veniva a configurarsi col concetto di “Stato Totale”, imperniato su un nuovo tipo di nazionalismo socialrivoluzionario, incondizionato e disposto a distruggere qualsiasi cosa venisse a frapporsi tra la Germania e la sua indipendenza; uno Stato pronto a sacrificarsi e a servire, che non dipendesse dalle leggi della domanda e dell’offerta, ma, anzi, che piegasse l’economia alle sue necessità.
In politica estera il pensiero di Niekisch fu influenzato dalle opere di due autori: Niccolò Machiavelli e Karl Haushofer. Dal primo, verso il quale ebbe sempre un’ammirazione sconfinata, mutuò l’idea della Realpolitik e la convinzione che la vera essenza della politica sia la lotta nello Stato per la conquista del potere e della supremazia; dal secondo, apprese il modo di pensare secondo i canoni della geopolitica, giungendo a formulare l’idea della costituzione di un grande Stato Europeo da Vladivostock a Vlessingen, al fine di evitare qualsiasi rischio di colonizzazione. In questo immenso blocco germano - slavo avrebbe regnato lo spirito prussiano ed imperato l’unico collettivismo che l’orgoglio umano può sopportare, quello militare. Un nazionalismo, dunque, quello di Niekisch tutt’altro che sciovinista, meglio caratterizzato come un fenomeno di liberazione, figlio di quell’idea di “popoli proletari” a cui la Germania sarebbe potuta giungere solo collaborando con i due paesi che avevano già smascherato la “menzogna” intellettuale dell’occidente, l’Italia fascista e la Russia bolscevica. Niekisch, infatti, considerava la rivoluzione russa del 1917 più come una rivoluzione nazionale che come una rivoluzione sociale. Un moto rivoluzionario sorto dalla necessità di non soccombere agli ideali occidentali che aveva trovato nel marxismo il suo combustibile. Da ciò era sorto questo “Stato Assoluto”, capace di sottomettere la vita quotidiana alla disciplina militare e trasformare i suoi cittadini in guerrieri in grado di sopportare la fame quando la situazione lo richiedeva. Niekisch apprezzava della Russia tutto ciò che non avrebbe mai attratto gli intellettuali marxisti contemporanei: la violenta volontà di produrre per fortificare e difendere lo Stato, l’atteggiamento guerriero, autocratico dell’élite dirigente che governava dittatorialmente, l’esercito come forma di pratica per l’ascesi del popolo. Ammiratore di Stalin, al pari di Junger e dei fratelli Strasser, vedeva, invece, in Trotzkji e nei suoi seguaci incarnarsi il veleno dell’Ovest; estimatore del primo Piano Quinquennale voluto dal dittatore georgiano per fortificare il suo paese, Niekisch vide nell’U.R.S.S. l’alleato ideale per la Germania. Ma, nonostante ciò, egli continuò a ripetere, incessantemente, che il suo Paese non doveva imitare l’U.R.S.S. ma trovare la propria strada per il socialismo, ripartendo proprio dalle tesi del “socialismo prussiano” già sostenuto da Oswald Spengler.
Anche se nel 1932 definirà Hitler come “ein deutsches verhangnis” (una fatalità tedesca), nel 1923 Niekisch classificò la N.S.D.A.P come un “movimento nazionalrivoluzionario genuinamente tedesco”. Sebbene il nazionalbolscevismo fu sempre un movimento a latere del Terzo Reich, le idee di Niekisch in merito alla specificità del socialismo tedesco, che non era da considerarsi né proletario o piccolo borghese, ma il socialismo di tutto un popolo ed il cui fine mirava più a ricreare lo spirito cetuale che quello di classe, riuscirono a trovare non pochi ed autorevoli sostenitori nell’ala sinistra della N.S.D.A.P.
Oltre ad i fratelli Strasser, Otto e Gregor, infatti, le idee di Niekisch influenzarono esponenti del calibro di Ernst Rohm e Joseph Goebbels.
Nel 1930 Ernst Niekisch s’avvicinò al Partito Comunista Tedesco. Egli, infatti, attratto dalla sua struttura autocratica e dal non essere contrario alla dittatura, intravide la possibilità di utilizzare il comunismo come un mezzo con cui percorrere una parte del cammino verso l’autodeterminazione della Germania nella nuova veste nazionalbolscevica. In seguito all’approvazione del Programma di Liberazione Nazionale e Sociale del 24 agosto 1930, che si rivelò essere solo una tattica per arrestare l’ascesa della N.S.D.A.P e non una reale manovra contro le inique clausole del Trattato di Versailles, Niekisch se ne allontanò.
I contrasti col nazionalsocialismo però non accennarono a diminuire. Benché antisemita e favorevole ad uno Stato totalitario, Niekisch s’oppose costantemente alla figura di Adolf Hitler perché in lui non ritrovava alcun reale senso di socialismo. Un’opposizione che il Fuhrer non gradì e che diede seguito a pesanti ripercussioni. Dopo un periodo di detenzione nel 1933 e la soppressione del suo giornale “Der Widerstand”, Niekisch iniziò una serie di viaggi in tutti i paesi d’Europa; pellegrinaggi che, nel 1935, lo portarono a Roma dove ebbe un colloquio privato con Mussolini con cui condivideva la comune origine politica di stampo socialista rivoluzionario.
Tornato in Germania, il 22 maggio 1937, fu rinchiuso nella prigione di Brandeburgo con l’accusa di aver dato vita ad attività cospirative contro il regime; l’accusa gli fu confermata dalla condanna all’ergastolo infertagli dalla Corte del Popolo il 10 gennaio 1939. Rinchiuso in un campo di concentramento, fu liberato, quasi cieco e semiparalitico, dall’Armata Rossa il 27 aprile 1945.
Tornato, dopo l’abiura del 1915, all’ortodossia marxista, s’affiliò, nell’estate del 1945, al K.D.P. che, fondendosi con la S.P.D., diede vita, nel 1946, nella Repubblica Democratica Tedesca, al S.E.D. (Sozialistichen Einheitspartei Deutschlands). Nella D.D.R. ricoprì importanti incarichi all’Università di Humboldt di Berlino Est a cui s’associò l’elezione al Congresso Popolare come delegato della Lega Culturale; nel 1949, inoltre, fu nominato direttore dell’Istituto di Ricerca sull’imperialismo. Nonostante i molteplici doveri, Niekisch continuò nella sua ricerca della via tedesca al socialismo, una ricerca che risultò poco gradita ai sovietici, i quali volevano nella D.D.R. solo un docile satellite. Ancora una volta il suo essere per nulla incline a qualsiasi sorta di compromesso gli procurò enormi problemi. Deposto da tutti gli incarichi, Niekisch cadde nuovamente in disgrazia. Al malessere economico s’accompagnò presto anche una delusione sentimentale; quando, infatti, il 17 giugno 1953 l’apparato istituzionale represse brutalmente, a Berlino, un’insurrezione di lavoratori che egli riteneva legittima, le fievoli speranze che ancora nutriva verso la Repubblica Democratica si spensero definitivamente.
Nel febbraio 1955 abbandonò per sempre la D.D.R. per recarsi a Berlino Ovest. Gli ultimi anni della sua esistenza furono occupati soprattutto dalla stesura di altre sue opere. Morì, cieco, il mattino del 23 maggio 1967.
I suoi cambiamenti di orientamento furono frutto dell’incessante ricerca di quello Stato che avrebbe garantito alla Germania la sua liberazione totale. Le sue sofferenze meritano il rispetto dovuto a chi ha il coraggio di mantenere costantemente le proprie idee. Un coraggio, testimone di un valore assoluto, che ben si ritrova nella targa posta, nel 1976, sulla vecchia abitazione di Niekisch. “O siamo un popolo rivoluzionario o cessiamo definitivamente di essere un popolo libero”: queste le parole che sono allo stesso tempo sunto dell’azione di un uomo e punti chiave per quanti ancora combattono per un’Europa definitivamente libera dal giogo americano.

Analisi

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Cuba: la vergogna del bloqueo yankee

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Domenica 7 Ottobre 2007 – 16:38 – Enea Baldi stampa
Cuba: la vergogna del bloqueo yankee

Dopo la riforma sanitaria condotta dal leader maximo Fidel Castro nel lontano 1959, oggi Cuba vanta uno dei sistemi sanitari nazionali più efficienti al mondo, con un tasso di mortalità infantile tra i più bassi. Malgrado l’embargo (o meglio, bloqueo) commerciale impostogli dagli Usa, che ancora oggi si ripercuote in gran parte sulla mancanza dei medicamenti di base, l’isola caraibica è riuscita con notevoli sforzi ad attuare il decentramento delle strutture ospedaliere, garantendo a tutti la possibilità dei ricoveri (a Cuba il servizio sanitario è pubblico e gratuito), a sviluppare ed ampliare la ricerca per le biotecnologie, quella per la prevenzione e la vaccinazione. Al di là delle considerazioni di carattere politico e “umano”, è comunque evidente come l’organizzazione del Sistema Sanitario Cubano possa offrire idee e suggerimenti di particolare interesse. Per comprenderne il funzionamento è necessario fare un passo indietro a prima della Rivoluzione. Prima del 1959 a Cuba non esisteva nessun sistema sanitario, né tanto meno alcuna attività di prevenzione e gli indici di mortalità infantile erano elevatissimi. Una delle maggiori difficoltà che incontrò il Governo di Fidel, insieme all’embargo Usa, fu quella di affrontare la defezione di quasi duemila medici; il programma della Rivoluzione infatti prevedeva che il popolo usufruisse gratuitamente delle prestazioni del sanitarie, bisognava perciò creare una nuova mentalità per i medici, che prima del 1959 esercitavano la professione a pagamento o in strutture private. Quei medici che invece combatterono assieme ai guerriglieri nella Serra Maestra, una volta al governo diedero un contributo importantissimo soprattutto nel settore delle malattie tropicali e infettive, poiché conoscevano la realtà sanitaria delle montagne e delle campagne. A fronte delle 2 facoltà di Medicina che esistevano a Cuba nel 1959, oggi sono 21 le facoltà su tutta l’isola. Al di là dell’arretratezza tecnologica in cui purtroppo versano alcuni settori della medicina cubana, il sistema nazionale di sanità può godere di un eccellente livello di umanizzazione. La tecnologia infatti, serve a poco se non si riesce a instaurare un buon rapporto tra paziente e personale medico e paramedico. La riduzione del prezzo dei medicinali, la costruzione di ospedali, quella di presidi medici e policlinici, furono gli obbiettivi primari del governo di Fidel. Durante gli anni ‘70 venne regolamentato il Modello di Medicina Comunitaria: l’amministrazione del servizio sanitario fu decentrata alle province e ai municipi, mentre le facoltà di medicina vennero trasferite al Ministero della Salute Pubblica e la docenza medica giunse in tutte le province del Paese. Nello stesso tempo si incrementò la produzione di medicinali e si pianificarono programmi di base riguardanti donne incinte, bambini e adulti. Cuba, appartenendo all’area socialista, in quegli anni poteva acquistare le materie prime per la produzione dei farmaci, solo dall’Unione Sovietica e dai paesi del Patto di Varsavia. Fu grazie a questi scambi commerciali infatti che l’isola riuscì ad incrementare la produzione di nuovi medicinali e nuovi vaccini, riuscendo ad esportarne gran parte anche all’estero. Partendo da un’idea dello stesso Fidel Castro, nel 1984 comincia la sperimentazione del medico di base o medico di famiglia. Medico e infermieri lavorano nel Consultorio del medico di famiglia, una struttura a disposizione di circa 120 famiglie (in media 600 persone) che consente allo stesso medico di conoscere singolarmente le patologie e i rischi di ogni malato, di avere un quadro completo della situazione sanitaria del quartiere dove opera. In tal modo si possono fornire dati precisi ai livelli superiori di sanità. Da questi dati possono partire ricerche specifiche sul perché, ad esempio, in una zona si verifichino più casi di infarto o di diabete piuttosto che in un’altra; si può anche stabilire quali medicine sono consumate in maggior misura in ogni zona del Paese e razionalizzare al meglio le forniture alle farmacie. Ogni consultorio dispone di una equipe che comprende lo psicologo, lo psichiatra, il sociologo e così via... così qualsiasi paziente che abbia bisogno di cure specialistiche non è costretto ad andare in strutture ospedaliere, poiché trova nel consultorio lo specialista che la sua patologia richiede. In sintesi si può affermare che il Sistema Sanitario cubano si basa su tre principi fondamentali: la gratuità, l’universalità e l’accessibilità a tutti. Purtroppo, dopo il crollo dell’Urss, il Pil nazionale perse addirittura il 35% e l’economia cubana si arrestò; le capacità di spesa riguardante le importazioni dei prodotti sanitari passò da 227 a 80 milioni di dollari l’anno. Gli Stati Uniti imposero a qualunque azienda con capitali statunitensi di non avere alcun rapporto commerciale con Cuba. Pur tra mille difficoltà la sanità nel Paese andò avanti, si continuò a lavorare per migliorare ancora il sistema, promuovendo la ricerca e la prevenzione e malgrado le difficoltà nel reperire le materie prime, riuscì ad incrementare nuove alternative farmacologiche, come la medicina verde e l’omeopatia. Alcune sostanze derivanti dalle piante infatti possono benissimo sostituire i medicinali chimici. La sanità cubana nell’intento di perseguire il carattere internazionalista, fondò una Scuola di Medicina Latino-Americana così da offrire ai giovani provenienti da tutto il continente la possibilità di studiare gratuitamente e di acquisire le competenze per l’esercizio della professione medica. Dal 1963 al 1999 più di 40.000 operatori sanitari cubani hanno esportato la loro esperienza in 83 nazioni; in questo momento ci sono più di 2.000 medici sparsi in tutto il mondo.
Al popolo statunitense si nega la storia delle ambizioni del sistema sanitario cubano, perché quello che rimane della guerra fredda mantiene bloccata l’informazione e la comprensione di quanto accade. Ma quella storia è ben nota fra le comunità più povere dell’America Latina, dei Caraibi, e di parte dell’Africa, dove stanno esercitando la loro professione proprio i medici che sono stati formati da Cuba.
Questo è l’elemento chiave del sistema. Nella prevenzione e nella diagnostica dei rischi per la salute, il sistema sanitario cubano spende di più, in modo da non dover spendere di più dopo, curando le malattie vere e proprie o dovendo affrontare inabilità a lungo termine. Quando si individua un pericolo per la salute come il “dengue” o il “paludismo”, scatta un lavoro coordinato a livello nazionale per sradicarlo. Infatti, i cubani non si ammalano più di difterite o poliomielite, ed hanno la percentuale più bassa di malati di AIDS nelle Americhe.
L’offerta di insegnamento della medicina a livello internazionale è solo una delle forme in cui Cuba ha steso la sua mano verso altre nazioni compresi gli Usa. Immediatamente dopo gli uragani Katrina e Rita, 1.500 medici cubani si sono offerti volontariamente a raggiungere la costa del Golfo; erano già pronti, con i loro zaini, forniture mediche e una nave appoggio. Il permesso del governo degli USA non è mai arrivato. Quando un terremoto colpì il Pakistán, poco dopo il governo di questo paese accolse calorosamente i professionisti cubani. Laggiù andarono 2.300 sanitari che portarono 32 ospedali da campagna in regioni remote e fredde dell’Himalaya, dove curarono fratture ossee, malattie, e fatto interventi chirurgici per un totale di 1,7 milioni di pazienti.
L’assistenza in caso di disastri è parte della missione di aiuto medico che Cuba ha fornito a livello internazionale, dal Perù all’Indonesia, incluso le cure per 17.000 bambini ucraini ammalatisi a causa dell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, nel 1987.
In Venezuela circa 20.000 di quei professionisti hanno permesso al Presidente Hugo Chavez di portare a compimento la sua promessa di fornire cure mediche ai poveri. Nelle periferie povere dei dintorni di Caracas e dell’Amazzonia, le comunità che si organizzano e trovano un luogo in cui un medico possa vivere e lavorare possono richiedere la presenza di un medico cubano.
Immaginiamo che quest’idea si radichi. Più rivoluzionario e socialista del diritto alla salute per tutti, è l’idea d’investire nella sanità - o in acqua pulita e alimenti sufficienti -, un’idea per la sicurezza, certamente più potente e più efficace di qualsiasi bombardiere o portaerei.

Quel viaggio del Che

Quel viaggio del Che

a Madrid dove comprò le opere di José Antonio



Era il 13 giugno del 1959. I 'barbudos' con alla testa Fidel Castro, avevano da pochi mesi rovesciato il dittatore cubano Fulgencio Batista. Ernesto Guevara in viaggio per il vertice dei paesi non allineati al Cairo, è costretto per mancanza di un volo diretto a far scalo a Madrid, capitale della Spagna anticomunista del generalissimo Francisco Franco. E ne approfitta per fare il turista e un po' di shopping acquistando, fra al'altro, le opere di José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange che ispiròFranco ed era un ammiratore di Benito Mussolini.
La visita del Che venne immortalata da un giovane fotografo dell'agenzia Europa Press, Cesar Lucas, che era stato tirato giù dal letto dall'ambasciata cubana per conto del giornalista Antonio D. Olano, che aveva conosciuto il Che nella Sierra e che gli faceva da cicerone. Di quelle fotografie ne fu pubblicata all'epoca solo una, alcuni giorni dopo la visita, perché, raccontano Lucas e altri testimoni, Franco aveva acconsentito al transito del rivoluzionario argentino, il cui governo non aveva ancora optato apertamente per la parte sovietica, a condizione che non avesse contatti politici. E così fu, e quasi nessuno se ne accorse.
Solo un signore, ricorda Lucas, al vederlo passare disse alla moglie: "Quello deve essere Fidel Castro". Guevara, giunto a Madrid la sera del 13 giugno ripartì alle 15.00 di quello successivo. Vestito con la divisa grigioverde, gli stivali e il berretto da guerrigliero, si fece portare in giro per Madrid, visitò il Palazzo Reale e l'università, andò a vedere una plaza de toros vuota aperta per lui dal proprietario, fratello del torero Luis Dominguin, bevve qualcosa in una caffetteria facendosi fotografare con una cameriera, e visitò la Galeria Preciados, un centro commerciale poi assorbito decenni dopo dal Corte Ingles. Data l'ora e la giornata festiva Olano chiese al proprietario Josè Fernandez di aprire la galleria per Guevara, e così venne fatto. Qui, secondo la testimonianza del diciottenne Lucas il ministro cubano acquistò "alcuni libri". Secondo altre testimonianze, che parlano anche di una macchina da scrivere Olivetti 22, i libri acquistati dal Che erano le opere di Primo de Rivera, un rivoluzionario di destra ammirato pubblicamente dallo stesso Castro. Ed è probabile che fosse stato Fidel, che si era portato i libri di de Rivera nella Sierra Maestra, a suscitare il suo interesse.
Una leggenda sostiene che quando il Che fu assassinato in un villaggio boliviano l'8 ottobre 1967, aveva con sé i volumi del fondatore della Falange. Quella visita a Madrid non fu l'ultima. Di ritorno dal vertice del Cairo Guevara ripassò nella capitale spagnola. E infine nell'ottobre 1966 transitò sotto il falso nome di Ramon Benitez e un volto irriconoscibile per il trucco. Benitez era l'identità assunta da Guevara per raggiungere clandestinamente la Bolivia dove un anno dopo trovò la morte.

Lotta e Vittoria, Comandante! [di Gabriele Adinolfi]

Lotta e Vittoria, Comandante! [di Gabriele Adinolfi]

Quarant'anni fa veniva ucciso Che Guevara. Perché da fascista lo onoro




Quarant'anni fa veniva ucciso Che Guevara. Il comandante guerrigliero aveva cercato di esportare il fenomeno rivoluzionario cubano sia in Africa che in America Latina che, essendo egli argentino, considerava nella sua interezza un po' come la sua patria. I fuochi di guerriglia dovevano accendere la rivoluzione: è quel “fuochismo” che avrebbe affascinato Giangiacomo Feltrinelli, molto poco leninista ma romantico e garibaldino assai.



Il Che e i fascisti

In quarant'anni il Che è stato oggetto di tutte le svalutazioni possibili, è stato ridotto a logo pubblicitario, a simbolo di riconoscimento di tribu urbane ultracapitaliste. Allora, quando morì, ma anche prima, quando abbracciò il suo sogno rivoluzionario abbandonando un ministero a Cuba, Ernesto Guevara poteva contare su tante antipatie, molte delle quali tra i farisei del suo campo, ma anche di tante simpatie tra coloro che la stupida logica degli schemi vedeva come suoi avversari. Allora quando la demenza e la sclerosi del dogmatismo alla Tartuffe non era di moda tra gli eredi delle rivoluzioni nazionali, furono in molti a sostenere il Che. Da Jean Thiriart, il fondatore di Jeune Europe e del partito nazionale europeo che avrebbe schierato volontari in Palestina a Juan Peron. Costui, fascista tra i fascisti, esule in Spagna dopo esser stato rovesciato dall'oligarchia clerico/militare legata a Washington, aveva stretto un patto strategico con Fidel Castro ed elogiava particolarmente il Che la cui lotta, secondo il suo parere ufficiale, utilizzava il marxismo come puro e semplice strumento per un ideale superiore. Fu proprio Peron, l'ultimo degli statisti fascisti, ad accogliere il Che nella Spagna franchista – con il beneplacito del Caudillo – e a metterlo in contatto in Algeria con Boumedienne. Del resto Guevara aveva sostenuto Peron contro i comunisti pochi anni prima in Argentina e uno dei suoi fuochi guerriglieri, appunto nel paese natio soggetto a dittatura, fu opera dei peronisti. Il Che vivo, la crème del fascismo post-bellico era con lui, il Che morto gli vennero dedicate molte riflessioni e qualche agiografia come “Une passion pour El Che ” di Jean Cau di sensibilità nazionalsocialista.



Bianchi o neri?

Potrei quindi onorare Che Guevara sulla base dei miei illustri predecessori e sentirmi per questo molto più fascista dei fascisti che lo denigrano. Ma non sarebbe sufficiente né corretto. Non lo voglio onorare solo perché i migliori fascisti lo onorarono ma perché lo merita di per sé. Conosco le obiezioni, ne sento di continuo: da quando il neofascismo è scaduto nell'ombra reazionaria del codinismo borghese e ha smarrito la sua anima – e il suo più profondo significato esistenziale e sacro – le banalità sminunenti si susseguono. Una di esse è che non si può onorare il Che, non si può non essere contenti della morte del Che, perché egli si batteva per distruggere i nostri valori. Nostri? Valori? Suvvia: scherziamo? Il Che si batteva per liberare il suo continente dall'occupazione americana, dall'oppressione oligarchica e dalle ingiustizie. Possiamo non condividere l'indirizzo dato dal Che alla sua lotta, il suo impianto ideologico e programmatico, ma non possiamo non sentire nostra la sua lotta; e se non la sentiamo tale delle due l'una: o di quella lotta non sappiamo niente o abbiamo sbagliato proprio campo, siamo guardie bianche e non camicie nere!



Lotta e Vittoria

Infine non si può non onorare il Che perché un uomo che abbandona cariche, onori, denari e privilegi per andarsene a vivere nelle selve, tra i monti, con un pugno di compagni di lotta, passando giornate intere con qualche goccio d'acqua e, se dice bene, una galletta, un uomo che sogna e che resta fedele al suo sogno mettendo carne, muscoli, nervi al suo servizio, non può non essere onorato. Lo detta chiaramente quel sentimento della vita, dell'onore e del sacro che è alla base dell'Idea del mondo che fece grande la nostra antichità e la nostra più recente primavera. Quell'Idea del mondo che – dalla Bhagavad Gita tramite i Luperci le Legioni mithraiche, la Cavalleria fino ai Werwolf – ha significato tutto il meglio che memoria d'uomo ricordi e che si condensa nella “Dottrina di Lotta e Vittoria” (che non coincide con il successo tangibile ma con il trionfo su di sé).
Chi non ha perso il bandolo di quel filo non può non rispettare e non onorare l'eroe di Santa Clara. Onore al Che: lotta e vittoria Comandante!

Mussolini, «socialista» esasperato

Mussolini, «socialista» esasperato

Claudio Mutti

A Parma, sulla facciata di quella che è la scuola elementare "Angelo Mazza", una sbiadita iscrizione lapidaria del 12 luglio 1918 ricorda Cesare Battisti, del quale «squillò la (...) voce incitatrice / nella trepida vigilia». Il 3 novembre 1914, infatti, l'irredentista trentino aveva tenuto una conferenza nella palestra della scuola, dove nel mese successivo, il 13 dicembre 1914, sarebbe squillata un'altra «voce incitatrice»: quella di Benito Mussolini.
Sempre a Parma, nei locali della Camera del Lavoro, si era riunito il 13-14 settembre 1914 il Consiglio Generale dell'Unione Sindacale Italiana, nella quale coabitavano anarco-sindacalisti e sindacalisti rivoluzionari. Il sindacalismo parmense, per quanto attestato su una posizione «saldamente collocata nel filone del più rigoroso internazionalismo proletario» (1), aveva avviato una riflessione problematica e articolata pur considerando il nazionalismo un'insidia per il movimento operaio e un fattore di rafforzamento per la classe dominante, esso aveva espresso «il rifiuto della pace come valore assoluto e il rifiuto di ogni posizione di equidistanza nelle diverse questioni internazionali». (2) Oltre a ciò, i sindacalisti parmensi avevano introdotto nel dibattito «un elemento assolutamente originale e cioè che si potessero stabilire determinati collegamenti, attorno a un comune obiettivo di progresso, tra la lotta rivoluzionaria delle fazioni più avanzate del movimento operaio e la lotta di liberazione dei popoli oppressi». (3) Così, al Consiglio Generale dell'U.S.I. un ordine del giorno presentato da Alceste De Ambris, Filippo Corridoni e Paolo Orano si era pronunciato a favore della Francia, accusando di indegnità i socialisti tedeschi, dominati da «idee di sopraffazione imperialistici», e denunciando i rischi insiti in una politica imperialista. A sostegno di queste tesi erano intervenuti, appellandosi alla «logica rivoluzionaria» e alla necessità di un «avviamento verso la rivoluzione sociale», Tullio Masotti e Michele Bianchi. (4) Contro le posizioni rappresentate da De Ambris e Corridoni si era espresso Armando Borghi il quale, assieme ad altri delegati, aveva presentato un ordine del giorno che, ribadendo «avversione irriducibile alla guerra e al militarismo», richiamava l'Unione Sindacale all'azione di classe e condannava «ogni esibizione volontaristica». Era stato l'ordine del giorno di Borghi a ottenere la maggioranza dei voti, mentre a favore delle tesi di De Ambris avevano votato, oltre ai delegati di alcune località minori, quelli di Milano e di Parma.
Da ciò era risultata la scissione dell'Unione Sindacale Italiana. La segreteria dell'Unione era stata affidata ad Armando Borghi e la sede centrale era passata da Parma a Bologna. De Ambris e i suoi si erano associati alle forze sindacali della Romagna, dando vita in novembre all'Unione Italiana del lavoro, della quale Edmondo Rossoni aveva assunto la segreteria. Mentre Borghi aveva fondato la rivista "Guerra di classe", De Ambris aveva ulteriormente accentuato il carattere interventista de "L'Internazionale".
Quanto a Benito Mussolini, sull'"Avanti" del 18 ottobre egli aveva pubblicato il celebre articolo sulla «neutralità attiva ed operante», ispirato dall'esigenza che le forze socialiste superassero l'immobilismo e assumessero un'iniziativa politica concreta, onde aprire una prospettiva di radicale mutamento sociale. Constatando che la formula della «neutralità assoluta» non era più consona alle condizioni obiettive della guerra sociale prodotte dalla guerra e dal crollo dell'Internazionale, Mussolini manifestava «non (...) solo una posizione politica interventista, ma anche una nuova visione del socialismo, che si preciserà in modo più netto nei mesi successivi: il socialismo nazionale, impegnato a collegare le ragioni di classe del proletariato con gli interessi complessivi della Nazione, a partire dalla sua unità e indipendenza politica». (5)
Il 21 ottobre, l'"Avanti" aveva dato la notizia delle dimissioni del suo direttore, rassegnate in seguito alle decisioni della direzione del PSI; il 15 novembre era uscito il primo numero di un nuovo «quotidiano socialista» diretto da Mussolini, "Il Popolo d'Italia"; la sera del 24 novembre, un'assemblea della sezione socialista milanese aveva decretato l'espulsione di Mussolini dal Partito.
«Tra la metà del novembre 1914 e la metà del maggio 1915 -scrive De Felice- l'attività di Mussolini fu intensissima, frenetica quasi». (6) Alla campagna di propaganda sviluppata tramite "Il Popolo d'Italia", alla ricerca dei finanziamenti per il nuovo quotidiano e allo sforzo continuo di individuare un casus belli che potesse far precipitare i rapporti con l'Austria. Mussolini aggiunse anche il proprio impegno di oratore nei comizi interventisti. Già il 25 novembre il Fascio Rivoluzionano d'Azione Internazionalista di Genova aveva invitato «il carissimo compagno Benito Mussolini» a tenere una conferenza anti-neutralista. Ma, siccome tre giorni dopo, il 28 novembre, Mussolini aveva in programma un discorso a Busto Arsizio, la conferenza di Genova venne fissata per il 21 dicembre; quindi sarebbe stata rinviata al 28 a causa di «altri impegni». (7)
Prima che a Genova, dunque, Mussolini andò a Parma. Da quanto abbiamo ricordato più sopra, risulta evidente che questa città, roccaforte del sindacalismo rivoluzionario, era una delle meglio disposte ad accogliere le tesi interventiste, sicché‚ Mussolini vi avrebbe potuto trovare le condizioni più favorevoli. Infatti la cronaca della manifestazione, che venne poi pubblicata su "Il Popolo d'Italia", riferì di «ovazioni grandi e frenetiche». (8)
Il discorso di Parma rappresenta un momento saliente nell'evoluzione del pensiero di Mussolini, perché in esso vien dato particolare risalto a determinati concetti, che porteranno poi ad un consapevole ripudio del marxismo. È per questo che il discorso del 13 dicembre 1914 merita di essere analizzato con la massima attenzione.

* * *

L'oratore esordisce ricordando come si fosse diffusa e radicata, in seguito alla guerra franco-prussiana del 1870-1871 e al trionfo della politica di Bismark, la convinzione che un conflitto europeo non sarebbe più stato possibile. Quindi passa in rassegna, contestandoli a uno a uno, i motivi che erano stati addotti per sostenere una tale convinzione. Si era sostenuto che il perfezionamento degli strumenti di guerra avrebbe dovuto frenare gli istinti bellicosi; ma Mussolini obietta che «la guerra è sempre stata micidiale» e che l'efficacia degli armamenti sta in rapporto diretto col progresso tecnico e militare, sicché essa non solo non frena le tendenze bellicose, ma, se mai, le incoraggia. Viene poi respinta, come illusoria, la tesi secondo cui i buoni sentimenti di umanità e di fratellanza universale avrebbero dovuto costituire una solida garanzia per la pace; accanto a questi sentimenti, osserva Mussolini, «ne esistono altri più profondi, più alti, più vitali (...) sentimenti che ognun di noi reca nell'animo suo che inducevano Proudhon a proclamare (...) essere la guerra "di origine divina"».
In realtà, a proclamare la natura divina della guerra non era stato Pierre Joseph Proudhon, ma Joseph de Maistre, che nelle "Soirées de Saint-Pétersburg" aveva scritto: «La guerra dunque è divina in se stessa, poiché è una legge del mondo. La guerra è divina, inoltre, a causa delle sue conseguenze di ordine soprannaturale (...) La guerra è divina nella gloria misteriosa che la circonda e nel fascino inspiegabile che esercita. La guerra è divina nella protezione che accorda ai grandi condottieri, anche ai più audaci, che sono colpiti in battaglia raramente (...) La guerra è divina per il modo in cui è dichiarata (...) La guerra è divina nei suoi risultati, che sfuggono totalmente dalle speculazioni della ragione umana (...) La guerra è divina per l'indefinibile forza che ne determina i successi». (9)
Comunque Proudhon, «il più grande di tutti i socialisti» (10), non aveva detto una cosa tanto diversa, allorché, riconoscendo il «significato fondamentale e positivo della guerra nella Storia, senza però volerla rendere eterna» (11), aveva affermato che «la guerra è la nostra storia, la nostra vita, il nostro animo intero». (12) Questa frase era stata citata, due anni prima del discorso parmigiano di Mussolini, dal soreliano Edouard Berth, in un cahier di quel Circolo Proudhon che maurrassiani e sindacalisti rivoluzionari avevano fondato nel dicembre 1911, «per mettere in pratica la sintesi socialista-nazionale». (13) Contro la «decadenza borghese» e il «ristagno universale» il discepolo di Sorel aveva indicato, come unica soluzione, la guerra: «La guerra non è sempre quella "opera di morte", che un vano popolo di donnicciole immagina. Alla base di ogni possente sforzo industriale e commerciale, c'è un fatto di forza, un fatto di guerra». (14)
Dunque il fenomeno della guerra, sostiene Mussolini, non lo si può spiegare «attribuendolo soltanto al capriccio dei monarchi, all'antagonismo delle stirpi o al conflitto delle economie». È superfluo notare che per un marxista ortodosso dovrebbe essere proprio il «conflitto delle economie», in ultima analisi, la causa di ogni guerra e, in generale, di ogni evento storico: «La storia di tutta la società finora esistita -è il celebre esordio del "Manifesto dei Comunisti"- è storia di lotta di classe».
Quindi Mussolini bolla come illusoria l'opinione secondo cui l'intensificarsi delle relazioni internazionali e la conoscenza reciproca dei popoli avrebbero costituito un'altra remora ad un nuovo conflitto. Su tali ipotetici fattori di pace, secondo lui, prevale un'altra realtà: che «i popoli tendono (...) a rinchiudersi nella loro unità psicologica, morale ...».
Ma particolarmente interessante è l'argomentazione con cui viene messo in risalto il carattere illusorio di un'altra certezza quella secondo cui le nazioni avrebbero dovuto evitare la guerra perché la loro economia ne sarebbe stata sconvolta. «Altra illusione miseramente sfrondata. Difetto di osservazione!» incalza Mussolini. E aggiunge testualmente, inferendo un altro colpo al determinismo economico: "L'uomo economico "puro" non esiste. La storia del mondo non è una partita di computisteria e l'interesse materiale non è -per fortuna!- l'unica molla delle azioni umane».
A questo punto l'oratore passa a considerare il crollo dell'internazionalismo proletario: «Accanto al movimento pacifista borghese, che non vale la pena di prendere in esame, fioriva un altro movimento di carattere internazionale: quello operaio. Allo scoppiar della guerra anche questo ha dimostrato tutta la sua insufficienza. I tedeschi che dovevano dar l'esempio, si sono schierati sotto le bandiere del Kaiser, come un sol uomo. Il tradimento dei tedeschi ha costretto i socialisti degli altri paesi a rientrare sul terreno della nazione e della difesa nazionale. L'unanimità nazionale tedesca ha determinato automaticamente l'unanimità nazionale negli altri paesi. Si è detto, e giustamente, che l'internazionale è come l'amore: bisogna farlo in due o altrimenti è onanismo infecondo. L'internazionale è finita: quella di ieri è morta ed è oggi impossibile prevedere quale e come sarà l'internazionale di domani».
La realtà è che, mentre l'Italia è neutrale e i neutralisti gridano «Abbasso la guerra», il blocco austro-tedesco e la Triplice Intesa si scontrano sui campi di battaglia europei. Per il futuro del socialismo, chiede Mussolini, è indifferente che a riportare la vittoria definitiva sia l'uno o l'altro schieramento? Per dare una risposta a tale interrogativo e per agire di conseguenza, egli argomenta, sarebbe sufficiente considerare l'atteggiamento della borghesia italiana. «È falso -dice- che la borghesia italiana sia in questo momento guerrafondaia. Tutt'altro! È neutralista e disperatamente pacifista. Il mondo della Banca è "neutrale"; la borghesia industriale ha riorganizzato i suoi "affari"; la borghesia agraria piccola e grande è pacifista per tradizione e temperamento; la borghesia politicante e accademica è neutrale. (...) Prova massima: confrontate il tono odierno della stampa borghese col tono dell'impresa libica e noterete la differenza. (...) Il gioco è scoperto e dovrebbe far riflettere i socialisti che non sono imbecilliti: da una parte stanno tutti i conservatori, tutte le forze morte della nazione; dall'altra i rivoluzionari e con questi tutte le forze vive del Paese. Bisogna scegliere! Preti e forcaioli sono per la neutralità assoluta».
Restare neutrali, dunque, comporta tra l'altro il rischio di una rivincita papalina: «il papa Benedetto XV, che accoppia alla trinità dei suoi difetti fisici qualità intellettuali e morali inquietanti, troverà modo, direttamente o per interposta persona, di porre nel prossimo congresso per la pace, la questione romana. Torneremo indietro: a discutere un fatto compiuto, irrevocabile e lo dovremo in parte all'atteggiamento conservatore, assolutamente antirivoluzionario e antisocialista dei socialisti italiani».
Mussolini, che a un certo punto del suo discorso si dichiara «un socialista esasperato», continua a patrocinare la causa dell'intervento intrecciando le considerazioni strategiche dell'avvenire del socialismo con gli appelli ai sentimenti dell'uditorio: «Quale dei due gruppi di Potenze ci assicura, colla sua vittoria, condizioni migliori per la liberazione della classe operaia? Il blocco austro-tedesco o la Triplice Intesa? La risposta non è dubbia. E come volete cooperare al trionfo della Triplice Intesa? Forse con gli articoli di giornale e cogli ordini del giorno dei comizi? (...) Dite: è umano, è civile, è socialista stare tranquillamente alla finestra, mentre il sangue corre a torrenti e dire: "io non mi muovo e non m'importa di nulla?"».
Né manca un appello al senso di dignità e di fierezza nazionale: «Rifiuterete questa prova di solidarietà? Ma con che faccia e con che cuore, o proletari italiani, vi recherete domani all'estero? Non temete che i vostri compagni di Germania vi respingano perché traditori della Triplice; mentre quelli di Francia e del Belgio (...) vi diranno: dov'eri tu e che cosa facevi, o proletario italiano (...)? Quel giorno voi non saprete rispondere; quel giorno vi vergognerete di essere italiani (...) Riprendiamo la tradizione italiana. Il popolo che vuole la guerra, la vuole senza indugio».
Quindi, dopo aver prospettato una rigenerazione spirituale per la stessa Germania e «una nuova vermiglia primavera» per l'Europa, l'oratore conclude così: «Bisogna agire, muoversi, combattere e, se occorre, morire. I neutrali non hanno mai dominato gli avvenimenti. Li hanno sempre subiti. È il sangue che da il movimento alla ruota sonante della storia!»

* * *

In relazione a questo discorso è stato osservato che Mussolini, «anche se egli stesso non poteva ancora rendersene conto, dal punto di vista degli interessi del socialismo (...) aveva certamente ragione, ma dal punto di vista dell'ortodossia marxista aveva altrettanto sicuramente torto». (15)
Effettivamente, nonostante Mussolini traesse dal "Manifesto dei Comunisti" l'idea che «i comunisti sono borghesi nei riguardi del feudalismo e rivoluzionari di fronte ai borghesi» (16), a determinare la sconfitta delle società semi-feudali nello scontro con il sistema borghese avrebbe dovuto provvedere l'inesorabile legge della storia, non certo un atto di volontà interventista del proletariato italiano. Tra l'altro, sempre secondo il pensiero marxista, non erano ancora maturate quelle condizioni per il passaggio dallo «stadio borghese» allo «stadio proletario» che avrebbero resa possibile un'azione del movimento operaio.
La vicenda del «socialista esasperato» Benito Mussolini in un certo senso anticipa quella di Lenin, il quale nel 1917, rischiando di trovarsi in minoranza nel Comitato Centrale, dovrà convincere i bolscevichi a non stare ad aspettare l'esaurimento della fase apertasi con la rivoluzione di febbraio, ma ad intervenire per dare una spinta alla storia rovesciando il governo di Kerenskij.
L'analogia tra le due situazioni è stata infatti notata sia da Ernst Nolte sia da Augusto Del Noce. Secondo Nolte, la posizione interventista di Mussolini non comporterebbe necessariamente una rottura col marxismo: il volontarismo mussoliniano «non è che l'espressione teoretica della sua intransigenza» (17), poiché esso «si rivolge polemicamente contro la teoria evoluzionistica dell'epoca, e costituisce l'esatto analogo della lotta condotta da Lenin contro la dottrina del "decorso spontaneo"». (18) Solo che Nolte, per far quadrare i conti, cambia addirittura il significato delle parole di Mussolini: «Quando Mussolini dice "volontà" vuole quindi intendere nient'altro che "dialettica"». (19) Più lineare sembra l'opinione di Del Noce, secondo cui «il "volontarismo" di Mussolini non è la "dialettica" di Lenin; è il rifiuto del materialismo marxista, in relazione alla generale critica allora corrente del materialismo naturalistico e del positivismo evoluzionista». (20) In Lenin, infatti, non troviamo l'intenzione d violare le presunte leggi della dialettica, ma soltanto una valutazione del grado di sviluppo storico in rapporto ad esse.
Il socialista Mussolini, invece, non solo non si preoccupa più di quel tanto di mantenere una posizione di stretta osservanza nei confronti dell'ortodossia marxista, ma si ribella senza alcuna riserva contro il bigottismo ideologico. Un mese prima di venire a Parma, aveva scritto sul numero 1 del "Popolo d'Italia": «La neutralità non può essere un dogma del socialismo. Esisterebbero dunque solo nel socialismo e per giunta, nel socialismo italiano, delle verità "assolute" che possono sfidare impunemente le ingiurie del tempo e le limitazioni dello spazio, come le verità indiscutibili e eterne della rivelazione divina? Ma la verità assoluta attorno alla quale non si può più discutere, che non si può più negare o rinnegare, è la verità morta; peggio, è la verità che uccide. Noi non siamo, noi non vogliamo essere mummie perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte, o rinchiuderci tra le siepi anguste della beghinità sovversiva, dove si biascicano meccanicamente le formule corrispondenti alle preci delle religioni professate; ma siamo uomini e uomini vivi che vogliamo dare il nostro contributo, sia pure modesto, alla creazione della storia». (21)
Il discorso di Parma del 13 dicembre 1914, come si è visto più sopra, ribadisce e sviluppa questa decisa affermazione della capacità creativa dell'uomo quale autore della storia, nonché il simultaneo rifiuto a subordinare la realtà umana alle leggi della dialettica economica. La gestazione del socialismo mussoliniano è giunta ormai ad un punto decisivo: in un certo senso, dal «socialista esasperato» è già nato il «fascista».

Claudio Mutti

Note:

1) Stefano Fabei, "Guerra e proletariato. 1914: il Sindacalismo rivoluzionario dalla neutralità all'interventismo", Milano '96, p. 65;
2) Stefano Fabei, op. cit., p. 66;
3) Stefano Fabei, op. cit., p. 69,
4) "Il Consiglio Generale dell'Unione Sindacale Italiana", "L'Internazionale", 19 settembre 1914;
5) Renato Pallavidini, "Dalla crisi alla diaspora. Il giovane Mussolini e Lenin: volontarismo e rivoluzione socialista nel materialismo", Milano '96, p. 42;
6) Renzo De Felice, "Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920", Torino '65, p. 299;
7) "Conferenza Mussolini per il 28 corrente", "Il Popolo d'Italia", 18 dicembre 1914;
8) "Per la libertà dei popoli, per l'avvenire dell'Italia", "Il Popolo d'Italia", 17 dicembre 1914. Riprodotto in: "Benito Mussolini, dal socialismo alla nazione", Firenze-Roma '83, pp. 81-86;
9) Joseph de Maistre, "Le serate di Pietroburgo", Milano '71, pp. 399-401;
10) Così lo aveva definito, nel 1899, Gustav Landauer: cfr. "Aufruf zum Sozialismus", Frankfurt-Wien '67, p. 93;
11) Ernst Nolte, "I tre volti del fascismo", Milano '71, p. 592;
12) Pierre Joseph Proudhon, "La Guerre et la Paix", Bruxelles 1861, cit. in J. Darville (É. Berth), "Satellites de la ploutocratie", "Cahiers du Cercle Proudhon", Settembre-Dicembre 1912, p. 204;
13) Zeev Sternhell, "Né destra né sinistra. La nascita dell'ideologia fascista", Napoli '84, p. 23;
14) J. Darville, op. cit., p. 202;
15) Enzo Erra, "Il fascismo tra reazione e progresso", in AA. VV., "Sei risposte a Renzo De Felice", Roma '76, p. 70;
16) Benito Mussolini, "I termini del problema", "Il Popolo d'Italia", 19 novembre '14. Gli autori del "Manifesto", in effetti, avevano insegnato che la borghesia, nella fase della sua ascesa, «per raggiungere i propri fini politici, deve mettere in moto tutto il proletariato e lo può ancora. In tale stadio i proletari non combattono i loro nemici, ma i nemici dei loro nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. Tutto il movimento storico è così concentrato nelle mani della borghesia: ogni vittoria così ottenuta è una vittoria della borghesia». (C. Marx - F. Engels, "Il Manifesto dei Comunisti", Roma '45, p. 28). In seguito, con il progresso dell'industria, all'isolamento degli operai sarebbe subentrata la loro unione rivoluzionaria mediante l'associazione; e a tale fase dovevano essere rimandati il tramonto della borghesia e la vittoria del proletariato;
17) Ernst Nolte, op. cit., p. 230;
18) Ernst Nolte, ibidem. L'analisi di Nolte, viene sostenuta e approfondita da Renato Pallavidini, per il quale, nonostante l'indubbia presenza di influenze derivanti dalla lebensphilosophie, il volontarismo di Mussolini sarebbe pur sempre un marxismo dialettico: «L'oggettività della storia condiziona la coscienza e l'azione umana. La coscienza, comprendendo queste dinamiche oggettive e adattandovi la propria azione, può con esse interagire, mutando nel senso voluto la realtà, trasformandola secondo le proprie esigenze e i propri schemi» (Renato Pallavidini, op. cit., pp. 23-24). In particolare, per quanto concerne il periodo che qui ci interessa, nell'articolo mussoliniano della «neutralità attiva ed operante» Pallavidini evidenzia posizioni «che si troveranno apertamente teorizzate nei "Quaderni filosofici dal carcere" di Gramsci e, con alcune riserve di carattere deterministico, anche negli scritti e nell'opera politica di Stalin» (R. Pallavidini, op. cit., p. 24);
19) Ernst Nolte, op. cit., p. 231;
20) Augusto Del Noce, "Il problema del fascismo", Firenze '70, p. 29;
21) Benito Mussolini, "Audacia!", "Il Popolo d'Italia", 15 novembre '14, riprodotto in "Benito Mussolini. Dal socialismo alla nazione", op. cit., pp. 68-71

Stanis Ruinas, l'eretico.

Stanis Ruinas, l'eretico.

Da una lettera ad un suo amico "rivoluzionario antifascista"


A costo di passare per un ingenuo, confesso di non comprendere come degli uomini che si autoproclamano rivoluzionari - socialisti, comunisti, anarchici - e che per i loro ideali han sofferto la galera e l'esilio, possano plaudire all'Inghilterra plutocratica e all'America trustistica che in nome della democrazia e della lbertà democratica devastano l'Europa. Intuisco in anticipo la tua risposta. Da rivoluzionario non ami Hitler e non hai fiducia in Mussolini. E va bene. Ma come fai ad avere fiducia nell'Inghilterra imperialista che ha tradito la Persia, schiacciato le repubbliche boere, oppresso per tanto tempo l'India e l'Egitto, e si arroga il diritto di proteggere e dirigere tanti popoli degni di libertà? Come puoi avere fiducia nell'Inghilterra mercantile che da oltre tre secoli fa il gendarme d'Europa strozzando ogni rivoluzione e rimettendo sgli altari dinastie macchiate di sangue e re spergiuri?
[...] Come fai a conciliare i tuoi ideali rivoluzionari con quelli di Churchill e di Roosvelt? Churchill è un uomo intelligente, ma è conservatore nel midollo, duca e ricco a starelli. Roosvelt è il portavoce dei miliardari americani. Entrambi personificano il sistema capitalistico, che è il nemico numero uno del proletariato e della rivoluzione.


E ancora :


Io non so se la rivoluzione maturata in Italia con Mussolini e penetrata ormai nella coscienza europea, sarà fermata dalle bombe e dai carri armati della reazione inglese e americana. Potrà essere fermata ; non vinta.
Questa non è una guerra nazionalista, ma rivoluzionaria, provocata dall'ingiustizia e dall'ineguaglianza sociale. Assurdo è pretendere che si ritorni alla democrazia liberale del secolo XIX, quando la democrazia era composta da gruppi di possidenti. Indietro non si torna. Il mondo è lanciat verso l'avvenire : verso il socialismo.
[...]Io, italiano e proletario, ammiratore e seguace di Carlo Pisacane, il più veroe autentico precursore del nazionalsocialismo, ho seguito Mussolini prechè in Lui, e nella sua azione, vedevo il solo mezzo di spezzare le catene dela miseria secolare del nostro popolo. Anche tu eri di questa opinione.


Mussolini, dunque, è un rivoluzionario e la sua dittatura è legittima e necessaria in quanto senza dittatura non può esserci rivoluzione :


Tu vuoi giustificare il tuo atteggiamento sostenendo che sei contro le dittature in favore della libertà e della personalità umana. [...] Ma è pur vero che non ci furono mai e mai ci saranno rivoluzioni senza dittature. La Rivoluzione francese ebbe suoi Robespierre; quella russa ha Stalin. Le dittature si accompagnano logicamente alle rivoluzioni e le rivoluzioni si sostengono con le dittature finchè non hanno compiuto il loro ciclo. Il tuo è un errore comune a molti. Ti fermi sbigottito davanti ai nomi evitando di scendere in profondità. Mussolini, Hitler e Stalin sono tre autentici rivoluzionari ; hanno fatto tre rivoluzioni che sono costate ingenti sacrifici di sangue. Si può avere più simpatia per l'uno o per l'altro ; ma non si può negare che siano i genuini rappresentanti di tre rivoluzioni che hanno per metà lo scardinamento del sistema capitalistico e il benessere dei loro rispettivi popoli. Il nemico comune è il capitalismo ; e il capitalismo è la peggiore dittatura

Tra l'Inghilterra pluocratica e la Russia comunista noi preferiamo quest'ultima. I tanto bersagliati e odiati fascisti repubblicani sono molto più vicini al comunismo che alla plutocrazia.
[...] Quello che noi desideriamo, e vogliamo, è l'abbattimento del capitalismo, l'espropriazione di coloro che detengono i mezzi di produzione e costringono i diseredati a lavorare a loro vantaggio. La socializzazione spinta al massimo porta agli stessi risultati.
[...] Noi pensiamo e crediamo che i veri comunisti rivoluzionari siano molto più vicini al Manifesto di Verona che non alla plutocrazia. Perciò noi siamo favorevoli a una loro cooperazione e collaborazione.
[...] La Repubblica Sociale Italiana è di fatto una repubblica socialista.

Venga pure il comunismo, ma quello vero, autentico, che annienta alla base la borghesia grande e piccola, detronizza il capitalismo, spartisce la terra ai contadini, spara alla nuca dei falsi rivluzionari e fa un sol mazzo di moderati e moderatucoli, di liberali, conservatori, preti e re. Venga pure il comunismo, ma non quello insaponato e incipriato e civettuolo di Palmiro Togliatti, che non disdegna - oh logica dei tempi! - di fare il ministro del governo Bonomi, il quale si sforza e giura, da buon socialista del tempo che fu, di tenere in piedi la monarchia.

Stanis Ruinas

Quel marxista di nome Mussolini

Quel marxista di nome Mussolini











Le radici affini di fascismo e comunismo: parla Domenico Settembrini.

«Il Duce non si ispirava a Franco ma a Lenin. Era antiborghese, anticapitalista e rivoluzionario». «Tutta la cultura politica italiana ha avversato il pluralismo. E oggi gli eredi delle due ideologie hanno lo stesso disagio ad accettare l’alternanza».

[Da "Avvenire", 31 agosto 2001]

Mussolini disse nel 1921: «Conosco i comunisti. Li conosco bene perché parte di loro sono miei figli spirituali». Ed era vero. Tanto che Gramsci, almeno fino alla svolta di Mussolini dal neutralismo all’interventismo, lo chiamava «nostro capo».
Scritte nero su bianco dallo storico Domenico Settembrini nel suo saggio Fascismo controrivoluzione imperfetta, frasi come quelle – rivelanti l’affinità in radice di fascismo e comunismo - fecero sì che la cultura del Pci criminalizzasse il libro. Il marxista Paolo Alatri lo accusò di «restituire una patente di nobiltà» al fascismo. Era il 1978, la cultura comunista era assolutamente egemone in Italia, e il libro di Settembrini anticipava troppo le scoperte di De Felice, Nolte e Zeev Sternhell sulle radici marxiste del fascismo. «Mai aver ragione in anticipo», sorride ora Settembrini: «Non solo i comunisti mi stroncarono, ma De Felice finì per non recensire il mio libro, perché la sua idea, allora, era che Mussolini fosse stato un marxista d’accatto. Io invece ricostruivo la vicenda marxista di Mussolini, e dimostravo che, tra i politici di allora, pochi conoscevano Marx bene come lui».
Oggi il suo Fascismo controrivoluzione imperfetta viene ripubblicato (Edizioni Seam, pagine 500, lire 45.000): e ancora stupisce leggere fino a che punto Mussolini volle essere marxista.

«Intendiamoci - avverte Settembrini -, era un politico, cioè un pratico. Per giungere al potere fece tutti i compromessi necessari: con la monarchia, con il capitale, con la Chiesa. Ma il fascismo ufficiale e conservatore che lui stesso ha creato, non gli piace. Non vuole diventare un Franco, sogna di essere un Lenin. Dice frasi come: "Il corporativismo, se è serio, è socialismo". Si affanna a costruire, nella gioventù, l’"uomo nuovo". E difatti molti dei giovani fascisti che hanno creduto con sincerità, passano al Pci, spesso venendo dal combattentismo repubblichino».

È vero: molti fascisti repubblichini diventano comunisti.

«Uno dei più coerenti, Camillo Pelizzi, riconosce a Mussolini un merito agghiacciante: "aver capito", dice Pelizzi, "che per cambiare il mondo ci vogliono milioni di morti". Il sogno totalitario di Lenin».

Insomma Mussolini avrebbe voluto essere Lenin?

«Un momento. Al duce va riconosciuto il merito di essere vissuto in questa contraddizione: resta anticapitalista, è uno dei pochissimi che segue attentamente le riviste marxiste e l’esperimento collettivista di Lenin in Urss; proprio per questo, perché sa bene quale disastro è il comunismo in Russia, vive nella ricerca della "terza via", per evitare i milioni di morti».

Oggi, le pare che l’idea che il fascismo fu un fenomeno rivoluzionario, anticapitalista e antiborghese come il comunismo sia passata nel senso comune?

«Non direi proprio. E basta guardare la condizione dei due partiti che furono eredi di fascismo e comunismo, ed oggi hanno cambiato panni. An, l’ex Msi, oggi è al governo, i Ds, ex Pci, oggi all’opposizione. Ma guardi come entrambi si somigliano nel comune disagio ad accettare fino in fondo la democrazia liberale. Gli uni devono farsi prestare l’identità da Berlusconi; gli altri non sanno decidersi tra socialdemocrazia e sovversivismo anti-istituzionale, a rimorchio degli antiglobal, e non riescono ad accettare il concetto dell’alternanza».

Questo che cosa significa, secondo lei?

«Che tutta la cultura italiana, fascista o comunista, è stata rivoluzionaria. E questa eredità non è mai stata superata».

Non esagera?

«No, e veda l’esempio della Spagna: ha avuto una guerra civile enormemente più sanguinosa della nostra, soffre ancora oggi di un terrorismo basco molto più grave di quello delle Brigate Rosse, eppure è diventata una normale democrazia dell’alternanza. L’Italia invece no».

Perché?

«Perché appunto gli intellettuali italiani, la nostra cultura politica, è stata sempre all’opposizione rispetto a liberalismo e capitalismo. Veda Norberto Bobbio: sacralizzato come "guru" del liberalismo progressista, esempio di antifascismo moralistico. S’è scoperto che scriveva lettere a Mussolini: insomma stava a guardare, era opportunista rispetto al fascismo; se il fascismo avesse vinto, lui ci si sarebbe adattato».

Errori giovanili, si dice.

"Ben altro che errori. Per decenni, i missini hanno esibito come merito il fatto di aver combattuto i comunisti. Quanto al Pci, s’è identificato nel merito di aver "vinto il fascismo" inteso come guardia armata del Capitale, e poi la Dc "borghese"».

Intende che nessuno dei due ha mai vantato d’aver lottato per il pluralismo? Ma non c’erano solo quei due sulla scena italiana, c’è stata anche la Dc.

«Ma anche nella Dc c’è l’elemento statalista, antiborghese. Quando s’è dissolta la Balena Bianca, la sinistra Dc ha rivelato tutta questa avversione al liberalismo, all’alternanza, al pluralismo. E guardi gli antiglobal».

Anche loro avversi al capitalismo, ma non comunisti.

«Però sono gli eredi ultimi di Togliatti, senza saperlo. Togliatti ha avuto la capacità di incanalare nel suo Pci tutto il sovversivismo della cultura politica italiana, che alimentava anche il fascismo. Togliatti è quello che chiama i fascisti "fratelli in camicia nera". Per Togliatti la parola "sovversivo" era una parola positiva. Il sovversivo, per lui, è il rivoluzionario. Il sovversivismo italiano poi riemerge nel ’68, e anche oggi in certe punte antiglobal».

Conclusione?

«Il vuoto di senso che attanaglia la politica italiana, deriva dal fatto che le élites intellettuali non hanno mai fatto l’esame di coscienza fino in fondo. Per i comunisti, o ex, è tragico. Togliatti aveva fatto un uso così sapiente del mito sovietico, che questo mito era diventato per milioni di italiani la fede, un surrogato della fede cattolica. Ecco perché a sinistra c’è tanto vuoto di senso: è caduta la religione. Ad Occhetto non hanno ancora perdonato di aver liquidato il passato togliattiano. Ma non sono solo i Ds a non aver fatto l’autocritica. Nemmeno i postfascisti, nemmeno i cattolici. Nessuno, voglio dire, vuol riconoscere l’elemento comune, italianissimo, che li unisce al fascismo rivoluzionario, marxista di Mussolini. Non possono riconoscere questa comune identità, e continuano a proiettare sull’avversario, in fondo, l’accusa di "aver tradito la rivoluzione". È questo che rende difficile l’alternanza, in Italia».

Entry for October 02, 2007

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GAZA VIVRA’
Appello per la fine di un embargo genocida

Firma subito anche tu!
Tutte le firme devono essere inviate a info@gazavive.com
e verranno pubbli cate su www.gazavive.com
Oltre a nome e cognome è importante comunicare la città e la qualifica di ogni firmatario

Quasi mille persone hanno già sottoscritto l’appello di solidarietà con il popolo palestinese, e per la fine dell’embargo a Gaza. Si tratta di una prima positiva risposta, la punta dell’iceberg di un’area che intende ribellarsi all’enorme sopruso perpetrato nei confronti del popolo palestinese, un’area che non si piega al filo-sionismo “politicamente corretto” dei grandi mezzi di (dis)informazione.
Sono quegli stessi mezzi che non solo fingono di ignorare il fatto che un milione e mezzo di esseri umani sono sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare, ma che passano regolarmente sotto silenzio le continue incursioni israeliane, che solo nei giorni scorsi hanno ucciso altre 11 persone nella Striscia di Gaza.

Rompere questo silenzio è il primo obiettivo di questo appello, la premessa indispensabile per poter sviluppare una più ampia mobilitazione contro l’embargo.

Mentre rinnoviamo l’invito a sottoscrivere l’appell o, ed a farlo circolare con tutti i mezzi, convochiamo fin da ora un

incontro nazionale per costruire insieme le prossime tappe della campagna

l’assemblea nazionale si terrà
DOMENICA 11 NOVEMBRE
a FIRENZE


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GAZA VIVRA’
Appello per la fine di un embargo genocida

Nel 1996, votando massicciamente al-Fatah, i palestinesi espressero la speranza di una pace giusta con Israele. Questa speranza venne però uccisa sul nascere dalla sistematica violazione isr aeliana degli accordi. Essi prevedevano che entro il 1999 Israele avrebbe dovuto ritirare le truppe e smantellare gli insediamenti coloniali dal 90% dei Territori occupati.
Giunto al potere dopo la sua provocatoria «passeggiata» nella spianata di Gerusalemme, Sharon congelò il ritiro dell’esercito e accrebbe gli insediamenti coloniali — ovvero città razzialmente segreganti i cui abitanti, armati fino ai denti, agiscono come milizie ausiliarie di Tsahal. Come se non bastasse, violando anche stavolta le risoluzioni O.N.U., diede inizio alla edificazione di un imponente «Muro di sicurezza» la cui costruzione ha implicato l’annessione manu militari di un ulteriore 7% di terra palestinese.
Nel tentativo di schiacciare la seconda Intifada, Israele travolse l’Autorità Nazionale Palestinese e mise a ferro e fuoco i Territori. Migliaia i palestinesi uccisi o feriti dalle incursioni, decine di migliaia quelli rastrellati e arrestati senza alcun processo. Migliaia le case rase al suolo. Decine i dirigenti ammazzati con le cosiddette «operazioni mirate». Lo stesso presidente Arafat, una volta dichiarato «terrorista», venne intrappolato nel palazzo presidenziale della Mukata, poi bombardato e ridotto ad un cumulo di macerie.

Evidenti sono dunque le ragioni per cui Hamas (nel frattempo iscritta da U.S.A. e U.E. nella black list dei movimenti terroristici) ottenne nel gennaio 2006 una straripante vittoria elettorale. Prima ancora che una protesta contro la corruzione endemica tra le file di al-Fatah, i palestinesi gridarono al mondo che non si poteva chiedere loro una «pace» umiliante, imposta col piombo e suggellata col proprio sangue.
Invece di ascoltare questo grido di aiuto del popolo palestinese, le potenze occidentali decisero di castigarlo decretando un embargo totale contro la Cisgiordania e Gaza. Seguendo ancora una volta Israele (che immediatamente dopo la vittoria elettorale di Hamas aveva bloccato unilateralmente i trasferimenti dei proventi di imposte e dazi di cui le Autorità palestinesi erano i legittimi titolari), U.S.A. e U.E. congelarono il flusso di aiuti finanziari causando una vera e propria catastrofe umanitaria, ciò allo scopo di costringere un intero popolo a piegare la schiena e ad abbandonare la resistenza.

Questa politica, proprio come speravano i suoi architetti, ha dato poi il suo frutto più amaro: una fratricida battaglia nel campo palestinese. Coloro che avevano perso le elezioni, con lo sfacciato appoggio di Israele e dei suoi alleati occidentali, hanno rovesciato il governo democraticamente eletto per rimpiazzarlo con un altro abusivo. Hanno poi scatenato, in combutta con le autorità sioniste, la caccia ai loro avversari, annunciando l’illegalizzazione di Hamas col pretesto di una nuova legge per cui solo chi riconosce Israele potrà presentarsi alle elezioni. USA ed UE, una volta giustificato il golpe, sono giunte in soccorso di questo governo illegittimo abolendo le sanzioni verso le zone da esso controllate, e mantenendole invece per Gaza.

Un milione e mezzo di esseri umani restano dunque sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare. Come nei campi di concentramento nazisti essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali. Come se non bastasse l’esercito israeliano continua a martellare Gaza con bombardamenti e incursioni terrestri pressoché quotidiani in cui periscono quasi sempre cittadini inermi.

Una parola soltanto può descrivere questo macello: genocidio!

Una mobilitazione immediata è necessaria affinché venga posto fine a questa tragedia.


Ci rivolgiamo al governo Prodi affinché:

1. Rompa l’embargo contro Gaza cessando di appoggiare la politica di due pesi e due misure per cui chi sostiene al-Fatah mangia e chi sta con Hamas crepa;

2. si faccia carico in tutte le sedi internazionali sia dell’urgenza di aiutare la popolazione assediata sia di quella di porre fine all’assedio militare di Gaza;

3. annulli la decisione del governo Berlusconi di considerare Hamas un’organizzazione terrorista riconoscendola invece quale parte integrante del popolo palestinese;

4. cancelli il Trattato di cooperazione con Israele sottoscritto dal precedente governo.


*************

Firme raccolte al 30 settembre 2007
(totale 926)

PRIMI FIRMATARI

- Gianni Vattimo – Filosofo ed ex parlamentare europeo
- Danilo Zolo – Università di Firenze
- Margherita Hack – Astrofisica
- Edoardo Sanguineti – Poeta, Università di Genova
- Gilad Atzmon – Musicista
- Franco Cardini – Università di Firenze
- Mara De Paulis – Scrittrice, Premio Calvino
- Lucio Manisco – Giornalista, già parlamentare europeo
- Costanzo Preve – Filosofo, Torino
- Giulio Girardi – Filosofo e teologo della Liberazione
- Giovanni Franzoni – Comunità Cristiane di Base
- Domenico Losurdo – Università di Urbino
- Marino Badiale – Università di Torino
- Aldo Bernardini – Università di Teramo
- Piero Fumarola – Università di Lecce
- Giovanni Bacciardi – Università di Firenze
- Giovanni Invitto – Università di Lecce
- Alessandra Persichetti – Università di Siena
- Bruno Antonio Bellerate – Università Roma tre
- Rodolfo Calpini – Università La Sapienza, Roma
- Ferruccio Andolfi – Università di Parma
- Roberto Giammanco – Scrittore e americanista
- Gianfranco La Grassa – Economista
- M. Alighiero Manacorda – Storico dell’educazione
- Alessandra Kersevan – Ricercatrice storica, Udine
- Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano
- Stefania Campetti - Archeologa
- Carlo Oliva – Pubblicista
- Gabriella Solaro – Ist. Naz. Storia del Movimento di Liberazione in Italia
- Giuseppe Zambon – Editore
- Bruno Caruso – Pittore
- Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia
- Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano
- Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano
- Hamza Roberto Piccardo – Direttore www.islam-online.it
- Nella Ginatempo, Movimento contro la guerra, Roma
- Mary Rizzo – blog Peacepalestine
- Tusio De Iuliis – Presidente Associazione “Aiutiamoli a Vivere”
- Cesare Allara – Com. Sol. Palestina, Torino
- Angela Lano – Giornalista Infopal, www.infopal.it
- Umar Andrea Lazzaro – Collettivo www.islam-online.it, Genova
- Marco Ferrando – Partito Comunista dei Lavoratori
- Leonardo Mazzei – Portavoce Comitati Iraq Libero
- Mara Malavenda – Slai Cobas, Napoli
- Moreno Pasquinelli – Campo Antimperialista
- Marco Riformetti – Laboratorio Marxista
- Maria Ingrosso – Colletivo Iqbal Masih, Lecce
- Antonio Colazzo – L.u.p.o. Osimo (Ancona)
- Gian Marco Martignoni – Segreteria provinciale Cgil, Varese
- Luciano Giannoni – Consigliere provinciale Prc Livorno
- Dacia Valent – ex Eurodeputata, dirigente dell’Islamic Anti-Defamation League
- Pietro Vangeli – Segretario nazionale Partito dei Carc
- Ascanio Bernardeschi – Prc Volterra (PI)
- Fabio Faina – Capogruppo Pdci al Consiglio comunale di Perugia
- Roberto Massari – Editore, Utopia Rossa
- Fausto Schiavetto – Soccorso Popolare
- Luca Baldelli – Consigliere provinciale Prc Perugia


HANNO ADERITO

dalla VALLE D’AOSTA

- Antonio Corraine – Studente universitario, Aosta


dal PIEMONTE

- Giulietto Chiesa – Parlamentare europeo
- Angelo D’Orsi – Professore di storia del pensiero politico, università di Torino, direttore di Festivalstoria
- Marco Ghiotti – Fisico, Torino
- Roberta Cerruti – Comunicatrice ambientale, Asti
- Ornella Terracini, Eco (Ebrei Contro l’Occupazione), Torino
- Marco Da Ros – Circolo internazionalista, Torino
- Vito Bisceglie – Coord. reg. Piemonte Movimento costitutivo Partito Comunista dei Lavoratori
- Maurizio Mastrorosa – Laureando in giurisprudenza, operaio precario, Novara
- Antonio Grasso – San Damiano d’Asti
- Abigail Fernando – Traduttore, Ivrea
- Elvio Arancio - Artista, presidente Centro Studi Europeo Ibn Sina, Torino
- Simone Maggiolo – Robassomero (TO)
- Luciano Carena – Pensionato (TO)
- Laura Silvestri – Insegnante, Cuneo
- Marco Penno – Ingegnere informatico, Torino
- Carlo Bertani – Scrittore, Saliceto (CN)
- Ernesto Scalco – Ecopacifista, Caselle Torinese
- Felicita Valesi Ferrero – Impiegata, Torino
- Ada Lonni – Professoressa facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
- Francesco Nociti – Studente, Torino
- Gianni Donaudi – Poeta-mail artista-polemista, Torino
- Renato Pallavidini – Docente storia e filosofia, Torino
- Giancarlo Fasciolo – Architetto, Novi Ligure (AL)
- Rosanna Carrea – Architetto, Novi Ligure (AL)
- Emanuela Barbero – Biella
- Gianni Corona – Biella
- Andrea Cascioli – Studente universitario, Torino
- Laura Fornero – Studentessa universitaria, Torino
- Stefano Mauro – Scrittore e orientalista, Torino
- Marica Guazzora – Comitato Centrale Pdci, Torino
- Giovanni Trupo – Pensionato, Torino
- Enrico Galoppini – Università di Torino
- Marco Manetto – Orbassano (TO)
- Cristiana Cavagna – Torino
- Chiara Sicheri – Vercelli
- Daniele Scalea – Studente universitario, Cannobio (VB)
- Riccardo Vinciguerra – Alessandria
- Marilla Boffito – Torino
- Josetta Saffirio – Monforte d’Alba (CN)


dalla LIGURIA

- Massimo Maccagno – Ricercatore precario, Università di Genova
- Norma Bertulaccelli – Insegnante, Genova
- Paola Manduca – Genetista, Università di Genova
- Lucy Ladikoff – Docente Università di Genova
- Giacomo Casarino – Docente Università di Genova
- Luciano Bezeredy – Coordinatore Linea Rossa Genova, già Pc d’Italia (m-l)
- Davide Piccardo – Consiglio dei garanti Giovani Musulmani d’Italia, Imperia
- Carlo Dell’Aquila – Operaio, Partito Comunista dei Lavoratori, Savona
- Luca Tarabugi – Impiegato, La Spezia
- Fulvio Baldoino – Insegnante, Loano (SV)
- Riccardo Parodi – Studente universitario, Arenzano (GE)
- Michele Basso – www.sottolebandieredelmarxismo.it Savona
- Mohammed Hannoun – Architetto, presidente ABSPP Onlus (Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese), Genova
- Franco Fuselli – Genova
- Marina Criscuoli – Genova
- Andrea Di Vita – Impiegato, Genova
- Miranda Vallero – Rapallo (GE)
- Davide Serafino – Studente universitario, Rossiglione, Genova
- Mirco Panizzi – Genova
- Luigi Previati – Comitato della pace “Rachel Corrie”, Genova
- Renzo Coletti – Genova
- Teresa Cannistrà – Casalinga, Rapallo (GE)
- Mauro Murta – Ingegnere, Mignanego (GE)
- Daniela Tessaro – Impiegata, Genova
- Cesare Valentini – Camogli (GE)
- Annunziata Manna – La Spezia
- Erich Simon Olivieri – Ingegnere informatico, Genova
- Antonio Dell’Aquila – Operaio, Savona
- Mercede Dell’Aquila – Casalinga, Savona
- Marco Leonardi – La Spezia
- Raffaella Tagliabue – Attrice, Genova
- Tania Del Sordo – Insegnante, Genova


dalla LOMBARDIA

- Giorgio Forti – Biologo, professore universitario, Milano
- Franco Grisolia – Movimento costitutivo del Partito Comunista dei Lavoratori, Milano
- Adriana Chiaia – Redazione Casa editrice Zambon, Milano
- Ivan Romanò – Operaio, Saronno (VA)
- Paola Invernizzi – Impiegata, Milano
- Carmine Fioretti – Operaio chimico, Crema
- Joe Fallisi – Tenore (www.nelvento.net), Baranzate (MI)
- Laura Tussi – Docente e giornalista, Milano
- Amerigo Sallusti – Funzionario, Funzione pubblica Cgil, Milano
- Paolo Melucci – Milano
- Alfredo Di Sirio – Portavoce movimento studentesco di Bergamo
- Chiara Mauri – Restauratrice, Molteno (LC)
- Milena Mottalini – Milano
- Isabella Balena – Avvocata, Milano
- Laura Silva – Avvocata, Milano
- Guido Mario Sgarbi – Impiegato, Milano
- Michele Nobile – Docente, Utopia Rossa, Bergamo
- Sebastiano Cosenza – Libero professionista, Milano
- Stefano Di Ludovico – In segnante, Milano
- Flavio Mobiglia – Studente, Monza
- Luciano Torresani – Operaio, Luino (VA)
- Marco Lusena – Consulente, Milano
- G. Sonia Liebhardt – Traduttrice, Milano
- Massimo Redaelli – Studente di chimica, Usmate-Velate (MI)
- Laura Tonoli – Lallio (BG)
- Giuseppe Maneggio – Consulente informatico, Blog “Il ribelle nello spazio”, Milano
- Ennio Riva – Pensionato, Milano
- T ommaso Spazzali, Milano
- Valentina Avanzi – Poetessa, Brescia
- Salvatore Basile – Vigile del Fuoco, Bergamo
- Filippo Bianchetti – Medico di base, Varese
- Rosa Riboldi – Assessora Comune di Cinisello Balsamo (MI)
- Ennio Abate – Redazione rivista “Poliscritture”, Cologno Monzese (MI)
- Miro Capitaneo – Presidente Consiglio quartiere Palazzolo Milanese, Paderno Dugnano
- Rossella Pasqualetti – Impiegata, Chignolo d’Isola (BG)
- Marco Castelli – Impiegato, Chignolo d’Isola (BG)
- Francesco Crippa – Impiegato metalmeccanico in mobilità, Sesto San Giovanni (MI)
- Simone Marullo – Operaio metalmeccanico, Cislago (VA)
- Sandro Mogni – Redattore, Milano
- Sandra Cangemi – Giornalista, Milano
- Igor Bonazzoli – Consigliere comunale, Arluno (MI)
- Antonella Reduzzi – Impiegata, Milano
- Riccardo Viaggi – Studente universitario, Pavia
- Antonio Cusimano – Delegato Rsu Comune di Milano
- Nicola Coccia – Avvocato, Milano
- Pierangelo Mastantuono – Bresso (MI)
- Associazione “Dimensioni diverse”, Milano
- Carmela Ieroianni – Insegnante, Milano
- Gabriella Bernieri – Insegnante in pensione, Milano
- Ernesto Giacchè – Manager Snia in pensione, Milano
- Fabio Casati – Impiegato provincia di Brescia
- Fabiola Ortu - Insegnante, Milano
- Valerio Colombo – Impiegato, Rho (MI)
- Loris Caldana – Impiegato, Milano
- Vincenzo Merli – Avvocato, Milano
- Enzo Barone – Avvocato, Milano
- Davide Galeone – Cesano Maderno (MI)
- Rosanna Piuselli – Grosio (SO)
- Cristina Carpinelli – Centro Studi Problemi Internazionali, Milano
- Edoardo Ramanand – Impiegato, Sesto San Giovanni (MI)
- Carlo Remino – Ricercatore, Università di Brescia
- Roberto Signorini – Studioso di teoria e storia della fotografia, Milano
- Maria Luisa Tornesello – Insegnante, Milano
- Enrica Pezzotta – Insegnante, Bergamo
- Adriana Marafioti – Bibliotecaria, Milano
- Cristina Agosti – Insegnante, Milano
- Michela Maffezzoni – Fondazione Cipriani, Cremona
- Emilia Maffezzoni – Fondazione Cipriani, Cremona
- Walter Peruzzi - Milano
- Maria Luisa Rolla – Insegnante, Torre Boldone (BG)
- Luca Prini – Consigliere Pcl Zona 3, Milano
- Carlo Brevi – Studente – Carrobbio (BG)
- Massimo Arrigoni – Poeta sonoro, Milano
- Franca Gusmini – Milano
- Gianni Zampieri – www.deicittadinidelmondo.it Barzanò (LC)
- Davide Rossi – Libero professionista, Brescia
- Katia Piccinini – Insegnante, Bergamo
- Marzia Marin – Impiegata, Lodi
- Zayd Michele Marpicati – Segretario Associazione Islamica Imam Mahdi (AJ), Brescia
- Marco Dotti – Rovato (BS)
- Attilio Zinelli – Prc Brescia
- Luigi Zezza – Avvocato, Milano
- Donatella Bassi – Impiegata, Milano
- Anna Perosino – Avvocato, Milano
- Daniela Cecchini – Impiegata, Milano
- Adriano Licini – Bergamo
- Alberto Medina – Avvocato, Milano
- Giorgio Nobili – Pensionato, Milano
- Aldo Braccio - Milano
- Edgardo Bonalumi – Convenzione per l’alternativa, Milano
- Luca Gorlani – Educatore, Chiari (BS)
- Alberto Giansanti – Università Milano Bicocca
- Andrea Navoni – Imprenditore, Chiari (BS)
- Marisa Pareto – Brescia
- Alex Schiavi – Musicista, Milano
- Roberto Mazzuia – Eco progetti, Car bonate (CO)
- Martina Bianchi – Avvocato, Milano
- Giancarla Ceriani – Impiegata, Milano
- Luigi Rapisarda – Rappresentante, Milano
- Giovan Battista Veronese – Imprenditore, Milano
- Dominic Berrini – Veterinario, Milano
- Barbara Meloni – Impiegato, Milano
- Stefano Faralli – Imprenditore, Milano
- Sergio Berrini – Pensionato, Milano
- Francesco Piscopo – Avvocato, Milano
- Massimiliano D’Alessio – Avvocato, Milano
- Gabriele Mandel – www.gabrielemandel.net Milano
- Antonio Savini – Comunità Proletarie Resistenti, Pavia
- Mujahed Issam – Medico Radiologo, vicepresidente e portavoce Comunità islamica di Brescia
- Emiliano Laurenzi – Dottore di ricerca in comunicazione e spettacolo, Milano
- Maria Grazia Del Buttero – Avvocato, Milano
- Barbara De Robertis – Filosofa e docente, Milano
- Francesca Pavesi – Producer tv, Triginto di Medaglia (MI)
- Libera Mazzoleni – Artista, Milano
- Biagio Barbaro – Sesto San Giovanni (MI)
- Matteo Brandi – Insegnant e (MI)
- Susanne Scheidt – Al Awda Italia, Milano
- Sandro Clementi – Avvocato, Milano
- Francesco Giordano – Educatore, Milano
- Lella Svanini – Milano
- Laura Spampinato – Psicologa del lavoro, Milano
- Mario Cantilena – Professore ordinario Università Cattolica, Milano
- Rosa Abbiati – Pensionata, Milano
- Giovanni Delera – pensionato, Milano
- Renato Pomari – Pcl Brianza
- Luca Fusi – Agente di commercio, Gallarate (VA)
- Nicoletta Manuzzato – Giornalista, Milano
- Nadia Scattolin – Casalinga, Como


dal TRENTINO ALTO ADIGE

- Irene Pedrotti – Impiegata, Nomi (TN)
- Nicola De Gasperi – Vigo Meano (TN)
- Laura Pitteri – Eures (TN)
- Marco Ballerini – Ricercatore universitario, Rovereto (TN)
- Giovanni Giacopuzzi – Operatore sociale, Bolzano


dal FRIULI VENEZIA GIULIA

- Gian Luigi Bettoli – Spilimbergo (PN)
- Cristina Zidarich – Muggia (TS)
- Claudio Cojaniz – Musicista, Udine
- Giancarlo Velliscig – Operatore culturale, Udine
- Deborah Ardilli – Collettivo universitario La Scintilla, Trieste
- Francesca Scarpato - Col lettivo universitario La Scintilla, Trieste
- Consuelo La Terra Maggiore – Infermiera, Trieste
- Marco Antonio Antillon – Fisico, Trieste
- Raffaele Ruocco – Dottorando università di Trieste
- Mauro Muradore – Imprenditore, Udine
- Zeno Rigato – Impiegato, Sacile (PN)
- Stefania Travanut – Artigiana, Pordenone
- Marco Bagozzi – Responsabile universitario “Generazione europea”, Trieste
- Ruggero Da Ros – Sacile (PN)
- Giorgio Stern – Trieste
- Daniele Cicuttin – Udine
- Sebastiano Comis – Avvocato, Pordenone


dal VENETO

< div class="MsoNormal">- Giovanni Benzoni – Responsabile salone editoria di pace, Venezia
- Luigi Ficarra – Avvocato e presidente Giuristi Democratici di Padova
- Stefano Borgarelli – Insegnante, Spinea (VE)
- Brunello Fogagnoli – San Donà di Piave
- Cristiano Gasparetto – Architetto, Assemblea permanente NoMose, Venezia
- Curzio Bettio – Soccorso Popolare, Padova
- Alma Renata Franceschini – Soccorso Popolare, Padova
- Luca Maddalena – Impiegato, Vicenza
- Gian Luigi Maddalena - Pensionato, Vicenza
- Laura Dalle Molle – Pensionato, Vicenza
- Mauro Tozzato – Impiegato comunale, Mogliano Veneto (TV)
- Michele Schiavo – Operatore socio-sanitario, delegato Rdb-Cub, Vicenza
- Jamil Gharaba – Medico, Padova
- Renzo Bisin – Operatore sanitario, Rovigo
- Chiara Consolaro – Padova
- Cristina Bonadini – Spinea (VE)
- Maria Teresa Rota – Dirigente scolastica, IC Carbonera, Treviso
- Carlo Martini – Redazione www.comedonchisciotte.org Venezia
- Miriam Gagliardi – Salaam ragazzi dell’ulivo, comitato di Vicenza
- Antonio Castellarin – Pensionato, Vicenza
- Piero Franco – Operaio disoccupato, Portogruaro (VE)
- Giancarlo Staffolan – Collettivo B. Brecht del Veneto orientale
- Alice Paccagnella – Studentessa, Padova
- Manlio Padovan – Pensionato, Papozze (RO)
- Ilario Simonaggio – Segretario generale Cgil, Padova
- Giuditta Brattini – Componente Comitato politico regionale Veneto Prc
- Roberto Fogagnoli – Insegnante e dirigente Prc circolo di Schio/federazione di Vicenza
- Giovanni Bertoldo – Pensionato, Martellago (VE)
- Ermens Tirabeni – Impiegato, Belluno
- Claudio Morello – Impiegato, Paese (TV)
- Stefano Zatta – Impiegato di Banca, Resana (TV)
- Stefano Poli – Zevio (VR)
- Alice Damiani – Impiegata, Treviso
- Marco Orciuoli – Medico, Verona
- Luca Maria Nicolussi – Consigliere quartiere 2, Padova
- Roberta Minozzi – Commissione multiculturalità quartiere 2, Padova
- Alessandro Squizzato – Coordinatore regionale Fgci Veneto
- Emiliano Bon – Responsabile del volontariato internazionale in una Ngo, Padova
- Raffaella Sgueglia – Vicenza
- Aurora D’Agostino – Avvocata, Consigliera comunale Verdi per la pace, Padova
- Laura Bettini – Psicomotricista, Padova
- Massimo Gravino – Tecnico informatico, Padova
- Gianna Tirondola – Associazione per la pace, Padova
- Chiara D’Ambros – Sociologa e attrice, Veneto
- Emanuela Frascella – Pediatra, Padova
- Gianni Balestrin – Insegnante, Padova
- Michela Berti – Studentessa, Vicenza
- Alessandro Santoliquido – Antiamericanista, Vicenza


dall’EMILIA ROMAGNA

- Mauro Bulgarelli – Senatore “Insieme per l’Unione”
- Fausto Sorini – Direzione area dell’Ernesto, Bologna
- Nadia D’Arco – Presidente comitato Un ponte per... di Bologna
- Armando Quattrone – Segretario circolo migranti Prc/SE, Bologna
- Hamid Barole Abdu - Modena
- Luca Loi – Analista programmatore, Bologna
- Roberto Di Marco – Scrittore, Bologna
- Lella Di Marco – Associazione “Annassim”: donne native e migranti delle due sponde del Mediterraneo, Bologna
- Mariella Saviotti – Pensionata, Bologna
- Alfredo Rossi – Giornalista, Bologna
- Daniele Barbieri – Imola
- Roberto Morini – Comunista, Modena
- Andrea Cristallini – Musicista, Bologna
- Alceo Gatta – Pensionato, Bologna
- Vera Bertaccini – Pensionata, Bologna
- Marco Nicodemi – Studente, Bologna
- Maria Antonia Pastorino – Parma
- Giulio Bonali – Medico, Fiorenz uola (PC)
- Abu Yasin Merighi – www.islam-online.it Bologna
- Antonio Cavallari – Impiegato, Modena
- Manuela Foschi – Cervia
- Diego Melegari – Ricercatore, Parma
- Lino Melegari – Pensionato, Parma
- Elia Casii – Pensionata, Parma
- Eliano Ricci – Musicista, Cervia (RA)
- Piermichele Pollutri – Rdb/Cub, Parma
- Andrea Erra – Impiegato, Bologna
- Edoardo Nannetti – Avvocato, Ferrara
- Daniela Rocca – Traduttrice, Bologna
- Marcello Chiorboli – Impiegato, Ravenna
- Franca Albertini – Ricercatrice Cnr, Parma
- Marzia Trigari – Bologna
- Valerio Pirrera – Studente sinistra indipendente, Bologna
- Giovanni Ramundo – Bologna
- Massimiliano Albicini – Impiegato, Castellarano (RE)
- Tayfun Bayram – Università Cattolica di Piacenza
- Riccardo Fabio Franchi – Studente Università di Bologna
- Antonietta Del Serto – Ostetrica, Bologna
- Marcello Targi – Giornalista, Modena
- Cinzia Zennoni – Insegnante, Parma
- Valeria Ribeiro Corossacz – Antropologa Università di Modena e Reggio Emilia
- Fabrizio Bellini – Precario, Mesola (FE)
- Erika Miozzi – Studentessa, Bologna
- Franco Morini - Parma
- Ferdinando Bevilacqua – Insegnante, Modena
- Monia Astrologi – Psicologa, Reggio Emilia
- Federico Bartolomei – Studente, Bologna
- Eduardo Zarelli – Editore, Bologna
- Giorgio Iori – Reggio Emilia
- Federico Roberti – Bologna
- Luigi Freschi – Piacenza
- Nicola Medici – Albinea (RE)


dalla TOSCANA

- Manlio Dinucci – Giornalista, Pisa
- Costanzo Ferraro – Fiom-Cgil, Pisa
- Angelo Baracca – Fisico, università di Firenze
- Francesco Andreini – Capogruppo Prc al Comune di Siena
- Mario D’Acunto – Fisico, Pisa
- Stefano Teotino – Sindacalista Rdb e consigliere comunale del Prc al comune di Pisa
- Mariano Mingarelli – Firenze
- Maria Grazia Da Costa – Dipendente USL 2, Lucca
- Anika Persiani – Campo Antimperialista, Firenze
- Pierangelo Scatena – Psichiatra, Lucca
- Nadia Ferro – Insegnante, Firenze
- Franco Ferro – Insegnante, Firenze
- Tiberio Tanzini – Empoli
- Tiziano Cardosi – Fucina per la non violenza, Firenze
- Anna Maria Medri – Lucca
- Umberta Torti – Psicopedagogista, Empoli
- Andrea Domenici – Ricercatore università di Pisa
- Sara Bianchi – Impiegata, Firenze
- Giancarlo Bianchi – Pensionato, Firenze
- Yuri Borgianni – Consigliere comunale Prc, Poggibonsi (SI)
- Francesco Romizi – Responsabile attività internazionali Arci Arezzo
- Francesco Scirè – Studente universitario, Montale (PT)
- Romano Galligani – Pensionato, direttivo Cgil Quartiere 3, Firenze
- Grazia Baccetti – Casalinga, Firenze
- Luca Sardi – Insegnante, Firenze
- Susanna Angeleri – Arezzo
- Sabina Sganga – Redazione Controradio – Popolare network, Firenze
- Liana Zaccolti – Pensionata, Firenze
- Angelo Hassan Persiani – Pensionato, Firenze
- Anna Rinaldi – Impiegata, Firenze
- Bedini Alessandro – Storico e giornalista, Lucca
- Hassen Chebbi – Conduttore televisivo, Livorno
- Alessio Morganti – Agente di viaggi, Livorno
- Alessandro Vanni – Impiegato, Firenze
- Hanane Vanni – Impiegata, Firenze
- Luciano Sansone – Fotografo, Cortona (AR)
- Ahmed Momtaz – Ambulante, Firenze
- Rildo Tavares Silveira – Allenatore di calcio, Firenze
- Ilaria Lo Dico – Disoccupata, Pisa
- Giorgio Bigongiari – Lucca
- Marco Marchiani – Firenze
- Silvia Torricini, Firenze
- Spartaco Marchiani – Firenze
- Rosalba Capitaneo – Tresana (MS)
- Hasnaa Rezzouq – Domestica, Firenze
- Aldo Zanchetta – Lucca
- Antonio Carra – Insegnante, direttivo provinciale Cgil, Arezzo
- Rosangela Cingottini – Bibliotecaria, Pisa
- Gaea Riondino – Grafica, Firenze
- Moreno Giu sti – Libero professionista, Pistoia
- Abderrahame Daoudi – Ambulante, Firenze
- Alessandro Caramico – Operaio, Firenze
- Matteo Conticini – Avvocato, Firenze
- Barbara Persiani – Impiegata, Firenze
- Paolo Caramico – Magazziniere, Firenze
- Ilenia Mancini – Studentessa, Firenze
- Carlos Prada – Operaio, Firenze
- Eulalia Rojas – Operaia, Firenze
- Nicola Licciardello – Montieri (GR)
- Fabrizio Bencini – Firenze
- Bruno Bigazzi – già Ispettore tecnico del ministero P.I., Livorno
- Ernesto Barberini – Pistoia
- Angelo Giannini – Agronomo, Pisa
- Andrea Ruffi – Firenze
- Roberto Ricciarelli – Pensionato, Firenze
- Marta Quilici – Studentessa universitaria, Firenze
- Antonietta Figlioli – Precaria, Prato
- Elisa Fabbri - Pensionata, Firenze
- Giuseppe Fabbri, Pensionato, Firenze
- Sandro Zambelli, operaio, Firenze< /SPAN>
- Francesca Zambelli - Infermiera, Firenze
- Stefano Meriggi - Impiegato, Firenze
- Cristina Cantini - Impiegata, Firenze
- Giovanni Nestucci - Pensionato, Firenze
- Bruno Fantini - Pensionato, Firenze
- Massimiliano Ingrassia - Dj, Firenze
- Davide Goretti - Operaio, Firenze
- Fra Giacomo Grasso
- Mirko Rinaldi - Programmatore, Firenze
- Vincenzo Balloni - Disoccupato, Firenze
- Marco Vestri - Autista, Firenze
- Alessio Zaccolti - Pensionato, Firenze
- Silvia Peri - Infermiera, Firenze
- Franca Bellini - Casalinga, Firenze
- Narcisa Maria Arias Burga – Lavoratrice autonoma, Pontedera (PI)
- Baleriano Quispe Frisancho - Lavoratore dipendente, Firenze
- Daniele Prisco - Lavoratore dipendente, Empoli
- Wanee Sriwong - Casalinga, Empoli
- Ennio Messinese - Pensionato, Firenze
- Marisa Moscarda -Pensionata, Firenze
- Guglielmo Moscarda - Pensionato, Firenze
- Guadalupe Lozano - Infermiera, Firenze
- Jaime Luis Palero Salcedo, Lavoratore autonomo, Firenze
- Matteo Giovannini - Studente, Barberino di Mugello (FI)
- Alessandro Pascasi - Pensionato, Firenze
- Paolo Prisco - Assistente sociale, Firenze
- Romana Giachi - Fisioterapista, Poggibonsi (S I)
- Carmen Andrade Escobar - Lavoratore dipendente, Firenze
- Alessandro Fibbi - Lavoratore dipendente, Firenze
- Giulia Zaccolti - Studentessa, Firenze
- Pamela Benvenuti - Commessa, Firenze
- Giuliano Benvenuti - Operaio, Firenze
- Marzia Buonamici - Operaia, Firenze
- Marco Settimini – Ricercatore universitario di storia del cinema, Viareggio
- Mor Diop - Operaio, Firenze
- Ibrahim Diagne - Operaio, Firenze
- Massimo Malatesta - Pensionato, Firenze
- Giovanna Scarselli - pensionata, Firenze
- Juri Antonelli – Lavoratore dipendente, Empoli
- David Antonelli - Imprenditore, Empoli
- Piero Antonelli - Imprenditore, Empoli
- Renato Antonelli, Pensionato, Empoli
- Liliana Sgai - Casalinga, Firenze
- Barbara Persiani - Operaia, Firenze
- Sara Ghini, Commerciante, Firenze
- Saverio Borgheresi – Apprendista giornalista pubblicista, Firenze
- Mirko Ghini, Lavoratore dipendente, Firenze
- Lucilla Mancini – Firenze
- Alessandro Bartolini – Sesto Fiorentino (FI)
- Roberto Renai – Consigliere provinciale Prc Siena, Piancastagnaio (SI)
- Chiara Bandinelli – Fucecchio (FI)
- Vittorio Paiotta – Insegnante , Campo Antimperialista, Pisa
- Elena Rappazzo – Insegnante, Pisa
- Stefania Griccioli – Siena
- Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze
- Giulio Gori – Giornalista, Firenze
- Kwisatz Haderach – Firenze
- Andrea Lapo Sartoris – Agente di commercio, Firenze
- Monica Martenghi – Direttrice responsabile de “Il Bolscevico”, Firenze
- Mina Pasca – Membro del CC del partito Marxista Leninista Italiano, Firenze
- Claudia Maria Piga – Infermiera, Volterra (PI)
- Federico Giusti – Delegato Cobas, Rsu Comune di Pisa
- Associazione culturale Narramondo – Teatro civile e politico di narrazione, Firenze
- Sandro Scardigli – Pdci Empoli
- Barbara Gagliardi – Ponte Buggianese (PT)
- Roberto Menichetti – Pistoia
- Circolo culturale Nuovo Brogiotti, Pisa
- Gianna Poli – Impiegata, Lucca
- Enzo Siracusa – Impiegato, Lucca
- Lidia Fredianelli – Impiegata, Lucca
- Giacomo Vita – Operaio, Pistoia
- Massimo Bontempelli – Filosofo, Pisa
- Nicola Perugini – Università di Siena
- Giulio Guerrini – Firenze
- Romano Pazzaglia – Loro Ciuffenna (AR)
- Stefania Terenzi – Loro Ciuffenna (AR)
- Gianni Pagni – Insegnante, presidente Associazione Nicaragua Nicaraguita, Volterra (PI)
- Mario Ciancarella – Massarosa (LU)
- Francesco Bini – Studente, Montecatini Terme (PT)
- Nicola Filardi – Programmatore, Lucca
- Nicola Pannelli – Attore, Firenze
- Davide Boccia – Pedagogista, Massa
- Paolo Barrucci – Docente universitario, Firenze
- Alessandro Bellucci – Pensionato, Sesto Fiorentino (FI)
- Paola Vittoria – Insegnante, Sesto Fiorentino (FI)
- Francesca Bellucci – Studentessa, Sesto Fiorentino (FI)
- Maddalena Bertelà – Pensionata, Firenze
- Ilenia Borrini – Anpi Villafranca e Bagnone (MS)
- Tatiana Borrini - Anpi Villafranca e Bagnone (MS)
- Valentina Guerrini - Anpi Villafranca e Bagnone (MS)
- Cristian Rossi – Consigliere provinciale Prc, Lucca
- Fiamma Bianchi Cesinelli – Siena
- Angelo Tumino – Impiegato Regione Toscana, Pisa
- Raja Ibrahim – A.O.U. Careggi, Firenze
- Lucia Nestucci – Impiegata, Firenze
- Ursula Corsi – Mosaicista, Pietrasanta (LU)
- Matteo Ogliari – Montecatini Terme (PT)


dalle MARCHE

- Fosco Giannini – Senatore Prc, direttore de l’Ernesto
- Ivan Silvestrini – Lista Civica Cuore, Fabriano (AN)
- Paolo Ramazzotti – Università di Macerata
- Amedeo Regini – Associazione Citt@verde, Civitanova Marche
- Goffredo Bellocchi – Dottore in geologia, Sassoferrato (AN)
- Maria Elisabetta Carruba – Tecnico della ria bilitazione psichiatrica, Sassoferrato (AN)
- Giuseppe Coscarella – Giardiniere, Sirolo (AN)
- Laura Burattini – Autista, Jesi (AN)
- Paolo Brunori – Impiegato, Jesi (AN)
- Andrea Carancini – Fabriano (AN)
- Matteo Lupacchini – Studente, Agugliano (AN)
- Franca Bassani – Consigliera comunale Agugliano (AN)
- Antonio Grandinetti – Medico, Potenza Picena (MC)
- Sara Iommi – Agugliano (AN)
- Emanuele Mattioli – Operatore socio-sanitario, San Benedetto del Tronto
- Andrea Bruglia – Impiegato, San Benedetto del Tronto
- Marco Ciferri – Avvocato, Porto San Giorgio (FM)
- Fabio Pasquinelli – Coordinatore Giovani Comunisti Marche
- Cinzia Rafanelli – Traduttrice, Sant’Elpidio a mare (FM)
- Katia Silvestrini – Lista Civica Il Cuore, Fabriano (AN)


dall’UMBRIA

- Maria Grazia Ardizzone – Campo Antimperialista, Perugia
- Graziano Marini – Pittore, Todi (PG)
- Cecilia Stopponi – Assessore politiche sociali, Orvieto
- Giorgio Becchetti – Cgil, delegato Rsu Manini, Bastia Umbra (PG)
- Matteo Brumini – Comunità Proletarie Resistenti, Terni
- Giuseppe Ardizzone – Campo Antimperialista, Perugia
- Paolo Pioppi – Aginform, Terni
- Moreno Esposto – Studente, Terni
- Vincenzo Merlino – Studente, Perugia
- Rosalba Renzacci – Città di Castello (PG)
- Serena Bartolucci – AsiCubaUmbria, Perugia
- Marco Mamone Capria – Docente universitari o, Perugia
- Maurizio Barabani – Libero professionista, Perugia
- Nazzaro Maggi – San Venanzo (TR)
- Petranella Van Dijk-Jorgenel – San Venanzo (TR)
- Jolanda Van Dijk – San Venanzo (TR)
- Mireno Passone – Impiegato tecnico, Narni (TR)
- Marcello Teti – Legittima Difesa, Perugia
- Luciana Favorito - Infermiera, Assisi (PG)
- Giuseppe Vaccaro – Legittima Difesa, Perugia
- Giacomo Zucc arini – Campo Antimperialista, Perugia
- Daniele Selli – Legittima Difesa, Perugia
- Luigi Longobucco – Legittima Difesa, Perugia
- Enrico Sodacci – Campo Antimperialista, Perugia
- Ennio Bilancini – Campo Antimperialista, Perugia
- Alessia Monteverdi – Campo Antimperialista, Foligno
- Antonio Longobucco – Commercialista, Perugia
- Giovanni Teti – Legittima Difesa, Perugia
- Giovanni Cenci – Legittima Difesa, Perugia
- Fabio Paganini – Slai Cobas, Perugia
- Marco Muscillo – Studente universitario, Perugia
- Tiberio Graziani – Università di Perugia
- Silvana Sonno – Docente, Perugia
- Luigi Fosca – Artista, Perugia
- Alberto Signorini – Docente di filosofia della storia Libera Università di Città della Pieve (PG)
- Giampaolo Marras – Coordinatore Cgil Funzione Pubblica, Perugia
- Enrico Mascelloni – Critico d’arte, Spoleto (PG)
- Diego Leonardi – Studente, Perugia


dal LAZIO

- Ivan Pavicevac – “Voce jugoslava” a Radio Città Aperta, Roma
- Rdb/Cub Ministero dell’Economia, Roma
- Michele Citoni – Giornalista e regista, Roma
- Germano Monti – Forum Palestina, Roma
- Vittorio Sartogo – Ambientalista, Roma
- Miriam Pellegrini Ferri – già Partigiana Resistenza contro il nazifascismo, di Giustizia e Libertà, Roma
- Spartaco Ferri – già Partigiano Resistenza contro il nazifascismo
- Unione degli Universitari (UDU) - Roma
- Gennaro Varriale – Metalmeccanico, Formia (LT)
- Giulio Vittorangeli – Associazione Italia-Nicaragua, circolo di Viterbo
- Francesca de Carolis – Giornalista Rai, Roma
- Ben Mohamed Mohamed – Associazione Culturale Islamica in Italia, Roma
- Riccardo Di Vito – Campo Antimperialista, Roma
- Silvia Irti – Comunità Proletarie Resistenti, Roma
- Maria Cristina Lauretti, Roma
- Associazione Dhuumcatu - Roma
- Stefania Silva, Roma
- Andrea Baglioni - Roma
- Maurizio Neri – Rivista Comunità e resistenza, Roma
- Dorina Goracci – Capranica (VT)
- Antonia Sani – Presidente Wilpf-Italia (Lega internazionale donne per la pace e la libertà), Roma
- Luigino Scricciolo – Giornalista, Roma
- Andrea Giulietti – Rivista Comunità e resistenza, Roma
- Mustafa al Hawari – Università di Roma
- Michael Leonardi – Insegnante, scrittore, co-coord. U.S. Citizens for Peace and Justice, Roma
- Manuela Ausilio – Studentessa di filosofia, Roma
- Fausto Paravidino – Attore e scrittore, Roma
- Ahmed al-Suri – Studente universitario, Roma
- Maurizio Agresti – Itri (LT)
- Claudio Patrizi – Direttore Ambienteweb, Roma
- Renzo Coletti, Roma
- Abolhassan Hatami – Architetto, Roma
- Maria Allegra – Casalinga, Guidonia Montecelio (RM)
- Enrica Palmieri – Coreografa, danzatrice, docente accademia naz. danza, membro Decnam presso Mur, Roma
- Claudio Moffa – Master “EnricoMattei” in Medio Oriente presso università di Teramo, Roma
- Mario Albanesi – Editorialista consorzio Teleambiente, Roma
- Francesco Zappa – Assegnista di ricerca, Università La Sapienza, Roma
- Gina La Placa – Impiegata, Roma
- Sonia De Lillo – Impiegata, Roma
- Melo Franchina – Architetto, Roma
- Ga.Ma.Di – Gruppo Atei Materialisti Dialettici, Roma
- La Voce – Mensile del Ga.Ma.Di, Roma
- Franco Costanzi – Comitato di Presidenza del Ga.Ma.Di, Roma
- Maria Fierro - Comitato di Presidenza del Ga.Ma.Di, Roma
- Mauro Cristaldi - Comitato di Presidenza del Ga.Ma.Di, Roma
- Andrea Martocchia - Comitato di Presidenza del Ga.Ma.Di, Roma
- Roberto Gessi - Comitato di Presidenza del Ga.Ma.Di, Roma
- Gianni Duchini – Pensionato, Roma
- Vittoria Pagliuca – Roma
- Marco Ramazzotti Stockel – Ebreo, socio-antropologo per lo sviluppo rurale, Roma
- Enrico Giardino – Forum Dac www.romacivica.net/forumdac, Roma
- Gianluca Bifolchi – Sora (FR)
- Marco Castellano – Roma
- Andrea Franco – Consigliere Ente Parco Monti Simbruini (Lazio)
- Enzo Mastrobuoni – Dirigente Confederazione Italiana Agricoltori, Roma
- Adriana Garroni – Studentessa, Roma
- Leonardo Sibilio – Biologo, Roma
- Gaia Valboni – Studentessa, Roma
- Stefano Casu – Impiegato, Roma
- Pierluigi Paoletti – Analista finanziario, Roma
- Cesira Taranto – Civitella S. Paolo, Roma
- Dino Barberini – Civitella S. Paolo, Roma
- Ernesto Barberini – Civitella S. Paolo, Roma
- Simona Barberini – Civitella S. Paolo, Roma
- Lia Barberini – Sant’Oreste, Roma
- Roberto Faustini – Sant’Oreste, Roma
- Federico Stella – Campo Antimperialista, Roma
- Fabio Polichetti – Comunità Proletarie Resistenti, Roma
- Alberto Orlandi – Roma
- Donatella Sacconi – Roma
- Michele Fadda – Studente, Roma
- Latif al Saadi – Giornalista iracheno residente in Italia
- Ida Capone Braga – Impiegata, Roma
- Pino Blasone – Narratore, Roma
- Giuseppe Blasone – Roma
- Stefano de Stefano – Insegnante, Roma
- Lara El Debuch – Studentessa, Roma
- Amedeo Carboni - Impiegato statale, Roma
- Sancia Gaetani – Wilpf (Wom en International League for Peace and Justice), Roma
- Maurizio Quattrocchi – Ingegnere, Roma
- Franca Ricci Stephenson – Insegnante, Roma
- Vittorio Velenosi – Genazzano (RM)
- Agnese Coppola – Impiegata informatica, Roma
- Paolo Del Prete – Musicista/Dj, Roma
- Maria Giovanna De Santis – Musicista/artista, Roma
- Xenophia – Gruppo musicale, Roma
- Associazione Policulturale Xenophia pro Arte e Spettacolo, Ciampino, Roma
- Casimiro Corsi – Impiegato, Milano
- Maurizio Barile – Impiegato, Roma
- Stefano Gioffré – Sinistra Critica, Roma
- Andrea Montesi – Impiegato informatico, Roma
- Giulio Cupini – Studente, Roma
- Francesca De Santis – Studentessa Università Roma 2
- Lorenzo Dorato – Roma
- Fiore Tortoli – Impiegata, Roma
- Sofia Sanz Alonzo – Roma
- Valentina Quaresima – Studentessa, Roma
- Igiaba Scego – Scrittrice e dottoranda di ricerca in pedagogia, Università Roma 3
- Maria Giovanna Stasolla – Università Tor Vergata, Roma
- Isa Giudice – Frosinone
- Meri Lucii – Insegnante, Roma
- Sara Rossetti – Studentessa di storia, Roma
- Antonio Caracciolo – Università La Sapienza, Roma
- Agostino Mittiga – Medico, Roma
- Antonio Catalano – Insegnante, Roma
- Giovanna Ceconi – Insegnante, Roma
- Rodolfo Monacelli - Roma
- Caterina Grasso - Roma
- Erik Bolner – Studente, Roma
- Sheila Donohoe – Pensionata, Roma
- Patrick Bolner – Studente, Roma
- Maurizio Bolner – Pensionato, Roma
- Maria Fanfarillo – Frosinone
- Gianluca Farina – Roma
- Elio Rindone - Roma
- Daniella Ambrosino – Grecista, già funzionaria della Corte Costituzionale, Roma
- Giacomo Montanari – Studente, Roma
- Pasquale De Sole – Università Cattolica, Policlinico Gemelli, Roma
- Maura Teresa Scarlato, Roma
- Alessandra Ciattini – Docente Università La Sapienza, Roma
- Alessandro D’Ambrosi – Impiegato Ministero Beni culturali, Zagarolo (RM)
- Eva Cambiale – Attrice, Roma
- Roberto Di Palma – Impiegato, Roma


dall’ABRUZZO

- Luca Travaglini – Studente universitario, Cupello (CH)
- Simona Giannangeli – Avvocata e Donan in nero, L’Aquila
- Vittorio Di Giacinto – Gruppo Reset, Teramo
- Davide D’Amario – Teramo
- Manuela Graziani – Teramo
- Matteo Gorilla – Studente, senatore acacdemico università D’Annunzio, Pescara-Chieti
- Cam Lecce – Attrice, Spoltore (PE)
- Jorg Grunert – Scultore e drammaturgo, Spoltore (PE)
- Davide Pinti – Studente università D’Annunzio Pescara-Chieti
- Rinaldo Metrangolo – Pescara
- Giuseppe Lorentini – Studente, università di Chieti
- Maurizio Seritti – Studente universitario, Avezzano (AQ)
- Domenico Imperato – Spoltore (PE)
- Massimo Janigro - Pescara
- Alessandro Rosa – Studente, Pescara
- Stefano Frezza – Associazione Sinistra Critica, L’Aquila
- Franco D’Attanasio – Impiegato, Ortona (CH)
- Lorenzo Ciorcalo – Sceneggiatore, Giulianova (TE)
- Annalisa De Luca – Studentessa universitaria, Chieti


dalla CAMPANIA

- Sergio Manes – Editore La Città del sole, Napoli
- Giuseppe Aragno – Storico, Napoli
- Valentina Curatoli – Attrice, Napoli
- Giorgio Banti – Professore di Glottologia e Linguistica gen., Università l’Orientale, Napoli
- Emilio Lambiase – Associazione Italia Cuba, Salerno
- Lucio Garofalo – Insegnante, Lioni (AV)
- Massimo Amore – Presidente Associazione Solidarietà Proletaria, Napoli
- Elsa Maria Ferrazzano – Commerciante, Caiazzo (CE)
- Guido Piccoli – Giornalista, Napoli
- Simone Sibilio – Arabista, traduttore, Napoli
- Domenico “Mimmo” Di Caterino – Docente d’arte, portavoce P.A.Aff. (Posse Precaria Artisti Affamati), Napoli
- Ciro Brescia – Resumen latinoamericano Italia, Napoli
- Fabio Filippi – Studente, Napoli
- Antonella Ricciardi – Giornalista pubblicista, Santa Maria Capua Vetere (CE)
- Pietro Buonagiunto – Studente, Salerno
- Gennaro Franzese – Striano, Napoli
- Vincenzo Bello – Stagista, Napoli
- Italo Nobile – Napoli
- Sindacato Lavoratori in Lotta (SLL) - Campania
- Antonio Leone – Infermiere, Napoli
- Antonio Graziano – Cooperante e comunicatore indipendente, Napoli
- Stefanella Celentani – Insegnante, Napoli
- Peppe Sodano – Sarno (SA)
- Anna Mucci – Studentessa universitaria, Benevento
- Francesco Quirino – Responsabile Ufficio Internazionale SLL
- Titta Calemme – Agente di viaggi, Napoli
- Alessio Calabrese – Insegnante, Salerno
- Vincenzo Cinque – Tesoriere nazionale del SLL per il sindacato di classe, Napoli
- Fabio Sorrentino, Tecnico del suono, Napoli
- Elvira Picariello – Cesinali (AV)


dalla BASILICATA

- Giovanni Petrosillo – www.ripensaremarx, Potenza


dalla PUGLIA

- Nico Perrone – Professore, Università di Bari
- Giulio Bufo – Grandenud project, Molfetta (BA)
- Gaetano Paglialonga – Pensionato, Collepasso (LE)
- Marika Incampo – Archeologa, Altamura (BA)
- Anna Mazzacane – Fisico, università di Lecce
- Federica Dallorenzo – Studentessa, Lecce
- Alessandro Scarola – Studente medio, Adelfia (BA)
- Aldo Trombone – Impiegato tecnico, Gallipoli (LE)
- Silvia Moresi – Mediatrice interculturale, Bari
- Giovanni Francone – Studente, Bari
- Luigi Longo – Urbanista, Foggia
- Arrigo Colombo – Università di Lecce, Movimento per la società di giustizia e per la speranza
- Mimì (Domenico) Capurso – Associazione “Uniti a sinistra”, Bisceglie (BA)
- Giovanni (Mustafà) Palmulli – Impiegato, Foggia
- Giovanni Maccione – Insegnante, Bari
- Rosario Attanasio – Operaio, Gallipoli (LE)
- Alessandro Attanasio – Geometra, Alezio (LE)
- Yann Attanasio – Operaio, Gallipoli (LE)
- Cristina Frigo – Operatrice turistica, Gallipol i (LE)
- Sergio Starace – Insegnante Liceo, Lecce
- Giovanni Seclì – Insegnante Liceo, Lecce
- Carlo Martignano – Disoccupato, Galatina (LE)
- Redazione “Salento: che fare?”
- Marcello Strazzeri – Preside facoltà Scienze sociali, politiche e del territorio Università di Lecce
- Slai Cobas - Taranto


dalla CALABRIA

- Eleanor Londero – Paola (CS)
- Vanessa Landi – Studentessa universitaria, Reggio Calabria
- Mimì De Paola – Coordinamento per l’Unità dei comunisti, Cosenza
- Bruna Iacopino – Giornalista Articolo 21, San Pantaleone (RC)
- Antonio Maurizio Loiacono – Stude nte, Reggio Calabria


dalla SICILIA

- Mauro Di Mauro – Direttore di www.terraeliberazione.org, Catania
- Gustavo Boeri – assessore Prc al comune di Linguaglossa (CT)
- Alessandro Lattanzio – Aurora – TerraeLiberazione, Catania
- Gruppo consiliare “Altra Palermo” – Palermo
- Antonella Monastra - Gruppo consiliare “Altra Palermo” – Palermo
- Fabrizio Ferrandelli - Gruppo consiliare “Altra Palermo” – Palermo
- Angelo Ribaudo - Gruppo consiliare “Altra Palermo” – Palermo
- Nadia Spallitta - Gruppo consiliare “Altra Palermo” – Palermo
- Giorgia Listì – Insegnante precaria, Palermo
- Marianna Marino – Dottoranda, Palermo
- Mario Bonica – Animatore culturale, Catania
- Antonio Mazzeo – Redazione terrelibere.org Messina< /SPAN>
- Concetta Rovere – Scenografa, Catania
- Francesca Trapani – Impiegata, Palermo
- Cecilia Marchese – Traduttrice, Catania
- Daniele Pompejano – Docente universitario, Palermo
- Angelo Ficarra – Fisico, già dirigente Cgil, Palermo
- Giuseppina Granata – Docente universitaria, Palermo
- Roman Henry Clarcke – Giornalista, vice segr. Mov. per l’indipendenza della Sicilia, Catania
- Claudio Tamagnini – Alcamo (TP)
- Maria Luisa Pirola – Alcamo (TP)
- Giuseppe Lo Verde – Pdci, Fgci, Palermo
- Maria Patrizia Salatiello – Università di Palermo
- Elio Di Piazza – Ordinario di letteratura inglese, università di Palermo
- Pietro Ancona – ex Segretario regionale della Cgil siciliana, Palermo
- Giuseppina Ficarra – Insegnante in pensione, Palermo
- Fabrizio Fasulo – Studente universitario, Palermo
- Alberto Lombardo – Docente universitario, Palermo
- Fabio Massimino – Libreria Gramigna, Catania
- Giuseppe Puleo – Imprenditore, Santa Caterina Villarmosa (CL)
- Elisa Galati Sansone – Mediatrice culturale, studentessa politica e relazioni internazionali, Catania
- Elisabetta Rizzari – Biologa, Palermo
- Domenico Cusimano – Programmatore, Palermo
- Salvatore Maiorca – Caltagirone (CT)
- Renato Scifo – Medico neuropsichiatra infantile, http://gazaemergency.spaces.live.com Catania
- Sostine Cannata – Rete di ecologia sociale, Verdi di Messina
- Giovanni Rapisarda – Medico, neuropsichiatra infantile, Catania
- Giuseppe Sunseri – Oceanografo, Palermo
- Giuseppe Tuzza, Perito assicurativo, Messina
- Enzo Bisso – Palermo
- Enrico Montalbano – Filmaker, Rete Antirazzista Siciliana, Agrigento
- Vittorio Caroselli – http://palestinanews.blogspot.com Palermo
- Cettina D’Onofrio – Palermo
- Pippo Bellomo – Mascalucia (CT)
- Luciano Rizzuti – Monreale (PA)
- Silvestro Lo Cascio – Enna
- Paolo Li Volsi – Attore, Palermo
- Susanna Caruso, Viagrande (CT)
- Daniele Musumeci – Docente di filosofia, Palermo
- Giancarlo Consoli – Coordinatore per l’acqua pubblica, referente territoriale “L’altra storia”, Catania
- Maria Vinci – Rete per la difesa dei beni comuni, Balestrate (PA)
- Gianluigi Redaelli - Rete per la difesa dei beni comuni, Balestrate (PA)
- Eugenia Giordano – Santa Venerina (CT)
- Cesare Gulisano – Santa Venerina (CT)


dalla SARDEGNA

- Massimo Pistis – Portavoce Accademia Po Sa Die Sarda, Oristano
- Giuseppe Doneddu – Ordinario di storia economica, Università di Sassari
- Simone Olla – Gruppo Opìfice, Cagliari
- Giancarlo Bua – Geometra, Pattada (SS)
- Piersabatino Deola – Assemini (CA)
- Serafina Spanu – Assemini (CA)
- Franco Caddeo – Presidente Onlus, Oristano
- Marina Putzolu – Psicologa, Cagliari
- Giampaolo Dettori – Perito elettrotecnico Enel, Palau (Olbia-Tempio)
- Giovanni Corriga – Oristano
- Edoardo Pilia – Insegnante, Cagliari
- Franca Iannucci – Cagliari
- Gian Paolo Marcialis – Insegnante e giornalista, Villacidro (VS)
- Gabriele Dessì – Macchinista Trenitalia, Sassari
- Vincenza Sau – Sassari
- Massimo Chironi – Impiegato, Nuoro
- Peppino Piras – Impiegato pubblico, Nuoro
- Mattia Marras – Presidente associazione Linea Gotica, Cagliari
- Caterina Tani – Sassari
- Arika Teatro - Sardegna
- Monica Pisano – Impiegata, Cagliari
- Filippo Simula – Operaio, Sassari
- Andrea Olla – Insegnante, Cagliari
- Roberto Murgia – Studente, Oristano
- Marcello Madau – Archeologo, Manifesto sardo, Cagliari
- Tito Asuni – Restauratore, Sinnai (CA)
- Gabriele Ara – Studente, Ozieri (SS)


dall’ESTERO

- John Catalinotto – Editore, USA (Workers World)
- Enzo Apicella – Designer, Londra
- Rocco Carbone – Professore universitario, Buenos Aires
- Silvio Maddalena – Collectif Urgence Palestine Neuchatel, Svizzera
- Mario Gabrielli Cossellu – segretario circolo Prc/SE “E. Berlinguer”, Bruxelles
- Imed Mehadheb – Scrittore, Tunisi
- Silvia Cattori – Giornalista, Svizzera
- Pasquale Bevilacqua – Segretario federazione Prc della Germania
- Aminah Ummzakaria Ivana Fazio – Traduttrice, Nizza (Francia)
- Carlo Rovelli – Università di Marsiglia, Istituto universitario di Francia
- Karen Venturini – Ricercatore di economia, università di San Marino
- Davide Sponton – Operaio, Galway (Irlanda)
- Angelo Reati – Pensionato, Bruxelles
- Lasse Wilhelmson – Stoccolma
- Elisabetta Padovan – Oeiras (Portogallo)
- Mohideen Ibramsha – Washington DC
- Steve Amsel – Gerusalemme
- Dorothy Naor – Herzliah (Israele)
- Giuseppe De Siati – Bibliotecario/traduttore, Berlino
- Cecilia Nicolai – Murcia (Spagna)
- Eleonora Gambardella – Educatrice, Monte (Svizzera)
- Luca Mazzuccato – Università di Tel Aviv
- Antiogu Cappai Cadeddu – Insegnante, Amsterdam
- Christopher Leadbeater – Ashford, Kent (GB)
- Enrique Ferro – Bruxelles
- William Buttrey – Ateo, Los Angeles
- Angela Biscotti – Operaia Biblioteca comunale Wiesbaden (Germania)
- Avigail Abarbanel – Canberra, Australia
- Jesus Suarez Gonzalez – Laureato in filosofia, Madrid
- Muhammed Admin – www.fatehnews.net Gaza
- Albert C. Samuelson – Tucson, Arizona, Usa
- Fernando Rosas Medina – Ica, Perù
- Col.lectiu a Lex Trinxeres – Balaguer, Spagna
- Beatriz Essedin – Psicologa, Federazione Argentino Palestinese, Buenos Aires
- Lucia Mendez Gameiro – Studentessa, Vigo (Spagna)
- Mario Binetti – Università di Santo Domingo
- Piero Fois – Dottorando in Storia dei popoli del vicino oriente, Università La Sorbona, Parigi
- Paolo Osman Teobaldelli – Argentina
- Edna Spennato – Progetto Ricerca Geoarminica, Città del Capo, Sud Africa
- Ernesto Paramo – Tlaxcala, Rete mondiali traduttori, Campagna di solidarietà con la Palestina, Newbury (GB)
- Ben Heine – Grafico, giornalista, Belgio
- Les Skeates – Poeta, saggista e fotografo, GB
- Alejandro Martin Manero – Medico, Madrid

CONTRO LA NUOVA INQUISIZIONE: SOLIDARIETA’ AL PROFESSOR PALLAVIDINI

CONTRO LA NUOVA INQUISIZIONE: SOLIDARIETA’ AL PROFESSOR PALLAVIDINI
Il 26 settembre scorso il professor Renato Pallavidini, già del liceo Cavour di Torino e oggi trasferito su sua richiesta e ben accolto nel liceo Massimo D’Azeglio della stessa città, è stato interrogato dal Consiglio di Disciplina per i docenti del Ministero della Pubblica istruzione, per rispondere di un suo presunto “abuso” di funzione: l’avere cioè egli legittimamente risposto il 26 gennaio 2007 ad una legittima domanda di una studentessa della sua classe, su cosa egli pensasse della Giornata della Memoria. Il docente ha replicato dicendo quello che credono centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, e milioni di persone in tutta Italia, e che peraltro sostengono argomentatamente anche molti ebrei e israeliani onesti, a cominciare da Norman Finkelstein (L’industria dell’Olocausto, Rizzoli editore, 2002), e da Amira Hass (Haaretz, 7 agosto 2007) : e cioè che la “giornata della memoria” – che ricorda le sole vittime ebree della immane carnecifina della seconda guerra mondiale - è utilizzata da Israele come “risorsa politica innanzitutto per combattere contro i palestinesi” (Hass).
I fatti e il procedimento che sono scaturiti da questa normalissimo momento di interrelazione fra docente e studenti in una scuola pubblica italiana – l’episodio è durato appena dieci minuti – sono di una gravità inaudita e costituiscono un’aggressione frontale ai principi di libertà di opinione e di insegnamento sanciti dagli articoli 21 e 33 della Costituzione. L’ispezione dell’Ufficio regionale piemontese è zeppa di irregolarità procedurali e di abusi, a cominciare dall’interrogatorio dell’ispettore Favro sulle idee politiche di Pallavidini, e dai tagli sistematicamente fatti nella sua relazione a giudizi di commissari di concorso sulla capacità e chiarezza espositiva delle lezioni del prof. Pallavidini, autore peraltro di numerosi saggi e diversi libri, di cui uno prefatto da Remo Bodei.
Pallavidini è stato anche sottoposto a visita di “idoneità” non solo fisica, secondo quanto recita l’articolo 5 dello Statuto dei Lavoratori, ma anche psichica, con domande sulla sua infanzia, la sua famiglia, le relazioni fra i suoi genitori, e di nuovo questioni attinenti le sue opinioni politiche. Ha ovviamente passato con successo tale processo inquisitorio, ma nonostante questo, il Consiglio di Disciplina del 26 settembre è adesso orientato ad accogliere la richiesta della rappresentante dell’US del Piemonte di una sanzione a suo carico compresa fra un giorno e un mese di sospensione dell’insegnamento: punizione che se da una parte contrasta con la risonanza mediatica e la durezza della procedura (fino appunto alla visita psicofisica) abnormemente applicata nei confronti del docente, dall’altra comporta che il parere del Consiglio debba tornare non al Ministero (competente per sanzioni più gravi) ma, sia pure in forma vincolante, a quell’Ufficio scolastico che avviò in combinazione con il linciaggio della stampa locale il processo inquisitorio contro Pallavidini: quell’Ufficio territoriale, cioè, un cui dirigente preannunciò abusivamente alla stampa, in data 31 gennaio, e prima ancora che l’ispettore incaricato interrogasse il professore, una condanna di quest’ultimo fra 3 e 6 mesi di sospensione.
Tutto questo è di una gravità inaudita, e costituisce comunque un’aggressione alla libertà di insegnamento che non può non fondarsi sul riconoscimento del pieno diritto di opinione anche in classe per insegnanti di qualsiasi orientamento ideologico o religioso, ivi compresi gli insegnanti ebrei che volessero sostenere a davanti ai loro studenti la tesi dell’ “unicità” del genocidio ebraico.
Per questo, esprimiamo la più totale solidarietà al professor Renato Pallavidini e ci rivolgiamo al ministro Fioroni perché – peraltro coerentemente a quanto saggiamente sostenuto dall’editoriale de La Civiltà Cattolica del giugno scorso – intervenga per impedire quello che costituirebbe un gravissimo precedente per la scuola pubblica libera e laica italiana: la nascita di una nuova Inquisizione che come l’antica si ammanta di belle parole, ma lede nel profondo le libertà costituzionali del nostro paese.


Marino Badiale (Università di Torino), Tiziana Boari (giornalista) , Dea Bucilli (Minerve), Giovanna Canzano (giornalista) , Vincenzo Cialini, Luigi Copertino (studioso delle religioni, Associazione Identità Europea Abruzzo), Davide D'Amario, Franco Damiani (docente LIceo Scientifico, PD), Fabio De Angelis (funzionario Ministero dell'Ambiente) , Avv. Francesca Romana Fragale, prof. Gaspare Galati (ordinario di Teoria e Tecnica Radar, Università di Roma Tor Vergata), Manuela Graziani, Tiberio Graziani (direttore di Eurasia), Emanuela Irace (giornalista) , Mauro Manno (saggista, docente IEMASVO), arch. Domenico Mauro, Claudio Moffa, Claudio Mutti (edizioni del Veltro), Paolo Puddinu (Università di Sassari), Peppe Roscioli (Associazione Nuova Sintesi), Anna Ruggieri (impiegata), Andrea Wolf (Minerve), Alessandra Colla, Luciano Marinelli (artigiano), Alexander Synge (traduttore) , Franca Di Ferisco (casalinga), Alessandro D'Amario (operaio), Andrea Carancini (Fabriano), Alessandro D'Alterio (Napoli), Franco Spampinato


PER ADESIONI SCRIVERE A: davidedamario@ libero.it; oppure grazianimanuela@ libero.it 21e33blogspot. com

ALLA SINISTRA DI HITLER

ALLA SINISTRA DI HITLER

La definizione che abbiamo dato del fascismo come rivoluzione di destra resta in sostanza comune a tutte le sue varianti.
(George L. Mosse)

Il termine "nazionalbolscevismo" comparve per la prima volta in un opuscolo dal titolo omonimo, pubblicato dopo la Prima Guerra Mondiale in Germania, scritto da un accademico di destra, tale Eltzbacher, che di fronte alle sanzioni economiche e all'occupazione militare degli Alleati vittoriosi auspicava una Germania bolscevizzata. Nel biennio 1919 - '20, i comunisti Wolffheim e Laufenberg ripresero queste teorizzazioni, richiamandosi alle tesi di W. Rathenau per la "resistenza armata" di tutto il popolo contro l'imperialismo e, implicitamente, alle classiche tesi fichtiane sullo "Stato corporativo chiuso", battendosi per la collaborazione tra "nazionalisti rivoluzionari" e Partito comunista, sia contro i capitalisti che contro la socialdemocrazia.
Secondo numerosi storici, soprattutto di scuola liberale, tale convergenza tra "opposti estremismi" contro la democrazia non solo vide in seguito la luce ma fu la causa della morte della Repubblica di Weimar e, a supporto di tale tesi si citano come prove il referendum contro il governo prussiano retto dal socialdemocratico Otto Braun e lo sciopero dei trasporti pubblici di Berlino con la strana intesa tra le "camicie brune" delle SA (Sturmabteilung) e la Lega dei combattenti del Fronte Rosso; in realtà però tale visione non tiene conto della guerra civile combattuta strada per strada dai militanti comunisti del K.P.D., assieme agli anarcosindacalisti della F.A.U. (Freie Arbeiter Union) e a settori operai socialdemocratici, contro le squadre naziste. Le responsabilità della sinistra social-comunista tedesca furono semmai altre, a partire dal fallimentare progetto di costruzione di un socialismo di Stato, in grado di eliminare le contraddizioni tra Capitale e Lavoro, fatto proprio dai nazisti e poi usato da Hitler nella costruzione del suo Stato totalitario; inoltre rimane un'ombra inquietante la connivenza di buona parte della sinistra tedesca di fronte al montante antisemitismo.
La questione centrale resta però in gran parte da indagare e riguarda l'identità "anticapitalista" e "antiborghese" che la propaganda nazionalsocialista seppe costruire attorno al suo effettivo ruolo reazionario e antiproletario, affermandosi anche in settori decisamente popolari; sovente infatti si tende a dimenticare che le prime SA fondate nel '21 erano composte da operai, disoccupati e sottoproletari, e che i veri artefici dell'affermazione nazista nelle roccaforti operaie di Amburgo, Berlino e Lipsia furono dei "filosovietici" come i fratelli Strasser. assieme all'organizzazione delle cellule di fabbrica nazionalsocialiste (NSBO) di Reinhold Muchow.
Se si considerano le ricerche statistiche riguardanti la composizione sociale degli elettori del Partito Nazista, dei suoi iscritti e dei membri delle SA c'è di che rimanere allibiti; bastino solo alcune cifre: gli operai dequalificati costituivano tra il '25 e il '33 la categoria sociale più numerosa tra i membri del NSDAP (ossia del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori) e il 62% circa degli squadristi SA erano lavoratori industriali e agricoli.
L'estrazione popolare e proletaria di buona parte delle SA, assieme all'estremismo socialista di alcuni suoi comandanti legati a Gregor Strasser, tra l'altro determinarono tra il dicembre `32 e il gennaio `33 autentici casi di rivolta contro la direzione politica imposta da Hitler; nella Franconia Centrale buona parte delle 6/7.000 "camicie brune" sotto la guida del loro comandante Wilhelm Stegmann costituirono un'organizzazione paramilitare indipendente affermando che le SA dovevano smettere di essere soltanto i "vigili del fuoco" o le "guardie di palazzo". Analoga sedizione si registrò in Assia e a Berlino vi furono scontri tra SA e SS. Inoltre "in diverse parti del paese membri delle SA delusi passarono ai comunisti, che li arruolarono prontamente nei propri reparti paramilitari".
La corrente "anticapitalista" del nazismo fu molto forte sino ai primi anni Trenta e, oltre che all'interno di ampi settori delle SA, la sua influenza era avvertibile a diversi livelli della società tedesca.
Nel `33 il presidente dell'Alta Slesia, Bruckner, attaccò con forza i grandi industriali "la cui vita è una continua provocazione". A Berlino, tale Koeler, della Federazione operaia nazista, ebbe a dichiarare: "Il capitalismo si arroga il diritto esclusivo di dare lavoro alle condizioni da lui medesimo stabilite. Questo dominio è immorale e dobbiamo spezzarlo", mentre Kube, capo del gruppo nazista al Landtag prussiano, se la prendeva con i latifondisti ed il governo sollecitando la riforma agraria mediante la confisca prevista dal programma del partito.
Da tempo ormai però il führer aveva deciso altrimenti incaricando il principale capitalista tedesco, Krupp von Bohlen, della riorganizzazione dell'industria tedesca, mentre il Consiglio generale dell'economia risultava composto da 17 membri, comprendenti tutti i maggiori industriali e i più importanti banchieri della nazione che avevano appoggiato la controrivoluzione nazista.
Dopo la conquista del potere Hitler, ormai Cancelliere del Reich, avviò pertanto un'opera di spietata normalizzazione interna al fine di "mantenere l'ordine nelle strutture economiche (...) secondo le leggi originarie radicate nell'umana natura"; l'apice di tale stabilizzazione venne raggiunto il 30 giugno 1934 durante "La Notte dei Lunghi Coltelli", quando vennero sterminati un certo numero di politici conservatori scomodi, personalità cattoliche e militari dissidenti, assieme alla "sinistra" del nazionalsocialismo facente capo al capi delle SA di Roehm, e a settori di destra, capeggiati dall'ex-cancelliere generale von Schleicher, che tramavano contro Hitler utilizzando tatticamente anche la corrente "rossa" del Partito nazista che si riconosceva in Gregor Strasser; ma il senso principale del massacro fu quello descritto con precisione da Julius Evola:

Fra le SA, le Camicie Brune, il cui capo era Ernst Roehm, si era fatta largo l'idea di una "seconda rivoluzione" o di un secondo tempo della rivoluzione; si denunciava il sussistere nel Reich di gruppi "reazionari", che erano quelli della Destra, e una combutta di Hitler coi "baroni dell'esercito e dell'industria" (...) Ebbene, il 30 giugno 1934 valse essenzialmente come lo stroncamento di questa corrente radicalista del partito e di un suo supposto complotto.

D'altra parte fu lo stesso Hitler, durante il discorso pronunciato al Reichstag il 13 luglio seguente, ad assumersi la responsabilità di "giustiziere supremo del popolo tedesco" e a rivendicare la legittimità delle centinaia di assassini compiuti dalle SS e dalla Gestapo che in questo modo avevano sventato una "rivoluzione nazionalbolscevica".
Sul finire del `34 e ai primi del `35 circa centocinquanta comandanti delle SS furono trovati uccisi; sui loro cadaveri un cartoncino con le lettere R.R. per Roehms Rächer (Vendicatori di Roehm) farebbe pensare ad un'estrema vendetta dei nazisti ormai nemici di Hitler; ma ormai per il Fronte Nero, per Opposizione e per gli altri gruppi della Rivoluzione Conservatrice, su posizioni diverse ma accomunati dalla visione secondo cui Germania e Unione Sovietica avrebbero dovuto dare vita ad un'alleanza anticapitalista in funzione anti-Occidente, non rimaneva che scomparire in attesa di momenti più propizi che si sarebbero presentati sul finire della Seconda Guerra Mondiale.
Interessante peraltro notare che anche una parte del fascismo russo avrebbe maturato simili convinzioni, giungendo ad affermare che "le aspirazioni nazionali della Russia si sono espresse nell'azione del Partito comunista e dei suoi dirigenti" e ritenendo che lo stalinismo avesse finito per riflettere le loro idee.
Il destino dei sospetti nazionalbolscevichi tedeschi, schedati e perseguitati dalla Gestapo fu in alcuni casi quello dell'eliminazione fisica o della deportazione nei lager tanto che sono stati definiti come i "trotzkisti" del nazionalsocialismo; ma così come difficilmente si può negare che Trotzky sia stato un comunista per il fatto che venne fatto assassinare da Stalin, altrettanto difficilmente si può negare che i nazionalbolscevichi siano stati solo la "sinistra" del movimento nazista e, paradossalmente, lo stesso Hitler fu a modo suo "nazionalbolscevico" quando nel `39 Ribbentrop e Molotov firmarono l'infame patto di non-aggressione tra Germania ed URSS.
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testo prelevato dal sito:
www.intermarx.com